Mentre le sirene vi incantano con le loro melodie, le seppie vi regalano momenti indimenticabili…
Fantareale
Tiro su lentamente la lenza che ha agganciato qualcosa che pesa. Sono uscito in mare a pescare polipi e forse avrò preso un sacchetto di plastica gonfio d’acqua. Emerge dall’acqua una massa gelatinosa ad anelli concentrici che finiscono in tanti ciuffi filamentosi. Non è un polipo. Man mano che tiro su il filo, la massa si gonfia, si dilata e i filamenti si ingrossano. La pelle si popola di centinaia di piccole ventose. A contatto dell’aria i tentacoli diventano robusti e il corpo si allarga sempre più. La riconosco. Appesa alla lenza che sta per cedere c’è una seppia. Una seppia gigante dalla pancia bianca con al centro una donna tatuata a colori giallo, rosso e azzurro. La seppia si dibatte per liberarsi dalla lenza e la donna si anima, freme. Gli occhi azzurri le brillano, i capelli neri lunghi le coprono in parte il viso color pesca matura e i seni rossi. Tiro a me la lenza con uno strattone e mi sporgo dal battello per afferrare la seppia. Ricevo uno sputo in faccia. Cado in acqua.
Mare nero di seppia. Affondo. Scendo giù rapido. Cristo sto per morire e non mollo la lenza con la seppia. Qualcosa di morbido mi si attacca alla pancia e rallento la discesa. La testa mi scoppia, vertigini, vuoto. Non sento più niente. Tengo stretta la lenza. Dura poco. Apro gli occhi che bruciano, non vedo niente. Sto scendendo ancora ma l’acqua si schiarisce. Un branco di triglie rossastre mi sfiora. Percepisco i colori. Non sono diventato cieco. Supero in un baleno uno spuntone roccioso coperto di coralli. La velocità di discesa deve essere alta, ma non mi ronzano le orecchie. Qualcuno mi sorregge e mi guida. Certo. È lei. La seppia che con i suoi tentacoli mi stringe al suo ventre. Caldo e aderente, lo sento che palpita sul mio. Non mi lascia, né io voglio staccarmi da lei. Non mollo la lenza. La punta dell’amo le ha fatto male, ma non me ne vuole. Mi avrebbe già mollato negli abissi se non fosse così. La velocità di discesa aumenta ancora e poi, con un brivido che mi elettrizza la spina dorsale,la seppia mi costringe ad arcuarmi per risalire con lei. Perdo i sensi. Non so quando tempo dopo, mi ritrovo sdraiato su una spiaggia ghiaiosa. Silenzio. Respiro, vivo. Apro gli occhi. Mi guardo intorno. Ho perduto la lenza e la seppia enorme non c’è più. Sono finito in una grotta immensa, larga e alta. Sembra una campana con un buco sulla sommità dal quale scende un raggio di sole. Il pulviscolo d’umidità che stagna nell’aria, si frattura in una miriade di molecole lucenti che piombano concentrate alla mia sinistra e fanno risplendere la donna nuda dai capelli neri sciolti sui seni. Proprio lei.
Sta lì, la vedo bene alla mia sinistra, è la donna del tatuaggio che avevo visto sulla pancia della seppia gigante.
Siede poco lontana da me. Metà del suo corpo, dall’ombelico in giù, è immersa nell’acqua marina e mi fa cenno di non aver paura.
Respiro, vivo e me ne sto nella grotta con lei che mi sorride. Nereide che mi tende le braccia, finalmente.
Ho visto cadere un uovo. Era un uovo di gallina. Si era spiaccicato sull’asfalto, davanti a me, mostrando il rosso come un occhio spalancato. Ne cadde un altro. Si piantò affianco al primo. Guardai in su. Prima di capire che un altro uovo stava cadendo me lo trovai come un cazzotto sulla faccia. Prese a piovere uova in modo consistente. Aprii l’ombrello e tornai a casa.
Oggi proprio non è la giornata giusta per stare qui fermo seduto su questa sedia, in questa classe dove stiamo in diciassette stretti come figurine in un pacchetto. Le maestre l’anno scorso hanno detto che non era il caso di traslocare in una classe più grande, altrimenti noi bambini ci saremmo “traumatizzati” per il cambiamento che avrebbe “rivoluzionato troppo i nostri riferimenti nello spazio”. Mi sono disegnato su una mano delle squame di serpente, provo a immaginarmi di stare in un giungla e di mordere col mio veleno potentissimo le chiappe dell’insegnante di matematica che oggi non ci ha portato in giardino “perché c’è troppo vento” dice lei, mentre fuori ci sono già i banani in fiore. Oggi ho dovuto pure sopportare le sue urla giurassiche perché, quanto sono stato cretino, gli ho raccontato che da casa ci scriviamo tra compagni con messanger e che era stato mio padre a impostarmi l’indirizzo e tutto quanto. “Ma come, messanger a soli 10 anni, va parlato con i genitori!”
Eccomi al Mondo dunque.