Incontro col vampiro


Chi di noi nel corso della sua vita non ha mai incontrato un vampiro? A me è successo poco tempo fa, durante una festa in campagna, a casa di amici.
C’era questo bel ragazzo moro, tanto pallido e tanto in disparte, e io lo guardavo con una certa insistenza perché ero incuriosita dai suoi occhi che avevano insoliti riflessi rossastri. Lui deve aver notato che lo guardavo e si è avvicinato per attaccare discorso. Probabilmente avrei dovuto cominciare a intuire qualcosa quando si è presentato come Canino Bloodylove, ma in quel momento mi era sembrato un nome come tanti altri. Dopo i primi convenevoli piuttosto banali durante i quali discutemmo del mio gruppo sanguigno, mi invitò a ballare. Era un ballerino prodigioso, tanto che ci pestammo i piedi solo raramente, ma era freddo come un blocco di ghiaccio e glielo dissi.
- E’ normale – rispose lui – io sono un non-morto.
- Che c’entra –  replicai. – Anch’io non sono morta, ma neanche sono così fredda! Tu, secondo me, stai covando un’influenza.
- Tu non capisci! – sibilò allora con gli occhi che sembravano due lanterne rosse. – Io sono un non-morto, non-vivo!
- A me sembri soprattutto un po’ confuso – replicai io che proprio non riuscivo a capire. – Forse è meglio che vieni fuori al sole, così magari ti si scongela il cervello.
Lui che era già pallido diventò terreo.
- No!- urlò. – Alla luce tutti mi vedrebbero brillare!
- Senti dolcezza – gli dissi allora con malcelata irritazione. – Sei bellino, ma così te la tiri veramente un po’ troppo.
- Io non mi tiro un bel niente! – rispose lui ancora più seccato. – Semmai io lo tiro agli altri! Anzi, spostati in quell’angolo buio che ti do un morso.
Capirai, io ho due fratelli maschi e quello voleva fare a morsi con me! Così gli ho allungato un pestone e, quando si è chinato, l’ho morso sul collo.
A quel punto Canino si è trasformato in un pipistrello ed è scappato via, mentre a me è rimasto in bocca per giorni uno sgradevole sapore di topo.
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El diablo


Provate voi a scatenare l’ira dell’inferno pesando quattro etti scarsi!

Vorrei vedervi.

Eppure c’era un tempo in cui il mio nome avrebbe fatto tremare di paura chiunque lo avesse sentito pronunciare. Le mie fattezze infernali avrebbero rizzato i peli sulla vostra schiena e spezzato il fiato nei vostri polmoni, contorcendo le vostre budella in uno spasmo isterico.

Avreste chiesto pietà, e io non ve la avrei concessa, ovviamente.

Io sono Dantalion, demone di classe A, sottoposto direttamente a sua Altezza Infernale. Braccio destro di Satana, mente di Belzebù. Sono il consigliere di Lucifero, lo sguardo micidiale della Gorgone e i coglioni onnipotenti di Jezebel. Le piaghe mi temono, la carestia mi da del lei, la lebbra mi evita e la peste mi rifà il letto.

Il Principale, si sa, non ha un carattere propriamente mansueto, la sua ira implacabile si scaglia sulle anime dannate tanto quanto sui suoi sudditi devoti. Un giorno mi colse in flagrante mentre oziavo dalle parti del girone dei lussuriosi e per punizione, per purificarmi e anche perché gli girava così, mi ritrovai incarnato in una inferiore forma di vita canide a pelo lungo, da voi volgarmente chiamata Chihuahua.

Un obbrobrio piccolo e isterico.

Ricardo fui battezzato dalla mia tredicenne padrona, con una “ci” sola perché faceva più chic.

Il giorno del mio arrivo non riuscivo a credere alla mia sfortuna, avrei voluto suicidarmi gettandomi dal divano del salotto, se quella mentecatta mi avesse mollato soltanto per un secondo.

La prima notte in quella casa staccai la testa a morsi a tre bambole, pisciai sulla collezione di uova Fabergé di sua madre e feci del tappeto persiano accanto al letto il mio defecatoio personale. A nulla servirono queste malefatte, il suo amore per me cresceva sempre di più.

Disgustato da cotanto sfoggio di buoni sentimenti, passai i miei primi giorni di vita terrena abbaiando e ringhiando a chiunque, montando qualsiasi caviglia mi capitasse a tiro e sbranando una collezione intera di scarpe di Prada.

Come risposta, ricevevo coccole e croccantini. Più diffondevo odio e distruzione, più mi rimpinzavano d’amore.

Una tortura, altro che l’inferno.

Poi accadde una cosa. Mi accorsi che la nostra dirimpettaia, donna dalle forme di scrofa e dalla voce squillante, era proprietaria di un magnifico esemplare di sesso femminile della mia stessa razza.

Una cosetta bianca, tutta pelo e guaiti, con un musetto da tormentare a colpi di lingua e due chiappette sode e voluttuose. In lei vidi il portamento altezzoso di Lilith e lo sguardo feroce di un’Arpia pronta ad attaccare la sua preda.

Il suo nome era Gisèle, me ne innamorai subito.

La prima volta la incontrai al parco. Indossava un tutù rosa e una maglietta con su scritto “Fottimi, sono una top model.”

Dopo una fugace annusata al mio sedere mi disse:
- Sei carino. Possiamo appartarci un po’ dietro la siepe.

Da quella volta i nostri incontri in ascensore, nel cortile o all’istituto di bellezza furono frutto per me di grandi slanci di passione, e alleviarono di molto le sofferenze alle quali la mia sventura mi aveva sottoposto.

Ogni occasione era buona per un’annusata, una leccatina nelle parti basse o una veloce seduta di petting estremo.

Un giorno, la mia padrona, mi vestì e imbellettò per quella che credevo sarebbe stata una passeggiata in centro, un salto all’istituto di bellezza o un giretto nel quartiere.

Arrivammo in un luogo piuttosto triste, con le pareti bianche e con l’aria che puzzava di cloroformio e disinfettante.

Credevo mi toccasse una visita di controllo, mi stavo preparando ad essere penetrato da quell’orrendo affare che chiamate termometro, quando mi fu messa una mascherina sul muso, e tutto si fece buio.

Al mio risveglio mi ritrovai a casa, disteso sul divano con la ragazzina che mi coccolava.

Mi sembrava tutto a posto, non capivo cosa fosse successo, ma quando guardai verso il basso mi accorsi che tra le mie gambe c’era un grosso taglio che era stato ricucito, e che una parte piccola ma sostanziale del mio corpo non c’era più.

Tremenda sventura, che ha fatto di me un diavolo incarnato in un Chihuahua di nome Ricardo con una “ci” e per giunta castrato!

Gisèle da quella volta mi guarda a malapena, quando ci incontriamo al parco si diverte a mettere su delle oscene gang bang con Boxer, Alani e altri bestioni, facendo di me un voyeur impotente e frustrato.

Qualche tempo dopo ci incontrammo al negozio per animali, io costretto dalla mia padrona a provare una nuova linea di felpe da rapper in nylon acrilico lucido, e lei magnifica in un abitino da sposa bianco con trenta centimetri di strascico.

- Come mai in bianco? – ho guaito vedendola.

- La mia padrona mi compra un maschietto. – Mi ha risposto guardandomi a malapena.

Mi spensi, lentamente. La padrona continuava a rimpinzarmi con ogni tipo di crocchetta, scatoletta, bocconcino e cioccolatino per cani che venisse messo in commercio, con il solo risultato di farmi ingrassare fino a rendermi difficile anche alzare la gamba per pisciare.

Ora passo le mie giornate qui, sul cuscino a forma di corona con la scritta “Boy Toy” che una volta era il mio letto, ma che ora è la mia fissa dimora.

Ma un giorno tornerò negli inferi.

Dopo una boccata di zolfo fresco, mi occuperò personalmente di diffondere un virus letale che spazzi via ogni forma di vita canina dalla faccia della vostra maledetta terra, a cominciare dalla razza Chihuahua.

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Bestiario delle specie estinte


Autogrillo (Gryllus Amator Curris). L’autogrillo era un insetto che viveva nelle aree di servizio delle autostrade cibandosi di Rustichella e Camogli. Il brutto vizio di andare incontro agli automobilisti indicandogli dove parcheggiare è la causa primaria della sua estinzione. L’ultimo autogrillo è stato avvistato nel 1993 nell’area di servizio di Badia al Pino mentre cercava parcheggio a una Duna.

Strunzo. (Struthio stercorarium) Considerata una mutazione bizzarra del più comune Struzzo, ma da non confondere con il bavarese Strunz, noto per il carattere bizzoso e indisponente, lo Strunzo era diffuso soprattutto nell’area di Santa Maria Capua Vetere (CE). Rispetto allo struzzo comune, lo strunzo, se spaventato, era uso infilare la testa esattamente al centro degli incroci stradali, attirando le ire degli automobilisti. L’ultimo esemplare di strunzo è stato investito da un pullman di tifosi durante i festeggiamenti per la promozione della Casertana in serie B nella stagione 1970/71.

L’opossino (Didelphis marsupialis sfanculantis). Piccolo mammifero marsupiale diffuso soprattutto nell’agro pontino, noto soprattutto per la sua indole dispettosa che ne faceva il terrore degli abitanti. Se sorpreso emetteva un odore particolarmente sgradevole da cui pare derivi il suo nome comune. Estinto nel 1924 durante la bonifica delle paludi pontine, viene tuttora invocato in alcune circostanze rituali dagli indigeni.

Lombrico rigido. (Lumbricus Rigidus) Il lombrico rigido era una variante del più comune lombrico terrestre. Nonostante la buona volontà, il lombrico rigido, per la sua struttura indeformabile non riusciva in nessun modo a strisciare. Allora rotolava sul fianco, ma questo movimento rendeva notevolmente più difficile l’alimentazione e totalmente impossibile la procreazione, il che ha comportato una rapida estinzione della specie, avvenuta intorno alla metà degli anni sessanta.

Zanzara urlatrice.(Culex Clamantis clamantis) Diffusa soprattutto nelle valli abruzzesi nel primo novecento, la zanzara urlatrice aveva come caratteristica di urlare fortissimo per la felicità nel momento in cui si apprestava a succhiare il sangue della propria vittima. Come conseguenza quest’ultima (la vittima) si accorgeva della presenza dell’insetto e se ne liberava facilmente. L’ultimo nido di Zanzare urlatrici è stato raso al suolo, a ciabattate, da un calzolaio di Cagnano Amiterno (AQ) nel 1974.

Arringa. (Clupea Arengus Orator) Pesce dalla notevole facondia, ma altrettanto uggioso e monotono, preferiva immergersi in lunghe discussioni piuttosto che riprodursi. Diffusosi soprattutto nell’area insulare prospiciente Uusikaupunki (Finland) intorno al 1700, l’ultimo ceppo della razza si è estinto a fine ‘800 dopo un’ultima, estenuante e lunghissima discussione sulle migliori modalità di diffusione della specie.

Orsetto lavativo. (Procyon Fannulonis) L’orsetto lavativo è stato da sempre considerato una mutazione dell’orsetto lavatore. Questo animaletto, contrariamente al suo parente, se ne fregava altamente di esperire qualsiasi attività propria della specie, fino al punto di disinteressarsi sia al cibo che alla riproduzione, preferendo, piuttosto l’ozio totale. L’estinzione della specie, avvenuta nel Nord Dakota durante la grande Depressione del 1929, è stata rapida e irreversibile ma, tutto sommato, accettata placidamente dagli ultimi esemplari come una piacevole variante della contemplazione.

Pornospino. (Erinaceus europaeus vulgarissimus) Animale simile al più comune porcospino, prediligeva l’attività riproduttiva rispetto a qualsiasi altra occupazione propria della specie, manifestando, inoltre, la bizzarra tendenza a mostrarsi in pubblico durante gli accoppiamenti. Purtroppo, trattandosi di animali dotati di lunghi aculei, e con uno scarso controllo della passione durante la frenesia dell’accoppiamento, ogni rapporto sessuale finiva invariabilmente con la morte di entrambi i partner. L’ultima coppia di pornospini è stata avvistata nel 1969, a Bethel, durante un raduno di Hippie.

Gallo di San Vito. (Gallus gallus encefaliticus gravis). Il Gallo di San Vito, diffuso nella penisola salentina come variante del più comune Gallo Domestico, aveva la caratteristica di corteggiare le femmine della specie (Galinae maximepatiens) per almeno sei mesi. Al termine del corteggiamento il gallo di San Vito festeggiava la conquista ballando una variante della pizzica fino alla morte per sfinimento. La femmina cercava allora un altro maschio, ripetendo ad libitum l’infelice procedura. Il primo e ultimo ceppo di Gallo di San Vito è scomparso a S. Vito dei Normanni, nel 1943, durante i festeggiamenti per l’arrivo di Re Vittorio Emanuele III.

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Un titolo qualunque


C’era una volta un uomo qualunque. Un giorno qualunque gli venne donato, da un genio della lampada qualunque, il potere di far cambiare opinione alle altre persone, ma solo una volta per ciascuno.

L’uomo pensò a quanti risultati avrebbe potuto ottenere.

Avrebbe fatto cambiare idea a sua moglie, una donna qualunque, riguardo al sesso. Sarebbe stato sicuramente come tornare giovane.

Avrebbe cambiato la pessima opinione che la suocera aveva sempre avuto di lui. Avrebbe cambiato il parere che i suoi figli avevano di lui: lo avrebbero finalmente stimato.

Avrebbe fatto cambiare idea ai vigili che lo avessero multato. Meglio: avrebbe fatto cambiare idea ai cassieri di banca e ai gioiellieri che gli avessero negato un regalino. Meglio ancora: avrebbe fatto cambiare idea ai politici che non avessero voluto sostenerlo, e poi avrebbe girato di piazza in piazza a cambiare l’opinione degli elettori. Avrebbe fatto cambiare idea ai magistrati che avessero indagato su di lui. Di più: ai giudici che lo avessero condannato. Avrebbe cambiato l’opinione dei leader del pianeta riguardo alla democrazia e all’equilibrio mondiale: avrebbero accettato di buon grado la sua dittatura. Sarebbe piaciuto a tutti. Per la prima volta si sarebbe sentito veramente amato da qualcuno.

L’uomo, in preda all’euforia, guardò lo specchio appeso al muro di una casa qualunque, in un quartiere qualunque di una città qualunque.

E capì.

Cambiò l’opinione che aveva di se stesso, e non fece nulla di tutto il resto.

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Tutto sbagliato, tutto rovesciato


Mr Character è morto. Sei stato tu a ucciderlo. Involontariamente si capisce. Era appena arrivato al tuo bungalow, nel villaggio turistico. Ha bussato alla porta e tu sei uscito così come ti trovavi, in shorts ed espadrillas. Hai preso solo il cappello di paglia. Sei passato dalla penombra alla canicola di fuori, mezzogiorno circa, il sole allo zenit. Per questo gli hai detto di mettersi sotto la palma. Non riuscivi a vederlo bene. Sarebbe stato il protagonista del tuo racconto e avevi bisogno di osservarlo per poterlo descrivere accuratamente. Non appena è arrivato nella piccola zona d’ombra un rumore di fronde smosse ti ha segnalato un movimento dall’alto. Non hai avuto il tempo di capire ciò che stava succedendo, dopo una picchiata di una ventina di metri un cocco si è infranto contro il cranio di Mr. Character. O meglio è stato il cranio di mr. Character a infrangersi perché il cocco dopo aver sbocciato la testa è rimbalzato sulla sabbia tutto intero. Anche Mr. Character è caduto, coprendo la macchia scura che la sua materia cerebrale aveva disegnato sulla sabbia.

Oh, my god! Hai esclamato. Per fortuna mr. Gardner, il giardiniere, aveva lasciato il capanno degli  attrezzi aperti. Hai preso una pala e hai scavato una fossa per mr. Character, proprio sotto alla palma dimostratasi letale per il tuo protagonista. Hai raccolto alcuni ciottoli e li hai ammonticchiati in una sorta di tumolo a segnalare il punto ove la sorte aveva smesso di arridere a Mr. Character. Senza nemmeno asciugati il sudore ti sei tolto il cappello di paglia e hai pronunciato la tua orazione funebre.

- Una sfortunata concatenazione di eventi ha determinato la triste sorte di Mr Character. Se non avessi vinto il primo premio della riffa del CRAL, consistente in una settimana all-inclusive in codesto club med, mai sarei arrivato qui. Se non fossi arrivato qui, difficilmente avrei scelto di iscrivermi a un laboratorio di narrativa, unica attività vagamente compatibile con il mio carattere schivo e con il mio stile di vita sedentario e la cui frequenza mi risparmia dalla solerzia e dalla insistenza degli animatori. Se non mi fossi iscritto a un laboratorio di narrativa, non avrei mai avuto bisogno di un protagonista per un esercizio e non mi sarei mai sognato di convocare qui Mr Character , che riposi in pace nei secoli dei secoli.

- Amen – hai sentito pronunciare. Ti sei voltato e hai visto appollaiato sullo steccato lo scocciatore del bungalow a fianco.

- Buongiorno Mr. Teller – ha detto.

- A lei Mr. Bore - hai risposto, mentre recuperavi rapidamente il cocco caduto dalla sabbia e ti dirigevi verso il tuo bungalow, sperando di riuscire a evitare l’inizio di una sgradevole conversazione.

Mr. Bore, oltre ad essere il tuo dirimpettaio, frequenta lo stesso laboratorio di scrittura. Ritiene, erroneamente, che questi due elementi giustifichino la confidenza che cerca di prendersi e che tu  caparbiamente gli rifiuti.

- E allora, come andiamo con gli esercizi che ci ha dato oggi mr. Master?

Non hai risposto ma hai indicato il tumulo sotto la palma

- Ma mr. Teller, mr. Master è stato chiaro, non ricorda? Ha inequivocabilmente detto che è banale e di cattivo gusto far morire, uccidere o suicidare il protagonista o l’antagonista di un racconto, in particolare nel finale. Non mi pare difficile!

- No, non si tratta del finale, – hai risposto mesto mettendo una pietra tombale anche sulla conversazione – il mio protagonista è deceduto nell’incipit.

Sei entrato nel bungalow e hai pensato che una doccia non ti avrebbe tolto di dosso il pessimo umore ma almeno l’odore di sudore e tutti i dannatissimi granelli di sabbia. Sotto il getto dell’acqua ti sei messo a rimuginare sul tuo racconto. Hai ripassato mentalmente gli incipit incriminati in grado di suscitare le ire e gli anatemi di Mr Master : “un uomo si svegliò” ,  “un uomo partì per un lungo viaggio”. No, “Mr. Character è morto” non era tra essi, nonostante ciò non ti sei sentito più tranquillo.

Avevi sete e hai aperto il cocco assassino, ne hai bevuto il latte e  mangiato la polpa. Andava meglio, mancava solo una cosa per rimettere in sesto l’umore. Hai spiato attraverso l’incannucciata della finestra se Mr. Bore fosse ancora nei dintorni. Fortunatamente se ne era andato. Hai preso un paio di birre dal frigo, sei uscito sulla veranda e ti sei sbracato su una sdraio. Hai stappato la prima lattina sorseggiandola lentamente. A metà della seconda le palpebre hanno ceduto. Quando hai riaperto gli occhi un brivido ha percorso la tua schiena. Aveva rinfrescato, del sole era rimasto una scorza d’arancio e il mare se la stava per mangiare da dietro la palma. Hai percepito una leggera vibrazione del suolo. Poi hai sentito un rumore. I sassi in cima al tumulo di Mr. Character stavano cadendo, mobili e oggetti nel tuo bungalow hanno cominciato a sussultare. Sei stato preso dal panico. Un terremoto! Che in una zona come questa significa uno tsunami poco dopo. Con orrore hai ricordato le immagini televisive di eventi simili. Un’onda di vari metri che travolge e ingoia tutto quello che incontra. Dovevi trovare subito un punto abbastanza alto e pregare di essere risparmiato dalla marea. Hai deciso di arrampicarti sulla palma.

Mai stato una persona agile, ma hai fatto di panico virtù e in pochi minuti eri abbarbicato al fusto, a cinque metri da terra. Il terreno continuava a vibrare e il fusto della palma oscillava. La cosa però sembrava essere circoscritta all’area del tuo bungalow visto che le palme dei bungalow intorno erano immobili e, con il chiarore residuo, ti sei accorto che il mare era tranquillo. Hai guardato sotto di te e hai visto che il tumulo era completamente crollato, tutto intorno la sabbia descriveva un vortice come all’interno di una clessidra. Hai visto emergere qualcosa di verdognolo. Sembrava una mano, con le cinque dita erette. Poco distante e subito dopo una seconda mano. Due braccia. Cercavano un appiglio. Trovarono il tronco della  palma. Lentamente, quello che un tempo era stato il corpo di Mr. Character si è issato dalle profondità del suolo e si è sollevato al chiarore della luna che stava sorgendo. I movimenti sembravano rallentati, la sua pelle verde smeraldo esalava un pestilenziale odore di putrefazione. In effetti, hai pensato, un protagonista mal caratterizzato si decompone molto prima della fine del racconto. Ha alzato la testa verso di te, ne hai visto il volto sporco di sangue rappreso e deformato dall’apertura sul cranio. Lo sguardo spento e un ghigno orribile. Dalle sue fauci aperte uscivano dei rantoli che non avevano niente di umano e ancor meno di letterario. Aveva fame. Si è diretto verso di te. Ti sei stretto al fusto della palma terrorizzato. Hai visto le sue mani livide afferrare il tronco. La tua vescica ha ceduto e uno scroscio di pioggia gialla ha inondato il fusto rendendo la sua presa ancor più malferma. Ha ceduto ed è ricaduto sulla sabbia. Questo lo ha fatto imbestialire perché, una volta tornato in posizione eretta, con molta lentezza ha afferrato un sasso e lo ha scagliato contro di te. Lo hai sentito sibilare vicino al tuo orecchio destro. Un secondo lancio  è arrivato a sfiorarti una guancia.

Hai ripensato alle parole di Mr. Master: “Un racconto è un movimento in tre atti. Nel primo il protagonista sale su un albero, nel secondo l’autore gli getta dei sassi, nel terzo ridiscende dall’albero”. Sull’albero, però, stavolta c’è l’autore, ti sei detto, mentre a lanciare sassi è il protagonista. Hai guardato in basso alla ricerca di una via di fuga e hai notato che Mr. Bore se ne stava appollaiato sulla solita staccionata e si godeva la scena.

- Ma cosa fa? – hai urlato.

- Mi perdoni, mr. Teller , non riuscivo a trovare un personaggio per il mio racconto e stavo per l’appunto osservando il suo. Sa, il protagonista del vicino è sempre più verde!

Un ciottolo ti colpisce in pieno la rotula di un ginocchio.

- Ahi! La prego, mi aiuti!

- Sì in effetti potrei fare qualcosa per lei … chiaramente in cambio sarei lieto di prendermi io cura di Mr. Character.

- Ma certo, se lo tenga pure, ma si sbrighi a farmi uscire da questa situazione non posso resistere ancora molto quassù!

Lo hai visto scomparire dietro la staccionata e riapparire poco dopo con due coperchi di pentola. Ha aperto un cancelletto che separa il tuo spazio esterno dal suo e si è avvicinato sbattendo i coperchi e facendo un infernale rumore metallico. Mr. Character si è voltato verso di lui e, attirato dal frastuono, ha cominciato a seguirlo. Mr Bore lo ha condotto alla  palma di fronte al suo bungalow al cui tronco era appoggiata una scala a pioli. E’ salito sulla scala arrivando a una piccola piattaforma costruita per avvistare le barche in avvicinamento. Mr Character gli era dietro e lo ha seguito. Quando anche Mr Character è arrivato sulla piattaforma, con un’agile mossa Mr Bore è saltato giù e lesto ha tolto la scala. Mr. Character ha lanciato un rantolo di rabbia. Era imprigionato sulla palma. Mr Bore aveva preparato la sua sdraio e una montagnola di sassi di varia dimensione. Si è messo comodo e, mentre  sorseggiava un Margarita che teneva in una mano, con l’altra ha preso a bersagliare languidamente Mr. Character, lanciandogli un sasso ogni due o tre sorsi.

Tu, che intanto eri sceso, sei stato preso da un accesso di rabbia e di invidia. Lui era un vero scrittore, non tu. Non aveva neanche dovuto ucciderlo lui, mr. Character. Non hai voluto assistere al finale e ti sei ritirato nel tuo bungalow. Eri stanco e ti sei disteso sulla tua branda pensando a quella assurda giornata. Ti sei rivisto sopra all’albero ed è stato allora che sei stato colto dal dubbio. E se non fossi tu l’autore ma il protagonista del racconto? E se ci fosse qualcuno adesso a leggere e a ridere di te? Riflettendo bene, ti  sei reso conto che non avevi ricordi precedenti al tuo arrivo al club med.

Quanto ti irritava tutto questo! Hai rivolto mentalmente all’autore e agli eventuali lettori tutte le imprecazioni che conoscevi. Poi hai pensato che lo scribacchino dei tuoi stivali aveva commesso un errore a farti partecipare a quel laboratorio di scrittura. Avresti avuto la tua vendetta. Stremato ti sei addormentato.

Al mattino ti sei svegliato e  sei partito per un lungo viaggio.

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Il dormiente


Il ragazzo ha ormai passato i trent’anni. Qualche volta lo sentono che gironzola per la stanza. Strascica i passi fino alla scrivania. Si siede. Altre volte raggiunge la libreria ed estrae un volume. Ma la maggior parte del tempo la trascorre disteso sul letto. Quasi sempre addormentato. Comunque, non esce mai dalla stanza. Sua madre, la signora Tilde, gli lascia da mangiare su un tavolinetto fuori dalla porta. Poi indossa il cappotto e se ne va al mercato. Non è che mio figlio sia uno sfaccendato, racconta, tutto il contrario. Da quel suo sonno continuo dipende la serenità di tutta la famiglia. E anche quando in casa c’è tensione, se non ci fosse lui nella stanza al piano di sopra che dorme, le cose andrebbero peggio senz’altro. Lavora per noi, dorme per noi, per la quiete. È un sacrificato, mio figlio. Suo padre ci ha messo un po’ a capirlo. Prima protestava, picchiava alla porta delle gran manate. Cercava continuamente di svegliarlo. Ma adesso anche lui non protesta più. Anche i suoi fratelli sono d’accordo. È bene così. E nella casa regna un silenzio profondo. Tutti camminano con le pantofole. Ormai non accendiamo neanche più la televisione, per non disturbare quel sonno che ci protegge tutti. A volte, lo ammetto, è un silenzio un po’ inquietante, e si respira un certo nervosismo, ma è comunque meglio così, piuttosto che svegliarlo. È un angelo quel ragazzo lì. Dorme proprio come un angioletto. Spesso mi viene da pensare che quello non è mica mio figlio. Che in realtà sono io figlia sua. Tutti lo siamo. Lui ci ha generati tutti, anche se poi ce lo siamo dimenticati. E sono giunta alla conclusione che tutti noi, nella casa e forse anche fuori, viviamo in realtà in un suo sogno. Che siamo il suo sogno più bello. Che pur di far vivere noi, rinuncia a vivere lui, e allora sogna e ci sogna con tutto l’amore che può. L’altra notte ho sognato che mi svegliavo, scendevo in cucina e lo trovavo lì che preparava il caffè. Mi sentiva entrare, allora si voltava verso la porta e mi sorrideva. E da quel sorriso si sprigionava come una gran felicità che non si può dire, e che riempiva la cucina e poi tutta quanta la casa, fino alle stanze da letto. Poi mi sono svegliata ed ero un po’ triste perché quella felicità era rimasta nel sogno. Mi sono anche un po’ inquietata, a dirla tutta. Allora mi sono alzata e sono uscita nel corridoio e mi sono messa a camminare, senza accender la luce, e ho accostato l’orecchio alla porta e ho sentito che il ragazzo respirava profondamente nel sonno. Così mi sono un po’ calmata. Non ero felice come nel sogno ma ero serena. Tutto a un tratto poi mi sono venute le lacrime agli occhi. Il mio ragazzo non è di questo mondo. Non se lo merita proprio di sentirmi piangere, ho pensato. Così mi sono fatta animo e sono tornata a letto, ben attenta a non urtare niente lungo il corridoio.

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Frutti di bosco


Alle sette e trenta di ogni mattina, con il sole o con la neve, il signor Francesco impugna la pistola della sua pompa di benzina, l’avvicina al volto, chiude gli occhi e inspira profondamente. L’odore della benzina gli riempie i polmoni e le vene e lui, prima ancora di aprire il gabbiotto, sorride di un sorriso che dice che la sua giornata ha inizio.

Nei giorni di chiusura, qualche volta, di nascosto da sua moglie va alla pompa e dà un’annusata prima di passare dall’edicola a comprare il giornale. Se non sente quell’odore viene assalito dall’ansia, un’ansia che non sempre riesce a contenere. Deve assicurarsi che la benzina sia ancora lì, che nessuno gliel’abbia portata via. Per arrivare alla pompa deve camminare qualche minuto, più di cinque e meno di dieci, lungo un grande viale alberato, così pieno di foglie verdi che passandoci in mezzo d’estate si ha la sensazione di entrare in una stanza con l’aria condizionata e profumata al sottobosco. La pompa del signor Francesco si trova proprio in fondo al viale, sotto un grosso tiglio, il più alto di tutti.

Questa mattina il signor Francesco esce di casa con uno strano solletico alle narici. Ha la sensazione che ci sia qualcosa nell’aria. Senz’altro la primavera, pensa. Anche se la primavera è già iniziata da un pezzo, e ci avviamo verso l’estate a colpi decisi di cinque, dieci gradi alla settimana. Qualche nuovo fiore deve essere sbocciato, pensa il signor Francesco avviandosi lungo il consueto percorso con una certa inquietudine floreale nelle vie respiratorie.

Camminando tranquillo ma un po’ sospettoso per il viale alberato, incrocia lo sguardo di un gattone bianco e grigio che trotterella nella direzione opposta. Il gatto lo osserva per qualche istante con grandi occhi viola, prima di puntarli di nuovo davanti a sé con una smorfia che ricorda un sorriso sotto i baffi. Il signor Francesco rimane per un attimo confuso da quello sguardo felino, poi torna in sé e accelera il passo. Si accorge che i colori intorno a lui hanno un che di compatto, come se invece delle foglie ci fosse un grande lenzuolo rosato a filtrare la luce del sole. Per strada non c’è nessuno, quando intravede da lontano il suo tiglio e la sua pompa, adagiata come sempre sotto di esso. Si affretta con inquietudine crescente, sfregandosi le narici con le dita. Afferra la pompa prima ancora di girare la chiave e prima di avvicinarla al viso chiude gli occhi, con un tuffo al cuore.

Qualcosa non va. Spalanca gli occhi appannati e fissa la pompa senza tuttavia riuscire a vederla, mentre il suo naso aspetta senza tregua. Un dolce profumo di frutti di bosco esce inequivocabilmente dalla pistola, e si fa più intenso man mano che il naso vi si avvicina. Il signor Francesco punta la pistola davanti a sé e produce un piccolo spruzzo. Una sostanza molliccia e bluastra schizza fuori e si adagia mollemente sull’asfalto, molto simile a marmellata di mirtilli. Nauseato, il signor Francesco rimane immobile con la pompa in mano, come un bambino che abbia rovesciato un barattolo di marmellata in terra. Un borbottio di automobile lo sveglia dall’assenza in cui è assorto. Alza la testa proprio mentre una macchina procede sul viale sobbalzando e quasi fluttuando. Il signor Francesco la segue con lo sguardo e riesce chiaramente a vedere piccoli frutti rotondi che escono dal tubo di scappamento, e che invece di rotolare a terra lievitano nell’aria come palloncini. Allora si guarda meglio intorno, e si accorge che è tutto pieno di frutti colorati che galleggiano nell’aria al di sotto del tetto dei tigli: fragole, mirtilli e more, e un profumo dolce di frutta matura pervade la strada. Si sente svenire.

Chiude gli occhi un istante e smette di respirare. Conta fino a cinque, quando riaprirà gli occhi, forse, sarà tutto passato, le auto romberanno lungo il viale e alcune di esse si fermeranno da lui. Cinque…
Le auto attraversano il viale con il loro buffo avanzare e non emettono alcun suono.Il signor Francesco spalanca gli occhi e apre la bocca. Forse sta per svenire, forse per urlare. Un sussulto lo attraversa dal bacino fino alla gola, la bocca si apre un po’ di più. Una grossa prugna gonfia e lucida ne esce fuori, iniziando poi a fluttuare nell’aria, sempre più su. Il povero signor Francesco adesso è bianco come uno straccio strizzato, si sente svuotato. Osserva la prugna salire su, su, su fino alle foglie dei tigli e poi ancora più su, scomparendo tra le fronde. La prugna è di un blu intenso. Le foglie sono di nuovo verdi e il profumo di frutta, dolcissimo e ancora più forte di prima è di nuovo nell’aria. Il signor Francesco è stanco, sfinito.

Si siede con fatica sul suo sgabello e resta lì, con la testa tra le mani e gli occhi bassi. Mezz’ora, un’ora, due. Non pensa a niente. Quando trova di nuovo la voglia di alzare la testa il sole è alto e l’ombra dei tigli, intarsiata di sfumature viola, è ancora più netta. Intorno a lui la strada si è ricoperta di chiazze di marmellata, e i frutti sospesi ondeggiano al cambiare del vento.

Deve essere già ora di pranzo. Dunque se si sbriga, almeno, questa volta farà in tempo ad andare a prendere Francesca all’uscita di scuola. Sua figlia gli ha detto che la piccola è chiusa in casa da una settimana con una brutta tosse, lui però si sente che oggi sta meglio e che a scuola c’è andata. Decide che la riporterà a casa a piedi, in macchina ci metterebbero troppo tempo. Basterà fare un po’ di attenzione a non scivolare.

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Monogol


Monogol. Nomen omen, poteva ben dirsi. Il nostro presidente aveva scovato in Portogallo questo attaccante che, sin dal suo esordio nelle categorie giovanili, era stato capace di segnare un gol a partita. Sempre, in ogni occasione. Di testa o di piede, su azione, su punizione, su rigore: non aveva importanza: un gol a partita, sempre: davvero una certezza.

Quando è arrivato nella nostra squadra, si è subito adattato ai nostri schemi e si è ben inserito nello spogliatoio, però ogni allenatore deve anche rispettare le gerarchie del gruppo e perciò, nella prima amichevole della stagione, non l’ho schierato dall’inizio. Sotto un sole cocente, perdevamo 1 a 0 e non riuscivamo quasi mai a superare la metà campo. Il centravanti titolare, a un quarto d’ora dalla conclusione, mi ha chiesto il cambio e io ho buttato nella mischia Monogol. Appena il tempo di mettere piede in campo, ed eccolo scattare sulla fascia destra, inseguendo un rilancio sbilenco della nostra difesa, conquistare il pallone, entrare a rapide falcate in area di rigore e segnare un gol fantastico con una bomba di destro! Il portiere non ha nemmeno visto il pallone.

Nella seconda amichevole, l’ho schierato dall’inizio e lui subito ha segnato un gol di testa su calcio d’angolo. La squadra giocava in scioltezza e così siamo riusciti a segnare altri tre gol nel primo tempo, ma Monogol non segnava più, pur continuando a giocare con impegno. Nella ripresa, ha colpito un palo e una traversa; comunque, abbiamo vinto 6 a 1.

Finalmente è iniziato il grande torneo delle Pianure Centrali: nelle prime dieci partite disputate, abbiamo vinto sette volte e pareggiato in tre occasioni, e, confermando la sua dote, Monogol ha segnato dieci gol, cioè un gol a partita, come sempre. Giunti secondi nel nostro girone, ci siamo qualificati alla fase finale a eliminazione diretta: l’entusiasmo dei nostri ventimila tifosi era straripante. In occasione della partita valevole per i quarti di finale, il grido che soverchiava tutti gli altri era “Mo-no-gol! Mo-no-gol! Mo-no-gol!” e il giocatore, pur accerchiato da tre o quattro difensori avversari, lottava come un leone, buttandosi anima e corpo su tutti i palloni, perché incarnava la voglia di vincere di tutta la squadra. Dopo dieci minuti, Monogol aveva già colpito il palo per due volte, ma noi eravamo certi che avrebbe segnato anche stavolta. Purtroppo però gli avversari hanno avuto un’occasione al trentesimo minuto e l’hanno concretizzata, portandosi in vantaggio. Nel secondo tempo, il nostro centrocampista ha segnato un bel gol, e siamo riusciti a pareggiare. Infine, quando le squadre erano già pronte ad affrontare i supplementari, ecco un tiro di sinistro da quaranta metri di Monogol! Rete! Rete! Rete all’ultimo minuto! La folla impazzita ci ha portato in trionfo, ed eccoci pronti per le semifinali.

La semifinale del torneo: mai la nostra società calcistica aveva partecipato a un tale evento. Ho deciso che avrei impiegato Monogol soltanto nell’ultimo quarto d’ora di gara, e solo se ce ne fosse stato bisogno. La partita era equilibrata e il risultato non si schiodava dallo zero a zero, così ho ordinato a Monogol di riscaldarsi e di entrare in campo. Ottantacinquesimo minuto: calcio di rigore per noi: tira Monogol e segna, naturalmente: 1 a 0! Negli ultimi 5 minuti, grazie alla nostra strenua resistenza, non subiamo gol e così, eccoci in finale!

Bene. Ripetiamo la scelta tattica della gara precedente. Monogol in panchina, pur fra i mugugni del pubblico. Al quarantesimo del primo tempo, subiamo un gol. Nel secondo tempo, dagli spalti si solleva l’urlo “Mo-no-gol! Mo-no-gol!”, ma io non lo faccio entrare, perché spero che qualcun altro riesca a segnare il gol del pareggio, in modo che lui poi, entrando alla fine, ci possa dare la vittoria col suo solito, immancabile, gol. Un solo gol, sempre.

Ci buttiamo all’attacco con tutto l’impeto consentito dal regolamento, ma il pareggio non arriva. Ormai è l’ottantasettesimo minuto, e l’ultima speranza è Monogol… Gli dico: – Entra! – e lui va, conquista il pallone, entra in area, tira di destro, il portiere respinge, ma Monogol raccoglie la corta ribattuta e scarica una bomba che s’infila proprio sotto alla traversa. Grandissima esultanza di tutti noi e dei nostri tifosi. Siamo riusciti a conquistare i supplementari! Anche stavolta, Monogol ha segnato. Le nostre sostituzioni sono esaurite, ma i giocatori sono in forma e riusciamo a costruire azioni pericolose. Monogol, sempre pericoloso, si batte come un leone e colpisce due volte la traversa… Il tempo scade, ed ecco i calci di rigore. Si tirano i primi 5 calci di rigore e io, capirete il perché, non metto nella lista il nome di Monogol. La nostra squadra segna tutti e cinque i rigori, ma gli avversari fanno altrettanto. Si battono i rigori a oltranza e nessuno sbaglia. Alla fine, restano solo il nostro portiere e Monogol. Gli avversari battono e segnano. Poi il nostro portiere va sul dischetto, tutto tremante: tira e segna anche lui. Ultimo calcio di rigore: loro segnano e tutto è affidato a Monogol, ultimo rigorista.
Il giocatore, rassegnato, si avvia verso il dischetto, mentre l’arbitro sistema il pallone.

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“Mery” christmas


- Dai Mery, mettiti là che ti faccio la foto.
Mia sorella sembra una bambina, a volte.
-Ma piantala Lory, ho 25 anni, ti pare che devo farmi fotografare con Babbo Natale?
-Su, non la metto su facebook, promesso!
Mi rendo conto che tanto non ci avrebbe rinunciato e mi avvicino al vecchiaccio che il centro commerciale aveva piazzato vicino a una slitta di compensato. Odio il Natale, e tanto più i supermercati addobbati di palle, lucine e Santa Claus rossi.
Questo poi è veramente deprimente. Grasso, sudato e con una barba più finta dei capelli di Berlusconi.
La foto è un successo, soprattutto per il Babbo Natale che ne approfitta per toccarmi il sedere con una bella manata a palma aperta. Vecchio, puzzolente e pure maiale. Viva il Natale.

Chiudo il freddo fuori dalla porta di casa. Il tepore interno mi riconcilia con la vita. Ho bisogno di un bel bagno caldo, così mi lavo via il ricordo del porco natalizio.
L’acqua tiepida mi rilassa. Chiudo gli occhi godendomi il liquido che mi accarezza, ma un odore di affumicato mi distrae. Li riapro e vedo al di là dei miei piedi, ritta alla fine della vasca, una figura rossa e barbuta che si spolvera con le mani dalla fuliggine.
- Ma non lo pulisci mai il camino?
Dalla mia gola esce un grido sgraziato che non impressiona per niente il Babbo Natale. Dopo un minuto di tortura per le mie tonsille, mi rendo conto che sono sola in casa in una villetta isolata in una frazione di un paese. Le probabilità di essere sentita da qualcuno si avvicinano paurosamente allo zero.
- Che ci fai qui? – riesco a dire con la gola dolorante. -Ti riconosco, sei quello del centro commerciale!
- E’ vero. Sono qui perché ho bisogno di compagnia e possibilmente… ehm.. di bella presenza.
Mi rendo conto che le mani nei capelli riparano ben poco alla vista. Cerco di coprirmi per quanto posso. Almeno avessi messo il bagno schiuma, ci sarebbero le bollicine invece di quell’acqua cristallina.
- Che vuoi da me?
- Vedi, sto diventando veramente troppo vecchio, la dentiera mi balla e devo tritare tutto il cibo per poterlo mangiare.
- E io che c’entro?
- Ho bisogno di una badante, di qualcuna che mi aiuti nelle faccende di tutti i giorni, in modo che mi rimanga solo da preparare i regali e portarli. Caso mai mi metterò d’accordo con la Befana e le chiederò di aiutarmi nelle consegne, anche se pure lei è vecchiotta.
Completamente nuda nella vasca, con l’acqua che comincia a diventare fredda, un maniaco pazzo che mi chiede di diventare la sua colf e l’iPod che si è scaricato. Una giornata niente male.
- Ma io come faccio a sapere che sei davvero Babbo Natale e non un impostore?
- Ora te lo provo.
Inserisce una mano nella tasca del giaccone lurido e ne estrae un’automobilina Polystil ancora incartata.
- Visto? – dice lui trionfante.
- Un po’ scarsa come prova, non credi?
- Uff, donna di poca fede, allora vieni a vedere.
Il barbuto vecchietto si avvicina alla porta del bagno, ne approfitto per uscire dalla vasca e indossare finalmente l’accappatoio.
Lo seguo in salotto, con la mano pulisce la condensa che sta sul vetro della finestra.
- Guarda qui, allora.
Un asinello nel mio giardino. Impressionante.
- E le renne? – chiedo.
- Sono vecchie più di me, ormai stanno nella stalla e si dedicano alla produzione di letame. Ora mi trasporta Gino.
- Gino?
- Sì, lui, quello che vedi lì fuori e che adesso ci porterà a casa.
Il ciccione si avvicina alla porta e la apre. L’asinello entra in salotto lordando irreparabilmente, con gli zoccoli sporchi di fango, il tappeto preferito da mia mamma.
- Tu sei pazzo!
Babbo Natale mi si avvicina e mi afferra per la vita. Mi siede sull’asino e si accomoda dietro di me.

Chiudo la porta azzurra alle mie spalle. Venti sotto zero in questo stupido villaggio lappone. Accendo il Macbook Pro e mi collego a internet. Vediamo che scegliere oggi. Apro il sito di Cartier e rimango folgorata dalla bellezza di un bracciale di diamanti. E’ mio.
Nicholaus sta dormendo sul divano, quando si sveglierà chiederò la mia paga settimanale. Niente male come impiego, posso scegliere ogni venerdì un regalo qualunque come salario per il mio lavoro di badante. In tre mesi ho già accumulato un bel gruzzoletto. Lo osservo mentre russa come una motosega lappone. E poi mica vivrà per sempre questo barbone obeso, ho visto dove tiene le chiavi del magazzino dei regali…

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Due attaccanti


La società mi ha messo a disposizione due nuovi attaccanti, comprati dalle giovanili di una squadra sudamericana. Il primo, che è argentino di origini italiane, è senza dubbio il giocatore più forte e completo che mai abbia allenato: è alto un metro e novantadue e la muscolatura è possente, eppure riesce nel dribbling e nel palleggio con una facilità inconcepibile in una figura tanto solenne: impatta il pallone in ogni modo e l’eleganza e la naturalità nella corsa gli sono valse il soprannome di Pura sangre: purosangue. Il secondo attaccante ha tratti spiccatamente andini e nel fisico brevilineo è la classica mezza punta, di cui però non possiede le doti tecniche né la rapidità. A dire il vero è carente persino nei fondamentali e parrebbe inutilizzabile, capitato per caso tra i campi di calcio, e spesso, soprattutto nei primi tempi, mi sono chiesto perché la società, sempre prudente nelle scelte di mercato, si fosse risolta a investire su un giovane così affatto incapace. Non escludo che, per le oscure logiche di compravendita da cui sempre mi tengo lontano, la società si sia vista costretta a mettere sotto contratto l’andino per arrivare al fortissimo argentino.

Nelle amichevoli precampionato li ho provati insieme. Mentre Pura sangre incantava i tifosi e ne raccoglieva gli applausi e i cori, il piccolino falliva gli stop e i passaggi più elementari. La curva fischiava ogni suo errore, pure quello non pareva risentirne: ai gol dell’altro era il primo ad alzare le braccia.

Sin dal primo allenamento, i nuovi attaccanti sono vittime degli scontri più duri e i loro armadietti nello spogliatoio sono sovente presi di mira: nella misura in cui il campione argentino desta l’invidia dei compagni, l’andino ne provoca il riso. A nulla valgono i miei sforzi di allenatore e le sanzioni disciplinari che la società, su mia richiesta, infligge di continuo alla vecchia guardia. Poi, non aiuta il fatto che i due siano pochissimo inclini al dialogo.

Quando il campionato è iniziato, ho schierato il possente Pura sangre affianco a uno dei vecchi attaccanti, relegando l’andino in panchina – chi può farmene una colpa? -. Ma, dopo l’inizio promettente, ecco che, partita dopo partita, il nuovo talento mostrava cenni di appannamento davanti alla porta, già la corsa elegante si faceva stentata. La squadra scivolava in classifica e il pubblico, cui sempre difetta la memoria anche delle prodezze più vicine, ha iniziato a rumoreggiare, poi a fischiare, poi a chiedere l’esclusione dell’argentino dalla squadra titolare.

Un giorno perdevamo, in casa. Allora, sebbene nessuno mi renderà il merito dovuto e si tenderà piuttosto a confondere con l’accidente e colla fortuna quella che invece è una mia intuizione e che rivendico, ho richiamato l’andino dalla panchina, tra lo stupore dello stadio, e l’ho affiancato a Pura sangre e questi, come smosso, ha ripreso a correre nel modo che sa, a dribblare, a far valere la possanza contro i difensori avversari, a sovrastarli nei contrasti e nel gioco di testa, quasi dovesse col proprio talento compensare l’incapacità del compagno di reparto. Coi due in attacco abbiamo vinto quella partita e abbiamo vinto le partite seguenti.

La vecchia guardia e la frangia più estrema del pubblico, che nulla contenta, mi incolpano di tenere in campo un giocatore inutile, ma proprio non colgono il punto. Io, che vivo di calcio da quando esisto, riconosco un equilibrio meraviglioso che solo s’accende quando giocano entrambi, il campione e l’inetto. Il rimpianto è quello di avere inizialmente perso tanti punti per un errore di valutazione: spero che la vittoria finale non sia stata compromessa dalla mia cecità.

Quanto ai vecchi attaccanti, che adesso siedono in panchina, davvero avrei desiderio che, invece di darsi di gomito e confabulare tra i sogghigni come comari, seguissero con occhio giusto i due nuovi in campo, in ogni loro movimento, e che, infine, imparassero dall’uno e dall’altro.

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