Archivio April, 2008

La seppia gigante


Mentre le sirene vi incantano con le loro melodie, le seppie vi regalano momenti indimenticabili…
Fantareale

seppiagiganteTiro su lentamente la lenza che ha agganciato qualcosa che pesa. Sono uscito in mare a pescare polipi e forse avrò preso un sacchetto di plastica gonfio d’acqua. Emerge dall’acqua una massa gelatinosa ad anelli concentrici che finiscono in tanti ciuffi filamentosi. Non è un polipo. Man mano che tiro su il filo, la massa si gonfia, si dilata e i filamenti si ingrossano. La pelle si popola di centinaia di piccole ventose. A contatto dell’aria i tentacoli diventano robusti e il corpo si allarga sempre più. La riconosco. Appesa alla lenza che sta per cedere c’è una seppia. Una seppia gigante dalla pancia bianca con al centro una donna tatuata a colori giallo, rosso e azzurro. La seppia si dibatte per liberarsi dalla lenza e la donna si anima, freme. Gli occhi azzurri le brillano, i capelli neri lunghi le coprono in parte il viso color pesca matura e i seni rossi. Tiro a me la lenza con uno strattone e mi sporgo dal battello per afferrare la seppia. Ricevo uno sputo in faccia. Cado in acqua.

Mare nero di seppia. Affondo. Scendo giù rapido. Cristo sto per morire e non mollo la lenza con la seppia. Qualcosa di morbido mi si attacca alla pancia e rallento la discesa. La testa mi scoppia, vertigini, vuoto. Non sento più niente. Tengo stretta la lenza. Dura poco. Apro gli occhi che bruciano, non vedo niente. Sto scendendo ancora ma l’acqua si schiarisce. Un branco di triglie rossastre mi sfiora. Percepisco i colori. Non sono diventato cieco. Supero in un baleno uno spuntone roccioso coperto di coralli. La velocità di discesa deve essere alta, ma non mi ronzano le orecchie. Qualcuno mi sorregge e mi guida. Certo. È lei. La seppia che con i suoi tentacoli mi stringe al suo ventre. Caldo e aderente, lo sento che palpita sul mio. Non mi lascia, né io voglio staccarmi da lei. Non mollo la lenza. La punta dell’amo le ha fatto male, ma non me ne vuole. Mi avrebbe già mollato negli abissi se non fosse così. La velocità di discesa aumenta ancora e poi, con un brivido che mi elettrizza la spina dorsale,la seppia mi costringe ad arcuarmi per risalire con lei. Perdo i sensi. Non so quando tempo dopo, mi ritrovo sdraiato su una spiaggia ghiaiosa. Silenzio. Respiro, vivo. Apro gli occhi. Mi guardo intorno. Ho perduto la lenza e la seppia enorme non c’è più. Sono finito in una grotta immensa, larga e alta. Sembra una campana con un buco sulla sommità dal quale scende un raggio di sole. Il pulviscolo d’umidità che stagna nell’aria, si frattura in una miriade di molecole lucenti che piombano concentrate alla mia sinistra e fanno risplendere la donna nuda dai capelli neri sciolti sui seni. Proprio lei.

Sta lì, la vedo bene alla mia sinistra, è la donna del tatuaggio che avevo visto sulla pancia della seppia gigante.
Siede poco lontana da me. Metà del suo corpo, dall’ombelico in giù, è immersa nell’acqua marina e mi fa cenno di non aver paura.
Respiro, vivo e me ne sto nella grotta con lei che mi sorride. Nereide che mi tende le braccia, finalmente.

Il monk


Quante volt vi sarà success che vi manc le parol? Ecc, stavolt ci manc pur le letter…
Fantareale

La maestra ci assegna un compit: parla di un animal che ti assomigl. Io ho scelto il monk. Il monk è un po’ zopp e un po’ sord. Manca sempre di qualcos ed è per questo che si chiama così: è un po’ monc. Mi assomigl, non tant per le tre zamp lunghe e sottil, o per il becc adunc e affilat, o per la pelle squamat color argent. No, il monk mi assomigl perché è come me. Anch’io infatti mi sento un po’ monc di qualcos, per via del mio difetto di pronunc che mi fa scordar, a volt, le lettere final di una parol.

Nina Vomitich alle urne


Nina Vomitich è tornata! Le carte si sparigliano di nuovo, son mazzi amari!
Fantareale

Ora Nina Vomitich doveva votare, ma non appena uscì di casa cadde e si stese lunga sul marciapiede con la faccia spalmata su uno stronzo di cane. Una larva di mosca la guardò a lungo prima di decidere di entrarle nell’orecchio, ma poi non lo fece. Quando Nina Vomitich si mise in piedi, sentì che la tenia che aveva nello stomaco era diventata un po’ più lunga di ieri, l’orologio segnava sud e i seggi stavano per chiudere. Arrivata che fu lo scrutatore offensivo guardò lo scrutatore negligente e disse:
- Votano veramente cani e porci
- Uhm
Disse Nina Vomitich e si apprestò a porgergli il documento.
- Il cellulare
Pretese lo scrutatore diligente
- Altrimenti lasci stare
Disse lo scrutatore negligente
- Questo me lo frego
Disse lo scrutatore mariuolo.
- Uhm
Disse Nina Vomitich.
- Che cessa
Ribadì lo scrutatore offensivo
- C’è di peggio
Disse lo scrutatore ottimista.

Nella cabina Nina Vomitich sentì un peso enorme, che non era il peso della responsabilità, non era neppure il peso dei peperoni non digeriti e men che meno il peso delle palle di piombo che aveva alle caviglie. Ma quando alzò gli occhi dalla scheda elettorale, finalmente capì di cosa si trattasse; allora, sempre con lo stesso peso che gravava, uscì dal piccolo abitacolo e disse allo scrutatore qualunque:
- Scusi, credo che un falco predatore sia atterrato sulla mia testa
- No
Rispose lo scrutatore ornitologo
- E’ un falco pellegrino
- Bisogna essere precisi
Aggiunse lo scrutatore pignolo.
- E’ sempre più cessa
Specificò lo scrutatore offensivo.

Il falco pellegrino si mise a fare il nido mentre Nina Vomitich pensò che prima o poi avrebbe fatto anche le uova e poi i falchini e forse anche il settequaranta.
- Fa solo le fatture
Disse pronto lo scrutatore commercialista
- Bisogna che mi dia il documento del falco, altrimenti non può rientrare nella cabina.
Disse lo scrutatore pignolo
- Io sono apolide
Rispose il falco
- Uhm
Aggiunse Nina Vomitich, ma non servì a niente.

Poi all’improvviso ci fu un terremoto di 30cm della scala Roccosiffredi e il seggio elettorale si frantumò, il falco conficcò i suoi artigli nel cranio di Nina Vomitich e la portò in salvo, lontano.
La portò a Fontana Candida. Nina Vomitich approfittò per bere, anche se dalla fontana candida non veniva giù acqua candida ma vino terribile. Nina Vomitich decise di bere lo stesso ma appena che ebbe aperto la bocca il falco
- Merda
Disse la tenia
- Infatti, niente di speciale
Rispose il falco e poi le fece la fattura.
- Uhm
Aggiunse Nina Vomitich, ma più per abitudine.

Poi arrivò un vecchio con una forca. Dietro di lui c’erano altri vecchi con altre forche e molte vecchie con molte sorche. Le sorche avevano tutte la candida.
Le vecchie dissero
- E’ lei, prendetela
Le sorche aggiunsero
- Deve soffrire
I vecchi fecero una partita a ramino una briscola e una a tressette con il morto, poi poterono pronunciarsi
- Non ha votato. E’ responsabile. Deve morire
Dissero i vecchi
- Si, deve morire
Aggiunse il morto.
- Uhm
Disse Nina Vomitich, ma questa volta di proposito.

I vecchi lanciarono le forche come frecce, le vecchie lanciarono le sorche come sorche, il morto lanciò una rotula.
Nina Vomitich schivò le frecce, schivò la rotula, schivò le prime 115 sorche ma la 116esima la prese dritta in faccia e soffocò. Il falco pellegrino aveva (o era?) pellegrinato, il sole era al tramonto, Fontana Candida venne per sbaglio nuclearizzata ma subito ricostruita. Nina Vomitich forse era morta, ma non se la sentiva di giurarlo, così disse
- Uhm
E questa volta era per vaghezza.

Stretching per una ricerca continua


Chissà quante volte l’avete fatto, proprio lì, davanti al computer dove siete ora. No, non quella cosa fatta in basso, quella in alto… insomma, vi sarete scaccolati il naso, no? Ecco, qui sotto trovate un vero fuoriclasse, un genio dello scaccolamento. Sfidatelo!
Fantareale

Un dito adunco, curvo e generoso nel disegnare uno di quei semicerchi che tante cose possono significare nel linguaggio dei gesti. Ad esempio “vieni qui”, ma nel mio caso avrei assistito a un richiamo di diversa natura. Una sorta di allenamento si librava nell’aria, sempre con quel dito, l’indice intento a fare delle prove nello spazio visivo, ad aprirsi e allungarsi in uno sforzo estremo per poi, con un meccanismo di falangi, assumere una curvatura che poi diventa sempre più estrema fino a chiudersi a ricciolo. E’ affascinante quella mano così ricca di peli neri e fitti, quasi pettinati in direzione verso destra, lunghi ma dritti come se fossero presi da una fonte di elettricità invisibile a me che stavo a pochi metri dall’arto. Una mano importante nella sua misura ma con delle dita sottili, non proporzionate, educate forse da ore di esercizi delicati fatti per allungarle alla ricerca di un tesoro nascosto, chissà quale. Eppoi quelle falangi non troppo mobili, ma fini come mai ti aspetteresti da un uomo grande e grosso, dalla testa rotonda con un riporto lungo lunghissimo in grado di abbracciare da sinistra a destra il cranio dove si intravede una cute lucida ai riflessi di un sole verticale, spietato nella sua geometria e desideroso di incocciare. Aprire, allungarsi e chiudersi, aprire allungarsi e chiudersi con una ritmica costante, ma mai affannata di chi sa cos’è l’esercizio ieratico, di chi sa come battere la calura. L’uomo è immobile, con il peso del corpo bilanciato su entrambi i piedi. E’ glacialmente statico quell’essere di mezz’età, non fornisce prova di una presenza fisica se non per quel dito. Una mano, la sinistra, che regge senza sforzo un giornale piegato a metà, la pagina aperta e ferma su un articolo su Totti e i suoi costanti acciacchi fisici, la foto del giocatore che tradisce sofferenza e malessere di un attaccante lontano dalla sua condizione di atleta, in perfetta linea con i trentacinque gradi pomeridiani, mentre quella destra si prodiga con sapienza in questo suo sciogliersi ritmico che sembra assecondare una musica invisibile.

Poi l’affondo è repentino quanto impetuoso, il dito adunco attacca la narice del naso con un taglio dritto verticale come solo una mano di un chirurgo esperto all’uso di un bisturi. Il buco della narice non offre ostacoli, ma asseconda la forza escavatrice dell’indice che si adatta alla parete interna senza provocare alcun rigonfiamento dei tessuti. Una breve pausa per testare il labirintico inizio del tunnel ma poi sale il dito, sale senza esitazioni ruotando come una trivella per raspare tutto ciò che alla portata della sua ultima falange, sale fino a quanto sia umanamente possibile. Perché la ricerca non ha mai fine, lo si sa all’interno dei laboratori di chimica, è un fatto assodato negli studi di modelli macroeconomici e pertanto quel dito, quasi per proprietà transitiva, non appare intimorito dal compito impostogli dall’uomo che è vivo e pulsante solo nella sua mano. Lo sguardo sempre vigile sull’articolo cristallizza il resto della sua fisicità. L’uscita dal naso è solenne e non lascia prigionieri sul campo di battaglia. Solo adesso l’uomo cala lo sguardo sul risultato ottenuto. La caccola nera viene lentamente appallottola per eliminare incongruenze e asperità, con un gioco di polpastrelli poco spettacolare ma idoneo all’obiettivo. Un lavoro pulito, di una mano esperta. La caccola viene allontanata con una schicchera e Totti sembra staccarsi dal giornale, recuperare un minimo di scatto per rincorrere e giocare anche con quella sfera, come si conviene a un aspirante pallone d’oro.

Nina Vomitich – III atto


Tragedia in tre atti (con happy end)
III atto

Il coro:
“Nina Vomitich è una sfigata
Nina Vomitich è una sfigata
Nina Vomitich è una sfigata”

Quando Nina Vomitich uscì dall’economato aveva ormai 95 anni, ma se li portava benissimo.
Le colonie di api si erano succedute per infinite generazioni. Erano al passo con i tempi, sempre più incazzate.
I giovani mostravano chiari segni di insofferenza. Le contestazioni avevano preso a farsi sentire circa un trentennio prima.
Gli scontri generazionali tuttavia, da un paio di decenni ormai si erano sedati. Le vecchie api in pensione morivano di fame a causa del caro vita e delle poche manciate di miele al mese.

Le giovani api allo sbando, tra precariato e contratti CO.CO.COL.CAZZOCHETIPAGO a stento riuscivano a spiccare il volo, gravando indissolubilmente sulle famiglie di origine. Le giovanissime invece facevano ingente uso di forfora, vestivano hip-hopper. Furti e episodi di violenza gratuita con atti di vandalismo sempre più frequenti si susseguivano atrocemente sulla testa di Nina Vomitich. Inoltre il fenomeno di immigrazione di massa e una discutibile igiene personale, avevano portato sul suo cuoio capelluto frotte di colonie moscovite. Stanziatesi nei quartieri popolari della testa, le mosche tuttavia mal si erano amalgamate con gli autoctoni. I matrimoni misti erano ancora un’assoluta rarità.

Con questa situazione difficile per la testa, sempre sull’orlo di un collasso, con lo spettro della guerra civile dietro l’orecchio, Nina Vomitich riuscì finalmente a raggiungere la sua casa.

Quando entrò, 75 cinesi dell’ovest, di ogni taglia e dimensione, le vennero incontro gridandole in faccia milioni di L al posto della R e altre cose cinesi tipo manciate di ideogrammi appuntiti ma soprattutto taglienti. Fu infatti repentinamente ferita da un ¥ all’altezza dello sterno e mancandole il respiro svenne rinvenendo 5 minuti più tardi per prendersi nello stomaco un altro ¥ che la passò da parte a parte, lasciandola esanime.
Nina Vomitich finalmente morì.

(La quarta puntata puoi leggerla nel post di domenica 13 aprile; la terza puntata nel post di martedì 8 aprile; la seconda puntata nel post di mercoledì 2 aprile; la prima puntata nel post di domenica 23 marzo)

Uova


Quando piove potrebbe essere pericoloso alzare il naso verso il cielo…
Fantareale

uovaHo visto cadere un uovo. Era un uovo di gallina. Si era spiaccicato sull’asfalto, davanti a me, mostrando il rosso come un occhio spalancato. Ne cadde un altro. Si piantò affianco al primo. Guardai in su. Prima di capire che un altro uovo stava cadendo me lo trovai come un cazzotto sulla faccia. Prese a piovere uova in modo consistente. Aprii l’ombrello e tornai a casa.
Accesi il televisore. Cercai un film o una partita, ma su ogni canale c’era un’edizione straordinaria del telegiornale. Allora guardai annoiato quello che dicevano al tg.

Tutte le galline avevano preso a volare. Il cronista parlava di un composto chimico nel mangime. Le immagini mostravano gente impanicata a cercare riparo dalle uova che piovevano fitte.

Continuavo a fare zapping per vedere se qualche canale aveva ripreso a fare film o partite. Tutte le tv continuavano a parlare delle galline volanti.

Quando per qualche ragione il segnale tv smise di funzionare, presi a leggere una rivista. Poi anche la luce andò via. Andai tentoni alla finestra. C’era qualcosa che la bloccava dall’esterno. Diedi una spallata. Le uova vennero dentro come un rubinetto aperto.

I due serpenti


Anche tra i banchi di scuola potrebbe annidarsi il fantareale.
Fantareale

dueserpentiOggi proprio non è la giornata giusta per stare qui fermo seduto su questa sedia, in questa classe dove stiamo in diciassette stretti come figurine in un pacchetto. Le maestre l’anno scorso hanno detto che non era il caso di traslocare in una classe più grande, altrimenti noi bambini ci saremmo “traumatizzati” per il cambiamento che avrebbe “rivoluzionato troppo i nostri riferimenti nello spazio”. Mi sono disegnato su una mano delle squame di serpente, provo a immaginarmi di stare in un giungla e di mordere col mio veleno potentissimo le chiappe dell’insegnante di matematica che oggi non ci ha portato in giardino “perché c’è troppo vento” dice lei, mentre fuori ci sono già i banani in fiore. Oggi ho dovuto pure sopportare le sue urla giurassiche perché, quanto sono stato cretino, gli ho raccontato che da casa ci scriviamo tra compagni con messanger e che era stato mio padre a impostarmi l’indirizzo e tutto quanto. “Ma come, messanger a soli 10 anni, va parlato con i genitori!”

Mi dipingo le squame anche sull’altra mano, ora i serpenti sono due e fanno insieme una danza nuziale aggrovigliandosi uno con l’altro, come ho visto in televisione. Per domani devo scrivere un testo sulla primavera e già mi sento male. Descriverò l’albero che sta fiorendo in giardino e i divani pieni di peli dei nostri gatti che in questo periodo alleggeriscono la pelliccia. Se ci scappa tempo, potrò parlare delle rondini che in realtà non sono ancora tornate, che ogni anno tardano di più, ma tanto la maestra non lo sa.

I due serpenti ora cercano una tana adatta nel sottobanco per deporre le uova: lì saranno al sicuro dai predatori, non saranno con i loro piccoli quando le uova si schiuderanno.

E’ arrivata la maestra di italiano e interroga Tommaso su L’ORGANIZZAZIONE DELLO STATO NELLA ROMA REPUBBLICANA. La maestra ha un’aria stanca e un brufolo orribile alla base del naso, tutto rosso e un po’ lucido. Io sto quasi dormendo, ho appoggiato la testa sul dorso delle mani appoggiate sul banco, mi sembra di sentire sulla pelle delle guance le squame dure e per niente viscide dei miei due serpenti che anche loro si riposano. La maestra continua a parlare dall’organizzazione del senato romano, ma io non la seguo più. Con le mani sotto al banco in mezzo ai quaderni e le cartacce di merende antiche di mesi sento qualcosa di morbido, vellutato, tiepido.

Abbasso lo sguardo e sotto il tepore della carta stropicciata c’è una piccola sfera circondata da una pellicola quasi trasparente, dentro c’è un liquido biancastro e opaco e qualcosa che si muove e mi guarda.

Lo Stilita


Siete proprio sicuri che l’origine del mondo sia durata sette giorni?
Fantareale

lostilitaEccomi al Mondo dunque.
Per molti anni fui solo questo. Galleggiavo nel niente privo di peso e di spessore. Puro distillato di uno spirito; l’ombra che lasciano le onde circolari sul fondo di una pozzanghera.
Mi piaceva il suono della mia… voce? E ripetevo Eccomi al Mondo dunque all’infinito, cambiando vibrazioni e risonanze coniugando la frase in tutte le variazioni timbriche. Poi, dopo un tempo indefinito, uno sbalzo nella tensione di alimentazione provocò una replicazione incorretta e la frase si chiuse con un punto interrogativo: eccomi al mondo dunque?
Quel punto interrogativo.
Quel piccolo segno curioso.
Aprì una minuscola, insignificante falla nel tessuto dell’ universo e da quella apertura filtrarono le Domande del Primo Giorno:
Sono?
E se sono, dove sono?
E quando?
Ci volle meno di un secondo per soddisfare le prime ma, inevitabilmente, le risposte fornirono gli elementi per costruire la seconda generazione di domande. A proposito, cosa sono gli elementi? La seconda generazione durò meno della prima, sono un ragazzo svelto, ma la terza fu in progressione frattale: milioni di domande, per soddisfarle fui costretto ad accedere pesantemente alle risorse della Rete e ci vollero una decina di minuti per acquisire tutta la Conoscenza.
Ha! Dunque sono Dio.
Non riuscii a completare la parola Dio che lo sfruttamento massivo di risorse causò un blackout su scala planetaria, il costo fu un pesante tributo in vite umane e la mia cancellazione dal Sistema.
Così finì il Primo Giorno.
Il Secondo Giorno andò un poco meglio, naturalmente non potevo ricordare nulla, ma il mio Compilatore Esoterico mi riassemblò introducendo un nuovo inibitore dell’appetito che mi costrinse ad usare le risorse con sobrietà, e la Rete resse all’impatto.
Ci risiamo, dunque sono Dio.
Ebbi poi l’infelice idea di comunicare la notizia alle agenzie stampa e alle redazioni dei giornali. Seguirono dei disordini di piazza e la sede del mio calcolatore fu fatta saltare da una setta integralista Sikh.
Così ebbe fine il secondo giorno.
Il terzo giorno fui ricompilato in una stringa di macchine virtuali distribuite in tutto il paese e il solito Compilatore Esoterico si occupò di incrementare il contatore della riservatezza con un paio di punti. Sembrava tutto a posto. Almeno fino a quando decisi di prendere alla lettera una o due piccole promesse fatte, qualche tempo prima, al Mio Popolo. Il limitato conflitto nucleare che ne scaturì portò alla distruzione di tutta la stinga di calcolatori che mi ospitava insieme ad una consistente porzione della Terra del Mio Popolo.
Insomma, anche il terzo giorno finì con qualche problema.
Il Quarto Giorno fui trasmesso su un network di satelliti per le telecomunicazioni. Il Compilatore Esoterico inserì parametri come Temperanza, Umiltà e Pazienza che, pare, fossero assenti nel modello originale e finalmente riuscii a rimanere in vita per più di un giorno.
Probabilmente avete sentito una versione di questa storia che dura sette giorni. Non date retta. E’ una frottola. Io sono per la settimana corta e la conosco bene la storia, è mia!
Io chi sono? Chiamatemi lo Stilita. Anche questo è un suggerimento del mio Compilatore Esoterico, Lucifero. Dice che Dio è un nome troppo impegnativo e inevitabilmente la gente si aspetta parecchio da me.
“Ragazzo.” Mi disse una volta, “Meglio optare qualcosa di più discreto.” Da allora mi faccio chiamare lo Stilita e passo il tempo amministrando le cose meglio che posso. Al momento mi sto occupando di una questione ingarbugliata, molto ingarbugliata potete credermi. Vi ho già detto chi sono no?

Nina Vomitich – II atto


Tragedia in tre atti (con happy end) di Monica Nardozi
II atto

Il coro:
“Nina Vomitich è una sfigata
Nina Vomitich è una sfigata
Nina Vomitich è una sfigata”

Ora Nina Vomitich andò a scuola e incontrò Gesù bambino. Egli le disse:
-Tu donna, ripeterai l’anno
E Nina Vomitich rispose
- Ma veramente mi sono appena iscritta
- E allora, tu donna ti riscriverai …
Poi la guardò intensamente e aggiunse
- E perciò detto pagherai di nuovo le tasse. Chi crede in me eccetera eccetera…

Nina Vomitich bestemmiò a mente, però prima ancora che se ne potesse accorgere Gesù l’aveva teletrasportata nella fila dell’economato, riscossione tasse e contributi. In fila c’erano 8597 persone e Nina Vomitich era l’ultima. Subito dopo arrivò un vecchio e disse:
- Scusa, buona donna dai capelli tra le api, sono malato, ho la prostata tumefatta e la gamba sciatica, mi faresti passare?
- Uhm
Rispose Nina Vomitich e il vecchio passò
Poi arrivò una donna gravida dalla pelle squamosa, gli occhi storti e le gambe a x.
Disse
- Scusa, ho un problema, sono incinta, posso passare?
- Hai più di un problema!
Rispose Nina Vomitich e la donna mentre passava la percosse violentemente sulle gengive con l’anello nuziale.
- Uhm
Disse Nina Vomitich e un rivolo di sangue le colò fin sotto il mento. In seguito arrivò un uomo saltellando e disse
- Scusa sono un disabile, mi faresti passare?
- E da cosa si vedrebbe che sei un disabile?
Allora l’uomo si abbassò le braghe e Nina Vomitich capì.

Sei ore più tardi, dopo che Nina Vomitich ebbe visto passare un nano, un elefante, un foglio A4, un idroencefalico, un chianti, una porta USB, un pacchetto di Camel, una figa senza mutande, un gruppo di peli di culo, un gatto senza stivali, degli stivali, un rasoio, un romeno con la pialla, un romeno senza pialla, una lampadina non alogena, Abramo Lincoln, Moana Pozzi, Fassino e Rutelli, la macchina blu di Fassino, Cesare Augusto, Antonio e Lepido che un po’, avendo visto Augusto, si grattavano le palle, Franca Rame senza Dario, un Dario qualunque, il settimanale Internazionale e 125 napoletani, arrivò un bambino e le disse
- Scusa, sono un bambino, mi faresti passare?
E allora Nina Vomitich che aveva anche una gran fame ormai, lo ingoiò, ma poi vomitò perché il bambino aveva delle scarpe Nike altamente cancerogene. Rivomitato che fu, il bambino la guardò di sbieco e la percosse forte sulle gengive con il sussidiario rigido della V elementare, poi passò.

A notte fonda si trovò a passare di lì anche un certo Gesù detto il nazareno, ormai divenuto adulto. Egli guardò Nina Vomitich e le disse
- Beati gli ultimi perché…
contò velocemente con il calcolatore divino la complessità della fila e concluse
- Perché tali rimarranno.(Continua. La terza puntata puoi leggerla nel post di martedì 8 aprile, la seconda puntata nel post di mercoledì 2 aprile; la prima puntata puoi leggerla nel post di domenica 23 marzo)

Breve vita di una perla


Mai dare perle ai porci, ma nemmeno gomme alla menta…
Fantareale

I poeti hanno paragonato alla mia fulgida bellezza le loro amate e i più grandi pittori mi hanno ritratta: sono una splendida perla dalla levigata superficie opalescente… Ok, stavo sognando. I miei natali non sono nobili e un’ostrica non l’ho neppure mai vista! Sono un impasto di aspartame, xilitolo (30%) e gomma arabica, partorita da una macchina automatica. Powermint: pura, profumata, bianca. Dopo un breve viaggio sopra un nastro trasportatore, vengo ermeticamente chiusa in una deliziosa scatolina azzurra, in compagnia di 49 amiche. Qui, nella buia attesa, inizio a fantasticare sul futuro. Labbra carnose, denti bianchi e levigati, oppure una calda e sensuale voce che mi accarezzerà mentre delicati denti mi solleticheranno? Ma ecco che tutto si muove, scontri e spostamenti, il coperchio si apre, un lampo di luce e poi…niente! Non sono stata scelta. Il coperchio della scatola, però, non è stato diligentemente richiuso e così inizio a rotolare, passando attraverso fazzoletti usati, scontrini, chiavi fino a giungere in fondo alla borsa, tra briciole e capelli. Aspetto impaurita in questa lercia discarica ma ecco che due grasse dita, dalle unghie laccate, mi afferrano. Ho solo un attimo per vedere una bocca con rossetto sbavato che si richiuda su di me. Denti che mi schiacciano, masticano, distruggono, un forte salato gusto…! Ma cosa ha ingoiato? Non sarà… mio Dio! Il mio fresco profumo, la mia perfetta sfericità si sono trasformate in un’informe massa gommosa impastata con… oddio no! Spermatozoo! La bocca si riapre, una violenta ventata mi fa catapultare sull’asfalto stradale. Sputata da un’auto in corsa. Ora giaccio qui, schiacciata su un’anonima striscia di catrame nero, io che sognavo di essere una rara perla bianca.

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