Amore meccanico


Rientrava a casa a tarda sera dopo una lunga giornata. Parcheggiò con attenzione nella strada tranquilla, tirò lentamente il freno a mano e inserì la prima marcia con delicatezza. Quindi decise di provare a rilassarsi per qualche istante, distendendosi sul sedile e chiudendo gli occhi.

Nell’auto silenziosa sentì un suono sommesso, come un sospiro di soddisfazione. Il ragazzo si guardò intorno allarmato:

- Chi c’è? Che è stato?

Rispose una voce femminile, appena metallica e come un po’ impastata di lubrificante:

- Sono io, amore mio.

La voce veniva da qualche parte dietro al quadro comandi, che mandava una luce bluastra e morbida. Controllò la radio: era accesa, ma il volume era a zero. La spense del tutto, ma la voce continuò:

- Sono pazza di te: mi piace la cura con cui giri la chiave, il modo in cui sollevi il piede dalla frizione, come mi capisci ed eviti di salire di giri quando sono fredda… E trovo tremendamente sexy quando tieni il cambio tra il medio e l’anulare per inserire la terza. Per non parlare di quando fai benzina al distributore automatico e infili la pistola…

Riflettè. Amava tutto di quell’auto: le curve flessuose della carrozzeria, la morbidezza degli interni, l’odore di nuovo, il suono dolce del motore quando girava piano e la potenza eccitante quando andava su di giri. Era amore, a tutti gli effetti. E ora aveva la certezza che fosse anche ricambiato. Si chinò in avanti e la baciò a lungo e appassionatamente sopra il cruscotto. Il motore emetteva bassi sospiri fluidi di soddisfazione.

Da quel momento iniziò la loro relazione, fatta di incontri notturni metallico-carnali in garage. Andavano avanti fino all’alba e lui alla fine restava sfinito sul pavimento, unto di grasso e odoroso di lubrificanti e benzina. Lei lo assecondava in un miscuglio di olio motore, fluidi organici e di raffreddamento.

La domenica mattina la accudiva teneramente, lavandola con sapone neutro, lucidando gli splendidi cerchi brillanti in lega di titanio e rabboccando con estrema cura i livelli di tutti i liquidi con i prodotti più costosi. Come tocco finale, ravvivava il nero alle gomme con un soffice pennellino usando una soluzione di acqua e zucchero. Passarono così mesi felici.

Venne il momento del primo tagliando; discussero a lungo sulla scelta del posto migliore, su quale fosse il centro assistenza che fornisse più garanzie, dove i meccanici sarebbero stati più competenti e delicati. Alla fine si decisero: lui la lasciò la mattina presto in officina con apprensione, tra mille raccomandazioni. La sera la andò a riprendere, ansioso di rivederla.

- Allora? Com’è andata? – chiese lui.

- Tutto bene – rispose lei con voce piatta.

- Sono stati gentili? Hanno controllato tutto? – insisteva premuroso.

- Sì, sì, sono stati molto carini.

Da quel giorno il loro rapporto iniziò a incrinarsi. Lei era sempre più distante, parlava poco, e il motore sembrava facesse uno strano rumore opaco. Lui all’inizio si impose di passarci sopra, finché una mattina non resistette più:

- Che cos’hai? Da un po’ di tempo ti vedo strana. E’ da quando hai fatto il tagliando che non sei più la stessa…

- Cosa vuoi che abbia dopo il tagliando? Niente!-  rispose di getto, come a difendersi.

- Eppure qualcosa c’è, lo sento, ormai ti conosco troppo bene.

Lei per un po’ non rispose, poi si fermò a un angolo della strada:

- Non ce la faccio più a tenermi dentro questo segreto: ti dirò tutto. E’… E’ per uno dei meccanici. Vedi, è stato il mio primo tagliando, non sapevo che fosse così… intimo. E poi usava la chiave del nove in un modo…

Lui rimaneva in silenzio, ma respirava sempre più forte.

- E’ stato solo per una volta! Non succederà più, te lo prometto! Perdonami, sei il mio unico amore!

Il ragazzo ripartì affondando il pedale; usava di proposito marce troppo basse, mandando continuamente il contagiri sul rosso. Prendeva tutte le buche e i tombini che riusciva a trovare per sollecitare bruscamente le sospensioni, lasciando sempre la frizione premuta a metà finché non sentiva il tipico odore di bruciato. Quando rientrò in garage, si fermò troppo avanti strusciando di proposito il paraurti anteriore contro il muro.

Continuò così per giorni: rimaneva nel suo silenzio ostinato e proseguiva con le piccole torture, inventandone ogni giorno di nuove. Arrivò persino a mescolare benzina e gasolio al rifornimento, facendole tossire fumo bianco per giorni. Voleva ferirla in tutti i modi in cui una macchina può essere ferita. Lei sopportava tutto e ogni volta che il ragazzo saliva tentava di parlargli amorevole e tremante.

Una sera in cui grandinava non la mise in garage, ma la lasciò in mezzo alla strada, al buio. In un impeto di rabbia, le disse gelido e secco:

- Ho deciso di venderti. Da domani non sarai più la mia macchina.

E subito chiuse la portiera. Rientrò in casa di corsa, ignorando gli abbaglianti che si accendevano e spegnevano impazziti, le frecce che lampeggiavano disordinate e il motore che rantolava lamentoso.

Il giorno seguente, uscendo in strada, notò che la vernice aveva un brillio strano sotto la luce nuova del mattino. La carrozzeria sembrava quasi vellutata e morbida, bella come non l’aveva vista mai. Le ruote anteriori si muovevano lentamente da destra a sinistra con un suono ovattato, e di tanto in tanto gli anabbaglianti e gli stop emettevano piccoli lampetti come di soddisfazione. Si avvicinò premendo più volte il pulsante del telecomando per aprire le portiere, ma invece del solito bip bip compiacente che segnalava lo sblocco, sentì dei suoni acuti e cigolanti, quasi di scherno. Afferrò allora con forza la maniglia lato conducente e provò ad aprire: il metallo era gelido e quando lo tirava a sé, faceva un sordo clac metallico di rifiuto. I vetri erano oscurati, ma da quelli dietro si riusciva a spiare la parte posteriore dell’abitacolo. Sui sedili c’era biancheria da uomo gettata alla rinfusa, e un indumento blu sporco di grasso buttato in un angolo. Era una tuta da meccanico.

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Quella volta che Barbie mi parlò


La prima volta che Barbie mi parlò stava facendo cadere il centrino per attirare la mia attenzione. Mi avvicinai per raccogliere il pezzo di stoffa e Barbie piegò le braccia, un po’ rigidamente, facendomi cenno di stare zitto e indicando la porta. Incredulo continuai a fissarla, allora lei buttò indietro la testa scuotendola. La presi per la vita e la tirai via. Lei mi chiese di scegliere dei nuovi abiti gettando un tacco a spillo sopra il baule dei vestiti. Optai per una mise più consona al pomeriggio: meglio non sporcare la gonna di taffetà color pesca. Scendemmo in cucina. La adagiai sul tavolo e finalmente Barbie mi parlò:

- Due zollette, grazie.

Compresi subito che voleva del tè e scaldai l’acqua col bollitore.

La seconda volta che mi rivolse la parola eravamo nella stanza del computer e Barbie stava sdraiata fra la tastiera e il monitor. Mi ero avvicinato per accenderlo quando lei si affacciò in jeans, felpa e scarpe da ginnastica dicendo:

- Andiamo in bici?

Il cielo era sereno. Di nuovo la presi per i fianchi, insieme corremmo in camera di mia sorella a cercare la bicicletta di Barbie, poi in garage per la mia. Pensai che Barbie e la sua bicicletta sarebbero state più veloci se avessero viaggiato nel mio cestino, così lo liberai e preparai la postazione panoramica.

Avevo nei piedi il mio solito giro: il parco… le dune… i salti… Al terzo sbalzo Barbie disse:

- A me piace il mare.

Immediatamente compresi che non era certo un pomeriggio di bicicross che lei si aspettava. Le chiesi scusa e le promisi che mi sarei organizzato per portarla presto al mare, ma che per il momento si sarebbe dovuta accontentare di venire a vedere le paparelle nel laghetto della villa. Non batté ciglio. Si sistemò i capelli. Io presi un’andatura più tranquilla e proseguimmo in silenzio la nostra passeggiata.

Nei giorni successivi volle bere altro tè e fare altri giri in bicicletta. La portai nelle sale da tè più panoramiche che conoscessi. Ogni volta cercavo di adeguarmi al suo abbigliamento. Quando si presentò sul comò con mantella e basco gialli, andammo al Caffè delle Arti. Il giorno in cui la trovai sul letto di mia sorella in shorts, canottiera e cappellino con visiera, con tanto di macchina fotografica al collo, mi sembrò chiara la sua richiesta di visitare Castel Sant’Angelo (a San Pietro non la fecero entrare). Ebbi serie difficoltà quel mercoledì che la vidi intenta a leggere Beckett, completamente vestita di nero. Non ci sono pomeridiane di Aspettando Godot il mercoledì. Le chiesi se un cinema sarebbe andato bene lo stesso. Barbie si portò le mani alla bocca. Dannazione! Non ci sono cinema muti!

- Va bene un dvd? – chiesi, rovistando fra i vecchi film della libreria. Spostò le mani dalla bocca, ai capelli, e scosse la testa:

- A me piace il mare – disse.

Non importava che la portassi in battello sul fiume, alle giostre, a vedere le mostre, al cinema. Lei voleva andare al mare. Bere il tè, andare in bicicletta. E sopra ogni cosa, andare al mare.

Iniziò a farsi più pressante con questa richiesta. Di mattina, quando mi alzavo e andavo a fare pipì la trovavo in bagno, sul bordo della vasca, in costume

- A me piace il mare.

Oppure sul davanzale, in pareo e zoccoli, sdraiata al sole

- A me piace il mare.

Una volta addirittura in macchina della mamma, con pinne e maschera, in bilico sul cruscotto infuocato

- A me piace il mare.

La presi velocemente per la vita, le misi una mano sulla bocca, prima che qualcun altro potesse sentirla. La nascosi nello zaino e la tirai fuori solo una volta rientrati in camera mia. Era visibilmente contrariata, tutta avvolta nella carta del mio quaderno di matematica, con la maschera che penzolava dalla punta del piede e le pinne ormai perse nell’astuccio dei colori. Chiaro che voleva un cambio. Non mi rivolse la parola finché non le portai il vestito bianco a quadratini senza spalline

- A me piace il mare.

- Va bene, Barbie. Ti piace il mare. Ti ci porto. Dopodomani andiamo al mare.

Per la soddisfazione, mi accarezzò con una mano. Con l’altra si sistemò i capelli.

Si fece trovare sul centrino, con un cappello di paglia a falde larghe, occhiali da sole e borsa da mare. Era bellissima col suo vestito giallo pieno di margherite. Prendemmo la bicicletta, stavolta solo la mia. A lei non andava di pedalare con gli zoccoli. Arrivammo a Piramide dove lasciammo la bici per prendere il trenino “La freccia del mare”. Mezzora ed eravamo a Ostia. Durante il viaggio non disse nulla, immersa com’era nella sua Settimana enigmistica.

Alla stazione le chiesi se voleva del tè, ma lei agitò la chioma al vento e sistemò le falde del cappello.

Facemmo la strada fino alla spiaggia sempre in silenzio. Ma appena vide lo sbrilluccichio del mare fece scivolare via gli occhiali e mi incitò ad andare più veloce. Mi infilai in un fazzoletto di spiaggia libera fra due stabilimenti e non mi fermai finché non trovai un posticino libero per noi.

- Va bene qui? – le chiesi, e già il cappello di Barbie giaceva sulla sabbia. Stesi il mio telo accanto al suo e la portai sul bagnasciuga.

- Sei felice ora ? – le chiesi.

- Ho bisogno di una vacanza.

- Di una vacanza… di una vacanza Barbie? Mi hai chiesto di prendere il tè e ti ho portato a prendere il tè nei posti più belli di tutta Roma; mi hai chiesto di andare in bicicletta e ti ho scarrozzato ovunque. Hai insistito in un modo assurdo su questa cosa di venire al mare, anche a costo di farci scoprire e ti ho portato a questo maledetto mare! Ora vuoi andare in vacanza. Una vacanza da cosa esattamente? Vivi in una villa a tre piani, hai la macchina, la bicicletta, il motorino, il cavallo, il pony, una vasca idromassaggio, un camper, vestiti diversi per ogni occasione… Io ho… dodici anni, 5 euro a settimana, e… te… e non ho bisogno di una vacanza da questo. Sono felice. Tu non sei mai felice, mai soddisfatta, mai un sorriso. Pensavo fossi… diversa.

- Ho bisogno di una vacanza – ripeté.

Senza dire una parola, tornai ai nostri teli, ancora asciutti. Li piegai e li riposi nella borsa. Raccolsi il cappello, aiutai Barbie a rivestirsi, poi presi la direzione del porto. Camminai fino al terzo molo prima di vedere anima viva.
Su di una barca ormeggiata stava giocando una bambina con delle codine bionde.

- Vivi qui? – chiesi.

E lei

- No, siamo in vacanza, domani ripartiamo, andiamo a Ponza.

Presi nuovamente Barbie per la vita, con la sua borsa, il suo cappello e i suoi occhiali. Mi avvicinai alla barca e tesi il braccio verso la bambina:

- Tieni, lei è Barbie, le piace il mare, il tè e andare in bicicletta. Abbi cura di lei.

La bambina mi fece un sorrisone e poi salutò Barbie adagiata fra le sue braccia.

Mentre camminavo sul molo la sentii dire:

- Due zollette grazie.

- Buon viaggio Barbie – mormorai.

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La resa dei conti


Studiammo ogni singola mossa. Nulla fu lasciato al caso. Mi venne a trovare un martedì sera, facendosi precedere da un messaggio, lasciato nella mia cassetta delle lettere. Abitavo, allora, in una stradina buia e umida dei Lincoln’s Inn Fields. Ero appena uscito dal pub di Tommy Mappamondo (famoso per dare informazioni stradali non richieste, sempre sbagliate), ed ero piuttosto nervoso: stavo per rifilare una patacca di orologio a un turista medio-orientale (un coreano non troppo alto), per una cifra che mi avrebbe garantito qualche giorno di pasti caldi. Dal nulla, era spuntata la moglie del coreano, una lottatrice di sumo con la quale non era il caso di mettersi a discutere, e s’era portata via il marito ubriaco, urlandogli addosso frasi incomprensibili che mi avevano fatto rabbrividire.

- Hai bevuto poco, eh? –  mi chiese Tommy, convinto che, diversamente, avrei trovato il cuore di affrontare l’armadio. A parole, s’intende.

- Conosco la strada di casa – risposi.

Il biglietto nella cassetta, impeccabilmente confezionato, recitava il disegno di uno steccato oltre il quale si librava un goffo “meow” accanto a una bara e, sotto, due numeri: “1” e “9”. Le sette di sera. Non feci a tempo ad aprire la porta di casa che mi ritrovai i suoi passi inconfondibili battere contro le scale di legno dell’ingresso.

- Sali ed entra – dissi rivolgendomi ai due puntini di luce fiammeggianti che spuntavano sotto un cappello di feltro. Obbedì. Si sedette con calma, dopo essersi guardato attorno.

- Vuoi qualcosa da bere? Ho solo qualche avanzo di whisky scozzese.

Annuì. Andai in camera da letto, dove avevo il mio piccolo scrittoio; trassi da un cassetto la mezza bottiglia e due bicchieri sudici. Versai e tornai da lui.

- Allora? Hai un piano?

Si abbassò il bavero del trench e, dopo una lunga pausa, tolse le mani dai guanti; ne infilò una in tasca e ne tirò fuori una tabacchiera. Si fece una sigaretta, la portò alla bocca e l’accese. Una lunga tirata, e mi fissò. Cazzo se aveva un piano!

L’idea, che toglieva il sonno a me e il senno a lui, ormai da molti anni, era quella di rendere giustizia ai suoi “Era una notte buia e tempestosa…” respinti al mittente. Ne avevamo fantasticato più volte, immaginando supplizi da protomartire cristiano per quel maledetto mentegatto che era il direttore editoriale della Rivista. Sospingevamo spesso questi propositi davanti a una birra, che riuscivamo a sgattaiolare dalle mani prive di memoria, non solo stradale, di Tommy Mappamondo. Con parole lente e precise mi partecipò quanto aveva architettato: si trattava di mettere al rogo i locali della Rivista. Nessuno ci avrebbe mai fatto entrare nel prestigioso edificio di Tottenham Court Road, perciò la sua idea, semplice e geniale come un tramezzino al cetriolo, era quella di aspettare il Carnevale: io avrei dovuto travestirmi da palo, per segnalare eventuali presenze sospette e garantire la fuga; lui si sarebbe messo addosso una scatola enorme, che avremmo disegnato in modo da rassomigliare a un libro. Così, nessun sorvegliante avrebbe mai sospettato nulla, e sarebbe stato sufficiente un fiammifero per attuare la nostra giusta vendetta. Restava da decidere quale libro raffigurare, ma fin da subito non fummo d’accordo. Ci demmo appuntamento da Tommy, la sera dopo, per sciogliere l’ultimo dettaglio. Spense la sigaretta nel bicchiere di whisky, e se ne andò.

Il giorno appresso entrò nel pub quasi di nascosto, fece un cenno a Tom e si sedette al tavolo dove lo stavo aspettando da qualche minuto. Mi ero arrovellato tutta la notte sulla scelta del titolo, concludendo, la mattina presto e solo per l’avidità di prendere sonno, per un libro di cucina. Il solo con una trama degna di entrare in quell’opificio di luoghi comuni letterari che era la Rivista. Capii subito che non aveva la minima intenzione di travestirsi da libro di cucina. “Quei libri non camminano da soli!”, sembrava ripetermi silenziosamente, indugiando di tanto in tanto fra il boccale e la tabacchiera. Ne convenni. Ma quali alternative avevamo? Tirò fuori dal taschino della giacca un foglietto di carta. C’era scritto “Moby Dick”.

- Impossibile! – cercai di ribattere. – Ti scopriranno non appena metterai il naso fuori di casa.

Non disse nulla. Trasse dallo stesso taschino un altro foglietto: “Le anime morte”.

- Questa poi!

Dopo due ore di discussioni serrate e di foglietti, concordammo di dipingere il cartone di bianco, con sopra una casa padronale avvolta nell’edera e la scritta, pienamente percettibile, “Casa desolata”. Eravamo fieri di quella scelta. Studiata, snervante, ossessiva, come le ceneri che sarebbero rimaste di tutta la carta inutile ammassata nei locali della Rivista. L’appuntamento era per il giorno di martedì grasso, alle sei del pomeriggio, nel giardino dietro al pub di Tom Mappamondo.

Arrivammo con i travestimenti e subito ci rendemmo conto che c’era una piccola crepa nel piano: Tom ci avrebbe forse notati, perché nel giardino del pub teneva i fusti vuoti delle birre che, con ritmo almeno giornaliero, doveva sostituire con quelli pieni. In effetti, non passarono che pochi secondi e fu lo stesso Tom a toglierci ogni dubbio:

- Ma dove caspita andate con quelle maschere?! – disse uscendo dalla porticina sudicia con un fusto attaccato a ciascuna mano. Ci fu uno sguardo d’intesa: fulmineo, acchiappai Tom da dietro e, mentre il mio compare lo teneva fermo, gli legai le mani e poi lo colpii con il mio travestimento da palo. La sua testa emise il caratteristico bonk del vuoto torricelliano. Lo mettemmo in una cassa con dei fori, che portai di corsa alla stazione di Charing Cross, dove furtivamente riuscii a imbarcarla sul treno delle 18.23 per Lancaster. Tom ci avrebbe messo almeno un mese solo per capire dove si trovava: c’era tutto il tempo per attuare il piano e scappare in qualche paese dove poter chiedere asilo letterario.

Mi piazzai all’angolo di Tottenham Court Road, dove arrivammo senza alcun problema, mischiati a una folla sonante di vampiri, cowboys, politici, coriandoli, draghi e poliziotti divertiti. Aspettai che il mio amico S. superasse la guardia sonnolenta di un sorvegliante prossimo alla pensione, al quale diede a bere di essere un libro che doveva essere recensito sulle pagine della Rivista. Lo lasciai e corsi nel retro dell’edificio vittoriano che di lì a poco doveva bruciare come un eretico su una pira; avevo preparato, il giorno prima, un paio di materassi che dovevano attutire il colpo, una volta che l’inquisitore, completato il suo gravoso uffizio, si sarebbe gettato da una finestra.

Attesi lunghi minuti, mentre alle mie spalle risuonavano le canzoni, le voci, i rumori di un corteo festante. Lo vidi apparire, improvvisamente, dietro a una tenda, al secondo piano dell’edificio. Spostai i materassi sotto quella finestra, che si aprì un attimo dopo, e lo vidi gettarsi a peso morto. Riuscì a centrare un bidone della spazzatura, sconciandosi un buon numero di ossa. Scavai per riportarlo alla luce e, quando emerse imbrattato di pomodori, istintivamente gli chiesi se si era fatto molto male.

- Ho dimenticato i fiammiferi – rispose ricadendo nella mondezza

 

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SteamPeanuts con Zombie


- Ehi di casa? Aprite, per favore, non lasciatemi  fuori con tutti questi Zombie in giro. Non vorrete mica stare a guardare mentre dei cadaveri putrefatti pascolano nelle mie povere budella? Conosco delle storie straordinarie, sapete? I miei occhi hanno visto l’incredibile fine del Barone rosso. Se aprite, posso raccontarvela! Anzi lo farò da qui fuori e solo se vi piace mi farete entrare.

Mi chiamo Corto Maltese e il 21  aprile del ’18 ero sulle rive del fiume Somme con due amici. Sandy, un ufficiale, Clem un soldato. Sandy voleva scolarsi due bottiglie di Borgogna che custodivo gelosamente. Sosteneva che Clem, da ubriaco, era il miglior tiratore mai  visto. Da sbronzo aveva vinto una scommessa staccando di netto la coda di un cane a oltre cento yard di distanza con un sol colpo. Sandy era sicuro che dopo aver bevuto il mio vino, Clem avrebbe centrato al primo sparo il barone di Von Richtofen che volava in quei cieli in cerca di aerei della RAF da abbattere.

Pensai che in tempo di guerra, ora ci sei e un attimo dopo un proiettile vagante ti frega. L’idea di lasciare ai posteri due bottiglie di Côte de Nuits mi indisponeva. E poi  Clem e il suo fucile mi incuriosivano.

Accettai, scolammo il vino e ci appostammo. Ubriachi scrutavamo il cielo e cantavamo a squarciagola. Quella canzone che fa “1 10 100 e forse anche di più tutti gli aerei cadevano giù”. Stonati e urlanti. Attirammo una decina di Zombie e io e Sandy  facemmo saltare loro la testa scaricandogli contro le nostre pistole mentre Clem stava immobile con il fucile puntato in alto e con un colpo in canna.

Il Fokker rosso comparve in cielo. Io e Sandy lo seguivamo col binocolo, Clem nel mirino del fucile. Restammo tutti e quattro di stucco, noi tre a terra e il barone lassù, quando, dietro al suo triplano, si materializzò un velivolo di legno, tozzo e squadrato, in una nuvola di fumo bianco.

Cercammo con l’occhio un aerostato che giustificasse la presenza a mezz’aria di quell’assurdo cubo, ma quello volava fottendosene delle leggi della  fisica. Una caldaia per produrre il vapore e la forza motrice necessaria lì dentro non poteva starci. Si avvicinò e capimmo che cos’era. Una cuccia e sopra, seduto a pilotarla c’era un cane. Incredibile, no? Indossava un casco di cuoio bruno, occhialoni da aviatore e una sciarpa che sventolava. Scorgemmo delle forme che si disponevano nel fumo: erano lettere,  componevano una frase. Leggemmo: Ecco l’asso della prima guerra mondiale sul suo Sopwith Camel che insegue il Barone rosso. Maledetto Barone hai i minuti contati.

Ci girammo verso il Fokker per vedere la reazione di Von Richtofen. Si rotolava dalle risate. Interpretammo il labiale. “Nein sapere più cosa infentare per propaganden questi cazzonen di alleaten”. Credeva la cuccia volante un’illusione creata con un proiettore e,  per dimostrarlo, invertì la rotta facendo un cerchio in aria e la puntò. Il cane era teso, si lasciava dietro tutta una scia di goccioline di sudore.

Poco prima dell’impatto i nervi gli cedettero, tirò la cloche a se, guaendo e portò la cuccia sopra al Fokker. Fu allora che udimmo un fastidioso e sonoro ronfare. Clem. Sbronzo dormiva in piedi con il fucile puntato al cielo. Lo scuotemmo e lui per reazione sparò.

Clem, nel sonno, doveva aver confuso le scommesse, sentimmo un latrato disperato. Un codino peloso, bianco e ancora scodinzolante cadde giù  tranciato dal colpo. Il cane era saltato dal dolore mentre la cuccia proseguiva il volo. Il quadrupede era rimasto un istante in stallo a mezz’aria e poi era precipitato. Beccò in pieno la testa del barone. Un “Porkaputtanen” echeggiò nell’alto dei cieli. Il cane si aggrappava epilettico e il barone accecato cercava di toglierselo di dosso, il Fokker si avvitò. Cuccia, Fokker, cane e barone si schiantarono in terra. Ci dirigemmo sul posto litigando sulla validità, ai fini della scommessa, della fucilata al cane che indirettamente aveva causato l’abbattimento del barone.

Vedemmo movimenti  tra i rottami. I resti del barone, un accozzaglia di frattaglie e ossa disarticolate  in una divisa da aviatore strappata e tintinnante di medaglie al valore, tornavarono a muoversi. Denti uscirono da quel pasticcio di carne morta e strapparono a Clem brandelli della sua coscia. Clem puntò contro quello spezzatino con titolo nobiliare il fucile, ma il suo colpo era già stato sparato. Sandy prese la pistola e sparò alla massa informe e rosso sangue sotto al cappello dell’aviazione tedesca finché non fu ridotta a un colabrodo gocciolante materia cerebrale. Poi un urlo, vidi il sangue zampillare dalla carotide di Sandy: Clem, infettato dal barone gli era saltato al collo. Capii che ero solo. I miei amici ora erano Zombie a caccia della mia carne. Raccolsi un pezzo d’elica del Fokker e lo roteai in aria facendo esplodere le due teste come pignatte di coccio al gioco della pentolaccia.

Avete aperto, finalmente! Che bella famiglia, piacere signore, enchanté madame, che bei bambini! Come dici piccolo? Come andò finire?

Beh, sentii una fitta tremenda al piede, questo che ho infilato in mezzo alla porta. Era il cane, ricordate, l’asso della prima guerra mondiale. Mi aveva morso. Nessuno si era più curato di lui. Era uscito dai rottami, gli occhialoni incrinati, il casco di cuoio lacero e varie schegge che gli attraversavano il corpo. Affamato di carne viva si era diretto verso di me ritto sulle due zampe posteriori e con quelle anteriori protese in avanti.

Lo avreste visto arrivare ora,da quel sentiero, se non vi avessi distratto con la storia. Ma questo è il momento di fare la sua conoscenza.

Snoopy attacca!!!

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Io e Snoopy


Se dovesse mai riuscirmi di leggere questo raccontino in pubblico, nessuno potrebbe vedere il carattere che ho scelto: il century gothic. Solido, largo. E mi dispiace. Per questo, da una parte sarebbe un peccato se il racconto fosse selezionato. Se non lo fosse, del resto, rischierei da sei a otto giorni di shock da lettera di rifiuto e se avessi un parrucchiere, ovviamente mi odierebbe. Però, che delitto, il century gothic, non poterlo vedere. Poterlo solo ascoltare. Dovrei quindi utilizzare secondi preziosi per spiegare questa faccenda del century gothic, e ridurre il tempo della mia storia, e già cinque minuti sono pochi. D’altronde, nemmeno menzionarlo, il century gothic, mi farebbe sentire depressa e privata di qualcosa e forse qualche battuta la potrei dedicare. Del resto, se la meriterebbe: a voler ben vedere, tutta questa questione del century gothic mi ha aiutata a distendermi, è un carattere calmo e rotondo e ne avevo bisogno, perché da quando Snoopy mi sta sulla spalla ho un dolore insistente, uno di quei dolori che scavano e arrivano incisivi all’altezza della scapola, e poi se ne stanno lì appollaiati. Per ore e ore. Come lui, che mi vive sulla spalla destra dall’altro ieri, di profilo, con il naso dritto verso il mio orecchio. No, senza cuccia, la cuccia non l’ha portata. Voleva portarsi il Van Gogh, ma poi non ci stava. Ha solo la macchina da scrivere e scrive in american typewriter, il che renderebbe una lettura pubblica ancora più complicata. Non si capirebbe se sono io a scrivere o lui, non c’è differenza tra la pronuncia del century gothic e dell’american typewriter. Accidenti.

“Ella amava i lunghi preamboli”. “Egli si annoiava terribilmente”. “Ella disse: non possiamo andare avanti così”. “Egli scese dalla bicicletta e camminò all’indietro”. Ora sorride, toglie lo sguardo dai tasti e guarda verso il mio naso. “I miei lettori adorano i doppi sensi”. A parte tutto, vivere con Snoopy su una spalla – non voglio generalizzare, su una spalla destra – non è tanto male.

Dall’altro ieri, scrive tutto quello che faccio, tutto il santo giorno. “Ella andò al supermercato e comprò due sughi per spaghi, tre pacchi di paccheri, sei carote tritate, due rotoli di rotelline per dolci”. “Alla cassa davanti a lei c’era un signore con due occhi, un naso, una bocca e dodici milioni di capelli”. “Ella entrò in casa mentre il telefono stava per smettere di squillare, ma tanto era un cellulare e ce l’aveva in borsa e non dovette scapicollarsi”.
Insomma, fa una trascrizione in simultanea della mia vita, dettagliata, precisa, da quarantotto ore, senza dimenticare nulla. Ora devo verificare se ho sforato con il tempo. Mi serve un cronometro.
“Ella non aveva il dono della sintesi”. “Egli le donò una tesi e un’antitesi.” “Ella lo amò prolissamente per sempre”.

A dir la verità, mi dà noia che mi chiami sempre “ella”, ma non vuole rinunciare al suo stile scarno, imparato in guerra, come quello di Ernest. Questa sera siamo tornati a casa e ho dovuto stare al freddo cinque minuti sul pianerottolo mentre lui scriveva: “Ella tornò a casa dopo una giornata di duro lavoro. Abitava nella scala B, che si trovava a destra della scala A e a sinistra della C, subito prima della scala D”. “Il famoso architetto di scale voleva fare una scala E, ci aveva perso intere notti, ma poi aveva rinunciato”. Poi ha sorriso soddisfatto guardando verso il mio naso: “Un personaggio tormentato svolta sempre il racconto”.
Solo allora siamo entrati in ascensore.

Devo prendere qualche antidolorifico, ogni tanto lo sposto da una spalla all’altra, ma in fin dei conti mi piace vivere con Snoopy. È un biografo attento, affettuoso e morbido. E ha migliorato la mia vita. A parte di notte, che mi danno fastidio i tasti sul collo quando gli viene l’ispirazione, o quando, sognando, rivisita se stesso, per aumentare la denuncia sociale: “Mentre miliardi di miliardi di uomini morivano di fame, il re viveva nel lusso” o, ancora, quando si frenetizza in fase rem e batte le zampe veloci nel vuoto dando importanti anticipi su ciò che scrive, del tipo: “Fine prima parte della stupida biografia di questa stupida ragazza”.
Il titolo non l’ha rivelato, ma temo che sia “Ella ed io”. Non nel senso di dio. Nel senso di Snoopy.

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POSTAMI O DIVA… Fantareale Slam on Facebook!


Per celebrare i 25 anni della scuola di scrittura Omero (1988-2013, la prima nata in Italia) viene bandito il concorso letterario nazionale per racconti brevi “Postami o diva”.

La gara si svolgerà su Facebook e sarà dedicata ai personaggi omerici. Da Ulisse ad Achille, da Polifemo a Circe, dalle Sirene a Nausicaa, da Zeus ad Afrodite, da Ettore a Patroclo, ecc.

Per partecipare al concorso bisogna scrivere un racconto di massimo 4000 caratteri spazi inclusi che dovrà avere come protagonista uno dei personaggi dell’Iliade o dell’Odissea in un’ambientazione di taglio contemporaneo.

Il personaggio dovrà conservare le caratteristiche che gli ha assegnato Omero.

Il racconto potrà avere un plot originale oppure rifarsi, in chiave moderna, a un episodio della saga omerica.

COME PARTECIPARE

Posta il tuo testo inedito (4000 caratteri spazi inclusi max) nella bacheca fb di Scuola Omero. Da quel momento gli amici di Omero potranno votarti.

Si può partecipare con un solo racconto.

Ogni “Mi piace” che riceverà il tuo racconto-post varrà 0,1 punti. Più “Mi piace” hai, più hai la possibilità di vincere. Se arrivi per esempio a 30 “Mi piace” avrai 3 punti.

Scadenza invio racconti: martedì 30 aprile (entro le ore 23.59)

Scadenza votazione degli amici: domenica 5 maggio (entro le ore 23.59)

A quel punto i due cerimonieri del concorso Enrico e Paolo (i direttori della Scuola di scrittura Omero, che vigilano sulla regolarità della gara e decretano l’eventuale esclusione di testi offensivi e fuori tema) assegneranno un voto di qualità che va da 1 a 10 (punti pieni). Quindi se hai ricevuto 30 “Mi piace” hai 3 punti di base a cui aggiungere, ad esempio, 6 punti da parte dei cerimonieri per un totale di 9 punti.

Il comitato editoriale di Omero Editore potrà assegnare un ulteriore voto da 1 a 100 punti pieni.

I migliori racconti pervenuti verranno raccolti in un e-book gratuito che verrà editato e distribuito agli amici della pagina di Scuola Omero su facebook da Omero Editore

Proclamazione del vincitore: sulla pagina facebook di Scuola Omero domenica 12 maggio

I PREMI

1° classificato: avrà diritto a una borsa di studio di € 300 per partecipare a un corso di narrativa di scuola Omero (in aula o via mail)

2° classificato: potrà scegliere 2 libri dal catalogo di Omero Editore.

3° classificato: potrà scegliere un libro dal catalogo Omero Editore.

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Nylon


Cercavo un cacciavite. Volevo mettere a posto la mensola in cucina che da mesi sembrava fosse sul punto di staccarsi dal muro e cadere giù. Aprendo l’armadio degli attrezzi in garage avevo sentito una voce squillante e briosa uscire da un buco di gomma perfettamente rotondo. Il buco era piazzato al centro di un ovale, gli occhi grandi e spalancati disegnati su di esso fissavano il vuoto davanti a loro. In cima all’ovale, una massa di capelli neri e informi, quasi sicuramente di nylon.

- Piano, accidenti! Mi bruciano gli occhi con tutta questa luce.
- Ma… che ci fai qui?
- Che ci faccio qui? Dovresti chiedermi da quanto tempo sono qui piuttosto.
- Da quanto tempo sei qui?
- Due anni. Ma oggi sono due settimane che nessuno viene ad aprirmi, il periodo più lungo finora.
- Di chi sei?
- Secondo te?
- Di mio marito?
- Se tuo marito è un uomo alto, magro, capelli brizzolati, sulla cinquantina ben portati, che risponde al nome di Alberto allora la risposta è sì.
- Ma perché mio marito dovrebbe tenere una come te chiusa qui dentro?
- Chiedilo a lui. Ma se ti fa piacere puoi mettermi da qualche altra parte. Un posticino sul divano del salotto o in camera da letto non lo rifiuterei mica.
- Scusa, ma non mi sembrano luoghi adatti a te.
- Eccola lì, la mogliettina gelosa che si cala subito nella parte della bigotta benpensante, a difendere il suo territorio con le unghie e con i denti. Se fosse per voi quelle come me dovrebbero vivere relegate al buio.
- Non sono stata io a chiuderti in un armadio.
- Eh, ma che lingua appuntita. Me lo dice sempre Alberto che sei una donna che ha sempre la risposta pronta.
- Mio marito parla con te?
- Certo che parla con me. Mica stiamo sempre a fare quella cosa. Anzi, quello che mi piace di lui è il modo in cui mi tratta, i discorsi che fa con me, le cose che gli piace condividere. A volte mi verrebbe voglia di dirgli stai zitto e baciami scemo. Ma non lo faccio mai. Rispetto la voglia di comunicare di un uomo. E ti assicuro che Alberto è davvero eccezionale. Un uomo d’altri tempi.

- Sì, che tiene una bambola gonfiabile chiusa nell’armadio del garage.

Pensai per un attimo alle sere in cui diceva di essere stressato e si rinchiudeva qui dentro. Diceva di dedicarsi al modellismo, che la cosa lo rilassava. Avrei dovuto insospettirmi. In casa nostra non aveva mai portato un modellino di nave, aereo o qualsiasi altra cosa.

- Dammi una mano a uscire di qui e facciamo due chiacchiere come si deve. Mettimi seduta su quel divano che c’è lì.

Il divano giallo. Mio marito si era rifiutato di buttare via quell’orrore quando avevamo comprato il divano nuovo e aveva voluto tenerlo per sé qui nel garage. Pensai per un attimo a cosa potesse farci su quel divano, e provai un senso di disgusto.

- Ehi, ti sei persa? Dico a te. Puoi tirarmi fuori da questo armadio stretto e arrugginito?

Abbassai lo sguardo sul corpo di quella cosa. I seni erano due coni piccoli e un po’ sgonfi, la gomma formava tante piccole pieghe sui lati per la mancanza di aria all’interno. Le braccia ricadevano dritte sui fianchi, le mani due moncherini rigidi e privi di dita. Più in basso, un altro po’ di nylon, a formare un ciuffo di peli nel basso ventre.

- Dai che non mordo mica? Anche se volessi, non ho i denti!

Allungai le mani verso i fianchi della bambola, avvicinandomi sentii l’odore della gomma simile a quello dei copertoni di un’automobile quando sono nuovi. Al tatto, la gomma era più calda e morbida di quanto mi aspettassi, sembrava quasi pelle umana. La mia mano indugiò per qualche secondo su quei fianchi sorprendentemente tiepidi, le dita si allungarono per fare presa sul suo corpo.

- Cosa fai, tocchi? Ci stai prendendo gusto?

La voce aveva assunto un tono sarcastico, sembrava stesse per scoppiare a ridere. Istintivamente lascia la presa e ritirai le mani verso di me.

- Non credo proprio. Voglio soltanto parlare con mio marito e chiedergli il perché di tutto questo.
- Dovrai aspettare che torna dal congresso per farlo.
- Quale congresso?
- Il congresso, negli Stati Uniti. Dovrebbe tornare la prossima settimana se non ho fatto male i conti.
- Mio marito è sotto la doccia in questo momento. E’ tornato mezz’ora fa dal lavoro e sta aspettando che la cena sia pronta.
- Che stronzo. Ma perché poi? Si sarà stancato di me? Avrà trovato un’altra bambola gonfiabile? O mio Dio.

La sua voce si era fatta piagnucolosa, una cantilena irritante. Provai quasi pietà. Presi di nuovo i suoi fianchi e iniziai a tirare il suo corpo verso l’esterno dell’armadio, con delicatezza.

- Calmati dai. Non ti sei persa niente. Non è altro che un solitario, incapace di comunicare i suoi sentimenti e di avere una conversazione che duri più di tre minuti.
- Alberto? Ma se passa ore intere a parlare con me. Mi confida tutto. Sogni, emozioni, desideri.

Pensai alle volte in cui avevo paura che mio marito, con il suo carattere chiuso, i suoi sentimenti sempre repressi e mai comunicati apertamente, covasse dentro di sé una mancanza di amore nei miei confronti. Temevo potesse avere un’amante, un’altra vita al di fuori della nostra. Adesso che tenevo tra le mani questa cosa rosa e surreale pensai che in fondo non era andata poi così male.
Improvvisamente la gamba sinistra della bambola urtò contro qualcosa che sporgeva nella parete interna dell’armadio. Sentii il rumore di una lacerazione, di uno strappo, e mi ritrovai una passo indietro quasi abbracciata a lei.

- Accidenti! Stai attenta! Mi sono strappata una coscia su quel chiodo. Presto, prendi del nastro adesivo e chiudi il buco!

Feci ancora un passo indietro, ora mi trovavo quasi al centro di quell’ambiente freddo e angusto, abbracciata a una bambola gonfiabile. Amante, amica e confidente di mio marito. Un oggetto fatto di aria, gomma e nylon. Allungai le braccia dietro la sua schiena, cingendola in un abbraccio stretto. Sembrava stessimo ballando un lento così abbracciate, e in effetti mi resi conto che il mio corpo stava ruotando lentamente su se stesso.

- Smettila di stringermi! Mi farai sgonfiare così. Prendi del nastro e chiudimi la ferita ti ho detto.

La voce della bambola si stava facendo acuta e pungente, sembrava la voce di un personaggio dei cartoni animati.

Pensai a mio marito, in questo momento nudo sotto un getto di acqua calda. Mi ricordai come il suo corpo una volta mi causava eccitazione a guardarlo, era impossibile che girasse nudo per casa senza che io facessi pensieri su di lui o gli saltassi addosso.
In effetti, anche adesso l’idea di lui sotto la doccia mi causò un brivido, provai il desiderio di correre in bagno ed entrare lì dentro con lui. Strinsi l’abbraccio, sempre di più.

- Basta! Ti prego non stringere ancora ti prego! Non farmi questo ho bisogno di vivere ancora, ho bisogno di vedere Alberto, devo dirgli che lo amo che mi manca che non posso stare senza di lui.

Con tutta la forza che avevo nelle braccia, continuai a stringere senza fermarmi. La bambola continuava a ripetermi di smetterla senza sosta, ma la sua voce si faceva sempre più piccola, sempre più lontana, finché non scomparve del tutto. Le mie braccia ora stringevano il mio stesso corpo, l’oggetto che una volta stavano abbracciando era diventato una cosa sgonfia e informe, un velo di gomma, due occhi disegnati e un ciuffetto di peli di nylon.

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Solitario


- Quella stronza di Barbie m’ha buttato fuori di casa – disse Ken emergendo da un cartone vicino al cassonetto.

- Quando? – feci mentre lo osservavo dispiaciuto. Era sporco, seminudo. Con una mano si teneva la gamba destra.

- Oggi, così… all’improvviso. E mi sono trovato in mezzo alla strada nel giro di pochi minuti.

Mi sembrò di scorgere una lacrima sotto la fioca luce del lampione.

- Possibile non ci fossero state delle avvisaglie, vi vedevo così affiatati, sempre insieme …

Non è la solita stupida domanda, credetemi, ne so qualcosa io di litigi: i miei sono divorziati da sempre e vivo da mia madre che dopo un’altra figlia ha fatto fuori pure il secondo marito.

- Beh, a dire la verità ultimamente si era come spezzato qualcosa. Lei mi rimproverava di cambiare troppo spesso, di non essere stabile. Ma non era colpa mia, lo sai come viviamo: un giorno piloti, poi astronauti, magari settimane intere  in costume su di una spiaggia inesistente a far finta di guardare il culo alle Bratz. Ma è questo il nostro lavoro, la nostra vita!

- E allora lei? Quando vi ho conosciuti era sempre vestita da aerobica, poi l’ho vista in ogni salsa: pattinatrice, fashion, cavallerizza… credo che abbia fatto tutto tranne la suora! – dissi appoggiandogli la mano sulla spalla mentre zoppicava. Ci avviammo verso casa mia. Gli avevo offerto ospitalità. Cosa rara per me, non invito mai nessuno. O forse nessuno vuol essere invitato da me, un sedicenne con le pustole in faccia alto meno di mezzo metro. Mentre procedevamo affiancati affrontai l’argomento più spinoso.

- Ma… in quel campo lì le cose tra di voi come andavano?

- Bene, ti giuro, sempre bene… almeno così ho sempre creduto. Altrimenti come avremmo fatto a fare una barca di figli? Skippy, Ricky, Taffy, Cippy, Cioppy… con tutti quei cazzo di nomi che manco me li ricordo bene… Mi mancano da morire, sai?

- Lo credo, ma possibile che non ti abbia dato dei vestiti per coprirti, che ne so, la tua auto, la tua moto… Non hai neppure le scarpe!

- Tutto, si è tenuta tutto: le case, il camper,la barca… In fondo una volta l’aveva detto che la sua aspirazione era diventare Barbie divorziata… Ma io credevo scherzasse, che fosse solo una barzelletta!

Non mi meravigliai: mia madre non aveva fatto nulla di diverso in tutti e due i matrimoni. Arrivammo a casa. Prima di entrare mi fece un’ultima confessione.

- Voglio essere sincero con te. La verità è che c’è un altro. Facevo fatica a dirtelo, sono molto orgoglioso, lo sai.

-Chi? Chi è quello stronzo! –urlai come se la cosa mi riguardasse da vicino.

- Quel plasticone di Big Jim!

Non potevo credere che ancora una volta vincessero i muscoli palestrati sull’intelligenza e la sensibilità, ma dovevo aspettarmelo visto che io non venivo filato da nessuno e non solo per la statura.

- Ma  non ti sei accorto di nulla?

- E’ stato infido, ha lavorato piano piano. Prima con la scusa della ginnastica, poi approfittando della mia gamba che ogni tanto si stacca. Ma poi si riattacca subito, lo sa fare anche un bambino di cinque anni! Insomma quei due facevano tutto insieme: in barca, sulla mia auto, addirittura lui tirava l’osso al mio cane! E io spesso rimanevo nello scatolone con la mia gamba disarticolata ad aspettare l’ora di cena. Così la stronza ha cominciato a dire che non ero abbastanza prestante, che era stanca di stare con un invalido…

- Che dici? Me lo ricordo benissimo la figura da figo che facevi col completino surf!

- Tu sì… lei non più. Ormai voleva i muscoli a pagnottella.

Mi sembrava piangesse quando passammo davanti alla camera di Carlotta. Ebbi la sensazione avesse sbirciato troppo dentro, ma lì per lì non ci feci caso. Pensai fosse normale per uno che non conosceva ancora la casa. E invece avrei dovuto fare più attenzione.

I primi giorni passarono tranquillamente, almeno così mi sembrava. Un po’ giocavamo,un po’ guardavamo la tv o stavamo al computer. Sentivamo la musica sul mio I-pod, e grazie a lui mi appassionai al country. Finalmente mi si era aperto il mondo di una sana, solida amicizia virile. Quand’ero a scuola rimaneva in camera mia, sul comodino o sul letto, e al mio ritorno era sempre una gran festa, quella di ritrovarsi tra amici. Così almeno credevo.

Il patatrac avvenne quando Carlotta ebbe la tonsillite e non andò a scuola per un bel pezzo. Non avevo niente in contrario che lo portasse in camera sua e ci giocasse, purché facesse attenzione alla gamba, ma quando tornavo non lo trovavo mai al suo posto e me lo dovevo andare a prendere nella stanza di Carlotta. Non era solo questo. Il fatto è che lo vedevo strano, come se si sforzasse di sembrare felice di vedermi. Quando uscivamo dalla stanza poi si voltava sempre indietro, quasi gli dispiacesse.

- Che hai? C’è qualcosa?

- Niente, niente lo giuro.

Ora che avevo un amico volevo essere sicuro che non si stufasse di me.

- Che vuoi fare? Andiamo su uno di quei siti di bambole con le tette di plastica e poi ci chiudiamo in bagno?

- No…no… fa niente … guardiamo la tele…

E poi si addormentava.

- Facciamo un giro in bici, oppure ti porto in tram. Ti metto nel taschino davanti, come piace a te!

- Non mi va… Preferisco restare a casa.

- Ho capito… pensi ancora a Barbie. Ma quello è un capitolo chiuso ormai. Per come ti ha trattato poi…

- Sì, hai ragione… Ti spiace se sto un po’ nel cassetto del comodino?

Pensavo ingenuamente che fosse un po’ depresso. Mi era venuta l’idea di portarlo dalla mia psic, per farlo parlare al posto mio. Non potevo immaginare cosa lo stronzo covasse dentro. Finché una settimana fa…

- Senti, ti devo parlare.

- Certo, dimmi…

- E’ già da un po’… Ma non volevo ferirti.

- Tranquillo, dai… comincia.

E invece stavo già morendo.

- Da stasera cambio stanza, vado da Carlotta.

- Certo, da Carlotta, che problema c’è, in fondo è la mia sorellina. Quando vorrò potrò sempre venire lì per stare un po’ insieme!

Questa è la risposta che avrei voluto dare e invece cominciai a urlare sbatacchiandolo.

- Che cos’ha quella merda della mia sorellastra che io non ho! Dimmelo! Dimmelo, cazzo!

- Calmati, non pensavo te la prendessi così, credevo di poter parlare con te da uomo ad uomo, perché di cose da uomini si tratta…

- Cosa mi devi dire? Cosa?

- Mi sono innamorato. E’ un affare serio.

- Non di lei! Ti prego dimmi non di quella stronzetta di Carlotta!

- No, no… è una bambola come me…  insomma…è Sbrodolina!

- Sbrodolina? Ma come hai potuto! Lei è molto più grande di te!

- Quando si ama questo non vuol dire nulla.

- Ti rendi conto che sei il suo toyboy? Quando si stuferà non venire a piangere da me!

- Lei non si stuferà, abbiamo un legame profondo noi! Anche col suo bambino… Cicciobello Bua!

- Quell’orrendo moccioso che vive col termometro nel culo? – gridai.

- Non ti permetto di parlare così di un piccolo orfano sfortunato!

Mi diede un ceffone che mi lasciò a lungo l’impronta sulla guancia. Cominciai a singhiozzare e quando riaprii gli occhi se ne era già tornato nella camera di Carlotta. Così finì il sogno della mia amicizia con quell’ingrato. Da allora non ci siamo più parlati. A volte lo vedo di sfuggita quando passo per il corridoio ma preferisco tirare dritto. Mi sembra felice, cosa che io non sono. Penso che se tornasse indietro gli perdonerei tutto, pur di averlo ancora vicino, pur di avere un amico tutto per me, che mi aspetta e mi rispetta. E invece sono sempre solo. Profondamente solo. Non cerco e non mi cerca nessuno. Per quelli della scuola sono il Puffo Solitario.

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Pezzi di cane


L’uomo decide di abbandonare il cane. Prende la pallina preferita, prende il cane scodinzolante, sale sulla macchina e va verso la piazzola di un’autostrada abbandonata. L’uomo scende con la pallina in mano, fa scendere il cane, che scodinzola felice, lancia la pallina oltre il guard rail. Mentre il cane saetta verso la pallina l’uomo sale sulla macchina. Il cane, oltre il guard rail con la pallina tra i denti, guarda il padrone andar via.

Il giorno dopo l’uomo sente grattare alla porta. L’uomo apre e il cane è lì che scodinzola e lascia cadere la pallina ai piedi del padrone. L’uomo decide di abbandonare il cane più lontano e allora individua una fabbrica demolita a centinaia e centinaia di chilometri da casa. L’uomo scende dalla macchina con la pallina in mano, scende anche il cane. L’uomo lancia la pallina e centra una finestra rotta della fabbrica e il cane schizza alla ricerca. L’uomo entra in macchina. Dalla finestra rotta il cane, con la pallina in bocca, guarda il padrone svignarsela.

Il giorno dopo l’uomo sente grattare alla porta. L’uomo apre e il cane è lì che scodinzola e lascia cadere la pallina ai piedi del padrone. L’uomo non crede ai suoi occhi, ma che poteva fare se non portare il cane ancora più lontano, lontanissimo, magari su un’isola deserta.

L’uomo scende dal motoscafo con la pallina in mano. Il cane lo segue scodinzolante, pronto per un nuovo gioco. Quando il cane saetta dietro la pallina l’uomo monta sul motoscafo. Il cane, tra i cespugli secchi dell’isola e con la pallina tra i denti, guarda l’uomo allontanarsi con il motoscafo verso l’orizzonte.

Il giorno dopo l’uomo sente grattare alla porta. L’uomo apre e il cane è lì che scodinzola e lascia cadere la pallina ai piedi del padrone. L’uomo porta ancora una volta il cane lontano lontano lontano, in un deserto. L’uomo scende dalla jeep con la pallina in mano, il cane lo segue, l’uomo gli lancia la pallina, il cane saetta scodinzolando dietro la pallina, l’uomo gli spara da dietro. L’uomo vede chiaramente il cane accasciarsi con un guaito e la pallina rotolare via. L’uomo si avvicina, si accerta che il cane sia morto poi con una mannaia da cucina fa a pezzi il cane. Poi scava una buca nella sabbia e seppellisce pezzi di cane e pallina. Alla fine del lavoro l’uomo sale sulla jeep. I pezzi di cane guardano la jeep sparire dietro le dune.

Il giorno dopo l’uomo sente grattare alla porta, sente grattare alle finestre, sente grattare ai muri.

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Il cavillo


Il cavillo è un piccolo quadrupede dalla folta criniera e dal carattere bizzoso che vive nelle riunioni di condominio, nei tribunali e nelle discussioni tra coppie in crisi.

E’ molto furbo e si nasconde tra le righe, pertanto non è facile avvistarlo ma una volta trovato impedisce la conclusione di qualsivoglia accordo, intesa o contratto. Per questo gli esseri umani normali preferiscono non cercarlo, mentre avvocati e piantagrane di ogni tipo gli danno una caccia serrata che ne fa rischiare l’estinzione.

Anche perché il cavillo si riproduce con molta difficoltà, visto che l’unione di due cavilli, già ardua per il carattere puntiglioso, è resa pressoché impossibile dal grido d’amore emesso all’unisono:

-Ho trovato un cavillo per la riproduzione!- che ne sancisce al contempo il desiderio e l’impossibilità di metterlo in atto.

Pertanto nel Wisconsin si è tentato di ibridare il cavillo incrociandolo in vitro con il vizio di forma, ma l’esperimento è stato bloccato da un gruppo di creazionisti che hanno trovato un cavillo per la sua realizzazione.

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