Ali


aliLe cinque di mattina, un acquazzone estivo precipitava sul tetto della sua mansarda, si tirò su. Appoggiò la fronte alla finestra, giù la strada era deserta, un fiume marrone si insinuava sotto le ruote delle macchine, nei buchi delle fognature, nei cassonetti buttati giù dal vento. Quella vista lo sgonfiò di nuovo sul cuscino, allargò un braccio e gli sembrò di toccare quelle spalle amate, la conca morbida della nuca. Si alzò dal letto trascinò i piedi fino al salotto e dalla libreria prese la sua foto che più amava, avrà avuto otto anni. Eva sorrideva da una cornice giallo limone, il collo faceva ancora la piega morbida dell’infanzia. Con l’indice seguì piano il profilo della guancia, accarezzò la linea perfetta del naso fino al mento tondo di bambina. Avvicinò la foto alle labbra e baciandola disegnò un’aureola di vapore sulla fronte. Non si ricordava neanche più perché si erano lasciati, sapeva solo che non riusciva a dimenticarla. Pochi passi e aprì la vetrata della terrazza, un rigagnolo di pioggia scorreva fisso verso il tubo dello scolo, Tommaso alzò gli occhi e dietro le nuvole vide un sole che albeggiava noncurante. Si arrotolò i pantaloni del pigiama fino alle ginocchia e salì sul cornicione. Il gasometro gli fece l’occhiolino, non era la prima volta che vedeva quella scena. Nulla, stava quasi per tornare a letto rassegnato, quando arrivò il  primo fremito, come uno sternuto represso, uno spasmo che gli piegava il collo su una spalla e gli vibrava nel torace. A quel punto un’ala piumata si srotolò viva, animalesca, da una fessura della pelle del braccio, congiungendo il polso all’anca. Stesso fremito e ne uscì un’altra. Finalmente! Erano mesi! Le ali non uscivano a comando, ci voleva cuore e un buon motivo per volare. Tommaso caricò sui polpacci, raccolse  le ali strette intorno al corpo e saltò precipitando a peso morto. Poi spalancò le braccia: con un urto finì sparato in alto, come un paracadutista, stesso tonfo, mentre il vento cominciava a spingerlo in avanti. Riaprì gli occhi in basso: i pantaloni del pigiama si erano accartocciati al suolo, lo stomaco era sottosopra, le guance battevano sui denti come vele. Un colpo deciso di ala destra per virare con insolita eleganza, e poteva già godersi il volo. Urlava di gioia e annusava l’aria e assaggiava la pioggia e guardava i tetti scrostati dei palazzi, i nidi sui platani del lungotevere, le chiatte sul fiume, e le nuvole in alto che si disfacevano. A San Giovanni si fermò a riposare accovacciato sull’obelisco, scotolò le piume  bagnate poi strofinò la testa dentro un’ala e riemerse allungando il collo. Guardò rapace prima a destra e poi a sinistra e poi di nuovo giù in picchiata su via Merulana tutto raccolto ad ali chiuse velocissimo e poi di nuovo su come una montagna russa. A Piazza Vittorio cominciò a intravedere il tetto, spostò l’assetto indietro, aprì le ali per frenare e planò scomposto sul cornicione della finestra. Le gambe ammortizzarono male, ondeggiò avanti sulle punte e indietro sui talloni sbattendo forte le ali e poi si aggrappò con le unghie alla finestra di vetro. Era solo accostata, Eva dormiva su un fianco riparandosi dalla luce. Fece per scendere dal davanzale ma sentì che le ali non erano rientrate. Prese a insaccarle nella fessura del braccio, spingeva la roba in dentro e serrava i lembi di pelle con tutta la forza, e di nuovo, come si chiude una valigia piena zeppa. Quando non ci fu traccia visibile di piume si addensò sognante sulle labbra del suo amore. Due occhi azzurri incantevoli si dischiusero appena, Eva ricambiò quel bacio in silenzio, come se lo stesse aspettando, e poi gli cinse lentamente le mani intorno al collo tirandolo a sé, e quando i corpi furono uniti gli strinse dolcemente le cosce sul bacino. Lui le baciò il collo e le sussurrò ti amo in un orecchio mordicchiando il lobo.
- Ohi – fece Eva, – ma che hai?
- Ti ho fatto male?
- No non l’orecchio, qui - e indicò un graffio rosso all’altezza delle costole.
Tommaso non fece in tempo a stringere le braccia sui fianchi che le ali erano già uscite e si muovevano, come una maledizione celestiale,  e
- Ahia, ma che scherzo  è? - una piuma finì dritta in un occhio di Eva che schizzò fuori dal materasso.
- Vai in bagno a metterti l’acqua che qui me la vedo io! – ma le ali cominciarono a sbattere sempre più forte e Tommaso rimbalzava sul soffitto e poi a terra e “ohi” “ahi” starnazzando come un pollo in una nube di piume bianche. Nel tentativo di ancorarsi a terra travolse la libreria cinese, regalo della nonna, poi squarciò la serigrafia di Pistoletto, copia unica, Eva urlava spaventata.
- Smettila di urlare piuttosto chiama la LIPU il WWF la neuro fai qualcosa. L’arredamento franava insieme al suo sogno d’amore, non poteva rimanere, decise di tentare un primo decollo di fortuna. Prese il davanzale della finestra con uno stinco e rimbalzò indietro, gli si annebbiò la vista dal dolore, respirò, un po’ di rincorsa e di nuovo motori al massimo. Questa volta centrò in pieno il cassone della tapparella con la fronte,  il legno fece un boato flettendosi in dentro, svenne sul colpo. Quando si riprese sentì Eva che parlottava al telefono con qualcuno, forse la polizia. Salì sul materasso e saltò una prima volta, poi sfruttò l’inerzia e saltò ancora più in alto, la terza volta spinse in avanti verso il rettangolo della finestra e si tuffò nel vuoto. Un soffio di vento lo accompagnò in alto con una carezza. Nel cielo di Roma si sentì echeggiare “l’uselin dela comare l’uselin volea volare”.

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Il pesce spago (anguilla coquìnaris)


pesce spagoIl pesce spago, anche detto rocchetto o matassina di mare, ha una morfologia che si discosta sensibilmente dalle altre specie ittiche conosciute e rappresenta, senz’ombra di dubbio, una delle forme più bizzarre del mondo sommerso. Di pochi millimetri di diametro, il corpo del pesce spago  può raggiungere in età adulta i 5 m di lunghezza. Sul muso allungato brillano due occhietti neri, la coda è a delta. La livrea è gialla nel maschio e nera nella femmina. Conosciuto sin dal tempo dei Romani, secondo Plinio il Vecchio, l’origine del nome di Portofino (Portus Phini) è da ricondurre al gran numero di questi pesci sottili che popolavano le acque circostanti il golfo. In posizione di riposo l’animale ricorda un gomitolo di corda. Può essere osservato appoggiato sul fondo del mare dove cattura le prede avvolgendole in un abbraccio mortale e se ne ciba staccandone piccolissimi pezzi. Lungo le spiagge della riviera di levante capita di scovare grossi pesci (tonni o ricciole) soffocati tra le spire del pesce spago. Questo è il principale ingrediente del “salame di mare”, la tradizionale pietanza essiccata dei camalli genovesi. E’ degli ultimi mesi la notizia dell’iscrizione del pesce spago nell’elenco delle 500 specie viventi a rischio di estinzione. Pur non avendo carni di pregio, infatti, sempre più spesso l’anguillide finisce per essere catturato dai pescherecci che battono il Golfo Ligure. Gli spago vivono generalmente isolati in acque profonde, tuttavia «durante il periodo estivo – spiega il Prof. Parodi dell’Acquario di Genova – essi fanno ritorno nei luoghi dove sono nati per deporre le uova. Capita allora, che i maschi scambino per femmine di spago le reti a strascico e, nel tentativo di accoppiarsi, si avviluppino strenuamente alle maglie, creando una trama, fitta e palpitante». A fatica i verricelli dei pescherecci recuperano dal mare un giallo groviglio insanguinato. Il fenomeno – che attira turisti da ogni parte del mondo – è noto come “la spaghettata di agosto”.

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La procedura


burocraziaFrancesco querido,
sono molto stupita dal tuo comportamento, non avrei mai pensato di dover ricordare proprio a te che il Sistema si tiene in piedi grazie alle sue regole ferree. Quando siamo entrati a farne parte abbiamo fatto una scelta, che fosse una strada senza ritorno era chiaro, era scritto nero su bianco. Ho appena ricevuto una promozione, ed è bene che tu sappia che non chiuderò un occhio, neanche per te, soprattutto non per te. Sei andato troppo in profondità perché i tuoi comportamenti possano essere ignorati. Nel mio Dipartimento nessuno mai si lascerà corrompere, puoi starne certo. La sportellista del turno B mi ha detto che hai promesso alla Signora G. che presto avrebbe visto accettata la sua richiesta, senza bisogno di fare la trafila. La trafila qui all’Ufficio non l’ha mai saltata nessuno, neanche amici e parenti, e non vedo perché adesso questa mujercita con i tacchi alti e una zaffata di profumo che la precede di tre passi dovrebbe fare eccezione, “mi hanno detto che IO non devo riempire neanche un modulo” gracchiava con quella sua voce stridula da gran donna simulata. Non sarai mica tanto inebriato da dimenticare di averlo scritto tu il regolamento? LA TRAFILA DEVE ESSERE IRRAGIONEVOLMENTE COMPLICATA PER CHIUNQUE.

Cara Maria,
non ho intenzione di giustificarmi, e non pretendo che tu mi creda, mi sono limitato a promettere, ma non ho mai veramente pensato di mantenere la mia parola… Il suo profumo da quattro soldi mi eccita, il suo culo mi eccita, mi eccita il suo abuso di congiuntivi, e più di tutto adoro darle l’illusione di poter comandare in casa d’altri. “Come potrebbe una regina perdere il suo tempo a compilare moduli?” le ho detto, e lei, avvicinandosi pericolosamente alle mie narici mi ha preso il mento con la punta delle dita e ha risposto “Lei è un gran cavaliere, non vedo l’ora di andare fare due chiacchiere nella sua scuderia”.
A proposito ho lavorato ancora sui moduli. Sono arrivato al modulo Esasperazione 38Q6b. Incomprensibili e inattaccabili, credo siano il mio capolavoro. Però mi domando se davvero stiamo agendo per il meglio. Se esageriamo nel complicare le cose la gente potrebbe rinunciare prima ancora di aver tentato. Mi hanno dato il resoconto dell’ultimo trimestre dove si registra un lieve calo delle richieste.

Querido,
come ben sai, lievi cali e aumenti delle richieste sono fisiologici e ricorrenti. Ad ogni modo se anche credessi che a farti parlare è il tuo amore per la causa e non il prurito dei sensi, non potrei trovarmi d’accordo con te: una scorciatoia, anche una sola rovinerebbe tutto. Non ho intenzione di rischiare il posto facendo esperimenti. LA TRAFILA DEVE ESSERE IRRAGIONEVOLMENTE COMPLICATA PER CHIUNQUE.

Maria mia adorata,
questa donna che tanto disprezzi potrebbe diventare simbolo della vittoria facile, di un’ingannevole speranza. Cerca di mettere da parte la gelosia e facci un pensiero. Noi adesso la facciamo uscire con il suo trofeo, il rossetto rosso e lo spacco inguinale (io me la porto in scuderia e mi prendo il premio che mi sono guadagnato). Perderemo punti d’accordo, scenderemo in classifica per un po’, ma poi lei inizierà a parlare, e dirà in giro che ha trovato gente che è disposta a vendere una scorciatoia per quattro soldi se non addirittura per un breve giro a cavallo e allora la gente incomincerà a chiedere di noi e noi potremo tirar fuori tutte le armi che nel frattempo avremo affilato, avremo servito a dovere la causa e saliremo sul podio anche quest’anno.

Querido,
potrei accettare solo a una condizione, ma non so se sarai d’accordo, perché ieri vedendovi insieme mi sono fatta l’idea che questa maiala ti piaccia sul serio, altro che scuderia, cavalli e trofei. La condizione è che dopo averla fatta vincere e aver pubblicizzato a dovere la faccenda qualcuno trovi un cavillo che la riporti al punto di partenza con una penalizzazione di almeno dodici cartelle, dalle stelle alle stalle in dodici ore, non si parlerebbe d’altro per mesi. LA TRAFILA DEVE ESSERE IRRAGIONEVOLMENTE COMPLICATA PER CHIUNQUE.

Cara,
non capisco cosa ti stia succedendo. Perché dovresti gettare la mia fragoletta nel mucchio? Vuoi anche denunciarmi al Comitato Centrale per aver amoreggiato, se non addirittura per essermi innamorato di una richiedente? Ho detto innamorato, ma non mi fraintendere, è il suo rotondo ben di Dio, forse è la bocca affamata ad avermi tradito, l’essere stato accolto da una venere nuda in un letto di ciliegie…  Abbiamo il tasso di suicidi più alto che si sia visto nella storia dell’Ufficio, anzi degli Uffici in Europa e forse nel Mondo, quindi noi, personalmente abbiamo già vinto. In fin dei conti le statistiche parlano chiaro, ma forse la gelosia, e la sete di potere ti stanno accecando e ti sei dimenticata di quale sia la vera missione e i suoi obiettivi. La gara dovrebbe essere solo un incentivo. Per bilanciare il basso tasso di natalità bisogna fare sì che coloro che hanno lavorato per maturare la pensione si suicidino prima di arrivare a goderne. Chiaro? Abbiamo ben dieci anni per raggiungere il bilanciamento perfetto (1,2/48⁵÷(5∏⁴)). Il nostro scopo è umanitario, di certo non è vincere la gara. Ti ricordi?

Caro,
lo so, questo è un programma a lunga scadenza, i numeri si devono fare nel tempo, anche perché non possiamo dare nell’occhio. Uno statistico esperto potrebbe anche accorgersi del giochetto, e magari qualcuno potrebbe guardarci dentro e fare scoppiare uno scandalo. Ripristineranno l’impiccagione solo per fare di noi agenti i capri espiatori di una strategia che invece parte dalle più alte vette dello stato. Il campione non deve essere troppo omogeneo, vanno prese in  considerazione anche persone sposate (4 punti il singolo, 120 (!!!!) se in coppia), e anche qualche giovane. Morti inutili, ma solo apparentemente. È chiaro che uno con trentacinque anni di lavoro sulle spalle, a parità di stipendio vale il triplo di uno che ne ha dieci, ma è la somma che fa il totale, me lo hai insegnato tu querido. Ad ogni modo tu frecita deliciosa è un pezzo da novanta, ha uno stipendio talmente alto che i suoi quarant’anni ne valgono sessanta, non ha mariti, parenti, figli… Ahi mi amor, quasi dimenticavo, magari tu non c’entri, ma mi è arrivata voce che qualche imbecille ha deciso di aiutare la ciliegina a riprodursi, proprio ieri ha fatto richiesta del 14F36b2, quindi è già alla sesta settimana e non c’è tempo da perdere. Abbiamo già avviato la procedura d’emergenza, amorcito, ti consiglio di iniziare la tua scorpacciata stasera stessa, la resistenza media è 35 gg. (record mondiale 72 gg. e 3 ore).
LA TRAFILA DEVE ESSERE IRRAGIONEVOLMENTE COMPLICATA PER CHIUNQUE.

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Julio Iglesias


julio iglesiasDopo che gli zampironi erano spariti, non c’era rimasto niente che ci potesse proteggere dagli attacchi della tartaruga di mare. Avevo cercato di ordinare altri zampironi, sia per posta che telefonicamente, ma la linea telefonica era stata interrotta e il servizio postale era smesso da circa due settimane. Più ci pensavo, più mi convincevo che niente poteva impedire a quella furbastra di tartaruga marina di fare quel che più le piaceva. Finora era stata costretta a bere vecchia acqua salmastra, grazie agli zampironi che avevamo con noi. Ma ora probabilmente stava sorridendo dentro di sé soddisfatta, nel fondo del profondo mare blu, forse ridacchiando un po’, e facendo un riposino in attesa della notte.
- Siamo fregati, - mi disse lei – quando scende la notte, saremo divorati dalla tartaruga marina.
- Non dobbiamo abbandonare la speranza, – dissi – se spremiamo i nostri cervelli, riusciremo a sconfiggere quell’orribile tartaruga di mare.
- Ma la tartaruga di mare ha rubato tutti i nostri zampironi.
- Dobbiamo cercare di ragionare. Se la tartaruga di mare odia così tanto gli zampironi, ci deve essere qualcos’altro che odia in egual misura.
- Per esempio?
- Julio Iglesias - dissi.
- Perché Julio Iglesias? - mi chiese.
- Non lo so. Mi è venuto improvvisamente in mente. Una sorta di intuizione.
Seguendo il mio istinto, misi Begin the Begine di Julio Iglesias sul giradischi dell’impianto stereo e aspettai il tramonto. Quando fosse diventato buio, la tartaruga di mare avrebbe certamente lanciato il suo attacco. Tutto si sarebbe deciso in quel momento: che noi saremmo stati divorati, o che la tartaruga di mare avrebbe pianto.
Appena prima di mezzanotte, sentii il rumore di passi mollicci vicino all’ingresso, e immediatamente appoggiai la puntina sul disco. Quando la voce zuccherosa di Julio Iglesias cominciò a cantare Begin the Begine, i passi si fermarono immediatamente, e si poterono invece sentire i lamenti angosciati della tartaruga di mare. Avevamo sconfitto la tartaruga di mare. Quella notte, Julio Iglesias cantò Begin the Begine 126 volte. Sebbene anche io odio Julio Iglesias, era assai meno peggio della tartaruga di mare.

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Il lettore


lettoreLa lettura era per lui una passione. Divenne poi un lavoro. Infine, fu la sua ossessione.
Quando fu assunto come lettore presso una piccola casa editrice, ne fu oltremodo contento. È il sogno di tutti, in fondo, fare del proprio hobby una professione. Certo, il guadagno era misero. Ma lui era bravo, dannatamente bravo. Se ne accorsero e cominciarono ad affidargli sempre più manoscritti. Presto si ritrovò a prodursi in veri e propri corpo a corpo con le montagne di stampati che straripavano dalla sua scrivania. Ma sempre il suo ingegno e il suo gusto riuscivano a domare la ritrosia della cellulosa. Con un’occhiata separava il grano dal loglio. Scremava ancora, e di quel che rimaneva nel setaccio individuava i pregi e le potenzialità inespresse. Le gonfiava fino a oscurare il resto. Poi recuperava il telefono e contattava l’autore. Lo torchiava, lo piegava non alla sua volontà, ma all’opportuno, e lo conduceva per mano sulle auguste scale delle classifiche di vendita.
La sua fama crebbe insieme a quella della casa editrice. Adesso guadagnava bene, ma non sembrava interessargli. Iniziò nuove collaborazioni. Da ogni angolo del Paese gli inviavano i manoscritti. Assunse un segretario personale che si occupasse dell’archiviazione. La mattina gli portava il caffè e una volta a settimana entrava nel suo studio con una carriola straripante di carta. Anche di contattare autori e editori se ne occupava l’assistente. Lui gli passava un foglietto sotto la porta e, per le risposte, l’assistente si comportava nello stesso modo. Ma anche questi semplici contatti andarono sempre più diradandosi. Le frasi che su quei foglietti il suo assistente vergava per conto terzi erano sempre le stesse: “Va bene”, “Faccia come ritiene opportuno”, “Mi fido ciecamente della sua competenza” e via dicendo. Ben presto smise di leggerli. A volte si dimenticava di mangiare per giornate intere, perso com’era nelle sue letture. Poteva capitargli di ripetere ad alta voce una frase che lo aveva particolarmente colpito. Il suono della sua voce gli giungeva estraneo, aspro e come arrugginito. Capitava anche che si dimenticasse di andare a dormire, e l’alba di un giorno nuovo, per tutti ma non per lui, lo sorprendesse curvo sulle sue carte, gli occhi pigiati dalla stanchezza e la volontà inesausta.
Quando però dormiva, accadeva che avesse degli incubi. Sognava di rimanere schiacciato da montagne di carta o soffocato tra le pagine di un libro. Si risvegliava sudato da un mondo di analfabeti o da un cupo futuro in cui tutti gli alberi erano stati abbattuti. Ma più spesso sognava romanzi. Ed era anche peggio. Non sognava più la realtà, e forse i suoi non si possono neppure definire sogni, come li intendiamo nell’accezione comune. Non sognava per immagini, per così dire, non gli venivano in visita proiezioni oniriche, bensì frasi, capitoli e interi racconti. Capitava anche che riprendesse a sognare la medesima opera (che forse era stata scritta, forse no, chi poteva dirlo?) dal punto in cui l’aveva lasciata la notte precedente. Lui non vedeva i suoi sogni. Li leggeva. E quasi sempre erano letture che lo ossessionavano. Non erano diverse da quelle che faceva di giorno, ma ciò che nella veglia riusciva a digerire – mostruosità logico-sintattiche che, con l’esperienza, aveva imparato a tollerare, o al massimo a ignorare – nella versione onirica gli appariva in tutta la sua esasperante ottusità. E, ovviamente, non poteva esimersi da tali letture. Raccapricciava di fronte a plot di poliziotti disillusi ma dal cuore tenero. Inorridiva per maghetti che vanno a scuola e vampiri che lavorano in banca. Soccombeva sotto interminabili dialoghi di adolescenti innamorati ed esageratamente sgrammaticati, che allucchettavano le loro giovinezze alle ringhiere di un ponte. Invocava pietà, dibattendosi nel sudario delle lenzuola, al cospetto di sorrisi sempre smaglianti, di albe immancabilmente radiose e di sguardi affilati come lame.
Decise di smettere di dormire.
Questo, va da sé, accorciò notevolmente la durata della sua vita. Per prima cosa, com’era prevedibile, perse la vista. Ma ciò non gli impedì di continuare il suo lavoro senza troppe difficoltà. Aveva ormai una confidenza tale con i manoscritti che sempre più copiosi si accumulavano sulla sua scrivania, che gli bastava sfiorarli con le dita per capire di che cosa trattassero e quale fosse il loro reale valore. In fondo, già da tempo non c’era più niente da inventare, al massimo si trattava di rimescolare. E lui, solo al tatto, scorrendo le dita come su una pagina in linguaggio braille, riusciva a individuare gli ingredienti e la loro combinazione. Andò avanti così per degli anni, e quando i suoi polpastrelli furono consumati del tutto, si affidò all’udito, e prese ad ascoltare, strusciando l’orecchio sulle pagine a stampa, che cosa i manoscritti avessero da dirgli. Quando percepiva la musica era un buon segno. Allora si impegnava a sezionarla e laddove era carente di un determinato strumento, consigliava all’autore d’intervenire, laddove la melodia sembrava ristagnare, di accelerarne il ritmo. Divenuto sordo, prese ad annusare le pagine, e come un abile profumista sapeva cogliere i differenti aromi e capire quale miscela si attagliava meglio alla pelle dell’opera. Quando infine anche il suo olfatto svanì, prese a leccare le pagine come fossero cosparse di gelato. Ovviamente, la sua esperienza era tale che solo al gusto riusciva a individuare i potenziali best-sellers.
Quando si sentì allo stremo, raccolse tutte le forze e si alzò dalla sedia. Girò intorno alla scrivania e si fermò in mezzo alla stanza nella quale aveva trascorso la maggior parte della sua esistenza. Chiuso ermeticamente in se stesso, si sforzò senza successo di ricordare com’era. Allora si provò a immaginarla, ma nella sua testa si formavano solo parole ormai scisse da ogni referente extra-linguistico. La stanza poteva essere angusta, stipata, ventilata, luminosa e perfino ariosa. Ma lui non riusciva a percepire la ristrettezza, né il senso di soffocamento, non aveva idea di cosa fossero l’aria fresca e la luce, né tanto meno lo spazio fisico, di cui non aveva mai avvertito la necessità.
Allora chiamò l’assistente che non vedeva da anni e, senza riuscire a rappresentarselo o ad associarlo a un suono o a un odore, al suo nome abbinò le parole “vecchio”, “barba”, “gobbo” e “fedele”, ormai senza suono e senza significato. Gli disse di chiamare il notaio, e nella sua mente balenarono le parole “sorriso”, “soldi”, “panzone” e “stronzo”.
Quella notte stessa morì.
La lettura del testamento avvenne una settimana più tardi. Non avendo parenti né amici, i soldi che non aveva mai avuto occasione di spendere andarono tutti alla Biblioteca Nazionale, così come la casa e i libri di sua proprietà. A questo punto il notaio bevve un sorso d’acqua e si schiarì la voce, prima di riprendere la lettura: “Desidero infine che il mio sangue e i miei succhi gastrici vengano utilizzati per la produzione d’inchiostro, mentre la colla prodotta dalle mie ossa potrebbe essere proficuamente impiegata nella rilegatura dei volumi. Infine, benché avvizzita, se adeguatamente conciata la mia pelle potrebbe tornare utile per copertinare certi volumi di pregio o le cosiddette strenne”.
La sua passione si era compiuta.

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Il tappeto e la donna


tappeto e donnaNella stanza ovale di Carla, nella sua stanza più luminosa e calda, viveva un tappeto. Non c’era nulla in quella stanza che l’attirasse come quel tappeto. Nero e rosso riposava fiero su un pavimento di marmo avorio, sentieri di lava incandescente rubavano spazio a un oblio quadrato. Carla non poteva calpestare con i piedi il tappeto perché si sentiva offeso e piangeva; ma lei poteva sdraiarcisi nuda nelle fredde notti d’inverno. Spesso se lo arrotolava attorno e lo srotolava veloce per farlo giocare, lui rideva a crepapelle e lei era felice di questo.
- L’ultima volta, ti prego! 
La implorava come un bambino che vuole giocare solo altri cinque minuti… Spesso Carla ci faceva l’amore. Era morbido e accogliente; era lei che gli faceva il bagno, era lei che lo asciugava con gli ioni che non seccano le fibre del pelo. Era lei che gli toglieva la polvere, che delle volte gli scatenava crisi allergiche. Gli passava l’aspirapolvere e con il suo risucchio gli provocava miriadi di piccole erezioni ai filetti di lana, che al tappeto facevano venire la pelle d’oca. Pezzo per pezzo passava in rassegna ogni punto della stoffa, e ci ripassava tante volte.
- Basta! Non ce la faccio più.
A queste parole Carla spegneva il folletto, si inginocchiava e lo carezzava delicatamente in tutte le direzioni, disegnando spirali. Così faceva calmare il suo tappeto.
- Stavolta hai esagerato. 
Bofonchiava lui provando a rilassarsi.
- Pensavo ti piacesse, scusa.
Piangeva Carla piegata sul suo tappeto, come Cenerentola a strofinare.
Di lì a poco si spogliava e nuda cominciava a strusciarsi sulla sua superficie sensuale e accogliente; si solleticava i capezzoli e muovendosi con il corpo nutriva il monte di Venere.
- Ti piace?
Le chiedeva il tappeto ansimando.
- Sì, da morire, grazie.
Il tappeto era l’unico essere cui Carla teneva. Alla mattina lo esponeva al sole, lo stendeva sotto il davanzale della camera ovale, i raggi penetravano rassicuranti dentro le trame della stoffa.
Negli ultimi tempi Carla non lavorava più, si spogliava nuda e si sdraiava in compagnia di una pipetta d’oppio, immergendosi nel fervente tappeto. Sognava la luna che le parlava, il sole che arrossiva e bambini che formavano il girotondo.
- Poi mi rimetterai all’aria? Non voglio puzzare di fumo.
- Sì, certo amore mio, speriamo non piova.
Preparava da mangiare Carla, un po’ di latte, una fetta di pane e marmellata e così si nutriva, seduta sul pavimento affianco al suo bel tappeto che a volte neanche buon appetito le diceva. Nelle sere invernali capitava che Carla prima di coricarsi sull’amante, prendeva un piumone trapuntato, e lui iniziava ad urlare:
- Così mi tradisci! Non voglio estranei!
Carla, infreddolita ma lusingata, riponeva il piumone e nuda si copriva col suo tappeto.
Era povera Carla, ormai da troppo tempo, viveva solo per l’amore di quel manto da terra, aveva smesso di lavorare, smesso di studiare, smesso di vedere gli amici. Non avrebbe mai permesso al suo tappeto di sentirsi solo, lui viveva grazie a lei, e lei di conseguenza viveva per lui. Isolata Carla non si preoccupava di nulla finché la banca le sottrasse alcuni dei mobili di casa. Via il comò, via il tavolo, via il divano…ma non quel tappeto. Chi le avrebbe accostato al corpo tanto calore? Quando si sentiva depressa, il tappeto permetteva a Carla di stare seduta su di lui, per curiosare dalla finestra. La chiamava, quando lei si sdraiava sul letto per starsene un poco da sola:
- Carla! Vieni a vedere quanti stormi di uccelli si vedono!
Gridava da una stanza all’altra sentendosi d’improvviso solo. E Carla, svelta andava a fargli compagnia. 
Alla sua ultima visita,  l’ufficiale giudiziario ammonì Carla, come di consueto, promettendole però che il tappeto sarebbe stato l’ultimo oggetto a esserle sottratto.
Carla una mattina si alzò e uscì a raccogliere delle margherite nel giardinetto sotto casa, le grida del tappeto riecheggiavano nella tromba delle scale, mentre svelta scendeva i gradini a due a due.
-Dove vai? Non devi lasciarmi solo!
Urlava straziante. Poco dopo si ritrovò cosparso di piccoli fiorellini odorosi e seppe solo sibilare timido:
- Non farlo più.
Carla non rispose, era un giorno speciale, si spogliò davanti a lui e sotto le note di un Preludio, si inginocchiò e gli prese le due estremità dove la stoffa formava i vertici del quadrato; come se dovesse aiutare un uomo sdraiato a mettersi seduto. Si portò i lembi sul viso e iniziò a baciarli coccolandosi da sola. Fece l’amore con il tappeto e a lui piacque più di tutte le volte. Carla si sentiva agitata, il cuore le pulsava nelle tempie; tuttavia percepiva una coda di pazienza e rassegnazione.
-Io ti amo.
Disse al tappeto. E con un coltello iniziò furiosa a colpirlo, bucandolo e lacerandolo. Brandelli di stoffa vecchia colavano dal tappeto, con le viscere di fuori il tappeto esalò l’ultimo respiro e morì. Se non poteva essere suo per sempre, non sarebbe stato di nessun altro.

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Fantareale Slam Speciale Gusto!


20100228-labbra1Non vi chiediamo di essere visionari come Gianni Morandi quando raccontava che Bella Belinda parlava d’amore con l’insalata dopo aver fatto palline di pane e aver visto gli occhi di Lui galleggiare nel bicchiere. Non vi chiediamo neanche la stessa sensibilità di Elio, quando riscriveva in chiave moderna la triste storia del fantasma formaggino che finiva spalmato su un panino. Non vi chiediamo tanto! Vi chiediamo solo di mettere mano a uno dei vostri sensi più interessanti: IL GUSTO! Scrivete un racconto che mischi i sapori, o il mangiare o l’assaporare (o una dimensione del gustare a noi ancora sconosciuta) con una realtà vista in una maniera meno banale del solito.

Perché? Per mettervi in gioco durante una serata a base di cibo e letteratura.

Giovedì 18 marzo alle 21.00, nel locale Antù – spazio/laboratorio dedicato all’ecosostenibilità – in via G. Libetta 15 C, zona Ostiense a Roma, si svolgerà il Fantareale slam speciale gusto!

* Per questo speciale al vincitore toccheranno 150 euro messi in palio da Omero più un Pinot Nero Cantine Pisoni 2007 da agricoltura biodinamica offerto da Antù, mentre al secondo classificato andrà un Merlot Casale Mattia 2007 da agricoltura biologica.

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I migliori post a giugno 2010 finiranno in una nuova Antologia del Fantareale edita da Omero Editore. Partecipa anche tu.

La crisi


Manolo BlahnikNoi non siamo scarpe, siamo Manolo Blahnik, e siamo perfette.
Abbiamo stile, eleganza, classe. Sappiamo essere originali, semplici e deliziose. In particolare, noi due abbiamo una grazia estrema: siamo bianche, di un bianco opaco provenzale; il nostro tacco a spillo è alto e vertiginoso e la punta addolcita è raffinata come poche. Il cinturino sul collo del piede è sottile e leggero, e illumina il piede. Anche le star di Sex and the City ci hanno desiderato, e per noi è motivo di grande vanto.
Oggi, un’elegante signora dell’Upper East Side di New York ci ha acquistate per spedirci a Roma, la magnifica capitale del paese della moda. Siamo emozionatissime ma dobbiamo stare attente a non farci prendere dall’entusiasmo; arrossendo potremmo perdere parte del nostro bellissimo colore perlaceo. Siamo state prese dalla vetrina e rinchiuse in una scatola, dove nessuno ci può ammirare, ma poco male, perché in un giorno o due saremo le scarpe più invidiate della terra. Passeggeremo per le strade di via dei Condotti e scenderemo le scale di piazza di Spagna. Non potremmo desiderare di meglio. L’elegante signora ci ha acquistate per regalarci a sua figlia, una giovane donna che vive a Roma.
-Lei -, le sentiamo dire al commesso, – è abituata al top del top.
La ascoltiamo mentre all’ufficio postale ordina all’addetta alle spedizioni di scrivere sul pacco FRAGILE. Questa, con fare presuntuoso, le risponde che non può perché tra i materiali fragili non sono comprese le scarpe.
- Queste non sono scarpe, mia cara, queste sono Manolo Blahnik.
- SIGNORA! MA PERCHE’ NON LO HA DETTO PRIMA? – ha esclamato la signorina.
Ebbene sì. Anche noi siamo fragili e delicate, come il vetro. Quello di Murano, s’intende. 
Il viaggio è lungo e stancante, ma noi anche con le avversità riusciamo a mantenere un equilibrio che neanche il Buddha, in secoli di ricerca, è mai riuscito a trovare. Siamo perfette, lo abbiamo detto subito. Giungiamo a destinazione un tantino frastornate, ma contente. La giovane donna è bellissima e vive in un attico che affaccia sul Colosseo. Apre la scatola, ci guarda:
- Finalmente!- esclama felice.
Tra poco ci indosserà e ci sentiremo al settimo cielo. Quando il marito torna, noi siamo sulla console dell’ingresso in bella mostra.
-Finalmente!- esclama anche lui.
Non abbiamo mai sentito un uomo gioire alla nostra vista, ma c’è sempre una prima volta. 
La sera stessa ci portano in un bellissimo locale vicino piazza Navona. Scopriamo così che qui è stata organizzata una mostra collettiva sulla crisi economica. Sono presenti artisti da tutto il mondo e il marito della nostra proprietaria è uno di questi. E’ olandese, o inglese o forse irlandese, non riusciamo a capirlo. Quello che riusciamo a capire, però, è che vuole esporci. Sicuramente vorrà dire a tutti che nonostante tutto, le Manolo son sempre le Manolo. E infatti, ci appoggia su di un bellissimo telo ricamato e ci copre con una teca di vetro. La teca esalta la nostra bellezza e ci fa sentire preziose come diamanti. Finalmente hanno capito come si trattano un paio di Manolo. L’artista ci prende e con la nostra bella teca ci mette su di una colonna. Di fronte a noi c’è uno specchio che ci permette di ammirarci in tutto il nostro splendore. Lui e la moglie ci guardano, si guardano con complicità e vanno via. Non appena la mostra viene aperta al pubblico vengono verso di noi con giornalisti e critici al seguito. E’ un momento unico, ci vedranno sulle televisioni di tutto il mondo. L’artista brinda con la moglie e con il curatore. Prima di bere, alza il calice pieno di quello che supponiamo sia vino pregiato, poi alza la teca e getta il liquido sul telo ricamato. Sta brindando con noi, che gentleman! La moglie, con la stessa complicità di prima, getta all’interno della teca un fiammifero acceso. Il titolo dell’opera viene infine affisso dal curatore. Si legge a chiare lettere.
E’ Il falò della vanità.

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La verità su Paganini


paganini(…)
- Di Paganini si raccontano cose straordinarie.
- Che non ripeteva?
- Questo è niente. Sai che nei suoi concerti (naturalmente non nei concerti altrui, perché non glielo avrebbero permesso), prima di attaccare un pezzo, spezzava tre corde del violino e poi suonava su una corda sola?
- Meraviglioso.
- Pensa che ogni suo concerto costava un occhio del capo solo di corde rotte.
- E’ straordinario.
- Perché lui le spezzava sempre. Era più la spesa per le corde spezzate che l’incasso. Gli impresari avevano un diavolo per capello.
- Lo credo bene. Ma invece di spezzare le corde prima di suonare…
- Non poteva spezzarle dopo, vuoi dire?
- No. Dico: non poteva presentarsi con un violino a una corda sola?
- Monocorde, intendi?
- Me l’hai tolto dalla bocca.
- Fortuna che non era un concertista d’arpa.
- Ma Paganini ha fatto cose ben più straordinarie.
- Non tenti per caso di fare impressione sulle anime semplici con ragguagli mendaci?
- No. Una volta, mentre eseguiva un concerto, strappò prima una corda, poi un’altra, indi la terza e all’ultimo la quarta. E continuò a suonare.
- Senza corde?
- Se ti dico che le aveva strappate! E poi strappò gli applausi.
- Lui strappava tutto.
- Tutto. Non si salvava niente. Una volta, pensa, dopo aver strappato le corde, si strappò persino le falde della marsina e continuò a suonare.
- A Parigi?
- Non so se a Parigi o nei dintorni.
- Era un diavolo.
- Un’altra volta, dopo aver strappato le corde, si strappò i capelli.
- Per la disperazione di non avere altro da strappare?
- No, perché non poteva suonare. Un’altra volta suonò con un violino rotto. A Parigi, dopo aver strappato le corde, spezzò l’archetto e continuò a suonare. A Vienna ruppe anche il pianoforte dell’accompagnatore, e continuò a suonare.
- Lui continuava sempre a suonare.
- Sempre. Non smetteva nemmeno con le cannonate.
- Magnifico, superbo, immenso.
- Umile, serafico, sentimentale. Quanto più poteva rompere più era contento. Ma la maggior impresa, la cosa più straordinaria la fece a Lucca.
- Sentiamo. Ardo.
- Prima di cominciare un concerto, spezzò le corde, infranse l’archetto, sfondò il violino in testa al pianista, prese a calci tutti gli spettatori della prima fila e poi suonò un bellissimo pezzo.
- Con un altro violino?
- Questo non te lo so dire.
- Comunque, è sempre una cosa meravigliosa.
- Indubbiamente. Una volta strappò tre corde ed eseguì la Sesta di Beethoven sulla quarta, una terza sotto per la seconda volta a una prima.
- Dove?
- A Ottawa.

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Guida in 30 punti che un gangster deve seguire per conquistare una donna


godfellas

(Foglio anonimo rinvenuto nelle casseforti delle abitazioni di alcuni spietati goodfellas degli anni ’70)

1 ) Una volta che ti sei reso conto di essere innamorato di una donna, datti una scadenza entro la quale farla tua. Massimo due mesi. Non di più.

2 ) Se lavori per un boss, chiedi al tuo boss, spiegandogli in maniera chiara le ragioni, un periodo di vacanza. Te lo concederà: di solito i capi sono sensibili a certe cose.

3 ) Sfrutta ora il tempo libero ottenuto per seguirla giorno e notte.

4 ) Memorizza dove lavora e dove abita.

5 ) Se risulta essere già accompagnata, avvicina con circospezione l’accompagnatore, invitalo a salire nella tua auto e portalo a fare un giretto fuori porta; a quel punto, con la macchina ben nascosta in una strada sterrata di campagna, gli palesi il tuo interesse verso la sua attuale donna e gli chiedi cortesemente di farsi da parte. Se il tizio dovesse fare storie gli ripeti il concetto spezzandogli il pollice della mano destra; se poi, anche dopo quest’ulteriore, pacato invito a eclissarsi, dovesse continuare ad avere remore, uccidilo e sotterra il corpo velocemente.

6 ) Cerca di riscoprire il tuo lato sensibile e affettuoso; se proprio ti riesce difficile guardati film romantici tendenti al tragico; Via col vento e Love Story, ad esempio, possono andar bene.

7 ) Pensa a un’altra identità.

8 ) Pensa a un’altra professione, e informati su di essa nella maniera più dettagliata possibile; se per caso, prima di uccidere persone e fare affari criminosi, hai svolto altre mansioni, sfrutta il ricordo di quelle.

9 ) Datti un po’ di tempo per risolvere alla perfezione i punti 1 2 3 4 5 6 7 8; una volta risolti vai al punto 10.

10 ) Passa all’azione simulando, su una strada dove la donzella è solita camminare, uno scontro fortuito.

11 ) Presentati con decisione, educazione e dolcezza.

12 ) Se si tratta di una ragazza alla quale hai eliminato il ragazzo, solo in questo caso, indugia un po’ di più sulla dolcezza.

13 ) Dopo che vi siete presentati vattene senza aggiungere altro.

14 ) Aspetta una settimana, poi, fai scattare il secondo incontro, che deve avvenire nello stesso posto del primo, e apparire, anche questo, abbastanza fortuito.

15 ) Questa volta sii più confidenziale, e invitala a cena fuori.

16 ) Prima di andare al grande incontro, liberati di ogni arma; se proprio non ce la fai, fatti bastare una pistola di piccolo calibro attaccata al polpaccio.

17 ) Indossa il tuo vestito migliore.

18 ) Metti il tuo profumo migliore.

19 ) Metti sul viso il tuo sguardo più affascinante.

20 ) Arriva davanti alla sua abitazione puntuale.

21 ) Aspettala fuori dalla macchina.

22 ) Appena arriva baciale la mano, aprile lo sportello e falla salire.

23 ) Evita assolutamente, night, ristoranti, quartieri, strade, che frequenti in veste lavorativa.

24 ) Evita assolutamente durante la serata di fare conversazioni sul livello di criminalità nel paese.

25 ) Quando desidera, riaccompagnala a casa senza fare storie.

26 ) Parcheggia l’auto un po’ defilata dalla sua abitazione.

27 ) Intensifica lo sguardo affascinante che hai messo sul viso prima di uscire di casa.

28 ) Intensificalo di più.

29 ) Avvolgile dolcemente il braccio intorno al collo.

30 ) Baciala appassionatamente.

Ora stammi a sentire: se sei arrivato senza intoppi fino al punto 30 bravo! Hai fatto la tua conquista. Ma se invece, durante il tempo che ti sei prefissato, non sei riuscito ad andare oltre il punto 15, cioè se in poche parole la ragazza ha sempre rifiutato i tuoi inviti a cena e i tuoi corteggiamenti, allora procedi, esattamente nell’ordine in cui te li menziono, con i seguenti 4 punti d’emergenza, che chiameremo bis.

1 bis ) Vai in una gioielleria ed entra in possesso (valuta tu se pagarlo o no) dell’anello più costoso.

2 bis ) Recati davanti a casa sua, chiedile gentilmente di uscire fuori e dille qual è il tuo vero lavoro.

3 bis ) Minaccia di morte lei e tutti i suoi cari.

4 bis ) Dalle l’anello e chiedile direttamente di sposarti. Stai tranquillo! Questa volta sarà un sì al 100%.

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