Archivio May, 2008

Cane amaro


Quali sono le professionalità vincenti? Quali mestieri offrono maggiori opportunità di lavoro? Fantalavoro vi aiuta a rispondere a queste domande…
Fantareale

Cane amaroNella vita ho fatto un sacco di mestieri.
Da qualche mese, per esempio, ne ho uno nuovo.
Ammazzo cani.
Non avete idea di quanta gente abbia un cane da ammazzare, al giorno d’oggi.
Quelli che il cane gliel’hanno regalato da bambini, se lo portano dietro da una vita e ora non ne possono più.
Quelli che è vecchio e malato e non lo possono vedere soffrire.
Quelli che il cane non è nemmeno il loro, manco l’avrebbero voluto. Gliel’ha lasciato in eredità la nonna, la moglie divorziata o un figlio che studia in America.
Chiariamo subito una cosa, tanto per mettere il cuore in pace agli animalisti. Chi ha deciso di ammazzare il proprio cane, prima o poi lo fa. Non ci sono santi. E magari lo fa male. O non ci riesce. Che gli resuscita sul più bello e pure incazzato.
Oppure lo abbandona in mezzo all’autostrada, così ammazzano qualcun altro.
E allora tanto vale che lo faccia un professionista.
Io offro un servizio: se volete, il cane ve lo vengo a prendere a casa, gli preparo un ultimo pastone favoloso, una passeggiata nel parco, l’ultima monta con la barboncina, ve lo seppellisco o ve lo cremo. Vi assicuro che non soffrirà.
Sono io il professionista. Posso anche usare metodi differenziati. Dimmi che cane hai e ti dirò chi sei.
Tutto questo in teoria.
In pratica non l’ho ancora fatto. Non ho ancora ammazzato un cane. Sto cercando di imparare.
Sul mio.
D’altronde, se riesco ad ammazzare il mio, di cane, figuriamoci il vostro.
Il problema è che proprio non ci riesco.
Ho pure provato a parlarci, a fargli capire che devo ammazzarlo. Che ne va del mio futuro. Della mia sopravvivenza. Se il cane è il miglior amico dell’uomo, lui deve farsi ammazzare.
Non c’è niente da fare.
Quando sono al momento decisivo, quando ho preso la decisione irrevocabile, quando gli arrivo di fronte con il cappio nascosto dietro la schiena, o con la polpetta avvelenata, o con la rivoltella di mio nonno partigiano, me lo vedo lì, che mi guarda, con la testa piegata da un lato, una stalattite di bava che gli cola dalla bocca, la coda che scodinzola e non ce la faccio, non ce la faccio proprio.
L’unica cosa che sono riuscito a fare fino adesso è stata di prenderlo a calci nel culo.

Una canzone mai sentita prima


Quanto vi somiglia la vostra auto?
Fantareale


autoPochi giorni fa ho comprato un’auto molto economica e molto ecologica. L’ho ordinata su misura, dell’altezza e della larghezza giuste per me. Nel giro di due ore l’hanno costruita e me l’hanno fatta provare. Ho dato i soldi al concessionario, ho scavalcato la portiera e con la mia monoposto sono andato in collina a prendere un po’ d’aria. Ho parcheggiato e ho notato che l’auto del posto accanto era identica alla mia. Ho girato attorno alle auto e le ho confrontate per bene. Stesse misure, colori, odori. Dovevo conoscere il proprietario. Quanto mi somigliava? Non avevo mai incontrato qualcuno con dei gusti così simili ai miei. Proprio del tutto coincidenti. Giravo intorno alla macchina monoposto di fianco alla mia e mentre giravo e pensavo a chi mi sarebbe comparso davanti, vidi un tipo squallido seduto sulla panchina vicina alla strada. Non l’avevo notato anche se era sempre stato lì. Mi guardava e non sembrava stupito. Aveva la faccia smunta e triste. Ho indicato l’auto e gli ho chiesto se era sua. Ha fatto di sì con la testa. Mi sono seduto sulla panchina al suo fianco. Abbiamo preso lo stesso modello, gli ho detto guardandolo. E lui ha fatto di sì con la testa. Mi sono spazientivo un po’ e gli ho detto che era proprio un fatto straordinario e che dovevamo avere molte cose in comune se c’eravamo fatti fare su misura due auto identiche. E lui ha fatto di sì con la testa. La cosa mi ha innervosito molto.
Gli ho detto che dovevamo festeggiare e andare a bere qualcosa insieme. Lui poco convinto ha fatto di nuovo di sì con la testa. Allora l’ho spinto fuori dalla panchina e mi ha guardato impaurito. Ho staccato una sbarra dalla panchina e quando mi ha fissato con le lacrime che gli scorrevano sul viso l’ho colpito con violenza sulla testa. Più e più volte. Quando è caduto giù si è girato biascicando qualcosa. Stringendo la sbarra mi sono chinato sulla sua bocca sporca di sangue e mi è sembrato di sentire: “Siamo uguali noi due”.
Ho odiato il suo viso smunto e triste e l’ho finito a bastonate. Poi ho spinto giù dalla collina le due monoposto uguali e le ho osservate precipitare su una casa e prendere fuoco. Mi sono sentito bene come mai. Sono andato via a piedi nella notte fischiettando una canzone che non avevo mai sentito prima.

I lampadari sono fatti per cadere


I vostri lampadari sono ben fissati al soffitto? … Sicuri?
Fantareale

LampadarioUn uomo vestito di nero, occhiali neri, scarpe nere e guanti neri entrò in un negozio di lampadari di Murano. Girò per il negozio guardandosi intorno e tenendo le mani dietro la schiena. Si fermò a guardare un lampadario variopinto fatto di vetro soffiato e gocce di cristallo. Lo scrutò nel dettaglio mentre iniziava a togliersi il guanto nero della mano destra.
- Ha bisogno d’aiuto? – disse il commesso del negozio.
- Mi piace quel lampadario là – disse l’uomo in nero indicando con l’indice della mano senza guanto il lampadario. E il lampadario cadde.
(…) continua nell’antologia del Fantareale.

L’Elefante a Pois


ElefanteContrariamente a quel che si dice l’elefante a pois è perfettamente mimetico.
La prova?
Avete mai visto un elefante a pois? No?
Appunto. Si era mimetizzato.


L’albero di limoni


Albero dei limoniPioviccica.
Sono seduto sul primo gradino della veranda. Fa freddo eppure non rabbrividisco, semplicemente me ne sto da solo a fissare le punte delle mie scarpe.
Mia nonna canta, lo sguardo la trova al solito tavolo sotto l’albero di limoni, le mani immerse nella sua pasta che tra qualche minuto sarà pane. Mi ricorda i bei tempi passati, le domeniche mattina quando con Elisa l’aiutavamo a impastare, le braccia infarinate fino ai gomiti. Elisa amava quell’angolo di cortile. Diceva che quando sarebbe diventata grande, avrebbe cercato una casa con un posto simile e che ci avrebbe piantato un albero di limoni identico a quello.
Sorrido al ricordo di quei sogni sfrantumati sull’asfalto mentre il vento che soffia non sferza la mia maglietta sporca, a differenza della gonna larga di mia nonna che sembra un vortice pronto a risucchiarla.
Non ha mai avuto paura dei temporali mia nonna. La trovavamo spesso fuori con il naso all’insù a guardare i giochi di quelle nuvole dense, che la sfidavano a rientrare in casa, vorticando in una danza lenta sopra la sua testa. Ci vedeva il paradiso diceva lei. E diceva che un giorno ci saremmo andati anche noi.
Sbagliava. Perché io sono qui seduto eppure come sospeso su questi scalini di pietra. Sto aspettando Elisa, so che non tarderà ad arrivare. Non amava farsi aspettare, di solito era già sotto casa quando passavo a prenderla. – Mi piace vederti arrivare da lontano e godermi il tuo viso che aspetta di incontrare il mio. – Così mi diceva quando le chiedevo del perché m’anticipasse sempre.
Voleva sfidare il tempo. Lo ha sempre fatto: da piccola con quei pattini bianchi dalle punte rotonde e poi con quella macchina azzurra dalla portiera sempre rotta.
L’ultima sfida però l’ha persa, placcata sulla statale, sotto lo sguardo tagliente della luna di maggio.
Qualche goccia cade sul selciato, mia nonna alza lo sguardo verso il cielo, il temporale si sta spostando. Sospira. Coperta dal pergolato non si sposta, sta bene avvolta nel suo maglione giallo ocra. Quelle mani nodose sono nervose, ha capito qualcosa. Lo ha capito sì. Il sospetto striscia in lei lentamente e l’angoscia, cade a gocce larghe, come quella pioggia che fa del pavimento un mosaico in chiaro scuro. Piove più forte, i miei capelli restano asciutti, la riga rossa che scende dalla tempia alla mascella è ormai secca.
C’è pace dentro di me, un tumulto nel cuore di lei. Un ciuffo grigio sfugge dalla sua crocchia, la vedo sbuffare e impiastricciarsi di pasta salata quei fili d’argento. Resisto alla tentazione di andare lì e abbracciarla stretta alla schiena.
Piaceva tanto anche a Elisa esser presa così nelle notti profumate di gelsomino, quando l’infanzia era solo un ricordo e l’adolescenza ci incendiava la pelle. Quante corse per quel pendio verde. Lo vedo ancora quel vestito chiaro svolazzarle attorno alle gambe, nella corsa in discesa in una delle sue tante gare con l’impossibile.
La lasciavo vincere e poi lei, lasciava vincere me, arrendendosi in un gioco d’amore che profumava di fresca giovinezza e di tiepida e acerba passione.
Le sirene della polizia invadono il cortile. Mia nonna sobbalza ma la sua bocca, bisbiglia una preghiera atona. Sa cosa è successo, il suo cuore ha perso l’ennesimo battito nel giro di tre mesi.
Si gira, l’istinto. Mi guarda eppure so che non può vedermi. Scale vuote, bagnate di pioggia d’estate. Eppure io sono qui nonna, non mi vedi? Non la vedi Elisa sfiorarti dolcemente la guancia e sorriderti come solo lei sa fare? Finalmente io la vedo. Lei che come sempre mi ha anticipato, vittima della velocità.
Mi alzo e un’Elisa tornata bambina mi raggiunge. La luce le penetra la pelle, conficcandosi in quegli occhi chiari che risplendono di un’intensità diversa. – Andiamo a vedere le nuvole -. E io la seguo, voltandomi una volta sola a salutare mia nonna, già con il naso all’insù, a cercarmi in quel cielo nero come il suo cuore.

Radici


Per un fastidioso formicolio non c’è miglior rimedio che un bel paio di cesoie
Fantareale

RadiceLa prima volta è successo davanti alla fermata della metro.
Era mattina presto. Come tutte le mattine ero uscito in ritardo, con una manica della giacca penzolante da una spalla e la ribaltina della borsa aperta. Il nodo della cravatta me l’ero fatto in ascensore e, come tutte le mattine, ero dovuto risalire per prendere il telefonino. Stavo per attraversare vicino all’edicola dove compro il giornale quando ho sentito un indolenzimento sotto i piedi, come un formicolio che dal centro andava verso il calcagno. Con la borsa in una mano e il giornale nell’altra mi sono guardato i piedi. L’orlo dei pantaloni era leggermente rialzato, il bordo delle scarpe appena slargato e da entrambi fuoriusciva un sottile legamento legnoso infilato nell’asfalto del marciapiede. Con un’improvvisa deviazione, il prurito si è di nuovo diretto verso il centro dei piedi, sotto la pianta. Ho sentito uno ’stock’ e una fitta appuntita di dolore risalire verso le ginocchia. Ho provato a flettere il ginocchio destro: impossibile muoversi. Il catrame del marciapiede si è crinato a raggiera. Non potevo vedere il sotto delle mie scarpe, ma ero sicuro che una radice più spessa e forte di quella posteriore aveva perforato le mie suole e adesso mi collegava saldamente al terreno sotto di me.
- Salve – ha detto il vicino del piano terra passandomi accanto.
- Salve- ho risposto, mentre lui con passo svelto già aveva raggiunto il centro dell’incrocio schivando un cretino che non si era fermato sulle strisce.
(…) continua nell’antologia Fantareale.

L’asteriscolo*


E se un asteriscolo deponesse una delle sue uova sul vostro contratto di lavoro?
Fantareale


AsteriscoloL’asteriscolo è un tipo di ragnetto che fa casa vicino alle offerte low cost. È ghiotto di proposte telefoniche e voli last minute. Depone uova a forma di parole minuscole che costringono a pagare canoni vitalizi. Si ciba di allocchi.

Il caffè non si beve se cammini a testa in giù


Frank ZappaChiedo a John se gli piace la musica, e mi chiedo perché non gli ho mai fatto questa domanda visto che ci conosciamo da tre anni.
Sì, mi dice lui.
E quella classica, gli chiedo ancora.
No, quella mi fa schifo.
Siamo in due, gli dico io.
A fare cosa siamo in due, mi chiede John.
Siamo due a cui fa schifo la musica classica, gli dico. Lui sorride. Sorride perché non sa che sto pensando che John è un coglione e se lo sapesse non sorriderebbe. Visto che lo conosco da tre anni, queste cose le penso solamente perché so che ci starebbe male.
Dopo che lui ha riso un po’, rimaniamo a guardare il vuoto perché è una delle cose che ci viene meglio.
Ma perché mi hai fatto quella domanda, mi chiede John.
Quale domanda, gli chiedo io.
E lui mi dice, quella sulla musica. E mi dice quello, ma chissà a cosa pensa. Forse pensa che sono coglione, e mi dispiacerebbe se lo pensasse, ma poi penso che i coglioni viaggiano sempre in coppia e quindi che ci sarebbe di male?
Io mi ricordo e gli dico, ieri, appena sono uscito di casa, ho incontrato Frank Zappa.
Lui mi guarda e non dice nulla.
Sai chi è Frank Zappa, gli chiedo.
Sì sì, mi dice lui tutto convinto, e allora?
Frank Zappa è morto, gli dico.
E allora, mi chiede ancora. Io, a questo punto, credo di avere la conferma che John è proprio coglione. Così mi arrabbio.
E allora cosa? Io ti dico che ho incontrato Frank Zappa, e Frank Zappa è morto, e tu riesci a dirmi solo: e allora?
Sì…
Rimane un attimo zitto.
E allora?
Quasi quasi lo uccido, penso io. Ma continuo perché la storia che devo raccontare la voglio proprio raccontare fino in fondo.
Ma la vuoi sapere un’altra cosa, gli chiedo.
Dimmela, mi dice.
Ho incontrato Frank Zappa ieri mattina. Lui mi ha interrotto e mi ha detto che questa cosa gliel’ho già detta e che è meglio che vado avanti con la storia perché lui non ha tempo da perdere.
Ho incontrato Frank Zappa e camminava con le mani, a testa in giù, gli dico.
E tu, mi chiede.
E io non l’ho riconosciuto, gli dico.
Ci credo, è morto, mi dice John.
Già, gli dico. Poi aggiungo, ma io non l’ho riconosciuto perché aveva tutti i capelli davanti al viso, quindi non l’ho visto in faccia. E sai una cosa, gli chiedo.
Hai incontrato Frank Zappa ieri mattina, mi chiede. E io vorrei tirargli un pugno, ma continuo.
Mi saluta, gli dico.
E tu, mi chiede.
Io gli ho detto di togliersi i capelli dalla faccia, che così magari riuscivo a riconoscerlo. Allora se li è tolti, sempre a testa in giù, e l’ho riconosciuto.
Quindi ieri mattina, quando sei uscito di casa, tu non hai incontrato Frank Zappa, ma un tipo che camminava a testa in giù. Solo dopo hai incontrato Frank Zappa, mi ha detto tutto pensieroso.
Bravo, è la cosa migliore che tu abbia mai detto, ho pensato.
Sì, ma questo non c’entra, gli dico.
E cosa c’entra allora?
Dopo che l’ho riconosciuto, mi chiede se voglio un caffè, dico a John.
Forte, mi dice John.
Puoi dirlo, gli dico.
E tu che hai fatto, mi chiede John.
Io ho messo le mani per terra, ho fatto un po’ di forza, mi son dato una spinta e mi son ritrovato a camminare a testa in giù. E così, vedendolo in faccia, cioè, con la faccia non capovolta, io gli ho detto: ma allora sei proprio tu?
Frank mi ha guardato e mi ha chiesto chi credevo che fosse, e poi ha detto, andiamo.
E tu, mi chiede John.
Sono andato, gli dico.
Dove, mi chiede.
In un bar.
A testa in giù, mi chiede John.
Sì, gli dico io.
Forte, mi dice.
Fortissimo.
E poi, mi chiede John.
Siamo andati al bar e abbiamo chiesto un caffè. Il barista ci ha chiesto di ritornare nella posizione normale, che in quel modo il caffè è difficile berlo. Allora Frank un po’ ha sbuffato, perché lui è più comodo a testa in giù, però si è rimesso in piedi e io ho fatto lo stesso. Avevamo il sangue al cervello. Ci siamo sistemati la giacca e ci siamo presentati.
Frank Zappa, mi ha detto lui.
Lo so, gli ho detto io.
Guarda che devi dirmi il tuo nome, mi ha detto lui.
Jack, chiamami solo Jack.
Va bene Jack, mi ha detto Frank.
E poi, mi ha chiesto John, e io ho capito che la storia un po’ gli interessa.
Io gli ho detto che lui dovrebbe essere morto, ho detto a John.
Hai fatto bene, mi ha detto John. Poi ha aggiunto, e lui?
Mi ha detto che si annoiava a fare il morto.
Sì, non deve essere divertente, mi dice John.
No, affatto, gli dico io, e poi aggiungo che Frank mi ha detto che per un giorno ha potuto tornare sulla terra e fare quello che voleva.
E John mi ha chiesto: ed è venuto a prendere un caffè con te?
Già, gli ho detto io.
Che coglione, mi ha detto John.
Chi, gli ho chiesto.
Frank, mi ha detto.
Come osi parlare così di un morto, gli dico io arrabbiato.
Ma non era morto, cioè, è morto, però in quel momento era vivo, quindi era un coglione solo in quel momento, e io non ho offeso un morto, mi dice.
Va bene, scusa, gli dico io.
E poi, mi chiede John.
E poi abbiamo parlato un po’, del paradiso, della morte, della musica, di Gesù, un po’ di tutto, per un paio d’ore, bevendoci il caffè.
E cosa dice di Gesù, mi chiede John.
Che ha i capelli come i suoi, come quelli di Frank, solo che lui è biondo.
E anche lui suona la chitarra, mi ha chiesto John.
Questo non gliel’ho chiesto, gli dico. Poi dico ancora che abbiamo parlato per un po’. Poi lui all’improvviso lui si è alzato ed è andato via, correndo, senza pagare.
John è rimasto zitto e mi ha guardato con la sua faccia da coglione.
Ma sai una cosa, gli chiedo.
No, mi dice.
È corso via, velocissimo, e voleva uscire dal bar. Solo che non ha visto la vetrata e ci è finito dentro. La vetrata si è rotta e lui si è tagliato tutto.
John mi guarda.
Ed è morto, gli dico.
Per la seconda volta, mi chiede.
Già, gli dico.
Forte, mi dice.
Fortissimo. Allora abbiamo chiamato l’ambulanza ma non è servita a nulla e me ne sono andato via, senza pagare, perché il barista era abbastanza preoccupato, per la vetrata intendo, perché una vetrata del genere costa parecchio. Però non ha pensato che se sul giornale sarebbe uscita la notizia che lì era morto Frank Zappa per la seconda volta, tutti sarebbero andati lì a prendersi un caffè e a fare le foto vicino alla vetrata. Non ha pensato che poteva diventare ricco.
Non ci ha pensato, mi chiede John.
No, gli dico.
Proprio stupido quel barista, mi dice.
Già.
Siamo stati zitti per un po’, poi mi dice, Forte.
Fortissimo, gli dico.
Buffo, mi dice.
Sì, anche buffo, piuttosto buffo, devo ammetterlo.
Poi mi dice che difficilmente a Frank Zappa gli daranno un’altra possibilità se lui le sfrutta in questo modo.
Hai proprio ragione, gli dico.
Lo so, mi dice lui.
Vuoi un caffè, gli chiedo.
Sì, mi dice.

L’anasonda (Eunectes murinos sphinteres)


Avete mai sentito parlare del dottor Otto Kulon? Le sue terapie sono famose in tutto il mondo.
Fantareale

AnasondaE’ un boa della specie anal-inspector. Ama gli spazi stretti e soffocanti,
angusti e maleodoranti, ove si insinua con una rapidità tale da far
scomparire il suo intero corpo in 5-6 secondi al massimo.
Il famoso oncologo tedesco Otto Kulon iniziò per primo a utilizzare l’anasonda per fare quella che oggi volgarmente chiamiamo rettiloscopia. Leggende brasiliane narrano che questo bellissimo serpente manculato sia un cacciatore temibilissimo, tanto da costringere gli indios del Rio delle amazzoni a indossare degli speciali costumi con un tappo che protegga da indesiderate intrusioni. Nella loro lingua questo rettile viene chiamato “zacchete” che significa appunto “veloce come il vento”.

Lo scacciaficas


ScacciaficasRich è un cucciolo di Scacciaficas che la mia ragazza mi ha dolcemente obbligato ad acquistare l’estate scorsa durante la nostra ultima vacanza insieme. Stavamo in un mercatino di Città del Messico e tra tutti gli oggetti e gli animali esposti lei è rimasta affascinata da lui.
Che carino… lo prendiamo?
Quando la tua ragazza ti dice così vuol dire che sei obbligato a comprare e a pagare di tasca tua. Lo presi. Lo portai a casa e non mi si è più staccato di dosso. Sono in cucina e lui è lì con me. Sono in sala e lui è lì con me. Sono al bagno e lui è lì con me. Sono in camera e lui è lì con me.Ho provato a disfarmene. Ho preso l’auto e ho imboccato l’autostrada.
(…) continua nell’antologia del Fantareale.

Pagina successiva »