Per riconoscere una buona triglia bisogna affidarsi ai cinque sensi. Prima di tutto la vista. Devi incrociare il suo sguardo. Se la triglia ha l’occhio all’ingiù e opaco stai sicuro che la sua freschezza è compromessa. Quella triglia ha qualche problema profondo e il rischio è che nel suo abisso porti anche la tua digestione.
Se la triglia passa la prova vista, cioè ha lo sguardo brillante e vispo starai di certo sul punto di portarla via… fermati! Non essere affrettato. Avvicina il naso, con nonchalance però, altrimenti apparirai come l’annusone maniaco del supermercato. Se senti un odore fognifluo che fa a pugni con la tua colazione è chiaro: gli ammiccamenti della triglia sono una trappola. Abbandonala lì anche se lei ti supplica con occhi attraenti pieni di rimmel.
Se i test precedenti sono superati voi due siete sulla buona strada, avete raggiunto un punto di contatto. Ora puoi provare a toccarla, meglio massaggiarla o accarezzarla. Magari sulla coda per non apparire troppo audace. Se la coda ti appare rigida, fredda e perfetta fai attenzione: la coda è rifatta. Alla fine sembrerà come mangiare un ferro da stiro.
Quindi veniamo al gusto. Mangiarla al banco frigo risulterebbe un passo affrettato. La consuetudine vuole che per assaggiare la triglia prima bisogna cucinarla, ma tu vuoi essere certo di scegliere la più buona del supermercato. Appena il pescivendolo è distratto a fare secca una mazzancolla, tu infilale la lingua in bocca. Se la triglia bacia come un merluzzo vuol dire che qualcosa non va.
Se sei arrivato fin qui allora le notizie sono buone: il suo cuore palpita e non rimane che sentire cosa ha da dire. Se mentre ti parla sputa vecchie scarpe e ancore arrugginite è chiaro che ti sta nascondendo un passato da palombo. Se la triglia ha superato il test dei cinque sensi allora è fatta, puoi portarla a casa e bollirla, che è il massimo. Di norma un buon vino bianco rompe gli indugi ma ti confido un segreto: a differenza delle altre specie la triglia non ama andare subito al sodo.
Prima di raggiungere le sue interiora qualche preliminare è d’obbligo. Concentrati sulle squame. Mi raccomando non fare il rozzo, non togliere le squame tutte insieme; il cambio di stato repentino potrebbe indurirla. Togli le squame una a una come a togliere i petali di una margherita… se fai così quasi si getterà da sola nel brodo.
È arrivato il momento di sdraiarla nella pentola. Stai attento quando la prenderai per la pinna dorsale perché potresti non sentirti di gettarla nel brodo bollente. Ti può invece capitare di ricordare quando al banco frigo, davanti a cozze e vongole, le hai messo la lingua in bocca. Se entrare dentro di lei, seppur in superficie, ti ha mischiato i sensi e guardandole prima gli occhi e poi le pinnette pensi che sia la triglia più bella del mondo… è probabile che non vorrai più mangiarla ma fare qualcosa di più profondo.
Vedi come va: se va male urlerai e correrai per la cucina con lei attaccata come un piraña al tuo pene. Se va bene tutti i sensi ti faranno scambiare la triglia per una sirena. A quel punto vorrai sposarla. Quando succederà non contare più su di me. Perché sarai spacciato.
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Cambierebbe con piacere le sue fattezze da sorcio con quelle di un qualsiasi altro animale. Eccetto l’uomo: il disgusto che prova per lui supera di gran lunga quello che prova per se stesso. 
L’edificio è imponente e la fila per entrare è di quelle da far passare la voglia. Ma chi te lo fa fare, aveva detto sua madre, costa un occhio della testa, c’è sempre un’enormità di gente e si rischia comunque la fregatura.
Esco dall’ufficio dopo la solita giornata massacrante. Nel corridoio saluto i pochi ancora rimasti con un sorriso, mi guardo intorno velocemente e sono felice di sparire da lì dentro. Ti penso. Perché niente è meglio di te. L’ascensore si apre immediatamente, è al piano. Serata fortunata. Entro. Spingo terra e mi giro verso lo specchio; sono bella, il tailleur nero mi sta davvero bene. La gonna fascia i miei fianchi perfettamente tondi, la giacca segna la vita saggiamente modellata in palestra, la camicia è rigorosamente bianca, seria, ma la scollatura la rende speciale, invitante, lascia immaginare le mie nuove, fantastiche tette, misura terza e mezzo. Dio che belle!!! Ad averlo saputo prima non avrei tentennato per anni imbottendo pietosamente i reggiseni con risultati improbabili.
C’era gente per strada. C’era gente che si squagliava sull’asfalto e si liquefaceva disperdendosi in mille sassolini catramosi. Li vedevo camminare sotto il sole e piano piano sciogliersi. Colavano. La pelle si scollava dal corpo come quella dei morti di Hiroshima. Avevo addosso un appiccicosa sensazione di schifo e orrore. Due vecchie signore si trovavano dall’altro lato della strada e parlottavano tra loro, truccate a festa e armate delle loro buste della spesa. Avevano iniziato a colare dalle mani. Le dita si scioglievano gocciolando dentro le buste di plastica. Uno, due, e tre. Al terzo passo le buste sono rimaste a terra circondate dai vestiti delle vecchie, e niente più. Tutto intorno solo un liquido denso di persone sciolte. Le ex proprietarie di quegli indumenti erano andate. Sciolte sotto il sole nel bel mezzo di un incrocio. Camminavo sotto l’ombra dei palazzi per non incorrere in quello stesso destino mentre raggiungevo la fermata dell’autobus. Aspettavo il quattro e novantotto per tornare a casa, due ragazze erano al mio fianco, poi si sono spostate al sole per parlare tra loro e non farsi sentire, in pochi minuti sono sparite. Indossavano dei pantaloni corti, di quelli con gli elastici al ginocchio, è da lì che è iniziata la loro liquefazione. Si sono sciolte poco a poco dentro le scarpe. Le cosce si sono aperte e fuse, tutto il tronco è colato dentro il reggiseno, nelle mutande, giù giù fino a raggiungere l’asfalto. Non hanno gridato, non hanno sentito dolore. Sono rimaste lì a chiacchierare dei fatti loro fino alla totale trasformazione dallo stato solido al liquido. I loro vestiti hanno galleggiato un po’ sull’enorme pozzanghera formata dalle due ragazze, fino a che non sono definitivamente evaporate. Con lo sguardo seguivo i fumi dell’evaporazione, davanti a me c’era un signore sotto il sole che mi stava chiedendo qualcosa. Aveva un cappotto nero, di quelli pesanti da pioggia, un cappello nero a falde larghe e degli enormi occhiali scuri.
È un vecchio animale che risponde ai citofoni della città. Però è nato sordo e fa fare brutte figure ai padroni di casa. Non sente mai gli ospiti suonare e così si devono alzare sempre gli altri per aprire. Tutti lo insultano per questo, ma lui non si fa tanti problemi: non li sente.
Ero sola a casa e avevo finito di cenare. Fuori era buio. Ho sparecchiato e lavato i piatti. Poi mi sono messa letto. Non riuscivo a dormire. Ho acceso la luce sul comodino ma non prendevo sonno. Sentivo degli strani rumori venire da fuori. Come il raspare di un animale. Ho chiuso tutte le finestre e le persiane e sono corsa a letto trattenendo il respiro. La porta della stanza si stava aprendo e sentivo un tintinnio di unghie che graffiavano il pavimento. L’animale era lì davanti a me che mi fissava: aveva gli occhi verdi, grandi e lucidi, le orecchie appuntite, i denti lunghi e affilati di colore giallastro, il pelo nero e zampette da coniglio. Era grande quanto un cane. Non si muoveva. Mi guardava come se mi avesse conosciuto da una vita. Aveva cominciato persino a parlare. Però era permaloso e anche offensivo. Mi insultava, era un mostriciattolo che sapeva parlare ed era maligno. Non potevo farmi trattare così da una specie di volpe-cane-coniglio. Mi sono stancata. Ho cominciato a suonare la chitarra elettrica. Lo facevo sempre quando ero nervosa, quando non volevo più sentire nessuno. Mi sono sentita graffiare la schiena. Mi sono girata e quel mostriciattolo mi supplicava di smettere, gli dava fastidio il suono della chitarra elettrica. Allora ho smesso e non mi ha neanche ringraziato. Ha cominciato ad arrampicarsi sui mobili e a strappare le coperte, a staccare i poster dalle pareti, a tirare contro il muro le mie cose. Ho preso la chitarra e ho ricominciato a suonare. Si è fermato per un istante, ma io ero furiosa e continuavo a suonare. Suonavo più forte che potevo e ho cominciato a urlare, finché non mi sono calmata e ho smesso. Mi sono guardata attorno e c’era la finestra aperta. Lui stava lì che mi guardava. Così ho ricominciato a suonare e lui con un salto balzò giù dalla finestra. Il vento entrava e mi soffiava sulla faccia. Da dove era venuto quel mostriciattolo, come faceva a sapere tutto di me? Non l’ho più rivisto e anche la chitarra elettrica non l’ho più suonata.
È un animale atipico. Non è simpatico a nessuno. Una volta è uscito con una nientipica, ma niente da fare. Il suo miglior amico è il vento, silenzioso e poco ingombrante. Da un po’ non si frequentano più come una volta. Il vento ha cominciato a uscire anche con la pioggia. Troppa gente per il nientipico.