Si è fatta proprio bella!, pensò con gli occhi lucidi per l’emozione. E dire che l’aveva raccolta dalla strada che sembrava ormai spacciata. Qualcuno l’aveva lasciata in un sacchetto nero accanto a un cassonetto dei rifiuti. Che gesto crudele! Non ci aveva quasi sperato di poterla salvare, eppure eccola là. Da non crederci! Bella, bella davvero. Si chiedeva com’era stato possibile abbandonare un simile miracolo della natura. Fortuna che quel giorno aveva deciso di passare per quel viottolo deserto dietro casa che non percorreva mai. Aveva notato quella busta di plastica distesa in terra, da cui spuntava qualcosa. Il suo occhio clinico non aveva fallito nemmeno in quell’occasione. A chiunque altro non avrebbe suscitato il minimo interesse, ma a lei …be’, ci mancava solo che passasse oltre senza rendersi conto di nulla! Aveva dedicato tutta la sua vita a quelle bellissime creature! Creature, sì, perché per lei una pianta non aveva nulla da invidiare a qualunque altro essere vivente. Uomo compreso. Anzi, per quanto riguardava gli esseri umani, nella sua classifica di preferenze, questi ultimi non potevano nemmeno sperare di reggere il confronto. Da quando poi quel bastardo maledetto del suo ormai-ex-marito l’aveva lasciata per la sua altrettanto-ormai-ex-migliore-amica, la sua preferenza per il regno vegetale aveva superato il fatidico punto di non ritorno. Una storia triste e squallida, che l’aveva segnata fin nel profondo, e che al solo ripensarci le provocava ancora tremendi travasi di bile. Ma per fortuna aveva le sue piante. E soprattutto lei, la trovatella. Sì, si era fatta bella davvero! Una meraviglia! Quell’enorme fiore coloratissimo grande più di lei stessa, e il suo stelo alto più di due metri che si stagliava verso il cielo, e poi quelle foglie enormi, morbide come lenzuola di seta pura. Le era costata tanti sacrifici, certo, ma alla fine la sua perseveranza e il suo amore l’avevano premiata. Era diventata il fiore all’occhiello di quel bel giardino nascosto nel retro della casa, di cui andava estremamente fiera. Certo, aveva dovuto farle un bel po’ di spazio, sacrificare altre piantine, ma non poteva lamentarsi. Anche di quella sua caratteristica strana, tutto sommato, non poteva lamentarsi affatto. Le era bastato farci l’abitudine, entrare nell’ordine delle cose, tanto da riconoscere a se stessa che ormai la considerava senza il minimo dubbio come la cosa più normale di questo mondo. In fondo era la pianta più bella che avesse mai avuto. Non poteva certo aspettarsi che fosse come tutte le altre.
E pensare che per un po’ non si era accorta di nulla. Quando sparì la sua tartaruga e ne ritrovò il guscio completamente ripulito da ogni piccolo brandello di carne, in un primo momento aveva pensato a uno scherzo di cattivo gusto dei suoi vicini. Una vendetta per tutte le volte che lei aveva cacciato a calci quel loro gatto orribile che entrava nel suo giardino a rovinarle le piante. Piccolo felino stupido e indisponente! Un giorno o l’altro gli avrebbe riservato un bella polpetta avvelenata!Aveva suonato al loro portone trattenendo la rabbia a stento. I vicini però caddero dalle nuvole, o almeno così le sembrò. Be’, potevano anche aver recitato perfettamente la parte, ma tutto le aveva fatto supporre che non c’entrassero nulla. Se ne convinse quando a loro volta vennero a chiederle notizie del gatto. Lei non ne sapeva niente, non aveva visto quel bastardo quadrupede per tutto il giorno. Dopo averli salutati andò in giardino per controllare che quel maledetto non fosse andato a nascondersi da qualche parte a fare chissà quale danno. Cercò ovunque ma non trovò nulla. Fino a che non si accorse di qualche ciuffo di peli alla base della sua bellissima pianta. Li afferrò tra le dita, li osservò attentamente e li riconobbe come sicuramente appartenenti alla pelliccia del felino scomparso. Alzò lo sguardo verso la pianta pensando che magari si fosse arrampicato fino in cima e …che strano … la pianta le era sembrata muoversi, le foglie aprirsi lentamente… eppure non c’era vento…poi si accorse …no…non poteva essere…le foglie, il fiore, lo stelo…tutta la pianta sembrava assumere una posizione stranissima…quasi … quasi umana!…e il fiore … il fiore sembrava osservarla e … si, sembrava come … come se avesse impresso … un sorriso di estrema soddisfazione! Rimase qualche minuto a osservarla, come ipnotizzata da quella creatura, che non smetteva mai di stupirla, fino a che non sentì qualcosa cadere ai suoi piedi. Si piegò e raccolse un piccolo oggetto da terra. Le bastò un istante per rendersi conto che si trattava di una parte del cranio di animale, perfettamente ripulito della sua carne! Il telefono squillò tirandola via bruscamente dai propri ricordi. Rientrò di corsa in casa e sollevò il ricevitore.
“Pronto?”
“Ciao…”
Riconobbe immediatamente la voce dall’altra parte. Rimase in silenzio, cercando di controllare il senso di disagio e fastidio che la invase fin nei capelli.
“Lo so che … non ti aspettavi di sentirmi…”
Infatti, disse lei tra sé.
“…io … volevo solo sentirti… è passato tanto tempo…ho pensato che forse era arrivato il momento di …sai, sono stata molto male per la fine della nostra amicizia…”
Schifosa ipocrita che non sei altro, mi hai rubato mio marito …, avrebbe voluto risponderle, ma decise che il silenzio era l’unica cosa che poteva offrirle.
Volse lo sguardo verso la porta a vetri che dava sul giardino. Da dove si trovava riusciva a vedere la sua creatura in tutta la sua bellezza. Quando si sentiva particolarmente nervosa o giù di morale si ritirava nel suo giardino per bearsi del suo splendore. Le parlava, mentre le puliva le foglie con un panno umido. Le raccontava quello che aveva fatto nel corso della giornata, si confidava con lei, le confessava i suoi segreti.
“Non mi rispondi…”, riprese la voce dall’altra parte, “…ho capito … forse …forse ho sbagliato a chiamarti…scusami…spero tu stia …”.
“No anzi…hai fatto benissimo…”, si precipitò a dirle lei, non appena riuscì a riprendersi dalle proprie fantasie.
“Da…da …davvero?”, balbettò l’altra.
“Si, certamente!”
“Oh! Non sai quanto….quanto mi fa felice!! Io … io non so cosa dire!…davvero…non so cosa dire… in tutti questi mesi ho pensato tantissimo a te, lo sai? ti va…ti va se ci vediamo? Abbiamo un sacco di cose da raccontarci e poi… ecco … volevo dirti che mi sei mancata moltissimo!”
A me per niente, pensò lei con lo sguardo rivolto sempre verso la pianta.
“Ho un’idea …”, le disse poi con voce calma, “… spero che ti vada bene…”.
Un sorriso perverso iniziò a delinearsi ai lati della bocca.
“Certo! Tutto quello che vuoi! Oh…non sai quanto…!”
“…vieni da me, questo pomeriggio verso le cinque. Ci prendiamo un tè nel mio giardino…ho un sacco di piante nuove, sai? Non vedo l’ora di mostrartele!”
Dichiarazioni di Kuppeling
Un altro racconto, ritrovato nel ducato di Holstein, vicino a Oldenburg, parla di una gran signora che mangiava e beveva allegramente e aveva tutto ciò che il cuore può bramare, e che desiderò vivere per sempre. Nei primi cento anni tutto andò bene, ma poi cominciò a restringersi e a raggrinzirsi, fino a che non poté più camminare, né reggersi in piedi, né mangiare, né bere. Ma nemmeno poteva morire. All’inizio la alimentavano come se fosse una bambina, ma finì col diventare tanto minuta che la misero in una bottiglia di vetro e la appesero nella chiesa. Sta ancora lì, nella chiesa di Santa Maria a Lübeck. Ha le dimensioni di un topolino e una volta all’anno si muove.
Volle il caso che il padrone fosse partito per Capua a smerciarvi il meglio delle sue cianfrusaglie. Afferrata al volo l’occasione, convinco un tale, ospite lì da noi, a venire con me sino al quinto miglio. Non per nulla era un soldato, forte come un demonio. Leviamo le chiappe verso il canto del gallo. La luna luceva come a mezzogiorno. Arriviamo a un cimitero: il mio uomo si mette a farla tra le tombe, io mi siedo canticchiando e conto le tombe quante sono. Poi, come torno con gli occhi sul compagno, quello è lì che si sveste e mette tutti gli abiti al margine della strada. Io avevo il cuore in gola, ero più morto che vivo. Quello allora piscia in cerchio intorno agli abiti e all’improvviso diventa lupo. Badate che non scherzo: non mentirei per tutto l’oro del mondo. Dunque, come dicevo, una volta che divenne lupo, incominciò a ululare e fuggì nel bosco. Io sulle prime non sapevo più dove fossi. Poi mi feci vicino, per raccattare gli abiti di quello là, ma gli abiti erano diventati di pietra. A morir di paura, chi era più morto di me? Tuttavia strinsi in pugno la spada, e, abracadabra, andai infilzando le ombre, sin quando non giunsi al podere della mia amica. Entrai che ero uno spettro, mezzo scoppiato, col sudore che scorreva a fiumi, con gli occhi fissi: ce ne volle per rimettermi. La mia Melissa sulle prime era stupita che io fossi in giro così tardi, e – Se arrivavi un po’ prima, – disse, – almeno ci davi una mano, perché un lupo si è introdotto nel podere e da vero macellaio ci ha sgozzato tutte le bestie. Però non l’ha fatta pulita, anche se è riuscito a fuggire, perché uno dei nostri schiavi gli ha trapassato il collo con la lancia -, a sentir questo, non riuscii più a chiudere occhio, ma, appena fatto giorno, via di corsa alla casa del nostro Gaio, che sembravo l’oste dopo il repulisti. E una volta che giunsi in quel luogo, dove gli abiti erano diventati di pietra, non trovai altro che sangue. Come poi giunsi a casa, il mio soldato giaceva sul letto che sembrava un bove e c’era un medico che gli curava il collo. Mi fu chiaro che era un lupo mannaro, né ho potuto da allora dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. Comodi gli altri di pensarla in proposito come vogliono, ma io, se mento, che il cielo mi punisca.
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Il cameriere mi portò un piatto con una piccola donna in posa da pin-up. Aveva un vestitino di alghe ed era sdraiata su un letto di riso e verdure. Lei mi guardava ammiccante e io con le bacchette in mano non sapevo da dove cominciare.
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Da quando suo marito aveva deciso di essere un orso, la macchina la guidava lei. Arrivarono a casa. Come ogni sera lui scese prima che lei parcheggiasse. Lei come ogni sera gli chiese di aspettarla. Aveva paura di fare il viale da sola. Lui da buon orso si avviò, senza aspettarla. Ma poco dopo rimase immobile.
Quando hai un attacco d’asma, ti manca il respiro. Quando ti manca il respiro, fai fatica a parlare. La frase ti rimane bloccata in gola a causa della quantità d’aria limitata che riesci a espellere dai polmoni. Non riesci a dire molto, tra le tre e le sei parole. Questo ti porta a provare rispetto per la parola. Te ne vengono in mente un sacco, di parole. Scegli le più importanti, ma anche pronunciare quelle ti costa molto. Non è come per la gente sana che butta lì tutto quello che le viene in mente come se fosse spazzatura. Quando qualcuno dice “ti amo” durante un attacco d’asma, la cosa è ben diversa. C’è una bella differenza. La differenza di una parola. E una parola è moltissimo perché quella potrebbe essere “sedersi”, “ventolin” o perfino “ambulanza”.