
Se cerchi qualcosa di nuovo nei racconti, nei film, nella musica e nelle arti varie, una cosa c’è. È fantareale.







In questi ultimi decenni l’interesse per i digiunatori è molto diminuito. Mentre prima meritava di metter su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi quelli. Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l’interesse del pubblico; tutti volevano vedere il digiunatore, almeno una volta al giorno; e negli ultimi giorni c’erano perfino degli abbonati che sedevano intere giornate davanti alla sua piccola gabbia; anche di notte avevano luogo delle visite, alla luce delle fiaccole, per aumentare l’effetto; quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all’aperto, e allora erano specialmente i bambini a cui veniva mostrato il digiunatore; mentre per gli adulti costituiva spesso solo uno spasso, a cui si partecipava perché era di moda, i bimbi lo guardavano ammirati, a bocca aperta, tenendosi per precauzione per la mano, mentre lui, pallido, nella sua maglia nera, con le costole esageratamente sporgenti, sdegnando perfino una poltrona, se ne stava seduto sopra della paglia sparsa qua e là, facendo a volte un cenno cortese con la testa, a volte rispondendo alle domande con un sorriso sforzato o allungando un braccio attraverso le sbarre per far palpare la sua magrezza; e finiva poi per sprofondarsi in se stesso, senza occuparsi più di nessuno, neppure del battito dell’orologio – così importante per lui – unico mobile della sua gabbia, per guardare fissamente con gli occhi semichiusi dinanzi a sé, succhiando di quando in quando un sorso d’acqua da un minuscolo bicchierino, per inumidirsi le labbra. (…)
Il mio miglior amico questa notte ha pisciato contro la porta di casa mia. Io abito al quarto piano di un palazzo senza ascensore, in un appartamento in affitto. A volte i cani pisciano contro le porte, per marcare il proprio territorio e tenere lontani altri maschi. Ma il mio miglior amico non è un cane. E poi quello non era il suo territorio, era la porta del mio appartamento.
Il mio miglior amico stava aspettando l’autobus quando un poco alla volta la vescica ha cominciato a tormentarlo. Non sapendo cosa fare ha cercato di resistere, si è detto che l’autobus sarebbe arrivato a momenti, ma dopo esserselo ripetuto per venti minuti all’improvviso si è ricordato che io, il suo miglior amico, abitavo a poche centinaia di metri da lì, al numero quattordici di Zamanhoff Street, al quarto piano di un palazzo senza ascensore, in un appartemento in affitto. Si è allontanato dalla fermata dell’autobus e si è avviato verso casa mia. Più che camminare, correva quasi. (…)
Questa notte mi sveglio e dal ciliegio del giardino è caduto un fico d’India: immaginate lo stupore. Non solo mi ha fatto le sue rimostranze in una lingua incomprensibile, ma si guardava intorno frastornato cercando il suo turbante. Il resto della notte è passato così, all’addiaccio, tra la mia insonnia e il suo cattivo umore. Mi è toccato metterlo sul primo volo disponibile, rotta Bombay.