Il dormiente


Il ragazzo ha ormai passato i trent’anni. Qualche volta lo sentono che gironzola per la stanza. Strascica i passi fino alla scrivania. Si siede. Altre volte raggiunge la libreria ed estrae un volume. Ma la maggior parte del tempo la trascorre disteso sul letto. Quasi sempre addormentato. Comunque, non esce mai dalla stanza. Sua madre, la signora Tilde, gli lascia da mangiare su un tavolinetto fuori dalla porta. Poi indossa il cappotto e se ne va al mercato. Non è che mio figlio sia uno sfaccendato, racconta, tutto il contrario. Da quel suo sonno continuo dipende la serenità di tutta la famiglia. E anche quando in casa c’è tensione, se non ci fosse lui nella stanza al piano di sopra che dorme, le cose andrebbero peggio senz’altro. Lavora per noi, dorme per noi, per la quiete. È un sacrificato, mio figlio. Suo padre ci ha messo un po’ a capirlo. Prima protestava, picchiava alla porta delle gran manate. Cercava continuamente di svegliarlo. Ma adesso anche lui non protesta più. Anche i suoi fratelli sono d’accordo. È bene così. E nella casa regna un silenzio profondo. Tutti camminano con le pantofole. Ormai non accendiamo neanche più la televisione, per non disturbare quel sonno che ci protegge tutti. A volte, lo ammetto, è un silenzio un po’ inquietante, e si respira un certo nervosismo, ma è comunque meglio così, piuttosto che svegliarlo. È un angelo quel ragazzo lì. Dorme proprio come un angioletto. Spesso mi viene da pensare che quello non è mica mio figlio. Che in realtà sono io figlia sua. Tutti lo siamo. Lui ci ha generati tutti, anche se poi ce lo siamo dimenticati. E sono giunta alla conclusione che tutti noi, nella casa e forse anche fuori, viviamo in realtà in un suo sogno. Che siamo il suo sogno più bello. Che pur di far vivere noi, rinuncia a vivere lui, e allora sogna e ci sogna con tutto l’amore che può. L’altra notte ho sognato che mi svegliavo, scendevo in cucina e lo trovavo lì che preparava il caffè. Mi sentiva entrare, allora si voltava verso la porta e mi sorrideva. E da quel sorriso si sprigionava come una gran felicità che non si può dire, e che riempiva la cucina e poi tutta quanta la casa, fino alle stanze da letto. Poi mi sono svegliata ed ero un po’ triste perché quella felicità era rimasta nel sogno. Mi sono anche un po’ inquietata, a dirla tutta. Allora mi sono alzata e sono uscita nel corridoio e mi sono messa a camminare, senza accender la luce, e ho accostato l’orecchio alla porta e ho sentito che il ragazzo respirava profondamente nel sonno. Così mi sono un po’ calmata. Non ero felice come nel sogno ma ero serena. Tutto a un tratto poi mi sono venute le lacrime agli occhi. Il mio ragazzo non è di questo mondo. Non se lo merita proprio di sentirmi piangere, ho pensato. Così mi sono fatta animo e sono tornata a letto, ben attenta a non urtare niente lungo il corridoio.

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Frutti di bosco


Alle sette e trenta di ogni mattina, con il sole o con la neve, il signor Francesco impugna la pistola della sua pompa di benzina, l’avvicina al volto, chiude gli occhi e inspira profondamente. L’odore della benzina gli riempie i polmoni e le vene e lui, prima ancora di aprire il gabbiotto, sorride di un sorriso che dice che la sua giornata ha inizio.

Nei giorni di chiusura, qualche volta, di nascosto da sua moglie va alla pompa e dà un’annusata prima di passare dall’edicola a comprare il giornale. Se non sente quell’odore viene assalito dall’ansia, un’ansia che non sempre riesce a contenere. Deve assicurarsi che la benzina sia ancora lì, che nessuno gliel’abbia portata via. Per arrivare alla pompa deve camminare qualche minuto, più di cinque e meno di dieci, lungo un grande viale alberato, così pieno di foglie verdi che passandoci in mezzo d’estate si ha la sensazione di entrare in una stanza con l’aria condizionata e profumata al sottobosco. La pompa del signor Francesco si trova proprio in fondo al viale, sotto un grosso tiglio, il più alto di tutti.

Questa mattina il signor Francesco esce di casa con uno strano solletico alle narici. Ha la sensazione che ci sia qualcosa nell’aria. Senz’altro la primavera, pensa. Anche se la primavera è già iniziata da un pezzo, e ci avviamo verso l’estate a colpi decisi di cinque, dieci gradi alla settimana. Qualche nuovo fiore deve essere sbocciato, pensa il signor Francesco avviandosi lungo il consueto percorso con una certa inquietudine floreale nelle vie respiratorie.

Camminando tranquillo ma un po’ sospettoso per il viale alberato, incrocia lo sguardo di un gattone bianco e grigio che trotterella nella direzione opposta. Il gatto lo osserva per qualche istante con grandi occhi viola, prima di puntarli di nuovo davanti a sé con una smorfia che ricorda un sorriso sotto i baffi. Il signor Francesco rimane per un attimo confuso da quello sguardo felino, poi torna in sé e accelera il passo. Si accorge che i colori intorno a lui hanno un che di compatto, come se invece delle foglie ci fosse un grande lenzuolo rosato a filtrare la luce del sole. Per strada non c’è nessuno, quando intravede da lontano il suo tiglio e la sua pompa, adagiata come sempre sotto di esso. Si affretta con inquietudine crescente, sfregandosi le narici con le dita. Afferra la pompa prima ancora di girare la chiave e prima di avvicinarla al viso chiude gli occhi, con un tuffo al cuore.

Qualcosa non va. Spalanca gli occhi appannati e fissa la pompa senza tuttavia riuscire a vederla, mentre il suo naso aspetta senza tregua. Un dolce profumo di frutti di bosco esce inequivocabilmente dalla pistola, e si fa più intenso man mano che il naso vi si avvicina. Il signor Francesco punta la pistola davanti a sé e produce un piccolo spruzzo. Una sostanza molliccia e bluastra schizza fuori e si adagia mollemente sull’asfalto, molto simile a marmellata di mirtilli. Nauseato, il signor Francesco rimane immobile con la pompa in mano, come un bambino che abbia rovesciato un barattolo di marmellata in terra. Un borbottio di automobile lo sveglia dall’assenza in cui è assorto. Alza la testa proprio mentre una macchina procede sul viale sobbalzando e quasi fluttuando. Il signor Francesco la segue con lo sguardo e riesce chiaramente a vedere piccoli frutti rotondi che escono dal tubo di scappamento, e che invece di rotolare a terra lievitano nell’aria come palloncini. Allora si guarda meglio intorno, e si accorge che è tutto pieno di frutti colorati che galleggiano nell’aria al di sotto del tetto dei tigli: fragole, mirtilli e more, e un profumo dolce di frutta matura pervade la strada. Si sente svenire.

Chiude gli occhi un istante e smette di respirare. Conta fino a cinque, quando riaprirà gli occhi, forse, sarà tutto passato, le auto romberanno lungo il viale e alcune di esse si fermeranno da lui. Cinque…
Le auto attraversano il viale con il loro buffo avanzare e non emettono alcun suono.Il signor Francesco spalanca gli occhi e apre la bocca. Forse sta per svenire, forse per urlare. Un sussulto lo attraversa dal bacino fino alla gola, la bocca si apre un po’ di più. Una grossa prugna gonfia e lucida ne esce fuori, iniziando poi a fluttuare nell’aria, sempre più su. Il povero signor Francesco adesso è bianco come uno straccio strizzato, si sente svuotato. Osserva la prugna salire su, su, su fino alle foglie dei tigli e poi ancora più su, scomparendo tra le fronde. La prugna è di un blu intenso. Le foglie sono di nuovo verdi e il profumo di frutta, dolcissimo e ancora più forte di prima è di nuovo nell’aria. Il signor Francesco è stanco, sfinito.

Si siede con fatica sul suo sgabello e resta lì, con la testa tra le mani e gli occhi bassi. Mezz’ora, un’ora, due. Non pensa a niente. Quando trova di nuovo la voglia di alzare la testa il sole è alto e l’ombra dei tigli, intarsiata di sfumature viola, è ancora più netta. Intorno a lui la strada si è ricoperta di chiazze di marmellata, e i frutti sospesi ondeggiano al cambiare del vento.

Deve essere già ora di pranzo. Dunque se si sbriga, almeno, questa volta farà in tempo ad andare a prendere Francesca all’uscita di scuola. Sua figlia gli ha detto che la piccola è chiusa in casa da una settimana con una brutta tosse, lui però si sente che oggi sta meglio e che a scuola c’è andata. Decide che la riporterà a casa a piedi, in macchina ci metterebbero troppo tempo. Basterà fare un po’ di attenzione a non scivolare.

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Monogol


Monogol. Nomen omen, poteva ben dirsi. Il nostro presidente aveva scovato in Portogallo questo attaccante che, sin dal suo esordio nelle categorie giovanili, era stato capace di segnare un gol a partita. Sempre, in ogni occasione. Di testa o di piede, su azione, su punizione, su rigore: non aveva importanza: un gol a partita, sempre: davvero una certezza.

Quando è arrivato nella nostra squadra, si è subito adattato ai nostri schemi e si è ben inserito nello spogliatoio, però ogni allenatore deve anche rispettare le gerarchie del gruppo e perciò, nella prima amichevole della stagione, non l’ho schierato dall’inizio. Sotto un sole cocente, perdevamo 1 a 0 e non riuscivamo quasi mai a superare la metà campo. Il centravanti titolare, a un quarto d’ora dalla conclusione, mi ha chiesto il cambio e io ho buttato nella mischia Monogol. Appena il tempo di mettere piede in campo, ed eccolo scattare sulla fascia destra, inseguendo un rilancio sbilenco della nostra difesa, conquistare il pallone, entrare a rapide falcate in area di rigore e segnare un gol fantastico con una bomba di destro! Il portiere non ha nemmeno visto il pallone.

Nella seconda amichevole, l’ho schierato dall’inizio e lui subito ha segnato un gol di testa su calcio d’angolo. La squadra giocava in scioltezza e così siamo riusciti a segnare altri tre gol nel primo tempo, ma Monogol non segnava più, pur continuando a giocare con impegno. Nella ripresa, ha colpito un palo e una traversa; comunque, abbiamo vinto 6 a 1.

Finalmente è iniziato il grande torneo delle Pianure Centrali: nelle prime dieci partite disputate, abbiamo vinto sette volte e pareggiato in tre occasioni, e, confermando la sua dote, Monogol ha segnato dieci gol, cioè un gol a partita, come sempre. Giunti secondi nel nostro girone, ci siamo qualificati alla fase finale a eliminazione diretta: l’entusiasmo dei nostri ventimila tifosi era straripante. In occasione della partita valevole per i quarti di finale, il grido che soverchiava tutti gli altri era “Mo-no-gol! Mo-no-gol! Mo-no-gol!” e il giocatore, pur accerchiato da tre o quattro difensori avversari, lottava come un leone, buttandosi anima e corpo su tutti i palloni, perché incarnava la voglia di vincere di tutta la squadra. Dopo dieci minuti, Monogol aveva già colpito il palo per due volte, ma noi eravamo certi che avrebbe segnato anche stavolta. Purtroppo però gli avversari hanno avuto un’occasione al trentesimo minuto e l’hanno concretizzata, portandosi in vantaggio. Nel secondo tempo, il nostro centrocampista ha segnato un bel gol, e siamo riusciti a pareggiare. Infine, quando le squadre erano già pronte ad affrontare i supplementari, ecco un tiro di sinistro da quaranta metri di Monogol! Rete! Rete! Rete all’ultimo minuto! La folla impazzita ci ha portato in trionfo, ed eccoci pronti per le semifinali.

La semifinale del torneo: mai la nostra società calcistica aveva partecipato a un tale evento. Ho deciso che avrei impiegato Monogol soltanto nell’ultimo quarto d’ora di gara, e solo se ce ne fosse stato bisogno. La partita era equilibrata e il risultato non si schiodava dallo zero a zero, così ho ordinato a Monogol di riscaldarsi e di entrare in campo. Ottantacinquesimo minuto: calcio di rigore per noi: tira Monogol e segna, naturalmente: 1 a 0! Negli ultimi 5 minuti, grazie alla nostra strenua resistenza, non subiamo gol e così, eccoci in finale!

Bene. Ripetiamo la scelta tattica della gara precedente. Monogol in panchina, pur fra i mugugni del pubblico. Al quarantesimo del primo tempo, subiamo un gol. Nel secondo tempo, dagli spalti si solleva l’urlo “Mo-no-gol! Mo-no-gol!”, ma io non lo faccio entrare, perché spero che qualcun altro riesca a segnare il gol del pareggio, in modo che lui poi, entrando alla fine, ci possa dare la vittoria col suo solito, immancabile, gol. Un solo gol, sempre.

Ci buttiamo all’attacco con tutto l’impeto consentito dal regolamento, ma il pareggio non arriva. Ormai è l’ottantasettesimo minuto, e l’ultima speranza è Monogol… Gli dico: – Entra! – e lui va, conquista il pallone, entra in area, tira di destro, il portiere respinge, ma Monogol raccoglie la corta ribattuta e scarica una bomba che s’infila proprio sotto alla traversa. Grandissima esultanza di tutti noi e dei nostri tifosi. Siamo riusciti a conquistare i supplementari! Anche stavolta, Monogol ha segnato. Le nostre sostituzioni sono esaurite, ma i giocatori sono in forma e riusciamo a costruire azioni pericolose. Monogol, sempre pericoloso, si batte come un leone e colpisce due volte la traversa… Il tempo scade, ed ecco i calci di rigore. Si tirano i primi 5 calci di rigore e io, capirete il perché, non metto nella lista il nome di Monogol. La nostra squadra segna tutti e cinque i rigori, ma gli avversari fanno altrettanto. Si battono i rigori a oltranza e nessuno sbaglia. Alla fine, restano solo il nostro portiere e Monogol. Gli avversari battono e segnano. Poi il nostro portiere va sul dischetto, tutto tremante: tira e segna anche lui. Ultimo calcio di rigore: loro segnano e tutto è affidato a Monogol, ultimo rigorista.
Il giocatore, rassegnato, si avvia verso il dischetto, mentre l’arbitro sistema il pallone.

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“Mery” christmas


- Dai Mery, mettiti là che ti faccio la foto.
Mia sorella sembra una bambina, a volte.
-Ma piantala Lory, ho 25 anni, ti pare che devo farmi fotografare con Babbo Natale?
-Su, non la metto su facebook, promesso!
Mi rendo conto che tanto non ci avrebbe rinunciato e mi avvicino al vecchiaccio che il centro commerciale aveva piazzato vicino a una slitta di compensato. Odio il Natale, e tanto più i supermercati addobbati di palle, lucine e Santa Claus rossi.
Questo poi è veramente deprimente. Grasso, sudato e con una barba più finta dei capelli di Berlusconi.
La foto è un successo, soprattutto per il Babbo Natale che ne approfitta per toccarmi il sedere con una bella manata a palma aperta. Vecchio, puzzolente e pure maiale. Viva il Natale.

Chiudo il freddo fuori dalla porta di casa. Il tepore interno mi riconcilia con la vita. Ho bisogno di un bel bagno caldo, così mi lavo via il ricordo del porco natalizio.
L’acqua tiepida mi rilassa. Chiudo gli occhi godendomi il liquido che mi accarezza, ma un odore di affumicato mi distrae. Li riapro e vedo al di là dei miei piedi, ritta alla fine della vasca, una figura rossa e barbuta che si spolvera con le mani dalla fuliggine.
- Ma non lo pulisci mai il camino?
Dalla mia gola esce un grido sgraziato che non impressiona per niente il Babbo Natale. Dopo un minuto di tortura per le mie tonsille, mi rendo conto che sono sola in casa in una villetta isolata in una frazione di un paese. Le probabilità di essere sentita da qualcuno si avvicinano paurosamente allo zero.
- Che ci fai qui? – riesco a dire con la gola dolorante. -Ti riconosco, sei quello del centro commerciale!
- E’ vero. Sono qui perché ho bisogno di compagnia e possibilmente… ehm.. di bella presenza.
Mi rendo conto che le mani nei capelli riparano ben poco alla vista. Cerco di coprirmi per quanto posso. Almeno avessi messo il bagno schiuma, ci sarebbero le bollicine invece di quell’acqua cristallina.
- Che vuoi da me?
- Vedi, sto diventando veramente troppo vecchio, la dentiera mi balla e devo tritare tutto il cibo per poterlo mangiare.
- E io che c’entro?
- Ho bisogno di una badante, di qualcuna che mi aiuti nelle faccende di tutti i giorni, in modo che mi rimanga solo da preparare i regali e portarli. Caso mai mi metterò d’accordo con la Befana e le chiederò di aiutarmi nelle consegne, anche se pure lei è vecchiotta.
Completamente nuda nella vasca, con l’acqua che comincia a diventare fredda, un maniaco pazzo che mi chiede di diventare la sua colf e l’iPod che si è scaricato. Una giornata niente male.
- Ma io come faccio a sapere che sei davvero Babbo Natale e non un impostore?
- Ora te lo provo.
Inserisce una mano nella tasca del giaccone lurido e ne estrae un’automobilina Polystil ancora incartata.
- Visto? – dice lui trionfante.
- Un po’ scarsa come prova, non credi?
- Uff, donna di poca fede, allora vieni a vedere.
Il barbuto vecchietto si avvicina alla porta del bagno, ne approfitto per uscire dalla vasca e indossare finalmente l’accappatoio.
Lo seguo in salotto, con la mano pulisce la condensa che sta sul vetro della finestra.
- Guarda qui, allora.
Un asinello nel mio giardino. Impressionante.
- E le renne? – chiedo.
- Sono vecchie più di me, ormai stanno nella stalla e si dedicano alla produzione di letame. Ora mi trasporta Gino.
- Gino?
- Sì, lui, quello che vedi lì fuori e che adesso ci porterà a casa.
Il ciccione si avvicina alla porta e la apre. L’asinello entra in salotto lordando irreparabilmente, con gli zoccoli sporchi di fango, il tappeto preferito da mia mamma.
- Tu sei pazzo!
Babbo Natale mi si avvicina e mi afferra per la vita. Mi siede sull’asino e si accomoda dietro di me.

Chiudo la porta azzurra alle mie spalle. Venti sotto zero in questo stupido villaggio lappone. Accendo il Macbook Pro e mi collego a internet. Vediamo che scegliere oggi. Apro il sito di Cartier e rimango folgorata dalla bellezza di un bracciale di diamanti. E’ mio.
Nicholaus sta dormendo sul divano, quando si sveglierà chiederò la mia paga settimanale. Niente male come impiego, posso scegliere ogni venerdì un regalo qualunque come salario per il mio lavoro di badante. In tre mesi ho già accumulato un bel gruzzoletto. Lo osservo mentre russa come una motosega lappone. E poi mica vivrà per sempre questo barbone obeso, ho visto dove tiene le chiavi del magazzino dei regali…

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Due attaccanti


La società mi ha messo a disposizione due nuovi attaccanti, comprati dalle giovanili di una squadra sudamericana. Il primo, che è argentino di origini italiane, è senza dubbio il giocatore più forte e completo che mai abbia allenato: è alto un metro e novantadue e la muscolatura è possente, eppure riesce nel dribbling e nel palleggio con una facilità inconcepibile in una figura tanto solenne: impatta il pallone in ogni modo e l’eleganza e la naturalità nella corsa gli sono valse il soprannome di Pura sangre: purosangue. Il secondo attaccante ha tratti spiccatamente andini e nel fisico brevilineo è la classica mezza punta, di cui però non possiede le doti tecniche né la rapidità. A dire il vero è carente persino nei fondamentali e parrebbe inutilizzabile, capitato per caso tra i campi di calcio, e spesso, soprattutto nei primi tempi, mi sono chiesto perché la società, sempre prudente nelle scelte di mercato, si fosse risolta a investire su un giovane così affatto incapace. Non escludo che, per le oscure logiche di compravendita da cui sempre mi tengo lontano, la società si sia vista costretta a mettere sotto contratto l’andino per arrivare al fortissimo argentino.

Nelle amichevoli precampionato li ho provati insieme. Mentre Pura sangre incantava i tifosi e ne raccoglieva gli applausi e i cori, il piccolino falliva gli stop e i passaggi più elementari. La curva fischiava ogni suo errore, pure quello non pareva risentirne: ai gol dell’altro era il primo ad alzare le braccia.

Sin dal primo allenamento, i nuovi attaccanti sono vittime degli scontri più duri e i loro armadietti nello spogliatoio sono sovente presi di mira: nella misura in cui il campione argentino desta l’invidia dei compagni, l’andino ne provoca il riso. A nulla valgono i miei sforzi di allenatore e le sanzioni disciplinari che la società, su mia richiesta, infligge di continuo alla vecchia guardia. Poi, non aiuta il fatto che i due siano pochissimo inclini al dialogo.

Quando il campionato è iniziato, ho schierato il possente Pura sangre affianco a uno dei vecchi attaccanti, relegando l’andino in panchina – chi può farmene una colpa? -. Ma, dopo l’inizio promettente, ecco che, partita dopo partita, il nuovo talento mostrava cenni di appannamento davanti alla porta, già la corsa elegante si faceva stentata. La squadra scivolava in classifica e il pubblico, cui sempre difetta la memoria anche delle prodezze più vicine, ha iniziato a rumoreggiare, poi a fischiare, poi a chiedere l’esclusione dell’argentino dalla squadra titolare.

Un giorno perdevamo, in casa. Allora, sebbene nessuno mi renderà il merito dovuto e si tenderà piuttosto a confondere con l’accidente e colla fortuna quella che invece è una mia intuizione e che rivendico, ho richiamato l’andino dalla panchina, tra lo stupore dello stadio, e l’ho affiancato a Pura sangre e questi, come smosso, ha ripreso a correre nel modo che sa, a dribblare, a far valere la possanza contro i difensori avversari, a sovrastarli nei contrasti e nel gioco di testa, quasi dovesse col proprio talento compensare l’incapacità del compagno di reparto. Coi due in attacco abbiamo vinto quella partita e abbiamo vinto le partite seguenti.

La vecchia guardia e la frangia più estrema del pubblico, che nulla contenta, mi incolpano di tenere in campo un giocatore inutile, ma proprio non colgono il punto. Io, che vivo di calcio da quando esisto, riconosco un equilibrio meraviglioso che solo s’accende quando giocano entrambi, il campione e l’inetto. Il rimpianto è quello di avere inizialmente perso tanti punti per un errore di valutazione: spero che la vittoria finale non sia stata compromessa dalla mia cecità.

Quanto ai vecchi attaccanti, che adesso siedono in panchina, davvero avrei desiderio che, invece di darsi di gomito e confabulare tra i sogghigni come comari, seguissero con occhio giusto i due nuovi in campo, in ogni loro movimento, e che, infine, imparassero dall’uno e dall’altro.

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Un passato oscuro


Da «Il Menzognero» del 30/02/2012

 

Un passato terribile, un segreto inconfessabile è celato sotto lo splendido sorriso e il corpo statuario della modella Aglaja XXX. Lo ha rivelato lei stessa in un’intervista apparsa recentemente. La sensazionale notizia è rimbalzata immediatamente sui quotidiani di tutto il mondo. La modella, prima di convolare a nozze col magnate americano Arthur YYY, ha raccontato la sua incredibile storia ai microfoni di Starnews:

- Quella mattina qualcosa era andato decisamente storto. Appena aperti gli occhi, mi ero accorta che c’era qualcosa che non andava. Inizialmente era solo una sensazione, forse solo una premonizione, dal momento che non mi ero resa conto neanche io di quello che era successo. Mentre ero ancora un po’ stordita dal sonno, mi accorsi che le mie dita erano cresciute a dismisura. La forma della zampa era irrimediabilmente e orribilmente deformata e quando me ne accorsi, cominciai a preoccuparmi un po’. Pensai si trattasse di un’illusione ottica, di una difetto della vista, dal momento che la mia mente non riusciva ad accettare quello che l’occhio stava vedendo. Il mio orgoglio non lo avrebbe mai tollerato. Cominciai a guardarmi la pelle, e vidi che era irrimediabilmente cambiata. Le macchie gialle erano scomparse. Al suo posto era comparso un orribile colore uniforme, tra il rosa e il giallo. Una cosa che non si era mai vista. –  Ha dichiarato Aglaja.

Quelle macchie, dal colore così nitido, perfettamente visibile a qualche metro di distanza e quella forma particolare, che sembrava proprio tracciata da un designer erano il suo vero vanto. Nei giorni di sole – ci ha confidato Aglaja – se ne andava a spasso tutta orgogliosa lungo la riva del fiume. Tutte le volte si fermava su un certo sasso scuro, che catturava il calore solare e, nello stesso tempo, metteva in risalto il suo colore naturale. E questo accadeva di solito nelle giornate di primavera inoltrata, quando la natura offre tutto il meglio: i colori dei fiori, la temperatura giusta, i frutti sugli alberi che si preparano a maturare, gli uccelli che cantano nel cielo azzurro. Tutto sembrava creato esclusivamente per tentare di eguagliare la sua impareggiabile bellezza, in quei giorni in cui le macchie splendevano al pari di quelle, invisibili all’occhio umano, che formicolano sulla superficie del sole.

- Sulla mia pelle quella mattina era comparsa in alcune zone una strana e orribile peluria nera – prosegue il racconto di Aglaja, – fui immediatamente sommersa da una marea di pensieri orribili. Stava prendendo corpo un terribile sospetto. Il terrore si faceva largo, era calato come una colossale ombra su un prato verde. La lingua non era più la mia, quelle orribili dita così lunghe e mostruosamente deformi, e poi quegli assurdi e inutili mucchi di grasso dietro e quelle due piccole sfere di carne davanti con quella strana protuberanza. Ma quando mi vidi le gambe, paura e raccapriccio si impossessarono di me. Tra l’altro sentivo freddo, una sensazione che non avevo mai provato.

“A cosa mi servirà una pelle così sensibile? Cosa racconterò ai miei piccoli per spiegare l’accaduto? Dove sono andate a finire le mie meravigliose macchie gialle? Come farò adesso ad acchiappare gli insetti con questa lingua inutile e gigantesca?” – Si chiedeva la povera Aglaja smarrita e spaventata.

La povera salamandra era certa che sarebbe morta di freddo e di fame in poco tempo, dopo un’agonia ridicola e infinita. Ma dal momento che era una bella giornata di primavera, volle tornare su quella pietra nera per salutare l’ultima volta il mondo in quel luogo dove era stata felice.
Anche se si vergognava terribilmente di quel suo nuovo colorito uniforme e di quella peluria nera, volle godersi i raggi del sole e lo spettacolo della natura per l’ultima volta. Fu lì che un celebre impresario la notò ed ebbe così inizio la sua carriera.

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Big Jim e la fine del mondo


24 Dicembre

Quell’incompetente della cassiera deve aver scambiato le buste.

Figuriamoci, milleduecento regali fatti in quel negozio la vigilia di Natale, e proprio a me doveva capitare.

Indosso la mia mimetica di poliestere idrorepellente e ignifuga, i miei anfibi in ecopelle fatti in Cina, il mio elmetto in plastica infrangibile e stringo in mano il mitra semiautomatico, fedelissima riproduzione in scala del mitico AK-47.

Non un graffio, non un’imperfezione, sono una macchina da guerra pronta a scattare in ogni momento, un soldato forte e impavido, un concentrato di forza e vitalità, freddo come un cobra, preciso come un samurai.

Io sono Big Jim missione Squalo 7, e sono stato fabbricato per salvare il mondo.

Ho passato le ultime sei ore in trepidante attesa, chiuso qui al buio e pronto alla sorpresa che mi sarebbe toccata. Ma non mi aspettavo certo questa, di sorpresa.

Uno spiraglio di luce mi avverte che il momento è arrivato, il ricongiungimento con quello che sarà il mio padrone e comandante per ogni mia missione futura sta per avvenire. La luce si fa più forte, la scatola si apre del tutto, i miei muscoli di gomma trepidano per l’eccitazione. Se avessi le vene, in loro scorrerebbe solo adrenalina in questo momento.

Una manina umida e appiccicosa si insinua nella fessura del cartone e mi afferra per la vita. Uno strattone, due, e vengo strappato dalla mia postazione senza che vengano rimossi i fili di nylon che mi tenevano fermo. Ho rischiato la decapitazione, ma pazienza.

La prima cosa che vedo sono due occhietti azzurri adoranti e un visetto angelico con una cascata di riccioli biondi che allarga un sorriso sdentato e mi guarda. Sento puzza di latte, caramelle alla fragola e qualcosa di amarognolo che non riesco a individuare, e in un attimo due labbra impiastricciate di una specie di rossetto arancione fosforescente iniziano a tempestarmi di baci in faccia, sulla nuca, lungo tutto il corpo, imbrattando la mia mimetica e i miei preziosissimi anfibi.

O cazzo.

- Bambina! Ehi! Mi senti? Non sono mica una Barbie, non te ne sei accorta? Vedi forse una massa di capelli color oro, un vestitino da troietta e un paio di scarpe col tacco? Non vedi che ho in mano un mitra? Che te ne fai tu di un mitra? Sei una femmina, non sai nemmeno cos’è un mitra! Su carina, dai, mettiti a fare i capricci, urla e sbraita come voi bambine sapete fare così la mamma domani mi riporta in negozio e potrò essere venduto a qualche bambino maschio bisognoso d’avventura e con un po’ di testosterone nel sangue.

Speriamo riescano a piazzarmi per l’Epifania.

Niente, la scemetta continua a baciarmi, mi stringe a sé con forza inaspettata e non dà segno di volermi mollare.

Che Natale di merda.

25 Dicembre

Nella mia vita precedente devo essere stato un giocattolo difettoso, uno di quelli che non fanno tutto quello che promettono, o devo aver involontariamente fatto del male al mio padrone. Le lacrime che sono state versate a causa mia devono essere state davvero tante. Non riesco comunque a pensare a un peccato tanto grave del passato che possa giustificare il karma che sto ripagando in questo momento.

Stanotte ho dormito in una stanza rosa, con i mobili rosa, le pareti rosa, poggiato sulla schiena di un unicorno bianco e celeste. Lo scherzo della natura mi ha fissato tutta la notte credendo che io fossi un cucciolo, e quando gli ho spiegato che gli unicorni non sono altro che una specie di cavalli gay, ha continuato a guardarmi con quegli occhioni da ebete senza dire una parola. Inutile dire che non ho chiuso occhio.

Quando si è svegliata la bambina mi ha piazzato su una sdraio rosa di plastica in mezzo ad altre due, una celeste e una gialla piazzate davanti a una piscinetta piena d’acqua.

Su quella gialla c’era Barbie Rio, con indosso un ridottissimo bikini a righe fatto di carta e un paio di occhiali da sole enormi. Appena mi ha visto mi ha detto “Benvindo, benvindo, voce gosta el carnaval?”. Ha due tette grosse come siluri, e i capelli neri corvini che le cadono dietro le spalle.

Sulla sdraio celeste c’è Barbie Principessa delle fiabe, con indosso un abito bianco enorme e una treccia lunga come una trincea che si è limitata a fissarmi sospirando. Probabilmente credeva fossi il suo principe, quel finto maschio di Ken damerino con le sue calze bianche, il sorriso a trentacinque denti e i capelli impomatati. I miei colleghi non hanno smesso un momento di prenderlo per il culo al negozio, gli cantavano

Ken, Ken,

maschio in calzamaglia

Ken, Ken,

esco pazzo se si smaglia

La marmocchia ci girava intorno estasiata, ogni tanto ci spruzzava un po’ di acqua addosso schizzando con la manina.

In tutto ciò non ho idea di dove sia finito il mio mitra, dovrò fare rapporto ai miei superiori.

Per la notte sono stato promosso alla stanza da letto padronale di Barbie Principessa, un lettone enorme con la spalliera a forma di cuore che ho diviso con la scema bionda. Non la smetteva più di sospirare, non capisco cosa abbia da lamentarsi, questo letto è molto più comodo del sacco a pelo di vinile che ho in dotazione.

 

26 Dicembre

Oggi un tè con le due Barbie, un Cicciobello al quale manca un braccio e con l’espressione colpevole di chi si è appena cagato addosso, e una bambola di pezza col vestito verde e le trecce arancioni.

La bimba ha un’amichetta con lei, le due ridono, si passano le tazzine e la teiera e ogni tanto fanno finta di farci bere.

Barbie Rio sta parlando con il Cicciobello storpio, gli dice “voce pode dancar o samba com um braco” e mentre parla vedo che i suoi slip le si sono infilati tra le chiappe, caspita, ha un culo più grosso di una testata nucleare.

La ragazzina mi ha tolto il sopra della mimetica, e ha messo una collana fatta di perline colorate sui miei pettorali che Barbie Principessa non smette di guardare con la coda dell’occhio. Se mi vedessero i miei compagni la mia carriera di soldato finirebbe all’istante.

Nel pomeriggio siamo stati trasferiti nella SPA di Barbie Rio, dove dopo una mezz’ora in vasca con idromassaggio le due marmocchie ci hanno cosparso interamente di una specie di olio viscido e odoroso. Non so descrivere lo schifo che ho provato. Se penso che i miei amici a quest’ora avranno già portato a termine una decina di missioni rischiando la vita per salvare il mondo da chissà quale minaccia, mi viene voglia di spararmi. Se solo sapessi che fine ha fatto la mia arma!

A fine trattamento sono stato sciacquato e asciugato dalla mamma della bimba. Devo dire però che adesso i miei muscoli sono molto più lucidi, e profumano vagamente di menta. Mica male. La prossima volta che farò rapporto ai miei superiori proporrò l’inserimento di un giorno a settimana dedicato alla cura del corpo. In fondo, anche un soldato ha bisogno di trattarsi bene ogni tanto. Magari una volta al mese può bastare.

 

27 Dicembre

In un’inaspettata mattinata di sole intenso, la piccola ci ha portato in gita di ricognizione sul balcone di casa.

Siamo sul camper rosa, io alla guida, la bionda sospiratrice al mio fianco e la Brasiliana adagiata sul tetto del veicolo, in posa sfacciatamente volgare, con le gambe accavallate e un braccio sollevato.

All’inizio la situazione è stata piuttosto piacevole, niente pericoli o insidie in agguato, malgrado i miei cinque sensi fossero sempre all’erta, solo noi tre a fare su e giù tra vasi di gerani e ciclamini, baciati dal sole che splendeva alto a quell’ora della mattina e spinti dalla mano della nostra padrona che si sbellicava dalle risate neanche stesse facendo chissà cosa.

All’improvviso però, un incidente inatteso ha cambiato le cose. Una spinta un po’ troppo forte e il camper è andato a sbattere violentemente sulla ringhiera del balcone, sbalzando Barbie Rio dal tetto e facendola volare giù nel vuoto attraverso una fessura della ringhiera.

Lo schianto che abbiamo sentito quando ha toccato terra è stato raccapricciante.

Noi due siamo rimasti ammutoliti mentre la bimba si è messa a strillare come un’aquila riempiendo l’aria di un suono più acuto di mille sirene d’allarme.

Mentre la madre della piccola si occupava di recuperare la nostra compagna volata via, Barbie Principessa, forse in un attimo di smarrimento viste le circostanze, mi ha preso la mano e mi ha detto:
- Anche se non porti una calzamaglia, il tuo viso non esprime nessuna dolcezza e puzzi di nafta, penso sia tu il mio principe. Ti prego non lasciarmi sola.

- Basta che smetti di sospirare – le ho risposto io.

La signora ha recuperato la dispersa in pochi minuti, ma purtroppo il volo di tre piani le ha staccato la testa di netto.

Ora il suo corpo sensuale è adagiato sulla sdraio gialla, ma la sua testa sta poggiata un metro più in la accanto alla sua amaca di paglia.

Noi altri cerchiamo di comportarci come se niente fosse, le parliamo ogni tanto guardandola negli occhi e ogni tanto fissandole le tette, tanto per non sbagliare.

La mia neo principessa le dice che le dispiace molto, le trema la voce dall’emozione, ma lei continua a sorridere con la testa poggiata in terra, dice:
- Nao hà problema, a vida è bela o mesmo.

Non posso crederci. A vederla così, orribilmente sfigurata eppure ancora sorridente, ancora entusiasta della vita, i miei occhi di plastica hanno versato una lacrima. Una lacrima sincera, di commozione.

E allora ho capito che nella vita non conta niente da dove vieni o cosa sei stato progettato per fare. Conta chi sei veramente dentro di te.

Se ti preoccupi troppo di essere quello che gli altri si aspettano che tu sia, non sarai mai te stesso.

E allora fanculo mitra, bombe a mano e terza guerra mondiale.

Uno può nascere soldato, ma dentro può essere un principe in calzamaglia.

 

28 Dicembre

Ho sentito dire che i miei compagni sono impegnati in una missione ad altissima priorità per difendere il mondo dalla minaccia globale del dottor Drake X. Il pazzoide ha rubato una quarantina di testate nucleari e le tiene puntate sulle capitali più importanti. Il figlio di puttana sta tenendo tutti i capi di stato per le palle.

Una settimana fa le mie giunture e i miei muscoli sarebbero scattati all’idea di poter partecipare a una missione di tale importanza. I riconoscimenti per chi la porterà a termine saranno al di là dell’immaginabile, gli onori immensi.

Ma al momento Barbie Rio, alla quale hanno miracolosamente riattaccato la testa con una cosa chiamata Super Attak, mi sta facendo la manicure, mentre la Mia Principessa è impegnata con spazzole e forbici e scruta ogni centimetro della mia capigliatura.

Ho le doppie punte, la fine del mondo può aspettare.

Prova a scrivere anche tu un racconto per il blog del fantareale :)

Kurt


Vai a prenderla in aeroporto fiero della tua barba incolta e della tua capigliatura anni Novanta e per completare l’opera indossi quei vecchi vestiti che puzzano del vecchio te e invece che un mazzo di fiori le porti uno di quegli hot-dog unti che vi piacevano tanto, anche se sai che non lo mangerà.

Emma esce dalle porte scorrevoli trascinandosi dietro un valigione e una borsa rosa, a forma di orsacchiotto, che ti mette i brividi. I bagagli la rendono goffa nei movimenti, o forse è il fatto di essere ingrassata a farla sembrare diversa. I capelli non sono del solito biondo, hanno un’evidente ricrescita castana e sono raccolti in una treccia scomposta.

Quella non è tua moglie, eppure è lei, la stessa che ti sorride come se nulla fosse, ti molla la valigia, addenta il panino ed esclama “Grazie, stavo morendo di fame!”.

Ti gratti la testa mentre segui il nuovo culo di tua moglie che si avvia verso il parcheggio, guardi nel punto in cui avevi lasciato l’auto e vedi Emma buttare la borsa nel retro di un furgoncino blu, uguale a quello che guidavi appena presa la patente; tu allora ti adegui, carichi la valigia, ed è la sua voce, che ti esorta a muoverti, a farti salire come un automa su quel mezzo che credevi ormai estraneo, ma che a quanto pare è di nuovo la tua macchina, mentre ti chiedi che fine abbia fatto la tua Punto grigia, o era nera? Non ne sei più sicuro.

Metti in moto e subito lo stereo risuona delle note di ‘Smell like teen spirit’ dei Nirvana, ma è tutto sbagliato, non c’è nulla che stia andando come avevi programmato, nessuna sorpresa sul viso di Emma, solo stanchezza. Il suo silenzio ti rende nervoso ma non sai cosa chiederle perché ti sei appena reso conto che non riesci più a ricordarti per dove o perché fosse partita.

Butti lì un generico “Com’è andata?”, lei sbuffa e risponde “Alle solite, lo sai com’è mia madre, mi ha chiesto se rubi ancora nei supermercati, e se abbiamo messo le tende alle finestre.”

Sua madre. Sua madre che è morta sette anni prima. Perché sua madre è morta, di questo ne sei certo. O no? Forse no, visto che a quanto pare è abbastanza viva da criticarti.

Vorresti chiederle spiegazioni ma sono troppe le cose che ti appaiono confuse, così ti concentri sulla guida, sulle strade che percorri tutti i giorni, almeno quelle ti sono familiari, anche se noti dei lavori in corso che non avevi visto all’andata, ma non te ne preoccupi, l’unica cosa che adesso ti interessa è arrivare a casa.

Il semaforo rosso ti lascia qualche secondo per pensare e percepisci il cuore che ti bombarda il petto e il sudore che ti impiastriccia le tempie e il collo perché ti sei ricordato di quella borsa rosa, come hai fatto a non riconoscerla subito… E’ la borsa che Emma aveva tanto voluto perché diceva che era uguale a quella di Courtney Love e tu gliel’avevi rubata per il compleanno, la stessa borsa in cui anni dopo avete messo dentro Ramòn prima di seppellirlo.

Parcheggi sotto casa, la testa che ti scoppia. Obblighi te stesso a muoverti, a trascinare la valigia su per le scale e poi ti accasci sul divano e l’ultima cosa che vedi prima di addormentarti è Emma che dà da mangiare al vostro gatto che credevi morto e sepolto in quella borsa ridicola.

Quando ti svegli allunghi la mano, con gli occhi ancora socchiusi, e riesci a toccare il fianco di Emma che si alza e si abbassa assecondando il ritmo del respiro regolare. Di istinto ti sposti in modo da far aderire il tuo corpo al suo e decidi di rimandare le domande a più tardi, sei troppo eccitato, vuoi solo strusciarti contro quel culo sconosciuto e familiare al tempo stesso, e non hai voglia di chiederti perché le tette sembrino più grandi, vuoi toccarle e basta. Emma risponde alle tue carezze, non si volta ma allunga il braccio all’indietro per toccarti i capelli, si porta le ginocchia al petto e tu la aiuti a sfilarsi la t-shirt e poi le metti una mano tra le gambe e scopate in quella stessa posizione, senza mai guardarvi in faccia.

Dopo che sei venuto ti scosti per sdraiarti sulla schiena e lei si allunga su di te per raggiungere il pacchetto di sigarette sul tavolino, ne accende una e la fiamma dell’accendino ti permette di vedere per pochi istanti il volto della donna con la quale hai appena fatto l’amore, tua moglie, che ti fa l’occhiolino, appoggia l’indice della mano destra alla tua tempia, come per spararti, e si mette a ridere. Poi ti bacia e ti dice che va a farsi una doccia e tu pensi che il suo aspetto non ti è più così estraneo, adesso la riconosci. Ti avvicini alla finestra, un po’ barcollante, e vedi il furgone parcheggiato, e la moquette ruvida sotto i tuoi piedi scalzi ti rende tutto più chiaro. Il volto che ti fissa dallo specchio sopra il cassettone è il volto del te stesso ventenne. C’è un rivolo di sangue che ti cola dall’orecchio. Lo tamponi con la manica della camicia. Ti senti strano. Non riesci a mettere bene a fuoco la tua immagine riflessa. Tutto ciò che ti circonda sembra perdere i contorni, liquefarsi. Ti appoggi al muro e provi a concentrarti sul tatuaggio che hai sul braccio. Dovrebbe esserci scritto “Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente” ma non riesci a mettere a fuoco le parole, potrebbe esserci scritta qualunque cosa.

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La vera storia di Babbo Natale e dei guanti di Jeeg Robot d’acciaio


Avevi chiesto a Babbo Natale i guanti di Hiroshi Shiba.

Li hai visti in Tv nei cartoni del pomeriggio.

Quando Hiroshi Shiba indossa i guanti e unisce i pugni si trasforma in Jeeg Robot. Cioè nella testa di Jeeg,  perchè i pezzi del corpo glieli  deve  lanciare Miwa, che è una bella ragazza che guida una navetta spaziale, il Big Shooter, che invece dei missili spara  tutti i pezzi del corpo di Jeeg Robot.

Deve essere una bella sensazione trasformarsi nella testa di Jeeg Robot,  ma tu, al massimo, nella tua vita, ti sei sentito trasformato in una testa di cazzo.

Come tutte le volte che ti sei addormentato durante le preghiere o la messa e hai sognato Miwa che ti lanciava i componenti, tu, come Hiroshi Shiba avresti voluto formare il corpo del robot e poi  gridare “Jeeg Robot d’acciaio!” Invece arrivava Suor Brunilde e ti svegliava con un manrovescio. Miwa, dagli occhioni gentili, dalle gambe lunghe e dalla minigonna corta, svaniva.

Suor Brunilde invece rimaneva.

Ha le gambe corte, la gonna lunga e ti lancia addosso solo merda.

-Prega, fai i compiti e non guardare i cartoni animati giapponesi che sennò  Babbo Natale poi ti porta il carbone!

Non potevi credere che Babbo Natale fosse in combutta con lei.

Poi stasera, che è la vigilia, hai scoperto la verità. Babbo Natale non esiste.  E’ Suor Brunilde che si mette la barba bianca fatta con l’ovatta e il costume rosso e, dopo la messa di mezzanotte,  scende da una scaletta che cala nella enorme canna fumaria, esce  dal camino del refettorio, arriva alla statua della madonna, quella con le candele sempre accese sotto, si fa il segno della croce e poi consegna i regali a te e ai tuoi compagni di sfiga, quelli che a Natale non li viene a prendere nessuno.

I cosiddetti regali provengono dalla “carità” dei parrocchiani che si svuotano le cantine dalla robaccia. Le suore, poi,  impacchettano tutto con una carta e dei nastri che hanno visto più Natali di te.

Prima di andare in refettorio, stasera, hai visto Suor Brunilde uscire  dalla sua stanza senza chiuderla a chiave, ti sei intrufolato e li hai trovato il costume rosso appeso a una stampella, l’ovatta  ed il sacco con i regali. Hai sbirciato nel pacchetto con scritto sopra il tuo nome ed invece dei guanti di Jeeg Robot ne è uscito fuori un libro dalla copertina rigida rigata “Senza Famiglia” di Hector Malot.

Che bastarda! Hai pensato.

Lo hai  infilato nei pantaloni e poi, prima di uscire, hai preso dal  comò della suora una bottiglia di acqua di colonia di quelle grandi da un litro.  Quando sei arrivato in refettorio l’hai nascosta dietro  la statua della madonna.

Durante l’omelia della Messa di mezzanotte, quando Suor Brunilde è uscita dalla Cappella  per la sua messinscena, tu, con la scusa di andare in bagno, sei corso in refettorio. Hai preso una candela da sotto la statua della madonna e la bottiglia di colonia e  le hai messe sopra al camino. Dentro hai accatastato quattro sedie impagliate. Hai tirato fuori dai pantaloni “Senza Famiglia”, hai strappato tutte le pagine e le hai appallottolate sotto l’impagliatura delle sedie.

Quando, come ti aspettavi, hai sentito dei rumori provenire dalla canna fumaria, con la candela hai appiccato il fuoco che è avvampato immediatamente

- Ahi, ahi, ahi, brucia! – Hai sentito urlare da sopra. Allora hai strappato un pezzo di una tenda, l’hai imbevuto di colonia, ne hai inserito un lembo nella bottiglia di profumo e l’hai lanciata sulle fiamme. E’ esplosa con una scia di fuoco su per tutta la canna fumaria. Hai udito un urlo e poi più niente. Solo fumo  e odore di pollo arrosto. Uno a uno hai visto cadere nel camino pezzi di corpo. Come quando a Jeeg Robot lanciano i componenti. Solo che questi rimanevano sganciati e non erano belli muscolosi come quelli di Jeeg, solo ossa con resti di pelle carbonizzata intorno. Piedi, tibie, la cassa toracica con ancora le braccia attaccate, e infine il teschio. Aveva ancora  il cappello a punta col pon pon  che stranamente non era bruciato ma solo annerito. Sotto al mento aveva ancora tracce di barba bruciacchiata

Hai sentito dei colpi di tosse dietro di te e una voce.

- Che succede qui?

Il tono era irritante come quello di Suor Brunilde ma non proveniva dallo scheletro.

Ti sei voltato e, sei saltato dallo spavento quando ti sei ritrovato a tu per tu proprio con lei, Suor Brunilde, con tanto di costume e barba finta.

Si copriva la bocca e il naso con il cappello rosso. Tossiva e aveva gli occhi a fessura che le lacrimavano.

Hai preso l’attizzatoio e sei andato verso il camino, hai provato a staccare la barba posticcia dal teschio col cappello di Babbo Natale, ma quella rimaneva attaccata alla pelle bruciata.

Cazzo, hai pensato, barba  vera!

Sei corso via verso le scale. Una volta arrivato in soffitta, hai aperto l’abbaino e ti sei arrampicato sul tetto. Hai alzato gli occhi e non era il Big Shooter quella cosa che vagava per il cielo a balzi, ma una vera e propria slitta. Le renne imbizzarrite e accecate dall’esplosione la trascinavano sempre più in alto, alla deriva, sempre più piccole, fino a scomparire alla tua vista.

Ti sei precipitato verso il grosso comignolo. Hai raggiunto la canna fumaria e hai guardato di sotto. Qualcosa la ostruiva. Hai staccato un pezzo dell’antenna e con quello sei riuscito a tirare fuori dal comignolo i resti di un sacco di iuta semicarbonizzato. Hai adagiato il tessuto sulle tegole del tetto e con l’asta dell’antenna hai frugato tra i resti anneriti e ancora fumiganti. Impossibile stabilire cosa fosse stato ognuno di quei frammenti. Tranne uno. Era annerito ma la sua sagoma inconfondibile: uno dei guanti di Hiroshi Shiba. Ancora per  qualche secondo. Poi l’hai visto dissolversi in cenere.

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Ragazzo di vetro


C’era questo ragazzo, tutto di vetro, pescato dai genitori in non so quale sgangherato emporio di creature senza origini. La famiglia lo tenne in casa per anni. La fretta del mondo esterno poteva graffiarlo, le auto incrinarlo, le strade farlo inciampare.

Venne invitato tutto il quartiere per mostrare il ragazzo nella sua pelle di cristallo, levigata come la statua vivente di una figura mitica. Era trasparente, sempre tirato a lucido. Le signore più incartapecorite sorridevano nel vedere l’argenteria, i ritratti, le altre persone ingrandite e sfocate così dolcemente dal suo corpo. Agli uomini piaceva quell’ombra perlacea che se ne stava quasi in disparte, ai piedi del ragazzo, sul pavimento bianchissimo.

Le risate gli rimbalzavano contro, lasciandolo nella sua liscia rigidezza, senza una grinza di piacere. Avrebbe tanto voluto avere una qualche emozione, riscaldare dall’interno il suo freddo guscio di silicio.

Un giorno andò in giardino prima che potesse scendere il mattino.

L’alba gli passò attraverso senza neanche degnarlo di una sensazione. Arrivò presto mezzogiorno che gli scivolo addosso senza lasciare una sola macchia lucente.

Fosse arrivato un vecchio zio a fare visita lo avrebbe centrato in pieno sul vialetto senza vederlo.

Venne poi la sera. Calma, nera e senza tregua. Tutta quell’oscurità nebbiosa lo prese per le gambe e gli entrò dentro, riempiendolo, facendone il contenitore di nero vischioso come inchiostro di china. Con tutta quella notte dentro, la sua superficie finalmente riuscì a intrappolare i bagliori delle case altrui o le ombre dei parenti, a riflettere le loro emozioni.

Ma si sentiva come un doppione del prossimo, pronto a fornire l’occhiolino di scorta quando il vicino non ammiccava abbastanza. E se l’amico frignava, avrebbe frignato pure lui. Senza però emettere suoni, perché qualsiasi acuto lo avrebbe distrutto, come uno specchio qualsiasi.

Si chiese quando avrebbe provato le gioie di un uomo normale. Decise di reagire, uscire di casa, correre via. Incontrò persone che avrebbe voluto abbracciare. Ma si trattenne per non sbilanciarsi o per non rompersi sotto quelle ganasce carezzevoli e ferire gli altri con le schegge del suo affetto. Incontrò donne che avrebbe voluto amare, ma non riusciva ad amare neanche sé stesso. Perché, anche senza bruschi movimenti, qualsiasi vibrazione onanistica o frequenza orgasmica avrebbe mandato in risonanza tutto il suo corpo.

Decise allora di buttarsi in un crogiolo di vita pura: sesso, canzoni, e salti mortali, e non si sentì più solo. Sesso, canzoni e salti mortali e sul suo volto cominciò a spuntare una smorfia all’angolo di quella che forse era la bocca. Un punto che sembrava quasi crivellato dal violento piacere. Un inizio di sorriso. Poi un altro. Un altro ancora. E poi tutto uno squarcio continuo che si diramava ovunque, trasformandolo in uno sciame iridiscente di felicità lontana.

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