Archivio June, 2008

L’origlione


origlioneNella descrizione di mia madre, tra le poche persone al mondo ad averlo visto e ad averne un’idea precisa, è una specie di verme che vive nella testa delle persone; esattamente nella galleria che collega un orecchio all’altro. Il cunicolo viene continuamente perlustrato dal verme, che è perciò fondamentale per una buona funzione uditiva.
La sua esistenza è poco nota alla medicina ufficiale, forse perché l’animaletto e la stessa galleria sono troppo sottili per essere rilevati, anche all’esame TAC e alla RMN. Ma una prova inoppugnabile sono le deiezioni, che l’origlione deposita indifferentemente all’una o all’altra estremità della galleria, di colore giallastro e odore caratteristico: fenomeno di cui la scienza non ha dato finora una spiegazione soddisfacente.

Il formichiere triste


formichiereUn vero prodigio della natura. La sua lingua, vischiosa e sottile, è perfetta per infilarsi nei formicai e tirar fuori le formiche. Il pelo folto e ruvido lo protegge dai morsi delle formiche. Con la lunga coda può spazzare il terreno e raccogliere mucchi di formiche. Le zampe sono munite di unghioni con cui può scavare e rivoltare agevolmente i nidi di formiche.
E allora perché il formichiere è triste? Perché le formiche non gli piacciono.

Una radio meravigliosa


radio meravigliosa“Hai sentito?”, domandò Irene.
“Che cosa?” Jim stava mangiando il dessert.
“La radio. Un uomo ha detto qualcosa mentre si sentiva ancora la musica, qualcosa di osceno.”
“Probabilmente è una commedia.”
“Non penso che sia una commedia.”
Si alzarono dal tavolo e andarono a bere il caffè in soggiorno. Irene chiese a Jim di provare un’altra stazione, e lui girò la manopola. “Hai visto per caso le mie giarrettiere?”, domandò un uomo. “Abbottonami il vestito e ti troverò le giarrettiere,” replicò la donna. Jim passò a un’altra stazione. “Vorrei che non lasciassi i torsoli delle mele nei posacenere,” disse un uomo. “Mi dà fastidio l’odore.”
“Che strano…”, commentò Jim.
“Non ti pare?”, disse Irene.
Jim girò ancora la manopola. “Sulla costa di Coromandel, dove fioriscono le prime zucche,” diceva una voce femminile con uno spiccato accento inglese, “nel bel mezzo dei boschi viveva l’Yonghy-Bonghy-Bò. Due vecchie sedie e mezza candela; una brocca senza manico…”
“Dio mio!”, esclamò Irene. “Questa è la bambinaia dei Sweeney.”
“Queste erano tutte le sue proprietà terrene,” proseguì la voce con l’accento inglese.
“Spegni quella radio”, disse Irene. “Può darsi che anche loro possono ascoltare noi.” Jim spense la radio. “Quella era la signorina Armstrong, la bambinaia dei Sweeney,” proseguì Irene. “Stava leggendo una fiaba alla bambina. Abitano all’appartamento 17-B. Ho parlato con la signorina Armstrong al parco e conosco molto bene la sua voce. Dobbiamo ricevere le voci di altri appartamenti.”

Il bradiphon


bradiphonAbitante dei bagni, il bradiphon è noto come il più lento asciugacapelli mai esistito. Dal colore grigio o bianchiccio, può essere un ottimo animale da compagnia, infatti è molto affettuoso, ma di sicuro è poco idoneo come phon. È consigliabile accenderlo addirittura prima di entrare nella doccia, così quando uscirete potrebbe essere pronto. Se troppo vecchio, invece di soffiare aria calda comincia a tossire.

Senza vento


universitàIo e Claudia veniamo su dal viale dietro l’Ateneo. È appena arrivata l’estate e le palme nel parco si muovono. Benché io sia tre metri avanti a lei sono certo che se qualcuno ci guardasse da una delle finestre la giù potrebbe dire che stiamo ancora insieme.
- Claudia stiamo ancora insieme? – Le faccio senza voltarmi.
- No, non più.
È questa la fine. Il vento ora è cambiato, ma tira con la stessa intensità. È un vento del sud. Inizio a sentire caldo e mi accendo una sigaretta. Poi mi volto e le chiedo:
- Cosa farai questa estate?
- Torno giù a casa. Ho uno zio che ha un bar sulla spiaggia. Mi ha chiesto se gli voglio dare una mano. Poi il pomeriggio studierò per settembre.
La guardo negli occhi, lei li tiene bassi. Guarda l’asfalto che è pieno di tappi colorati cementati col caldo nel catrame. Li guardo anch’io. Ne vedo tanti nel piazzale della Sapienza, tanti che non so fermare l’occhio, come le palme che fanno su e giù al nuovo vento.
- E tu che farai? – mi fa Claudia.
Io guardo la Minerva. La fontana mi acceca e penso che lì sotto un bar ci starebbe bene. Avrei messo il bancone in mogano lungo il perimetro della Minerva. Ci avrei messo sopra tanti liquori e salatini. Avrei messo la sabbia. L’avrei fatta venire dalla Calabria e poi stesa per giorni. Volevo metterci perfino gli ombrelloni e qualche sdraio. Anche un campo da pallavolo. Sì, un bel campo da pallavolo. E magari lei non sarebbe venuta lì quell’estate, ma io ce l’avrei messa. Con tutte le altre cose, l’avrei messa lì. Avremmo fatto tanti bagni insieme nella vasca della piscina e studiato sul bancone in mogano fino a sera. Avremmo anche preso il sole e allora quell’estate sarebbe stata senza vento.

Josuè dentro il camino


spazzacaminoJosuè era un nano in tutto e per tutto. L’altezza si aggirava attorno al metro e quindici, aveva le mani più piccole di quelle di un bambino e camminava con l’andatura piuttosto incerta. Sembrava non capisse quale fosse la gamba da mettere davanti all’altra. Faceva lo spazzacamino, Josuè. Puzzava di legno bruciato e fragole. Fragole affumicate. Una delle sue più grandi soddisfazioni era tornare a casa da lavoro, stare ore sotto la doccia, per poi cercare di mascherare il tanfo acre della fuliggine con un profumo che usava anche la madre. Fragole. Un profumo di fragole. Josuè era un nano in tutto e per tutto. Anche per questo faceva lo spazzacamino. Era lo spazzacamino più richiesto di tutta la contea. L’unico. Il motivo era semplice: troppi bambini erano morti soffocati dentro i camini, e, anche se lo sembrava, Josuè non era un bambino. Josuè era un nano, e un nano morto non è la stessa cosa di un bambino morto. Visto che era l’unico nano, Josuè era anche l’unico spazzacamino. Non c’è niente di più elementare. Quando i camini erano sul punto di scoppiare, tutti chiamavano Josuè, e lui, se non veniva chiamato nano, non rifiutava nemmeno un lavoro. Josuè aveva un walkie talkie e un vestito che si era cucito da solo. Scendeva nei camini e, con agilità, andava su e giù finche tutto era lindo. Si portava il walkie talkie per comunicare con l’esterno, per dire che andava tutto bene. Si portava il walkie talkie e contava i metri che faceva dentro il camino. L’ultima volta, qualcosa è andato storto. Aveva la testa ancora fuori dal comignolo, aveva dato uno dei walkie talkie al cliente e gli aveva detto, Tenga questo, Se ho bisogno di qualcosa con questo posso parlare, Per usarlo deve schiacciare quel pulsante, Sì, quello rosso, Quello, Sì. Io vado, aveva detto al cliente che ancora si rigirava tra le mani quello strano aggeggio nero con il pulsante rosso. Ok, a dopo, aveva detto il cliente. Poi Josuè si era inabissato, inghiottito dal buio e dalla fuliggine. Aveva tossito un po’. E’ proprio sporco, aveva detto Josuè. Già. Da quant’è che non lo puliva?, aveva detto Josuè da dentro il camino. Da molto, aveva detto l’uomo sputacchiando sul walkie talkie. Si vede, sì, si vede. Uno, aveva detto. Josuè era sceso per il primo metro. Tutto a posto? Bene, grazie. Poi ha aggiunto, Due. Tre, ha detto. Si era fatto buio dentro il camino. La luce continuava a diminuire. Quattro, ha detto. Ha pensato, certo che è profondo questo camino. Ehi, mi sente, diceva al walkie talkie, Quanto è profondo questo camino? Nessuna risposta. CInque, ha detto. Di sopra non si vedeva già più l’aureola bianca della luce del sole. Sei, ha detto. C’è qualcosa che non va, ha pensato. Mi rispondete?! Ditemi quanto è profondo, ha urlato al walkie talkie. Nessuna risposta. Sette, ha detto. Josuè era un nano in tutto e per tutto e faceva lo spazzacamino. Quel giorno ha contato fino a 127. Poi, si è detto che forse era meglio ritornare perché fuori sarebbe già arrivata la notte. Il walkie talkie non funzionava più. Tornando indietro ha contato fino a 150 e non vedeva ancora l’uscita. È tornato nuovamente indietro per un po’, pensando di aver sbagliato strada. Non c’era nessuna luce. Era tutto nero. Ha contato ancora fino a 167. È andato avanti e indietro per un po’. Gli stracci del vestito erano logori. Poi, ha perso il conto e si è addormentato.

Anche meno


anche meno‘NON RICORDO NULLA DOPO 30 SECONDI’
La mia (?) casa è disseminata di questi cazzo di bigliettini, forse perché devo ricordarmi di questa cosa? Allora forse è per questo che sto scrivendo, per esercitarmi? Forse sì, o forse quella donna seduta su quel divano con le lacrime agli occhi ne sa qualcosa, forse li ha messi lei i bigliettini. Ricordo cose della mia infanzia, della mia adolescenza del cazzo, dei furtarelli, della cocaina e molte belle fiche, ma del resto forse è vero che non ricordo nulla.
Cos’è questo foglio bianco? Perché ho la penna mano?
‘NON RICORDO NULLA DOPO 30 SECONDI’.
Ecco, forse è vero, rileggendo devo ammettere che non ricordo di aver scritto queste cose e nemmeno di quella donna che piange disperata ogni volta che mi guarda. Forse è mia madre? O la mia ragazza? Sì, è possibile, è giovane e ricordo benissimo che a me piacevano le ragazzine, quelle in odor di mestruazioni, quante ne ho scopate, dio mio. Ne ricordo benissimo una che non voleva farlo da dietro perché diceva che ancora non le erano venute le mestruazioni. Dal culo? Capito? Le mestruazioni dal culo.
‘NON RICORDO NULLA DOPO TRENTA SECONDI’.
Allora, sì, ricordo le fiche, la cosa delle mestruazioni, ma la donna del divano ora non c’è più, credo sia nell’altra stanza, qui a fianco al salotto dove c’è la televisione accesa ‘Come viene chiamato comunemente il telefono senza fili?’ Chiede il presentatore, questa la so: Cordless. ‘Cordeless’ fa la tipa che vince 3.000 euro. Euro? Cosa sono? Questo non lo ricordo, io compravo la coca in Lire, tante mila lire.
‘NON RICORDO NULLA DOPO TRENTA SECONDI’
Posso rileggere solo questa prima frase, perché ora una donna si avvicina a me, è vestita in jeans e felpa larga. Ha il viso gonfio come se l’avessero pestata a mazzate, e piange. Non so chi sia, non so cosa vuole da me, ma ha un coltello in mano. Cosa ci faccio qui? Cosa devo fare? Lo sta alzando e farnetica delle frasi tipo: ‘Perché? Ivan…io…non ce la faccio più a vederti così, cazzo, perché non ti sei fatto gli affari tuoi quella sera? Con quella…gentaccia..’ singhiozza lei.
‘NON RICORDO NULLA DOPO TRENTA SECONDI’.
Chi cazzo è questa? Mi chiedo dopo aver letto questa frase su un foglio davanti a me, vuole ammazzarmi, la troia, cazzo. Mi alzo e cerco di scappare, lei m’insegue, con un grande coltello in mano, porca Eva. Corro per questa stanza stretta e lei dietro di me. Un tonfo e un urlo secco mi fanno voltare. Mio dio.
Ma chi è questa? Deve sentirsi poco bene, ha un bordello di sangue che le esce dalla tempia, deve aver sbattuto a questo tavolinetto di marmo, che è sporco di sangue infatti, forse è meglio chiamare un ambulanza. Mi avvicino al telefono faccio il 112 e attendo.
‘NON RICORDO NULLA DOPO TRENTA SECONDI’
Cosa vuol dire questo foglietto? E perché ho la cornetta in mano? ‘Pronto, 112, mi dica’ Fa la voce dall’altra parte. ‘Sì?’ faccio io mentre mi guardo in giro e vedo una donna sdraiata vicino a un tavolinetto, muove le braccia lentamente, piena di sangue. ‘C’è una donna che si sente male, ha molto sangue alla testa, ma non so chi sia, e dove sia, può aiutarmi?’ ‘Se ha tempo da perdere faccia qualche altra cosa, invece di fare scherzi per telefono.’ Ha riattaccato. Esco di casa. Forse sono al quinto piano, ma perché? Sul campanello c’è scritto ‘Gioa-Solina’. Suono, nessuno mi apre. Riprovo e riprovo.
Perché sono davanti a questa porta? Forse dovrei provare a suonare, schiaccio il pulsante, nessuna risposta.

L’ acaro delle facce (Dermatophagoides plissettator liquefaciens)


acaro
E’ un acaro della stessa famigerata e numerosa famiglia di parassiti cui appartengono anche gli acari dei materassi. Invisibile a occhio nudo, è stato solo recentemente studiato al microscopio ad alta risoluzione e descritto nei suoi caratteri morfologici.
Il parassita è ubiquitario; attacca l’intera persona, ma soprattutto le facce, e non determina segni o sintomi a prima vista evidenti.
Provoca uno slargamento dei tratti del viso, a mala pena apparente se non per raffronti a distanza di tempo o per comparazione di fotografie prese in epoche successive. L’effetto del parassita sulle facce è simile all’azione del calore su un oggetto di cera: i tratti del volto rimangono riconoscibili, ma in qualche modo deformati ed espansi.
Gli ex compagni di liceo ne sono particolarmente colpiti, con un’incidenza statisticamente superiore alla popolazione generale; con la stessa (elevata) frequenza sono interessate le conoscenze occasionali e anche antichi amori.
L’acaro si nasconde nelle pieghe del tempo.

Il gaarg


urloCosì detto per il suo famoso grido: gaaaaaaaarg!
Animale molto introspettivo, con un grande senso dell’orrore di sé stesso, per le sue note e brutte abitudini, sapete a cosa mi riferisco…
Per questo, quando si scopre e si comprende, urla.

Bianco Winkelmann


paolina borgheseNel piano sotterraneo della facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza c’è il Museo dell’Arte Classica. Una raccolta di calchi in gesso di sculture greche e copie romane. Io adoro passeggiare in quella che volgarmente viene chiamata Sala Gessi. È un posto quieto e fresco dove mi sento in pace con me stesso insieme con la Nike di Samotracia e il gruppo del Laocoonte. Pensavo di essere il solo ad apprezzare questo sperduto museo, poi un giorno incontro uno studente riccio e biondo nel reparto delle opere tardo ellenistiche. Lo sorprendo mentre tasta il sedere di una statua di una giovane donna che alza la veste e si volta indietro come accorgendosi di aver ricevuto una pacca sul culo. Penso: schifoso. E quello ritrae la mano con espressione innocente. Ma il giorno dopo voglio provare anch’io. Ha un culo perfetto. Rotondo come non ce ne sono più. Marmoreo e bianco Winkelmann. Forse un po’ gelido e austero. Ci sto un buon dieci minuti a tastarlo, tanto di custodi non se ne vede in giro. Poi provo con una Atene, ma non è un gran che. Quello di Hermes mi sorprende: è muscoloso e bello che mi viene di baciarlo. All’Ercole Farnese gli accarezzo pure le cosce rigide e il ventre scolpito. Gli tocco il pisello minuscolo, in confronto al corpo, e lo scroto. Devono aver fatto da poco un restauro perché mi rimane in mano un po’ di polvere di gesso bagnaticcia. In fondo ad un corridoio c’è la Venere di Milo su un alto piedistallo. Quella famosissima senza braccia, per intenderci, ma con delle tette favolose. La veste in basso scopre un piede. Glielo bacio, le lecco l’alluce. Trovo una vecchia scala di legno movibile per il restauro e la raggiungo. Le accarezzo la pancetta e le metto un dito nell’ombelico. Con tutte due le mani agguanto le tette Paolina Bonaparte e le strizzo i capezzoli. Quello di destra mi rimane in mano con un tac. Venere mi guarda impassibile. Non ha sentito nulla.

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