Le cinque di mattina, un acquazzone estivo precipitava sul tetto della sua mansarda, si tirò su. Appoggiò la fronte alla finestra, giù la strada era deserta, un fiume marrone si insinuava sotto le ruote delle macchine, nei buchi delle fognature, nei cassonetti buttati giù dal vento. Quella vista lo sgonfiò di nuovo sul cuscino, allargò un braccio e gli sembrò di toccare quelle spalle amate, la conca morbida della nuca. Si alzò dal letto trascinò i piedi fino al salotto e dalla libreria prese la sua foto che più amava, avrà avuto otto anni. Eva sorrideva da una cornice giallo limone, il collo faceva ancora la piega morbida dell’infanzia. Con l’indice seguì piano il profilo della guancia, accarezzò la linea perfetta del naso fino al mento tondo di bambina. Avvicinò la foto alle labbra e baciandola disegnò un’aureola di vapore sulla fronte. Non si ricordava neanche più perché si erano lasciati, sapeva solo che non riusciva a dimenticarla. Pochi passi e aprì la vetrata della terrazza, un rigagnolo di pioggia scorreva fisso verso il tubo dello scolo, Tommaso alzò gli occhi e dietro le nuvole vide un sole che albeggiava noncurante. Si arrotolò i pantaloni del pigiama fino alle ginocchia e salì sul cornicione. Il gasometro gli fece l’occhiolino, non era la prima volta che vedeva quella scena. Nulla, stava quasi per tornare a letto rassegnato, quando arrivò il primo fremito, come uno sternuto represso, uno spasmo che gli piegava il collo su una spalla e gli vibrava nel torace. A quel punto un’ala piumata si srotolò viva, animalesca, da una fessura della pelle del braccio, congiungendo il polso all’anca. Stesso fremito e ne uscì un’altra. Finalmente! Erano mesi! Le ali non uscivano a comando, ci voleva cuore e un buon motivo per volare. Tommaso caricò sui polpacci, raccolse le ali strette intorno al corpo e saltò precipitando a peso morto. Poi spalancò le braccia: con un urto finì sparato in alto, come un paracadutista, stesso tonfo, mentre il vento cominciava a spingerlo in avanti. Riaprì gli occhi in basso: i pantaloni del pigiama si erano accartocciati al suolo, lo stomaco era sottosopra, le guance battevano sui denti come vele. Un colpo deciso di ala destra per virare con insolita eleganza, e poteva già godersi il volo. Urlava di gioia e annusava l’aria e assaggiava la pioggia e guardava i tetti scrostati dei palazzi, i nidi sui platani del lungotevere, le chiatte sul fiume, e le nuvole in alto che si disfacevano. A San Giovanni si fermò a riposare accovacciato sull’obelisco, scotolò le piume bagnate poi strofinò la testa dentro un’ala e riemerse allungando il collo. Guardò rapace prima a destra e poi a sinistra e poi di nuovo giù in picchiata su via Merulana tutto raccolto ad ali chiuse velocissimo e poi di nuovo su come una montagna russa. A Piazza Vittorio cominciò a intravedere il tetto, spostò l’assetto indietro, aprì le ali per frenare e planò scomposto sul cornicione della finestra. Le gambe ammortizzarono male, ondeggiò avanti sulle punte e indietro sui talloni sbattendo forte le ali e poi si aggrappò con le unghie alla finestra di vetro. Era solo accostata, Eva dormiva su un fianco riparandosi dalla luce. Fece per scendere dal davanzale ma sentì che le ali non erano rientrate. Prese a insaccarle nella fessura del braccio, spingeva la roba in dentro e serrava i lembi di pelle con tutta la forza, e di nuovo, come si chiude una valigia piena zeppa. Quando non ci fu traccia visibile di piume si addensò sognante sulle labbra del suo amore. Due occhi azzurri incantevoli si dischiusero appena, Eva ricambiò quel bacio in silenzio, come se lo stesse aspettando, e poi gli cinse lentamente le mani intorno al collo tirandolo a sé, e quando i corpi furono uniti gli strinse dolcemente le cosce sul bacino. Lui le baciò il collo e le sussurrò ti amo in un orecchio mordicchiando il lobo.
- Ohi – fece Eva, – ma che hai?
- Ti ho fatto male?
- No non l’orecchio, qui - e indicò un graffio rosso all’altezza delle costole.
Tommaso non fece in tempo a stringere le braccia sui fianchi che le ali erano già uscite e si muovevano, come una maledizione celestiale, e
- Ahia, ma che scherzo è? - una piuma finì dritta in un occhio di Eva che schizzò fuori dal materasso.
- Vai in bagno a metterti l’acqua che qui me la vedo io! – ma le ali cominciarono a sbattere sempre più forte e Tommaso rimbalzava sul soffitto e poi a terra e “ohi” “ahi” starnazzando come un pollo in una nube di piume bianche. Nel tentativo di ancorarsi a terra travolse la libreria cinese, regalo della nonna, poi squarciò la serigrafia di Pistoletto, copia unica, Eva urlava spaventata.
- Smettila di urlare piuttosto chiama la LIPU il WWF la neuro fai qualcosa. L’arredamento franava insieme al suo sogno d’amore, non poteva rimanere, decise di tentare un primo decollo di fortuna. Prese il davanzale della finestra con uno stinco e rimbalzò indietro, gli si annebbiò la vista dal dolore, respirò, un po’ di rincorsa e di nuovo motori al massimo. Questa volta centrò in pieno il cassone della tapparella con la fronte, il legno fece un boato flettendosi in dentro, svenne sul colpo. Quando si riprese sentì Eva che parlottava al telefono con qualcuno, forse la polizia. Salì sul materasso e saltò una prima volta, poi sfruttò l’inerzia e saltò ancora più in alto, la terza volta spinse in avanti verso il rettangolo della finestra e si tuffò nel vuoto. Un soffio di vento lo accompagnò in alto con una carezza. Nel cielo di Roma si sentì echeggiare “l’uselin dela comare l’uselin volea volare”.
I migliori post a giugno 2010 finiranno in una nuova Antologia del Fantareale edita da Omero Editore. Partecipa anche tu.

Il pesce spago, anche detto rocchetto o matassina di mare, ha una morfologia che si discosta sensibilmente dalle altre specie ittiche conosciute e rappresenta, senz’ombra di dubbio, una delle forme più bizzarre del mondo sommerso. Di pochi millimetri di diametro, il corpo del pesce spago può raggiungere in età adulta i 5 m di lunghezza. Sul muso allungato brillano due occhietti neri, la coda è a delta. La livrea è gialla nel maschio e nera nella femmina. Conosciuto sin dal tempo dei Romani, secondo Plinio il Vecchio, l’origine del nome di Portofino (Portus Phini) è da ricondurre al gran numero di questi pesci sottili che popolavano le acque circostanti il golfo. In posizione di riposo l’animale ricorda un gomitolo di corda. Può essere osservato appoggiato sul fondo del mare dove cattura le prede avvolgendole in un abbraccio mortale e se ne ciba staccandone piccolissimi pezzi. Lungo le spiagge della riviera di levante capita di scovare grossi pesci (tonni o ricciole) soffocati tra le spire del pesce spago. Questo è il principale ingrediente del “salame di mare”, la tradizionale pietanza essiccata dei camalli genovesi. E’ degli ultimi mesi la notizia dell’iscrizione del pesce spago nell’elenco delle 500 specie viventi a rischio di estinzione. Pur non avendo carni di pregio, infatti, sempre più spesso l’anguillide finisce per essere catturato dai pescherecci che battono il Golfo Ligure. Gli spago vivono generalmente isolati in acque profonde, tuttavia «durante il periodo estivo – spiega il Prof. Parodi dell’Acquario di Genova – essi fanno ritorno nei luoghi dove sono nati per deporre le uova. Capita allora, che i maschi scambino per femmine di spago le reti a strascico e, nel tentativo di accoppiarsi, si avviluppino strenuamente alle maglie, creando una trama, fitta e palpitante». A fatica i verricelli dei pescherecci recuperano dal mare un giallo groviglio insanguinato. Il fenomeno – che attira turisti da ogni parte del mondo – è noto come “la spaghettata di agosto”.
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Francesco querido,
Dopo che gli zampironi erano spariti, non c’era rimasto niente che ci potesse proteggere dagli attacchi della tartaruga di mare. Avevo cercato di ordinare altri zampironi, sia per posta che telefonicamente, ma la linea telefonica era stata interrotta e il servizio postale era smesso da circa due settimane. Più ci pensavo, più mi convincevo che niente poteva impedire a quella furbastra di tartaruga marina di fare quel che più le piaceva. Finora era stata costretta a bere vecchia acqua salmastra, grazie agli zampironi che avevamo con noi. Ma ora probabilmente stava sorridendo dentro di sé soddisfatta, nel fondo del profondo mare blu, forse ridacchiando un po’, e facendo un riposino in attesa della notte.
La lettura era per lui una passione. Divenne poi un lavoro. Infine, fu la sua ossessione.
Nella stanza ovale di Carla, nella sua stanza più luminosa e calda, viveva un tappeto. Non c’era nulla in quella stanza che l’attirasse come quel tappeto. Nero e rosso riposava fiero su un pavimento di marmo avorio, sentieri di lava incandescente rubavano spazio a un oblio quadrato. Carla non poteva calpestare con i piedi il tappeto perché si sentiva offeso e piangeva; ma lei poteva sdraiarcisi nuda nelle fredde notti d’inverno. Spesso se lo arrotolava attorno e lo srotolava veloce per farlo giocare, lui rideva a crepapelle e lei era felice di questo.
Non vi chiediamo di essere visionari come Gianni Morandi quando raccontava che Bella Belinda parlava d’amore con l’insalata dopo aver fatto palline di pane e aver visto gli occhi di Lui galleggiare nel bicchiere. Non vi chiediamo neanche la stessa sensibilità di Elio, quando riscriveva in chiave moderna la triste storia del fantasma formaggino che finiva spalmato su un panino. Non vi chiediamo tanto! Vi chiediamo solo di mettere mano a uno dei vostri sensi più interessanti: IL GUSTO! Scrivete un racconto che mischi i sapori, o il mangiare o l’assaporare (o una dimensione del gustare a noi ancora sconosciuta) con una realtà vista in una maniera meno banale del solito.
Noi non siamo scarpe, siamo Manolo Blahnik, e siamo perfette.
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