Archivio July, 2008

Improvvisamente un calcio nel culo


calcio in culoWow! Che sensazione strana. Mi sento così leggero. Ma cosa mi sta succedendo? E questo sapore schifoso in bocca? Mi guardo intorno ma ho difficoltà a mettere a fuoco. Mi ci vuole qualche istante per riuscire a distinguere i contorni, le forme. Ma… Non vedo i colori. E’ tutto bianco e nero. Ma dove sono? Cazzo! Ma quello sono io!
Rivedermi in quell’angolo della stanza, la mia stanza, disteso sul letto, in posizione fetale è sconvolgente. Capisco subito… quel sapore amaro in bocca….
O mio Dio! L’ho fatto! L’ho fatto sul serio. Sento il cuore in gola. Ma allora è vero quello che dicono. Che quando muori ti stacchi dal corpo e ti rivedi come fosse successo a un altro.
E’ impressionante! E’ come guardarsi alla tele. Una televisione tridimensionale. Ma senza colori, come un film in bianco e nero.
In un attimo mi scivolano davanti agli occhi le immagini degli ultimi istanti. Piangevo. Come un disperato. Poi ecco nelle mie mani il flaconcino dei barbiturici che mamma teneva nascosto nell’armadietto del bagno. Ed ecco pure il bigliettino. Scritto di getto. Mi tremavano le mani mentre premevo la penna sul foglio. Le lacrime mi appannavano la vista tanto da non riuscire a leggere quello che scrivevo. Poche parole. “Adesso non dovrete più preoccuparvi di avere un figlio frocio!”.
Cazzo! L’ho fatto per davvero.
All’improvviso un rumore. Che strano! I rumori sembrano venire da una televisione. Vedo la porta della stanza spalancarsi. E’ mamma, ha forzato la serratura. Si precipita verso il letto. “Marco! Marco!” Grida terrorizzata “Svegliati, apri gli occhi”. Mi scuote, prima piano poi sempre più forte. “Oh mio Dio, cosa hai fatto!” e raccoglie il flaconcino riverso sul copriletto.
“Ti prego, svegliati! Non farmi questo” la sua voce viene fuori rotta dal pianto. Mi solleva e mi abbraccia, singhiozzando. “Non volevo dirti quelle cose, amore mio. Sei e sarai sempre nostro figlio. Non farci questo.”
Cazzo! Che ho combinato!
Mamma, ti prego, non piangere. Non volevo farti piangere. Ti prometto che non lo faccio più, ma tu smetti di piangere. Non riesco a sopportare l’immagine di mamma che piange. Mi sento un verme. Vorrei correre ad abbracciarla ma non posso muovermi. Non sento le braccia né le gambe. Sono morto! E’ finita! Dio mio che ho combinato!
La porta della stanza viene di nuovo spalancata.
E’ appena entrato papà “Che cazzo è successo?” urla, bestemmia. Corre verso mamma e afferra il mio viso tra le mani “Marco! Marco! Ci vuole un’ambulanza, chiamo il 118” papà è sconvolto ma resta lucido.
Prende il cellulare e telefona. “Mio figlio ha tentato di ammazzarsi, vi prego mandate un’ambulanza subito, Via dei Pini, 18… Cosa? … Ha 15 anni… Non lo so… delle pillole… Aspetti”. Si rivolge convulsamente alla mamma “Cosa ha preso? Cosa c’era dentro quel flaconcino?”
Mamma non si stacca dal mio corpo, è sotto shock. Prende il flaconcino e lo passa nelle mani di papà.
“Tavor. Tavor 1g” risponde al telefono. “Ok, ci provo, ma voi fate presto”
Papà si precipita a staccare mia madre dal mio corpo. “Bisogna farlo vomitare. Mi hanno detto di cercare di provocargli il vomito”.
Non ho mai visto papà così risoluto e determinato. Mi rigira su un fianco e infila due dita nella mia gola. Mia madre se ne sta in disparte in attesa di una qualsiasi reazione mentre papà tenta più volte con le dita di farmi vomitare.
E ora che succede? La mia vista ha dei problemi. E’ come quando sullo schermo della tele ci sono le interferenze. Le immagini vanno e vengono. Cazzo ora non vedo più nulla. E’ tutto buio. Ho paura. E ho una nausea tremenda.
Improvvisamente sento un calcio forte nel culo. In un attimo mi sento scaraventato nel vuoto, come quando da ragazzino mi tuffavo dagli scogli. Chiudo gli occhi. Mi aspetto da un momento all’altro di schiantarmi al suolo. Ma perché ho paura? Sono già morto. Non posso morire una seconda volta.
Lentamente riapro gli occhi. Mamma e papà sono lì davanti a me. Mamma sorride adesso, papà invece scoppia a piangere.

Lo squaire


chitarra squaloVive negli abissi del Mar Nero. Ha la forma di una chitarra elettrica e di uno squalo. La testa è il manico della chitarra e si accorda girando i denti. Dalla cassa escono branchie e pinne. Si nutre di pesci meccanici e, quando si avvicina per aggredire le sue prede, strimpella qualche accordo in fa diesis minore e suona i pezzi di Jimmy Hendrix.

Anche i numeri muoiono


numeriUn aereo. Uno scompartimento privato. Un grosso sedile di velluto verde. Un uomo. Un anello d’oro al dito anulare destro, oro, oro grande, possente, pesante, nettamente visibile. Un vestito, lungo, rosso, orli neri e dorati. Un copricapo, anch’esso rosso, piccolo e rotondo, sulla testa, a lasciare intravedere capelli leggermente scombinati, bianchi. Quotidiani, diversi, poggiati su un tavolino, accanto. Sul tavolino, una tazza di tè, fumante. Un giornale fra le mani. Lo sfoglia e lo legge attentamente, la pagina economica, legge la pagina economica, scorre con gli occhi lentamente le singole parole e i singoli numeri, numeri e parole come se fossero importanti, per la vita delle persone, la pagina economica legge, più delle altre, la legge, la legge, la legge, si sofferma, corruga la fronte, scuote piano la testa, e gli occhi si spostano leggermente, leggeri scatti scorrendo le parole – i numeri – gli investimenti successivi. Monsignor Hans Becker Moss è un uomo che ha dedicato la sua vita ai numeri, e dai numeri del Vangelo, i versetti e i capitoli a memoria, non il contenuto – i numeri – è passato ai numeri economici e ha scalato rapidamente i vertici della chiesa con quella mente che solo un appassionato di numeri può avere, gestione economica di enormi finanze – investimenti per il clero – e arricchimenti di qualcuno ma non si sa di chi – perché – perché la vera chiesa è comunità, e la comunità sono le persone, e le persone sono anche Monsignor Hans Becker Moss, monsignore che ha scalato i vertici della chiesa scorrendo pagine di numeri e ragionando con i numeri e trattando preti e persone come numeri e producendo – qualcosa ma non si sa cosa – lavoro duro il suo, ma non per la sua mente, non per la sua persona, eh, il signor monsignor anello al dito Hans Becker Moss, è uno di quelli, uno di quelli duri. Un duro con deboli muscoli e pelle raggrinzita e capelli svolazzanti e occhi tristi che leggeri volano sulle parole, un duro con tutto questo ma un tutto questo ricoperto d’oro, l’oro dei soldi e l’oro di un vestito magnificente e l’oro di un anello forse più pesante del suo corpo cadente sulle ossa, l’unica cosa dura, le ossa, sulle quali il corpo flaccido si accasciava, e il tutto dava un’immagine mesta, un uomo letteralmente ripiegato su se stesso. E sui numeri. Sorseggia il monsignore, sorseggia il tè fumante, piccole nuvole ascendenti di fumo che nel raggio di pochi centimetri nell’aria si disperdono, proprio all’altezza del braccio sinistro coperto dal cotone strapulito del monsignore, proprio a quell’altezza le nuvole – le piccole nuvole – si perdono per l’aria, e quel braccio, il sinistro, prende ogni tanto la tazza e l’avvicina alla bocca – ogni tanto, solo ogni tanto – molto lentamente fino alla bocca, fino alle labbra piccole, screpolate, inghiottite nella pelle del muso cadente. Il monsignore, non lo sa, è sulle nuvole della terra, ora, è in alto più in alto di quanto lui possa pensare, altezza dodicimilatrecentoventritre metri, ecco questo forse lo capirebbe, così, è sospeso per l’aria sorvolando due regioni, Basilicata, Calabria, e un’isola regione indipendente, Sicilia, con Lampedusa, in basso, verso il Sud, verso la Tunisia, Djerba, unica oasi di ricchezza, e poi giù, giù, giù, un aereo sulle teste di trecentoventiquattro bambini scalzi in pantaloncini a torso nudo, un uomo su settecentosettantuno bambini rinchiusi in catapecchie dove giocano con i sassi sotto lo sguardo di novecentodue donne dalle anche grosse, poi sempre più a sud, un aereo e un uomo sulle teste di centosettantadue donne e uomini coinvolti nel piacere – orgasmi – oddio orgasmi – un monsignore sopra orgasmi – e rapporti non protetti e aids – oddio aids. AIDS. Tutto muore, pensa, il monsignore, quando vede le azioni cadere a picco, e giù più giù esattamente diecimiladuecentosette metri più sotto un uomo strangola sua moglie e un altro muore per overdose e un bambino esplode assieme a una mina e una donna piange, non si sa cosa, ma tutto, tutto muore.
“Tutto muore”, pensa il monsignore Hans Becker Moss, “tutto muore” e la testa si agita lentamente, di nuovo, in un segno di stizza, perché assieme a quel movimento, un “no”, un “non è possibile”, un “incredibile”, un pensiero, un pensiero lo assale, assurdo, così assurdo e allucinante che lo assale e lo pervade indebolendolo, la testa si muove, no, no, no – il pensiero:
Anche i numeri muoiono.

Gli anni luce


anni luceUna notte osservavo come al solito il cielo col mio telescopio. Notai che da una galassia lontana cento milioni di anni luce sporgeva un cartello. C’era scritto: TI HO VISTO. Feci rapidamente il calcolo: la luce della galassia aveva impiegato cento milioni di anni a raggiungermi e siccome di lassù vedevano quello che succedeva qui con cento milioni d’anni di ritardo, il momento in cui mi avevano visto doveva risalire a duecento milioni di anni fa.
Prima ancora di controllare sulla mia agenda per sapere cosa avevo fatto quel giorno, ero stato preso da un presentimento agghiacciante: proprio duecento milioni d’anni prima, né un giorno di più né un giorno di meno, m’era successo qualcosa che avevo sempre cercato di nascondere. Speravo che col tempo l’episodio fosse completamente dimenticato; esso contrastava nettamente – almeno così mi sembrava – con il mio comportamento abituale di prima e di dopo tale data: cosicché, se mai qualcuno avesse tentato di rivangare quella storia, mi sentivo di smentirlo con tutta tranquillità, e non solo perché gli sarebbe stato impossibile portare delle prove, ma anche perché un fatto determinato da casi tanto eccezionali – anche se si era effettivamente verificato – era così poco probabile da poter essere in piena buona fede considerato non vero anche da me stesso. Ecco invece che da un lontano corpo celeste qualcuno mi aveva visto e la storia tornava a saltar fuori proprio ora. (…)

Gregor


scarafaggio Quando un mattino lo scarafaggio uscì dallo stato ninfale, si trovò trasformato in un ragazzino cicciuto. Giaceva sulla schiena, sorprendentemente morbida e vulnerabile, e sollevando un poco il capo riusciva a vedersi la pancia, pallida e gonfia. Il numero delle sue estremità si era drasticamente ridotto e le poche che sentiva (quattro, ne avrebbe constatate più tardi) erano dolorosamente carnose, e così grosse e pesanti da non riuscire a muoverle.
Che cosa gli era successo? Ora la stanza gli sembrava piccolissima, e l’odore di muffa che sentiva prima era meno intenso. Sulla parete c’erano dei ganci per appendervi la scopa e lo spazzolone. In un angolo, due secchi. Contro un’altra parete, una scaffalatura con borse, scatole, flaconi, un aspirapolvere e un’asse da stiro in verticale. Come gli sembravano piccole ora tutte quelle cose che, prima, non riusciva quasi ad abbracciare con lo sguardo. Mosse la testa. cercò di girarsi sul fianco destro, ma quel corpo gigantesco era troppo pesante e non ci riusciva. Ci provò una seconda volta; e un’altra ancora. Alla fine dovette riposare, sfinito.
Riaprì gli occhi inquieto. E la sua famiglia? Girò la testa verso sinistra e li vide, a una distanza indefinita, immobili, che lo osservavano terrorizzati. Gli dispiaceva che avessero paura; se avesse potuto avrebbe chiesto loro perdono per quel trauma…

Teiera con uomo


teieraMuseo di Arte Moderna di Monaco di Baviera, espone Markus Erding.
Era scritto in rilievo, a caratteri dorati sugli inviti per l’inaugurazione. Finalmente ce l’aveva fatta, dopo tanta gavetta la sua prima mostra di alto livello.
Era mattino presto e Markus si stava aggirando tra le opere, nel suo Armani nuovo di zecca, con una sigaretta in una mano e un caffè nell’altra. Era teso, ma felice. Si era specializzato nella creazione di attrezzature da bar in formato XL. La sala era deserta, si sentiva in lontananza il rumore di una lucidatrice. Markus si guardò intorno, sorridendo compiaciuto: una moka da 2 metri e venti, una tazzina da caffè grande come un’utilitaria, un cucchiaino che sembrava il braccio di una catapulta con zolletta di zucchero sopra e la teiera … con un uomo dentro…
Oh cazzo – sussurrò Markus – che ci fa quello là dentro, parve chiedersi aggrottando la fronte. Gettò la sigaretta in un angolo e si avvicinò. Era un uomo sulla quarantina, biondiccio, un po’ stempiato ed era infilato là dentro come fosse una bustina di the, pendeva con la testa e con le braccia dal bordo. Lo scrollò per una mano, non si mosse, provò a dargli qualche buffetto, ancora nulla. Ben presto quei buffetti si trasformarono in schiaffi veri e propri. Ma non si mosse. Allora Markus iniziò a pensare al peggio: gli tastò il polso senza sentire il battito, spostò le sue dita alla giugulare. Niente. Era morto. – Porca puttana! – ringhiò controllando l’ora, mancava meno di mezz’ora all’apertura. Allora pensò a come comportarsi. Avrebbe dovuto chiamare la polizia, ma così niente mostra, agenti dappertutto, nastri gialli, sequestro della sala, scientifica che fa fotografie e rilevava impronte. Gli passarono nella mente gli ultimi due anni, passati a lavorare giorno e notte per preparare quelle opere, e non se la sentiva proprio di mandare tutto affanculo perché uno stronzo qualsiasi aveva deciso di andare a morire dentro la sua teiera.
La mattina del giorno dopo Marienplatz era intiepidita dal primo sole primaverile, l’aria sapeva di nuovo. Markus era seduto al tavolino di un bar. Caffè, sigaretta e soprattutto quotidiano: lo aprì saltando le prime pagine e scorrendo le altre velocemente fino a quelle della cultura. La critica alla sua mostra era là. La lesse tutta di un fiato. Sorrise. Accarezzò la pagina. I suoi occhi tornarono su quella frase: “…il vero colpo di genio è stato sicuramente la teiera con l’uomo dentro…”.
Si passò una mano sul cranio rasato, coperto di goccioline di sudore. Pensò a quel tipo nella tazza, pensò che ora si trovava infilato dentro a un sacco nero nel bagagliaio della sua auto e pensò che sarebbe stato solo il primo di una lunga serie.

Pallade atena chevordì


palladeLucilla doveva fare un master, non aveva più tanto tempo libero, così mi aveva chiesto se mi andava di succederle nel dare ripetizioni a questo ragazzo. Ma quanti anni c’ha? quanti soldi? dove abita? mi ficcavo il dito nell’altro orecchio per sentire meglio: tredici anni, dieci euro l’ora, e dal nome sembrava di buona famiglia: Eugenio. Disse anche qualcos’altro ma non sentii bene, ero in pieno traffico. Allora gli do il tuo numero ciao ciao baci ciao. Due ore dopo la la la la la bamba squilla il cellulare. E’ Eugenio che mi chiama per prendere appuntamento a casa sua. Parla male, si mangia le consonanti, non capisce quello che dico. Penso che sia spastico, gli chiedo qual è il suo cognome per potergli citofonare ma non mi risponde, cerco di chiarirmi con lunghi giri di parole ma peggioro la situazione e alla fine attacco boccheggiando.
Dev’essere dàun, e il giorno seguente a pranzo coi miei amici mi diverto a commentare la cosa, ad esempio che posso arrivare tardi agli appuntamenti e poi spostargli indietro l’orologio, o riferirgli tutta una serie di nozioni fallaci sul mondo, come che il sole gira intorno alla terra, per puro sollazzo. I miei amici applaudono, dicono che non poteva capitare cosa migliore a uno scrittore. Intanto è venuta l’ora dell’appuntamento, e mi avvio verso casa di Eugenio. Dunque, quartiere Vittorio, via Conte Verde 64. Via Conte Verde 64, di là. 57 59 58 60 62 eccolo, no, 66, 64 non c’è. O meglio c’è un negozio, manca il numero civico e per di più è un negozio di cinesi. Mi sarò sbagliato. Chiamo Lucilla ma non risponde. Chiamo Eugenio ma è spento. Non so che fare, rimango lì con le mani sui fianchi, fino a quando un bambino cinese mi urla UE’ UE’ di fare largo che sta passando con la bicicletta a rotelle. Bè, mi decido ad entrare nel negozio a chiedere, è l’unica cosa che mi viene in mente. Constato che è il solito negozio d’abbigliamento cinese di Vittorio, come ce ne sono ormai a decine. Parete a vetri con qualche ideogramma incomprensibile; interno a barre bianche orizzontali, alte una ventina di centimetri, sempre le stesse in ogni negozio; vestiti appesi come capi di macello in una cella frigorifera. I tre cinesi presenti all’interno del negozio subito si voltano verso di me con sguardo incomprensibile, e come per difendermi scandisco bene la parola Eugenio. Sì sì vieni vieni qua qua mi fa quello che suppongo sia il proprietario del negozio, dietro là va va indicando la porta dietro la cassa, in fondo al negozio. Faccio qualche passo automaticamente, ancora non ho ben realizzato la situazione, vedo poi la porta aprirsi e uscirne un ragazzino cinese e ciccione. “Ciao etra qua sedi prego io Eugenio”.
Ha una camicia bianca immacolata, pantaloni neri con la riga e scarpe laccate. Sembra un cameriere. La faccia è tonda, i capelli neri molto corti, gli occhi più che a mandorla a pinolo. Ha delle grosse labbra protruse da negro, anche.
Io, io intanto sto esterrefatto, trasecolato, stupito e tutto il resto che dice il dizionario dei sinonimi. Non pensavo che in vita mia sarei mai entrato così addentro in un negozio cinese di vestiti: figurarsi poi nel retro del locale, un bugigattolo di tre metri quadrati tutto stipato di cianfrusaglie. Vestiti stropicciati e cumuli di stampelle, di stampelle dorate. Manichini monchi. Una mappa del mondo con al centro la Cina. Un minicalcetto balilla, addirittura. Un ventilatore. Una scrivania ricoperta di faldoni e cartacce.
Quando poi Eugenio mi porge la sedia mi sento un privilegiato, l’eccentricità della situazione è tanta che mi sento come perso in un frattale. Come se un aruspice mi aprisse davanti agli acchi la pancia di un bestia. Con quelle stampelle dorate che brillano all’impazzata, dio quanto brillano. Mi viene in mente la parola similoro e poi la parola simulacro, il sole e il sacro, la mia mente si sinestetizza, la mia memoria va in erezione, e ricorda una situazione simile di un’estate lontana. Avevo preso a calci una cipolla selvatica in Sicilia. Era fissa a terra e mi fracassai l’alluce. Sulla superstrada ci fermiamo in una remota stazione di servizio, è il tramonto, l’aria è un lupanare di profumi, e fra le volte di due gotiche agavi vedo una croce rossa. Penso che sia un pronto soccorso e vado a vedere se possono fare qualcosa per il mio alluce. Un cane all’ingresso mi abbaia, ma subito una donnetta scura, di quelle da questione meridionale, lo azzitta e mi fa entrare nel piccolo edificio. E’ un’unica stanza, c’è un grosso sofà al centro, seduti sul quale due bambini guardano una piccola televisone davanti a loro. Dietro al sofà c’è una grande scaffaliera piena di medicinali ed è l’unica attestazione di un esercizio pubblico.
“Scusi ma è questo un pronto soccorso?” chiedo.
La donnetta mi rassicura e al contempo mi fa gli onori di casa, mi fa sedere accanto ai bambini, del tutto indifferenti alla mia presenza. Dice che sì, è un pronto soccorso, ma suo marito l’infermiere ora sta al bar a prendere un caffè. Quindi mi guarda il dito, i bambini continuano a guardare la televisione, e mi dà un sacchetto di ghiaccio chimico. Esco da lì e proprio allora tramontò il sole, là davanti, per sempre d’oro.
“Deci euro Lucila deto te bene? Scusa cofuzione”
Gli chiedo del suo nome; me lo scrive in ideogrammi su un foglietto, io glielo faccio pronunciare e esce fuori un Hong Zhao o qualcosa del genere. Be sì, Eugenio, più o meno.
Allora apriamo i libri, costosi libri da scuola privata, tutte le materie dello stesso editore. Va a scuola a Piazza di Spagna, dice, e mi mostra anche la giacca con l’alamaro da centoquarantacinque euro. E anche la felpa pavesata, sempre con lo stemma della scuola. Intanto mi accorgo che il libro è aperto su un passo dell’amico ritrovato. Anche qui è tutto un brillare di similori: sono le parole evidenziate in giallo, quelle che non ha capito.
DEMOCRAZIA
Chevordì?
A bruciapelo, così. E come cazzo faccio mo penso, mentre guardo rabbrividendo il calcetto balilla: i calciatori sono messi tutti in senso orizzontale, in modo da poter sorreggere un busto di manichino poggiato su di loro, un manichino femmina e senza testa.
Chevordì alora?
Rispondo che non lo so.
PALLADE ATENA
Chevordì?
Anche stavolta un brivido. Atena. Atena. Atena. Mi viene in mente la sua statua, come si chiama, quella crisoelefantina, fatta da Fidia, com’era, acefala, d’oro e di plastica, forse.
Atena è una dea rispondo poi, e tremai al dubbio che mi chiedesse cosa fosse una dea. Lo sapeva per fortuna. Però, parade chevordì? Pallade è il cognome. Cominciavo a scaltrirmi.
Vennero altre domande del genere, cui risposi altrettanto furbescamente. Ciò non toglie che dopo mezz’ora di questi compitini mi faceva male la testa.
Poi venne la volta di matematica, e mi chiese di spiegargli perché l’angolo alla circonferenza che insiste sull’angolo al centro ha rispetto ad esso metà ampiezza. Questo chevordì? Mi morsi le labbra, mi strinsi le ginocchia fra le mani e gli chiesi di farmi pensare un attimo. Il manichino, assiso sui calciatori di plastica, mi guardava acefalo, coi seni erti.
Perché alora?
Perché è così e basta Geggè, guarda, e mi misi a gesticolare con le mani e gli avambracci in forma di angoli retti e piatti, come un deficiente. A un certo punto alzai pure la gamba per fare l’ipotenusa, chè i cateti erano tutti occupati. Lui si mise a ridere e disse vabèvabè.
Intanto mi pare sia passato un bel po’ di tempo, comincio a guardare l’orologio. E’ ora. E’ ora Geggè. Lui si alza di scatto e andiamo nel negozio, dove mi prende i soldi dalla cassa. Il padre, che stava chiacchierando con un cliente, mi saluta sorridendo. Io gli dico che suo figlio è molto intelligente, lui non capisce affatto e continua a sorridere. Ripenso allora al manichino poggiato sul calcetto balilla, a quei pupazzi su altri pupazzi, e lo chiedo a te che cosa voglia dire.

Ti succhio il cuore


cuoreAllora signori la vera storia è questa. Lasciate perdere quello che dicono i giornali e i Tg. Loro non sanno niente. Come nessuno, in fondo. Solo una cosa è vera e indiscutibile: le mie vittime. Voi non sapete quanto è divertente vedere tutto il mondo interrogarsi su come faccio a tirare fuori il loro cuore senza fargli nemmeno un graffietto. Possibile che nessuno in questi due anni l’abbia ancora capito? Eppure è così semplice, se ci pensate bene. Basta avere il coraggio di ragionare staccandosi per un secondo dalle cose reali e concrete. Come faccio a togliergli il cuore senza aprirgli il petto? Come faccio? E soprattutto perché proprio il cuore e non qualche altro organo? Avete risposto? Ok. Vediamo se avete indovinato o quanto meno se ci siete andati vicini. Innanzi tutto se prima ho parlato di ragionamenti e riflessioni che vanno fuori dal normale non è stato per caso. Io ho un dono, signori. Forse me lo porto dietro da quando sono nato. Non lo so. Quello che so, però, è che all’improvviso ho capito di averlo, e da quel momento in poi, credetemi, ho conosciuto la più bella sensazione del mondo. Va oltre qualsiasi cosa. Un orgasmo, l’effetto di una droga, la gioia di qualcuno che vince la lotteria. E’ così potente che non mi fa sentire nemmeno più il bisogno di nutrirmi. Pane, pasta, carne. Via! Adios! Bye bye! Bastano solo i cuori. Nient’altro. Allora? Cos’è? Ve lo dico io? Ok. Ve lo dico io. E’ l’amore! Ecco di cosa mi rifocillo. D’amore. Ed ecco svelato il perché dei cuori. L’ondata di calore che mi arriva quando li sento scivolare nella gola è qualcosa che mi sconquassa, mi pervade. Ma questo non è assolutamente niente rispetto a quello che avviene dopo. Comincio a guardare ogni cosa intorno a me con i sentimenti di qualcun altro. Capite cosa significa? Vivo con i suoi dolori, i suoi pensieri, le sue emozioni e me li porto dentro fino a quando non mi annoio. Fino a quando non sento il bisogno di cambiare.
Bene. Ora sapete il perché. Quello che resta da capire è il come. Quindi, se volete, ascoltatemi attentamente.
Conosco qualcuno. Uomo. Donna. Non ha importanza. Ci parlo. Lo frequento. Ascolto le sue idee. Cerco di intuire la sua sensibilità, la sua capacità d’amare. Se mi piace, dopo averci preso abbastanza confidenza, lo invito a casa mia. Lo faccio bere. Molto. In modo che i riflessi vadano via. Poi avviene tutto in un attimo. Mi avvicino, prendo il suo viso tra le mani e glielo bacio. Ora avete capito come faccio? Con un bacio. Niente di più facile. Attacco le mie labbra alle sue… e gli succhio il cuore.
Vi ho detto tutto, mi sembra. Non c’è più niente da aggiungere. Ora scusatemi, ma devo andare. E’ pronto il mio caffè. Non potete capire quanto è carina la ragazza che me l’ha portato e quanto è adorabile mentre parla felice con la collega del suo nuovo ragazzo.

Essere mano


manoSere fa ero incolonnato da ore sulla Pontina quando ho visto una mano che penzolava a prendere aria fuori dal finestrino di una Matiz grigia. Tutto normale, tranne il fatto che si muoveva tantissimo. Le dita frenetiche, il polso snodato. La mano agitata era dalla parte del passeggero dell’auto davanti a me. Devo averla fissata un po’ a lungo perché la tromba del tir alle mie spalle è esplosa e mi ha staccato dal sedile. Poi quella stessa mano mi ha indicato di guardare dall’altro lato dell’auto. E io, con un riflesso condizionato, l’ho fatto. Dalla parte del guidatore c’era un’altra mano che alzava il pollice soddisfatta per il mio cambio di visione. Ho sorriso tristemente. C’era qualcuno che faceva il clown per distrarsi un po’ in mezzo al traffico. Penoso. La fila interminabile di auto si è mossa per fermarsi subito, 50 metri più in là. La stessa mano che pendeva dalla parte del guidatore mi ha fatto cenno di guardare dietro e io, non avendo niente da fare, ho guardato dietro. Sia dal finestrino posteriore di sinistra che da quello di destra si affacciava una mano ed entrambe mi facevano il gesto dell’ok. Ripetitivi, patetici e infantili. Così mi sono acceso una canna defatigante. Ancora non avevo tirato una boccata, lo sottolineo per onor di cronaca, che dal tubo di scappamento è uscita una mano che mi indicava di guardare sopra, dove c’era il portapacchi. Ho subito portato gli occhi in alto e da lì su una mano mi ha fatto il solito segno di ok. A quel punto non c’ho visto più, ho poggiato la canna sul cruscotto e ho cercato in tutti i modi di affiancarmi all’auto davanti a me per vedere chi ci fosse dentro. Una volta che sono riuscito ad accostarmi, dal finestrino aperto della Matiz grigia ho visto decine di mani che sfarfallavano riempiendo festose l’abitacolo. Non ci potevo credere. Sono sceso dalla macchina e ho messo la testa nel finestrino. Mi sono sentito tirare dentro da centinaia di mani e ho perso i sensi.
Non è stato facile imparare a diventare mano. Senza l’inutile resto del mio corpo. Per diventare mano e pensare da mano sono stato titillato, pizzicato, schiaffeggiato migliaia di volte in tante ore di apprendistato passate su e giù per la Pontina dentro una Matiz grigia. Ora sono diventato un numero uno e mi affaccio anch’io dai finestrini delle Matiz grigie che abbiamo in dotazione. Se capiti in fila sulla Pontina, verso Roma o verso Latina non importa, e vedi una mano che si muove smaniosa da una Matiz grigia puoi tranquillamente ignorarla. Prosegui pure il tuo viaggio e tornatene a casa nella tua precaria routine quotidiana. In quel caso resterai quello che sei: un insieme di parti organiche accroccate senza senso e tutte necessarie al tuo fragile sistema di vita. Invece, se con intelligenza o intuito, decidessi di seguire i gesti della mano che esce dal finestrino della Matiz grigia davanti a te, allora potresti diventare una cosa unica e totale, piena di forza e di bellezza, indipendente e sciolta. Come colui che ci sovrasta tutti, dall’alto delle nostre colonne di auto: il nostro grande dio a forma di mano.

Il mestolo


mestoloDomani all’alba sarà impiccato. E’ accusato dell’omicidio di sua moglie. Un delitto passionale. Come ultimo desiderio da condannato a morte ha chiesto di poter avere un mestolo. Un desiderio bizzarro, ma nessuno ha obiettato: non ci si può togliere la vita con un mestolo. Gli hanno portato quello che usa il cuoco, tutti i giorni, per servire il pasto ai prigionieri. Un mestolo comune. Lo hanno lasciato solo con se stesso. All’alba, quando le guardie arrivano in cella per portarlo via, lui dorme profondamente. Con il mestolo ha raccolto gran parte della terra che ricopre il pavimento della cella e ha modellato una sagoma rozza: il corpo di una donna, quasi a dimensione naturale, distesa su un fianco. E lui è coricato vicino a lei, la tiene stretta e, nel sonno, sembra un uomo felice.

Pagina successiva »