L’uomo che credeva ai miracoli


miracoloZhu Fuze, che non credeva ai miracoli, era morto; lo vegliava suo genero. Allo spuntare del giorno la bara si sollevò e restò sospesa nell’aria a due palmi dal suolo. Il devoto genero inorridì.
- Oh venerabile suocero, – supplicò – non distruggere la mia fede nell’impossibilità dei miracoli.
Allora la bara discese lentamente e il genero recuperò la fede.

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Scambisti, pastorelle e vecchie foto di sua madre


scambistiDue persone stanno scopando dietro questa porta, e io non riesco a farmelo venire su. Ho conosciuto quei due di là l’altra sera in un bar del centro che avevamo scelto per il nostro incontro. Il primo contatto è stato sul sito di scambisti al quale mi ero iscritto subito dopo la separazione con mia moglie. Cosa avessi dovuto scambiare poi non lo avevo ancora scoperto. Avevo rotto con mia moglie, ed era da un po’ che non facevo sesso. Non volevo una storia, avevo solo voglia di una scopata. Semplice, e senza troppe complicazioni. Quei due di là sono perfetti, e ora ci stanno dando dentro alla grande. Io però non riesco ancora a farmelo venire su.
- Intanto ci scaldiamo un po’, e dopo ci raggiungi - mi ha detto lui.
Sono a casa loro. Seduto sulla loro sedia,  fuori dalla loro stanza da letto. Nudo. Ho le mutande nella mano sinistra, e stringo nell’altra il mio pisello. Moscio. Colpa magari dell’emozione, o del panico, ma non riesco proprio a farlo venire su. Forse perché seduto su questa sedia di legno, mi si è anche raffreddato il culo. Mentre i miei due nuovi amici se la spassano alla grande al di là della parete, io faccio due passi nel corridoio per scaldarmi un po’ le chiappe. Il silenzio dell’appartamento è rotto dall’alternarsi dei mugugni della signora e dagli splat dei miei piedi nudi sul pavimento. Sono dieci minuti ormai che cammino su e giù menandomelo nell’aria, ma non è ancora successo nulla. Per questa mia prima volta ho voluto scegliere due persone normali, quasi banali. Lui sulla cinquantina, con un po’ di pancetta, pochi capelli, e peli folti sulla schiena. Lei, quarantacinque anni, fianchi un po’ larghi, piedi grossi e belle tette. Non li volevo troppo belli, non più di me almeno. Certo, nemmeno due cessi; alla fine lei me la sarei dovuta comunque scopare, no? La ricerca è stata infinita. Avrò consultato migliaia di annunci e foto di culi, tette, cosce, amplessi imbarazzanti e fighe più o meno pelose. Dopo un mese di ricerca, la cerchia si stringeva sempre più. Erano rimaste un paio di coppie che avrei contattato da lì a poco. Per incoraggiarmi ripetevo un personale mantra “è come andare a puttane, ma senza pagare – è come andare a puttane, ma senza pagare – è come…”.
La coppia che avevo scelto si definiva come “Coppia Scambista”, il che significa che La Di Lui Signora era pronta, anzi, desiderosa, di conoscere altri pretendenti alle sue grazie, col benestare della di Lui volontà. Nelle gerarchie del sito io ero “Singolo Eterosessuale”, ovvero onanista professionista desideroso di conoscere una qualsivoglia grazia, di una qualsivoglia Signora desiderosa. Dagli urletti provenienti oltre la parete, non avevo ben capito in quale particolare modo voleva essere sbattuta la signora nell’altra stanza. E il mio coso continuava a rimanermi mollo tra le dita, che adesso erano anche un po’ sudaticce.
‘Farò sicuramente una brutta figura con quei due di là’, mi andavo ripetendo a ogni passo, mentre percorrevo a memoria ogni centimetro del freddo corridoio.
- L’ho sempre detto io che sei uno senza palle, guardati fai proprio pena! - 
La voce proveniva dalla mie spalle, ed era una voce nota. Mi volto e trovo lo spettro di mia moglie, vestita da pastorella, che indica con il suo dito il mio ditino penzolante.
- Ma…Ma…Margherita? – dico io.
- Cos’è, ti si è congelata anche la lingua dopo il pisello? - dice lei.
- Margherita, ma tu non sei morta, abbiamo solo divorziato! Cosa ti viene in mente di apparire come un fantasma? - le rispondo cercando di nascondermi dietro a una cassapanca in legno wengè.
- Certo che non sono morta, pezzo d’imbecille! Cosa ti credevi. - Mi risponde avvicinandosi galleggiando lungo il corridoio.
- Margherita scusami, ma tu che ci fai qui? Tra tutte le apparizioni sei proprio l’ultima che desideravo. - Le dico uscendo dal mio nascondiglio.
- Che vuoi che ne sappia io! Magari per cercare di rendere presentabile quel coso moscio che hai tra le dita ai tuoi nuovi amici, stai creando fantasie con la tua mente. La migliore che sei riuscito a tirar fuori sono io vestita in questo modo cretino. Mi fai proprio ridere, sei PA TE TI CO.
- Come cretino! Mi avevi detto che ti piaceva! Sei una bugiarda schifosa. Allora non ti piaceva nemmeno quando io mi vestivo da marinaretto? - le dico alzando la voce.
- Secondo te perché abbiamo divorziato allora? - mi risponde allontanandosi volgendomi le spalle.
- Margherita, non puoi fare così! Non puoi voltarmi le spalle e ignorarmi anche da fantasma. Non te lo permetto. Sono io che ti ho creato. - 
Ormai urlavo deliberatamente. Correvo verso di lei lungo il corridoio. I miei splat splat e le mia urla devono aver interrotto quei due di là. Ma ormai non me ne fregava più nulla, non poteva vincere lei anche se sotto forma di ectoplasma. La raggiunsi costringendola spalle al muro, vicino a una fila di quadri e foto d’epoca.
- Ora mi stai a sentire bella pastorella! Io adesso ti scopo qui in questo corridoio, sai? Eh bella pastorella! Mi hai capito? E lo faccio qui e adesso, hai capito pastorella? Guardalo, lo vedi adesso come sta bello su l’amico? Eh? Ti piace adesso Pastorella mia? Riesci a vederlo anche se sei un fantasma scommetto! - 
All’improvviso mi resi conto che intorno a me era calato uno strano silenzio. Margherita era scomparsa, al di là della parete non si sentivano più mugugni. Mi volto lentamente e vedo quei due di là che sono usciti dalla stanza. Lui: una vestaglia marroncina sgualcita che si tende all’altezza della pancia, ciabatte rotte, un calzino che gli pende da una tasca e l’altro, calato, gli lascia scoperto un polpaccio privo di peli. Lei sta piangendo appoggiata alla spalla di lui, ed è nuda. Percepisco tra le lagne di quella donna le parole
- E’ un pervertito! Te l’avevo detto! E’ un pervertito! Vuole scoparsi mia madre! Buonanima di mamma! Mandalo via!!! - 
Torno a guardare verso il muro, davanti ai miei occhi si materializza la foto della Buonanima di mamma, ritratta tra le sue pecorelle nel maggio del 1939. Immediatamente me lo ritrovai di nuovo floscio tra le gambe.
‘Ecco’ , pensai, ‘ora mi tocca ricominciare tutto daccapo’.

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Filatope


topiniTopi entrano dalla bocca come cibo, non so se li mastico o li ingoio come se fossero acqua, so solo che non li faccio uscire dal buco … capite bene di che buco parlo… perché stringo, stringo, stringo e loro aprono, aprono, aprono; ma io tengo, tengo, tengo finché posso. Di primo mattino li sento, s’attorcigliano alle budella, per farli smettere do dei cazzotti al ventre e questi per farmela pagare in ogni momento della giornata, dopo aver formato un palo, tentano di sfondarlo. Non credo resisterò a lungo, ho la pancia gonfia, gonfia, gonfia; sto per cedere; escono. Li vedo. C’è chi esce di testa e chi di coda; non mi fanno male, mi piace soprattutto l’uscita di sedere perché la coda solletica dolcemente la fessura. Quando è di testa poi li aiuto, metto le mani e l’allargo così attutisco il dolore e a loro lo sforzo d’aprirlo. Sono usciti tutti, stanno chi sul letto chi sotto e chi vaga per la stanza come ladri in cerca di cibo. Mi sento bene sgonfio, sgonfio, sgonfio; poi sono topi di campagna non di fogna dacché non vivo in città da due mesi e d’allora non chiudo le finestre, da un mese viviamo insieme. Non sono aumentati, sono rimasti 31 come i giorni di gennaio. Non credo ci sia un maschio, nitriscono, tutte femmine quindi. Da parte mia non faccio nulla per mandarle via, conto di restare sino a fine anno, si stancheranno prima o poi di me, intanto mi ritrovo nuovamente con il ventre gonfio, gonfio, gonfio nell’approssimarsi la fine di febbraio. A pensarci su, tutto ciò avviene perché dormo a bocca aperta, dovrei forse dormire chiudendola? Se lo facessi dormirei col buco aperto. Alla verga preferisco le tope! 

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L’ultimo giorno dell’ultima licenza


SalingerLui non lo sa, pensò Babe, sdraiato al buio. Lui non sa che effetto ha Frances su di me, che effetto ha sempre avuto. Io parlo di lei con gli sconosciuti.
Tornando a casa in treno, ho parlato di lei a uno strano soldato. È una cosa che ho sempre fatto. Meno il mio amore per lei è ricambiato, da più tempo l’amo, tanto più spesso espongo il mio stupido cuore come fosse una bizzarra lastra di raggi X, più forte sento il bisogno di mostrare i miei lividi:
- Straniero, guarda, qui avevo 17 anni e presi a prestito la Ford di Joe Mackay per portarla in gita al lago Womo … Qui, proprio qui, è quando lei disse quelle cose sui grandi elefanti e sui piccoli elefanti … Qui, più in fondo, è quando le permisi di ingannare Bunny Haggerty a ramino a Rye Beach; c’era una carta di cuori nella sua scala di quadri, e lei lo sapeva … Qui, ah, qui ha urlato ‘Babe!’ quando mi ha visto servire un ace in un match point contro Bobby Teemers. Ho dovuto servire un ace per sentirlo, ma quando l’ho sentito il mio cuore – lo puoi vedere qui – ha fatto un salto, e da quel momento non è più stato lo stesso … E qui – odio quel momento – qui avevo vent’un anni e l’ho vista in uno degli stalli del drugstore con Waddell, e faceva scivolare le sue dita avanti e indietro tra le nocche delle sue mani.
Lui non sa l’effetto che Frances ha su di me, pensò Babe. Mi rende infelice, mi fa sentire a pezzi, lei non mi capisce – quasi mai. Ma alcune volte, alcune volte lei è la più meravigliosa delle ragazze del mondo, come non lo è nessun’altra. Jackie non mi fa mai sentire infelice, ma Jackie non mi fa mai sentire niente. Jackie risponde alle mie lettere lo stesso giorno che le ha ricevute. Frances lo fa dopo due settimane o due mesi, a volte mai, e quando mi risponde, non scrive mai quello che vorrei leggere. Ma leggo le sue lettere cento volte, mentre leggo quelle di Jackie una sola volta. Appena vedo la calligrafia sulla busta delle lettere di Frances – quella stupida, pretenziosa calligrafia – divento il ragazzo più felice al mondo. Va avanti così da sette anni, Vincent. Ci sono cose che tu non sai. Ci sono cose che tu non sai, fratello.

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Solo la virgola, mi raccomando


virgolaSì certo, perché adesso secondo voi io dovrei spiegarvi cosa voglio riuscire a realizzare attraverso la scrittura, così, senza preavviso e come se fosse la cosa più semplice del mondo, che poi parlando chiaramente, e tralasciando il fatto che di quello che voglio raggiungere con la scrittura non ne ho la minima idea, io questi esercizi di stile li detesto come forse solo le pagine immacolate che ti fissano irridenti quando poi alla fine ti siedi per cercare di venire a capo del dilemma, di adempiere a quello che comunemente si definisce svolgimento, che nervi, e devi usare solo la virgola, mi raccomando,  solo che così diventa una punizione, non un assegnamento -odiosa come parola, ne converrete, e io che ho sempre avuto un evidente problema con l’autorità costituita, soprattutto con quella intellettuale, provo un’insanabile idiosincrasia per tutta questa parte dell’apparato lessicale, tema, traccia, svolgimento, assegnamento, istruzioni, che ha la consistenza della polvere in un provveditorato comunale e l’angusta fattispecie di un esame di maturità-, per me poi, che ho sempre pensato che scrivere servisse a mettere un punto, a fare chiarezza, e forse perché sono un figlio della paratassi contemporanea, lo ammetto, e ne abuso come ormai si conviene nel parlare mezzo dotto e mezzo sciatto, mezzo accattivante ma anche no, del quale sono figlio e fautore come dicevo prima, appunto, senza punto perdo i punti di riferimento, e il tutto si trasforma in un ingorgo, un incrocio, o cross over che si sa che nella lingua fredda di Albione la trovi facilmente quell’enfasi da sovramercato essenziale per risultare cool, fashion, ecco basta non abusarne che altrimenti è troppo facile e si perde il filo, ah già il filo, del discorso si intende, che a pensarci bene più che a un ingorgo somiglia  a un mare di spuma e di melassa, ampolloso, magniloquente, stucchevole alla lunga, ma sempre di grande effetto, tipo star a parlare per ore di quello di cui si dovrebbe parlare senza effettivamente dire alcunché in proposito, che poi altro non è se non un esercizio di stile, ovvero quello che mi si richiede se non ricordo male, il comodo abbozzo, senza punti beninteso, di uno scopo o desiderio, di un fine da raggiungere tramite la scrittura, che nel mio caso si traduce in apprensione e aspettativa, estenuanti preliminari, perché in fondo in fondo, e non si pensi che io non voglia rispondere o altro, in effetti questa traccia mi mette con le spalle al muro e fa un po’ paura, e per rispondere mi serve un momento di concentrazione, e adesso sento che ce l’ho, davvero, smetto di divagare, lo prometto, adesso scrivo quello che voglio raggiungere con la scrittura, lo prometto, e basta con le ciance d’anticamera, è ora di darci un taglio, di essere seri, di mettere un punto.

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L’enigmista


cruciverba16 verticale: la compagna di Adamo. Quattro caselle.

“Ma come è possibile?” – si ripeté il professor Caruso. Era certo che la risposta fosse Eva, ma lo schema richiedeva una parola di quattro lettere, e non poteva di certo essere Eva. Aveva compilato tutto il cruciverba, tranne che per quelle quattro maledette caselle. Da ore si arrovellava per trovare la risposta. Seduto sulla sdraio, all’ombra, scavando la sabbia con i piedi per il nervosismo, incrociando con la definizione orizzontale, cercando nella memoria un sinonimo della riposta ovvia che aveva immediatamente pensato. E dire che non era quella la sola che lo aveva impegnato quella mattina. Tutte le risposte alle definizioni erano a prima vista ovvie, semplici, scontate – come dovevano essere per  il cruciverba del giornale quotidiano nella pagina dei giochi -, rifletteva -,  ma poi, contando le caselle il numero non corrispondeva mai alle lettere della risposta. Lui non c’era cascato. Aveva capito il meccanismo del gioco:  risposte ovvie per ingannare il solutore, che poi restava con un palmo di naso quando andava a inserirla. Trucco efficace, ma con lui non funzionava. Lui era un professionista degli enigmi; lui non sbagliava un Bartezzaghi, non mancava una definizione.

21 orizzontale: il nome del giocatore di calcio Rivera.  Otto caselle.

Gianni, la risposta ovvia, sei caselle. Ma lo schema ne prevedeva otto. Aveva scavato nella sua prodigiosa memoria e aveva ricordato. Un’improvvisa illuminazione: Emanuele Rivera, campionato 1978-79, C2, Akragas, squadra siciliana. Eccoti servito. Bravo l’ideatore del cruciverba, ma mai quanto lui. E così via. Una dopo l’altra, ricordando, incrociando con le altre lettere poco a poco lo schema si era riempito tutto o quasi. Restavano quelle quattro caselle bianche del 16 verticale. Ci pensava e ripensava. Nulla. E dire che si trattava della pagina dei giochi del quotidiano, mai fatto prima di allora. Lui risolveva solo la mitica Settimana enigmistica. Ma quella mattina  invece, arrivato in spiaggia, si era accorto di averla scordata a casa. Fosse stato per lui se ne sarebbe tornato subito a prenderla. Poi Lucia – la moglie, mite e servizievole, come sempre da quarant’anni, lo aveva calmato.
- Gennarì e dai, prova con quelle del giornale.
Eh sì, mo’ faceva quelle del giornale! Poi però in mancanza di meglio si era convinto. Del resto non poteva restare senza la sua dose quotidiana di gratificazione. Da quando era andato in pensione, per il professore Caruso – insegnante di italiano alla scuola media Vittorio Emanuele di Napoli – gli enigmi erano diventati ancor di più la sua vita. Ma forse è meglio dire che tutta la sua vita il professore l’aveva sempre affrontata come l’infinita risoluzione di un cruciverba. Che erano se non definizioni in attesa di risposte le quotidiane vicende della vita? – si ripeteva. Che cosa erano se non caselle vuote da riempire le emozioni quotidiane?   – rifletteva. Che erano se non rebus, figure avvicinate a lettere in attesa di interpretazione, le persone che lo circondavano? La sua presunzione, poi, lo aveva sempre convinto di aver risolto tutti gli enigmi che la vita gli aveva posto: l’amore, il matrimonio, la figlia, la professione e poco importava se arrivato a quell’età gli era rimasta solo la mitica Settimana enigmistica per gratificarsi. La moglie sì, vicino a lui, ma ormai irritante per la sua premurosa quasi servile attenzione; i figli andati via, diventati estranei, presi dalla loro vita; il lavoro finito, chiuso con quella ridicola medaglia commemorativa che gli avevano regalato i colleghi. Ma a lui tutto questo non importava. Lui era convinto di aver risolto lo schema della sua vita, aveva dato le risposte giuste, aveva riempito le caselle, aveva trovato la definizione del rebus.
Ma oggi no. Oggi quelle maledette quattro caselle del 16 verticale erano rimaste bianche. E bianche restarono sino al momento di risalire dalla spiaggia. Arrivato a casa il professore, senza neanche fare la doccia, si era chiuso nello studio, il giornale sottobraccio. Doveva risolverlo. Doveva. Lui aveva risolto tutto, non poteva proprio non trovare soluzione a quel cruciverba, non poteva lasciare in bianco quelle quattro caselle.
- E’ pronto, Gennà, la cena è a tavola - rispettosa come sempre, senza alzare la voce. Nulla. Nessuna risposta. Da quando erano tornati dal mare, il professore si era chiuso nel suo studio. Scontroso come sempre, più di sempre. Anche troppo. Allargata sulla scrivania la pagina dei giochi del quotidiano, in mezzo a due vocabolari, a un volume dell’enciclopedia Treccani, un dizionario dei sinonimi e dei contrari, la Bibbia rilegata in pelle, con la versione originale in ebraico. Il cruciverba quasi compilato, ma al centro, all’altezza del 16 verticale e del 18 orizzontale c’erano ancora quelle maledette quattro caselle bianche. Quattro ferite inferte all’orgoglio del professore, lì, sanguinanti. E un block notes con una pagina piena di annotazioni: il nome Eva in ebraico, il nome Eva in aramaico, il nome  Eva in greco, latino. Più tutta un’altra serie di parole, alcune anche sottolineate in rosso, con la matita che aveva usato per correggere i compiti. Ma nessuna era di quattro lettere; nessuna incrociava con la definizione orizzontale che aveva già scritto. A terra, vicino alla poltrona, sotto gli occhiali da lettura una macchia scura bagnava la moquette. Il professore era immobile, seduto, gli occhi sbarrati, la testa reclinata all’indietro e all’altezza della tempia destra un foro calibro 22. La moglie bussò ancora e poi, decidendo di sfidare per l’ennesima volta l’ira che quello che stava per fare avrebbe provocato, aprì la porta…

Da La Repubblica, 4 agosto 2009: pagina dei necrologi. In basso a sinistra.

Il direttore e i soci tutti dell’associazione “La Sfinge” esprimono la loro vicinanza e umana partecipazione al dolore dei familiari del Prof. Caruso Gennaro. Ideatore, fondatore e presidente amatissimo, e ne rievocano commossi la sua immagine e ricordo.

Da La Repubblica, 4 agosto 2009: pagina dei necrologi. In basso a destra.

Errata corrige. Per un errore nella pagina dei giochi pubblicata ieri, non c’era corrispondenza tra il cruciverba e le definizioni. Ce ne scusiamo con i lettori.

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L’uomo che venne a disconoscere l’amore


cupidoL’uomo che venne a disconoscere l’amore si fece precedere, come usava allora, da molteplici missive in cui chiedeva il permesso di incontrarlo. Quando l’ottenne organizzò il suo viaggio. Lasciò il deserto, scavalcò montagne, navigò il mare. Quindi, sfinito e arso, si presentò all’amore.
- Per prima cosa – disse – non sono qui per te. Sono venuto  per cambiare aria, da molto tempo non faccio una vacanza, avevo proprio bisogno di staccare.
L’uomo che venne a disconoscere l’amore se lo scopò da vera puttana; senza una carezza e senza un bacio. Ma dopo gli spiegò:
- Volevo solo farti un po’ di male perché riesci sempre a irritarmi: sei troppo vago e strano, funzioni bene solo nella mente. E per il resto… io sono spiacente: sono normale, non so vederti e  non ti ho mai mentito.
L’uomo che venne a disconoscere l’amore a un certo punto ragionò che in fondo in fondo un fiore, in fondo-in fondo, ci poteva pure stare. Quindi, perché l’amore non lo fraintendesse, perché capisse di essere nel mazzo, comperò cento rose da un pachistano, rose che fece regalare a tutte le passanti. L’ultima toccò all’amore e quella notte stessa, con la sua rosa in mano, lo scaricò nel mezzo della strada. L’uomo che venne a disconoscere l’amore fu sollevato nel voltarsi e andare, mentre il suo occhio già si trastullava su nuove mosse. Ma prima di partire tornò di fretta a casa dell’amore che era aperta ed ebbe quindi  l’agio di frugare. Selezionò con cura, fra le sue fantasie, le più sensuali, le più tenere e indifese che si mise nel sacco. L’uomo che venne a disconoscere l’amore lasciò ovunque zampatedi sabbia rossa  e fango e una scia che penetrò le stanze, a lungo persistente. Era l’afrore dell’aridità.

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L’ombra


ombra(…) Una sera lo straniero se ne stava sul balcone e dietro di lui, nella stanza, brillava un lume: era quindi più che naturale che la sua ombra si posasse sul muro dirimpetto; se ne stava seduta proprio tra i fiori, sul balcone, e quando lo straniero si muoveva, si muoveva anche lei, perché succede così.
- La mia ombra, credo, è l’unico essere vivente che veda là, – si disse il giovane.
- Guarda con che grazia siede tra i fiori! Il balcone è socchiuso e l’ombra dovrebbe avere l’accortezza di andar dentro, di guardarsi un po’ intorno e di tornare poi a raccontare quello che ha visto. Ti dovresti proprio rendere utile,  – aggiunse scherzando.
- Fammi il piacere di entrare! Su! Va’ pure dentro! -
Fece un cenno all’ombra e quella gli fece un cenno a sua volta.
- Su, va’, ma poi torna! -
Così dicendo, lo straniero si alzò, e la sua ombra sul balcone dirimpetto fece lo stesso, poi si volse, e anche quella si voltò: se qualcuno fosse stato bene attento, avrebbe potuto vedere chiaramente l’ombra infilarsi attraverso il battente socchiuso del balcone dirimpetto, proprio nel momento in cui lo straniero entrava nella sua stanza, lasciando ricadere la tenda dietro di sé.
La mattina dopo lo straniero uscì per prendere un caffè e per leggere i giornali.
- Ma che succede? – esclamò non appena fu al sole.
- Non ho più la mia ombra! Ma allora, ieri se n’è andata davvero e non è più tornata: è una bella seccatura!
La cosa lo irritò, non tanto perché quella era sparita, quanto perché sapeva di una storia di un uomo senza ombra – tutti la conoscevano nei paesi freddi – e se ora fosse tornato a casa e  avesse raccontato la sua storia, lo avrebbero accusato di plagio, come se ne avesse avuto bisogno! Decise dunque di non dire nulla, e in questo fu molto saggio. (…)

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La stanza della stesa


accappatoio gialloSuccedono strane cose alle mie spalle. Un’aria glaciale, proveniente da chissà dove, mi provoca continui sussulti, come quando le mani gelate di mia moglie s’intrufolano improvvise sotto la mia vecchia sciarpa pelosa che uso per proteggermi la cervicale, per poi stamparsi sul collo caldo. Sento poi fruscii e sommessi risolini che solleticano le mie orecchie. Ditemi se non è vero che succedono strane cose alle mie spalle! Ho poco coraggio, lo so. E’  per questo che mi giro piano, sperando che tutto nel frattempo si plachi. Fisso lo schermo del computer. Pochi secondi e poi tutto sarà passato. Mia moglie aveva ragione. Diceva, non facciamo un secondo bagno. Lasciamo lo stanzino di servizio per la lavanderia. Così svolgo le mie faccende senza dovermi spostare per la casa. Io, invece, no. Un altro bagno, la lavatrice in cucina e dividiamo lo studio. Da una parte il computer e la libreria, dall’altra l’asse per stirare, la cesta dei panni e lo stendino antigocciolamento. Il problema comunque non è la condivisione dello spazio. Il problema è che da un po’ di tempo succedono strane cose. In casa dormono tutti. Io navigo, faccio calcoli e scrivo mail. Ma so che loro stanno per ricominciare. Lo so, non ditemi come, ma lo so. Iniziano piano con bisbigli e sussurri. Accompagnando le piccole correnti d’aria che si agitano alle mie spalle. Forse stanno provando una danza. Ma io non mi volto. Non per paura, solo perché sono certo che non servirebbe a nulla. Però mi sono attrezzato. Ho acceso la webcam per vedere ciò che avviene alle mie spalle. La finestra del programma la tengo nascosta sotto un gioco di ruolo e registro. Ecco, sento il loro lieve vociare salire e infittirsi. Poi un fruscio lo copre. E degli sfrigolii di stoffa sintetica sprizzare scintille. Non resisto alla curiosità di coglierli sul fatto e mi volto. Tutto tranquillo. Eppure sono certo che fossero i miei calzini da tennis che parlavano tra loro. Oppure no, uno di loro con gli asciugamani. O con una camicia. Magari quella bianca di lino a righine celesti. Sanno bene che li spio. Sanno che se voglio, anche se sono un po’ bagnati, li posso prendere e sbattere nella cesta dello stiro. Ci penserà domani la donna a farli tacere, arrostendoli con il ferro. All’improvviso uno schiocco d’aria mi sfiora la testa. D’istinto mi abbasso, mi volto. Guardo fisso il mio accappatoio giallo. Sono certo che è stato lui. Lì, appeso con una gruccia alla libreria poco dietro di me. Ha tutta l’aria di volermi sfidare. Non mi becchi. Lo so, non ti becco. Se ci riesco, ti annodo le maniche, però. Sposto lo stendino più lontano. Così almeno non sento troppo forti le loro litanie. Non troppo lontano però, non c’è molto spazio. Fermo la registrazione della webcam. Mi alzo e m’incollo allo schermo. Mi volto per controllare che sia tutto a posto e che non mi possano vedere. Minimizzo la finestra e do inizio allo spettacolo. Eccoli, lo sapevo. Sono proprio loro: quei maledetti calzini da tennis. Si scuotono; prima l’uno e poi l’altro. Poi all’unisono ondeggiano verticalmente. E tutti gli altri con loro. Compresi quelli delle bimbe e le calze di mia moglie. E’ un preludio. Prima gli asciugamani e poi le camicie iniziano a danzare. Seguendo un ritmo che non percepisco per l’assenza del volume. E’ come se un invisibile direttore d’orchestra avesse battuto il tempo, e loro insieme avessero inscenato un balletto, allungandosi nella mia direzione, a volermi toccare. Inaspettatamente, come per prendere la rincorsa, o forse imitando una danza tribale, si spostano simultaneamente dall’altra parte e di nuovo verso di me, braccia tese per afferrarmi. Una scossa attraversa la mia schiena. Ho già visto troppo. Strane cose accadono alle mie spalle. Mi siedo e riprendo le mie occupazioni informatiche senza convinzione e con le orecchie tese. La stanza si è fatta ancora più piccola; rimango imbambolato sulla sedia. Io da qui non mi muovo né mi giro, di sicuro. Almeno fino a quando loro non si saranno acquietati. Un’aria polare massaggia la mia schiena. Sento di nuovo dialoghi serrati a voce bassissima. E di nuovo quelle stoffe che si dimenano e recitano il campionario completo. Come se stessero mettendosi d’accordo. Sale piano un sommesso coro a bocca chiusa. Poi per un attimo tutto tace. E infine un’esplosione, come quello che segue l’azione da gol seguita da tutto lo stadio con il fiato sospeso. Un’esplosione di gioia. E la porta si chiude, con un colpo sordo. Sono terrorizzato, ma alla fine trovo il coraggio di girarmi di scatto. E’ tutto fermo e io sono in trappola nello studio. E’ stato lui, quello stronzo di accappatoio, lo so. Ricomincio a battere tasti a caso sulla tastiera, cercando di concentrarmi; la mia testa è in cerca di una soluzione per uscirne vivo. Preceduto da un debole borbottio, scorgo appena di riflesso sullo schermo del computer una figura gialla che si avvicina. Faccio in tempo a dire no che due robuste braccia mi si avvinghiano al collo. Mi sta strozzan…, bastar…do. Sof…fo…co. Gli affer… le manic…. Gli altr… tifa…no per … lui. Mi sent… mori….
- Sentivi freddo, amore? Potevi prendere un plaid, invece dell’accappatoio che è ancora tutto bagnato- , mi dice mia moglie appena entrata, togliendomi con una mano l’assassino dalle spalle, mentre con l’altra si copre un legittimo sbadiglio.

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La carpa velina


carpa velinaLa carpa velina è per natura sottile come un foglio di giornale. Purtroppo per questa sua peculiarità fisica ogni volta che urta un altro pesce, un sasso, un’alga o l’amo di una canna da pesca si sbriciola tutta in mille bollicine. La sua vita è molto breve ed è in rapidissima via d’estinzione. Solo nel lago di Bracciano resistono ancora pochi esemplari. Se vi capita di fare il bagno da quelle parti e di vedere a un certo punto affiorare sull’acqua delle bollicine, attenzione, non è affatto detto che siano generate dalle flatulenze della persona che fa il bagno vicino a voi.

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