Archivio October, 2008

Noccioli


noccioliDa bambino ingoiava noccioli di ciliegie. La madre lo aveva messo in guardia più di una volta sui rischi che si correvano. Lui aveva continuato a provarci per tanto tempo, ma nessun piccolo ramoscello, neppure un germoglio era uscito dalla sua bocca o dalle sue orecchie. Da quell’altro buco, produceva puntualmente feci dure e compatte che circondavano quelle palline di diversa misura.

Quella mattina sentì qualcosa agitarsi all’interno. Dalle narici scesero dei minuscoli vermi seguiti da umido terriccio. Poi, lentamente, arrivarono loro, di forma più allungata e ramificata: le radici avevano preso forma nella sua persona e un tronco si faceva largo tra le viscere.

Il questionario


questionarioL’addetta venne ad accoglierla all’ingresso e l’accompagnò in una piccola stanza luminosa, pregandola d’accomodarsi e di attendere solo qualche minuto. Nessun quadro appeso alle pareti, nessun odore nella stanza. Al centro, un tavolino trasparente con a fianco una sedia. Sul lato opposto a quello della porta, una finestra si affacciava sul cortile interno, ma lì non c’era granché da vedere. I pochi alberi spogli sembravano ancor più tristi e miserevoli sotto quel cielo plumbeo. E dunque andò a sedersi.

L’addetta rientrò poco dopo, spiegandole che le aveva portato un questionario da compilare.

Aveva occhi chiari, d’un azzurro non comune e capelli biondi raccolti all’indietro, che le mettevano ancor più in risalto i bei lineamenti del viso.

Era molto giovane. Doveva avere all’incirca la sua età.

Posò sul tavolo una cartellina color madreperla e vi sistemò accanto una penna stilografica. Poi uscì e la lasciò sola.

Lei aprì la cartellina e lesse le istruzioni.

Le si chiedeva di essere sincera e di rispondere istintivamente a tutte le domande, barrando le caselle, come nell’esempio indicato.

Prese dalla borsetta la propria penna stilografica. Era simile a quella che stava sul tavolo, ma era diversa. Era la sua, quella che usava per le cose importanti, quella con cui aveva sempre firmato anche gli assegni.

La prima parte del questionario doveva essere compilata con i propri dati personali, che non sarebbero stati divulgati – così era scritto – e di cui era garantita la massima riservatezza, così come per tutte le informazioni che avrebbe fornito. Riempì con cura i primi due fogli con i dati che la riguardavano e – come richiesto – inserì anche quelli del proprio partner. Rispose senza esitazione alle varie domande, arrotondando per eccesso la propria altezza e lasciando in bianco solo la professione.

Passò poi ai fogli successivi, dove le era chiesto di indicare, su una scala da uno a cinque, quanto le piacessero tutta una serie di colori e poi, di seguito, vari materiali: legno, marmo, oro, acciaio, sughero, vetro, plastica, seta, carta, gomma, acqua, sabbia. E poi altri: terra, cuoio, cenere, lino, piombo, gesso, sangue. E poi altri, molti altri ancora: dall’ottone alla porcellana, dalla carta vetrata alla pietra pomice, dalla canapa all’inchiostro. Sembrava che qualsiasi materiale, esistente in natura o creato dall’uomo, seppur in un ordine sconosciuto, fosse comunque stato inserito in quella lista.

Continuò a scrivere finché non ebbe fame, poi si alzò, anche per sgranchirsi un po’ le gambe e si mise a girare per la stanza, passando distrattamente più volte davanti alla finestra.

Doveva essere trascorsa almeno un’ora, o forse due.

Era venuta fin lì per un motivo importante, per avere una cosa che altrove non si trovava, che si poteva comprare solo lì, in quel luogo e in nessun altro. Che dovesse compilare un questionario, non le era sembrato strano, anzi, sapeva che serviva loro proprio a capire quale fosse la sua personalità, quali cose le piacessero e quali no.

Perché ciò che producevano lì, era assolutamente unico, diverso per ogni cliente.

Tornò a sedersi al tavolo, dimenticandosi della fame e solo allora notò la melodia di sottofondo. Era una musica che si udiva appena, né triste né allegra, che forse proveniva dalla stanza accanto, ma che comunque c’era. Ed era piacevole.

Rilesse le sue ultime risposte e notò che in quel bizzarro elenco non comparivano solo dei veri e propri materiali, ma anche diversi oggetti di varia natura: grano, ovatta, sedano, sale, piume, fulmine, specchio, muschio, sveglia, erba, calice,… gelsomino.

C’era persino bicicletta, che non ricordava affatto di aver visto poco prima.

Guardò l’ora, ma le lancette del suo orologio, costato certamente una fortuna a chi gliel’aveva regalato, erano ferme. Si ricordò d’aver fatto sostituire la batteria un mese prima, ma probabilmente ne avevano messa una già vecchia, o poco carica. Sarebbe tornata al negozio, uno dei prossimi giorni, e se la sarebbe fatta cambiare. Non le avrebbero certo fatto storie, no di certo, non a lei. Ma adesso doveva concludere il questionario.

Quercia, spada, vigna, aria, aquila, tempesta, arcobaleno, lavanda, paglia, segatura. Continuò a mettere crocette ancora per un pezzo, riempiendo tutte le caselle, senza saltarne neppure una, finché non alzò distrattamente lo sguardo verso la finestra e vide che fuori era buio.

Com’è possibile? Si chiese. Corse a vedere da vicino, ma era proprio così: fuori, i lampioni, illuminavano una notte che sembrava serena.

La luce soffusa della stanza le aveva impedito di rendersene conto, ma il tempo era passato, eccome. Doveva andare, si era fatto troppo tardi, lui certamente la stava aspettando e probabilmente era anche molto preoccupato, forse era persino andato dalla polizia.

Guardò in alto, quel po’ di cielo che riusciva a vedere da lì e non c’erano nuvole, ma solo la luna. La luna. Quand’era l’ultima volta che l’aveva guardata?

Ma non era quello il momento di mettersi a pensare a certe cose. Doveva sbrigarsi a finire il questionario, invece. Ormai era a buon punto e non poteva certo lasciare il lavoro lì in sospeso, proprio adesso che era quasi arrivata alla fine.

Tornò a sedersi, ma non trovò più la penna con cui stava scrivendo.

Provò a vedere se per caso le fosse caduta per terra o se per sbaglio l’avesse rimessa lei nella borsetta, ma non saltò fuori. Chissà dov’era finita. Amen, prese quella che era sul tavolo e continuò con quella.

Ricominciò a metter crocette su tutto quello che era indicato: figli, correre, parlare, viaggio, ritorno, studiare, sesso, sogni, dolcezza, paura, casa, dio, perdono, noia, vincere, aspettare, aspettare. Aspettare c’era due volte, un errore di stampa probabilmente.

Alcune parole si era persino scordata che esistessero, come noia ad esempio, o rospo, o gioia, o ciclamino. Ma a tutte, al limite pensandoci un po’, un voto lo dava comunque. Capitava magari che fosse in dubbio se mettere un “quattro” o un “cinque”, questo sì, ma poi alla fine decideva per l’uno o per l’altro e andava avanti. Su altre invece non aveva dubbi, segnava la risposta ancor prima di finire di leggerle.

Notò che barrava più “uno” e più “cinque”, rispetto a prima.

All’inizio dava molti “tre”, o “due”, o “quattro”. Gli “uno” e i “cinque” erano rari, estremi. Poi però, andando avanti, aveva cominciato a metterne di più e le sembrava che in fondo, dopo tanti “tre”, un “uno” non è che ci stesse poi male, anzi, le dava più carattere, la definiva meglio, la spiegava di più, in un certo senso.

Il tempo passò.

Ore e ore, tutto il giorno successivo. O forse di più, molto di più. Trascorsero probabilmente alcune settimane, o mesi, se non addirittura anni. E lei continuò a scrivere, presa da una frenesia sempre maggiore di portare a termine quel questionario.

Poi, improvvisamente, si accorse che stava ormai arrivando alla fine, che i fogli erano sempre meno, sempre meno, sempre meno. Mentre le risposte, stranamente, erano sempre più difficili. Come se tutte quelle che aveva già dato, non la aiutassero a rispondere alle altre, a quelle nuove che venivano via via. Anzi.

Quando capì che ormai le mancava un solo foglio, si fermò.

Pensò a cosa avrebbe fatto dopo, una volta che avesse inserito l’ultima risposta all’ultima domanda del questionario. Cosa ci sarebbe stato dopo e come l’avrebbe affrontato? Ci sarebbero state altre domande? E se sì, sarebbe stata in grado di rispondere?

Si alzò dalla sedia e si rese conto solo allora di essere molto stanca, di una stanchezza antica, che non aveva mai provato prima. Guardò verso la finestra e vi si diresse pian piano, un passo dopo l’altro, a fatica, come se ogni passo fosse una vita, una vita che ci si lascia dietro.

Quando finalmente la raggiunse, vi si aggrappò con tutto il proprio peso, esausta, e guardò fuori. C’era il sole, fuori, e sembrava proprio una bella giornata, ma non fu quello che colpì la sua attenzione.

Vide gli alberi, gli alberi del cortile.

Ed erano fioriti.

E pianse.

Forse basta un po’ di colla


collaL’altra sera il piccolo Gibi aveva paura di uscire dal bagno. Si teneva quel coso in mano ed era sicuro che i suoi genitori non avrebbero creduto alle sue parole. Si sarebbero arrabbiati e l’avrebbero mandato a letto senza cena.

Sentiva le loro voci e il volume alto della televisione. La sorella era al telefono con il ragazzo, come sempre. Quando la madre aveva detto che era pronto, Gibi cominciò a tremare. Si guardò attorno in cerca di una via di fuga.

Le finestre erano sbarrate.

A tavola, aveva urlato la madre.

Gibi era stufo di mangiare il minestrone, ma da quando il padre aveva perso il lavoro e alla madre avevano diminuito lo stipendio c’era ben poco da fare. Non poteva lamentarsi.

Non voleva dare altri dispiaceri ai genitori. Avevano già altro a cui pensare. Gibi si rimise i pantaloni, si lavò le mani e andò in cucina. Avevano già iniziato a mangiare.

Gibi rimase zitto. Non riusciva a mangiare. Guardava i crosticini di pane affogare nel minestrone e ascoltava i genitori litigare. Ogni tanto la sorella diceva, Ora smettetela, diceva, Non ce la faccio più in questa casa, ma i genitori continuavano a litigare perché non si poteva andare avanti così. Come facciamo con 539 euro al mese, ripeteva la madre, e il padre la guardava, un po’ assorto, un po’ preoccupato per un’altra notte in bianco.

Devo darmi da fare, pensò poco prima che Gibi attirò l’attenzione dicendo, Mi si è staccato il pisello.

Inizialmente rimasero tutti zitti, poi la madre disse, Lasciaci litigare in pace, e la sorella si mise a ridere sguaiatamente, dicendo, Sei sempre il solito cretino.

Disse di nuovo, Mi si è staccato il pisello, ma nessuno lo ascoltava. I genitori litigavano e la sorella andò a rispondere al telefono. Era di nuovo il ragazzo. Lei disse, No, Non mi disturbi affatto, Anzi, Dimmi, poi parlò ancora un po’, mentre Gibi cercava di attirare l’attenzione dicendo, Se non ci credete ve lo porto, e la mamma gli tirò una sberla. Così impari a dire stupidaggini, disse a Gibi.

Gibi andò in bagno e tornò con il suo pisello in mano. Lo posò sul tavolo, vicino al piatto di minestrone. La sorella smise di parlare per qualche secondo e in cucina calò il silenzio. La madre era allibita. Il padre aveva capito che il pisello di suo figlio era l’unica cosa che avrebbe potuto placare la rabbia della moglie. Lo guardavano tutti quanti, poi la sorella si mise a ridere e disse al ragazzo, A mio fratello è caduto il pisello, e la madre disse alla figlia, Smettila di prenderlo in giro, e il padre disse, Pensavo ce l’avessi un po’ più grande, Figlio mio.

Il pisello rimase vicino al piatto di minestrone ancora per un po’. La madre aveva paura di toccarlo e disse, E ora che si fa?

Gibi stava quasi per piangere, disse, Ho provato a riattaccarmelo in tutti i modi ma non c’è nulla da fare.

La sorella rideva ancora e rideva anche il ragazzo dall’altra parte della cornetta.

Ho paura, disse Gibi.

Forse basta solo un po’ di colla, disse il padre. Si alzò dalla sedia e andò a cercare la colla tra gli attrezzi, ringraziando Dio che almeno per un po’ non si sarebbe parlato del suo licenziamento.

La parte del “resti”


cuoriciniOre 20.00. Olbia.

Roberto e Valeria. Davanti al porto.

“Non andare”.

“Ma devo e poi la vacanza è finita” disse accarezzandole i capelli.

“Lo so” rispose lasciandosi andare in quella mano.

“Non ti dimenticherò mai” continuò lui.

Valeria tirò fuori dalla tasca dei jeans un piccolo cuore. Su una parte era rosso, sull’altra bianco.

“Te lo ricordi?”

“Certo. Te l’ho regalato la notte di San Lorenzo”.

“Ti va di fare un gioco?”

“Quale gioco?”

“Io ora lo lancio in aria. Se cade dalla parte rossa resti, se cade dalla parte bianca parti. Ci stai?”

Roberto le sorrise.

“Sì. Ci sto”.

Quando Valeria lo lanciò, quel cuoricino invece di tornare giù, andò verso l’alto, sempre più su, sempre più su. I due ragazzi lo seguirono con gli occhi fino a quando non lo videro disperdersi nel cielo come un palloncino. Erano increduli e un po’ divertiti.

“Che significa Roby!?”

“Non lo so”.

Si guardarono.

“Io vado”.

“Allora addio” sussurrò Valeria.

“Addio” sussurrò Roberto.

Un mese dopo. New York. Ore 02.00

Roberto tornò nella sua camera distrutto. La sfilata era stata lunga e lui aveva fatto centinaia e centinaia di foto. Uscì sul balcone. C’era una vista bellissima. La città era tutta illuminata. Si accese una sigaretta e restò li. A pensare. Fu in quel momento che vide qualcosa precipitare dall’alto, sbattere sulla ringhiera e cadere sul pavimento del balcone. Si chinò e la prese. La riconobbe subito. Era una metà di quel cuore che Valeria aveva lanciato in aria quel giorno davanti al porto. Notò che era caduta dalla parte del rosso…la parte del “resti”. Non si chiese nemmeno da dove diavolo era venuta giù e non cercò nemmeno di darsi una spiegazione. La strinse soltanto nella mano, forse ignaro del fatto, che in quello stesso istante, dall’altra parte dell’oceano, su un piccolo balcone di una piccola mansarda in uno stretto vicolo del centro di Roma, Valeria stava stringendo tra le dita l’altra metà, caduta sempre dalla parte del rosso. La parte del“resti”.

Il piccolo me


sdoppiamentoAll’improvviso mi venne un forte mal di pancia. Non arrivai in tempo in bagno, così mi calai i pantaloni e feci nel mezzo del salotto un uovo da un chilo.

Quando l’uovo si schiuse vidi liberarsi dal guscio un piccolo me stesso. Mi commossi e provai ad accarezzarlo, ma lui mi morse. Pensai subito che quel morso fosse un segno d’affetto e mi venne voglia di abbracciarlo. Decine di morsi più tardi mi resi conto che con l’uovo avevo espulso tutta la mia cattiveria.

Quando gli preparavo i pranzetti lui puntualmente buttava tutto il cibo per terra e io pulivo amorevolmente, perché capivo la sua natura cattiva. Stracciarmi tutti i libri era il suo passatempo preferito, e io lo lasciavo fare perché ero contento che lui si divertisse.

Un giorno buttò il phon nella vasca mentre mi facevo il bagno. Mi piaceva sentirlo ridere così acconsentii a farglielo rifare.

Una sera il piccolo me diede fuoco alla casa. Cercai di portarlo in salvo, ma lui scappava da una parte all’altra e lo persi tra le fiamme. Davanti alla mia casa ridotta in stuzzicadenti, ero disperato perché non avevo salvato il piccolo me. Continuai a cercare in quel disastro sperando nella buona sorte. Trovai il piccolo me tutto rannicchiato sotto un pezzo di armadio. Per la contentezza lo riempii di baci e abbracci. Lui si infuriò. Per farmela pagare mi calò i pantaloni e tornò da dove era uscito.
E io tornai normale.

Toby Dammit


Toby Dammit(…) Toby Dammit non faceva che svicolare e saltellare sopra e sotto qualsiasi oggetto si trovasse fra i piedi; ora gridando, ora bisbigliando ogni genere di paroline e parolone, sempre con espressione serissima. Non riuscivo davvero a decidermi se compatirlo o prenderlo a calci. Alla fine, giunti fin quasi al termine del ponte, ci eravamo avvicinati all’uscita della copertura a volta quando ci trovammo davanti un cancelletto girevole piuttosto alto. Lo oltrepassai tranquillamente, spingendolo come si fa di solito. Ma era un modo che non si accordava col modo di Dammit, il quale decise di superarlo con un salto, affermando che poteva saltarci sopra, battendo i tacchi a mezz’aria prima di riscendere dall’altra parte. Ora, in coscienza, non credevo proprio che Toby Dammit fosse in grado di fare una cosa del genere. Quello che meglio di chiunque altro poteva saltare sopra un qualsiasi cancello battendo i tacchi in aria, l’uno contro l’altro, era il mio amico Carlyle e, dal momento che sapevo che lui non ce l’avrebbe fatta, non credevo assolutamente che ci sarebbe riuscito Toby Dammit. Gli dissi quindi chiaramente che era uno sbruffone e che non avrebbe mai saputo farlo. E di questo mi sarei in seguito pentito – perché si offrì subito di scommettere la testa col Diavolo che ce l’avrebbe fatta.

A dispetto delle mie precedenti risoluzioni stavo per rispondergli con qualche rimprovero circa la sua empietà quando, proprio di fianco a me, sentii una tossettina che somigliava molto a un “ahem!”. Sobbalzai, guardandomi intorno stupito. L’occhio mi cadde su un angolino della struttura del ponte e sulla figura di un vecchietto zoppo dall’aria venerabile. Nulla poteva essere più rispettabile del suo aspetto; non solo indossava un completo nero ma aveva una camicia immacolata, e una cravatta bianca spuntava dalle punte perfettamente ripiegate del colletto; i capelli bianchi avevano la scriminatura al centro, come quelli di una ragazza. Teneva le mani incrociate sullo stomaco in atteggiamento meditativo, con gli occhi accuratamente rivolti verso l’alto.

Osservandolo con maggiore attenzione, notai che indossava un grembiule di seta nera sull’abito di piccola taglia; cosa che mi parve assai strana. Prima però che avessi tempo di fare un qualche commento su quella singolare circostanza, l’omino mi interruppe con un altro “ahem!”.

A questa osservazione non seppi lì per lì rispondere. Il fatto è che è praticamente impossibile ribattere a commenti così laconici.

“Dammit”, dissi, “che stai facendo? Non senti? Il signore dice “ahem!”.” Parlando, guardavo il mio amico con aria austera; perché, a dire il vero, ero piuttosto perplesso, e quando un uomo è piuttosto perplesso deve aggrottare le sopracciglia assumendo un’espressione feroce, altrimenti farà sicuramente la figura del cretino.

“Dammit”, esclamai – anche se suonava come un’imprecazione, il che non avrebbe potuto essere più lungi dalle mie intenzioni – “Dammit”, gli feci notare, “il signore dice “ahem!”.”

Non voglio certo sostenere che la mia fosse un’osservazione troppo profonda; ma ho notato che non sempre l’effetto di quanto diciamo è proporzionato all’importanza che quelle parole hanno ai nostri occhi; e, se avessi scaricato contro Dammit un’intera raffica di mitraglia o gli avessi sbattuto in testa Poeti e Poesia d’America non avrei potuto turbarlo più di quanto feci rivolgendogli queste semplici parole: “Dammit, che stai facendo? – Non senti? Il signore dice “ahem!”".

“Stai scherzando?”, ansimò alla fine, dopo essere diventato di tutti i colori come un camaleonte in primavera. “Sei sicuro che ha detto così? Be’, comunque ora sono in ballo, e tanto vale ballare. E allora – ahem!”

II vecchietto sembrò soddisfatto di ciò – Dio solo sa perché. Lasciò il suo angolino sul ponte, venne avanti zoppicando; con aria benevola, prese Dammit per la mano, guardandolo per tutto il tempo dritto in faccia con espressione della più genuina amabilità che mai si possa immaginare.

“Sono sicuro che lei vincerà, Dammit”, gli disse col più aperto dei sorrisi, “ma dobbiamo fare la prova, sa, per pura formalità.”

“Ahem!”, rispose il mio amico, sfilandosi la giacca con un profondo sospiro, legandosi un fazzoletto intorno al polso e assumendo una stranissima espressione, alzando gli occhi al cielo e abbassando gli angoli della bocca – “Ahem!” e “Ahem!”, ripeté dopo una pausa; dopo di che, non gli sentii dire altra parola che “ahem!”. “Ah”, pensai fra me e me – “è molto strano questo silenzio da parte di Dammit, certo è conseguenza della sua verbosità in una precedente occasione. Da un estremo ne nasce un altro. Mi chiedo se ha dimenticato le molte domande senza risposta che mi pose con tanta eloquenza il giorno in cui gli feci la mia ultima predica. In ogni caso, è guarito dall’attacco di trascendentalismo.”

“Ahem!”, ripeté a questo punto Toby, come se mi avesse letto nel pensiero, con l’espressione di una decrepita pecora che sogni ad occhi aperti.

L’anziano signore lo prese per un braccio, conducendolo verso l’oscurità del ponte – pochi passi prima del cancello girevole. “Amico mio”, gli disse, “ne faccio una questione di coscienza concedendole questa rincorsa. Aspetti qui fino a quando sarò accanto al cancello, così da controllare se lo supera agilmente e trascendentalmente, senza omettere alcuna fioritura del volteggio. Una pura formalità, vede. Dirò “uno, due, tre, via”. Stia attento a scattare al “via”.” Si piazzò a lato del cancello, rimase un attimo in silenzio, quasi in profonda meditazione, poi alzò gli occhi e, mi parve, accennò un sorriso, strinse i lacci del suo grembiule, lanciò un lungo sguardo a Dammit e, finalmente, diede il segnale promesso: “Uno – Due – Tre – Via!”

Puntualmente, al “via” il mio povero amico scattò al galoppo. Lo stile non era molto raffinato come quello del signor Lord – e neppure molto grossolano come quello dei recensori del signor Lord ma, tutto sommato, ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. – E se invece non ce la faceva? “Quale diritto aveva”, mi chiesi, “quel vecchio signore di costringere un altro signore a saltare? Quello sgorbietto claudicante! Chi sarà mai. Se chiede a me di saltare, poco ma sicuro che mi rifiuto, e non mi importa chi diavolo sia!” II ponte, come ho detto, era coperto e racchiuso da un’arcata, in modo davvero ridicolo, e in esso c’era sempre una spiacevolissima eco – eco che non avrei mai tanto notato come quando pronunciai quelle tre ultime parole.

Ma ciò che dissi, pensai, o udii, non durò più di un istante. In meno di cinque secondi dalla partenza, il mio povero Toby si era accinto al salto. Lo vidi correre agevolmente e balzare alla grande in alto, con una perfetta battuta di tacchi, proprio sopra il cancello; e, naturalmente, mi sembrò molto strano che non continuasse il salto. Ma fu questione di un attimo e, prima che avessi il tempo di riflettere più a fondo sulla questione, Dammit cadde lungo disteso sulla schiena, dallo stesso lato del cancello da cui era partito. In quel preciso momento vidi il vecchio accorrere zoppicando, più in fretta che poteva, dopo avere raccolto e avvolto nel grembiule qualcosa che vi era piombata dall’oscurità dell’arco proprio sopra il cancello. Ne fui sbalordito; ma non avevo tempo per pensare, dato che Dammit era rimasto immobile a terra, e ritenni che si sentisse umiliato e avesse bisogno del mio aiuto. Gli corsi vicino e vidi che aveva riportato quella che si potrebbe definire una grave ferita. Il fatto è che era stato privato della testa e, anche dopo un’accurata ricerca, non riuscii a trovarla da nessuna parte. Così decisi di portarlo a casa e mandare a chiamare l’omeopata. Nel frattempo, mi era balenata un’idea e spalancai la più vicina finestra del ponte; scoprendo così in un lampo la triste verità. Circa cinque piedi sopra l’orlo superiore del cancello, trasversalmente all’arco della volta così da sostenerlo, c’era una sbarra piatta di ferro, orizzontale nel senso della lunghezza, che faceva parte di una serie di sbarre analoghe, destinate a rafforzare l’intera struttura. Evidentemente, il collo del mio sfortunato amico era venuto in contatto esattamente con il bordo della sbarra.

Non sopravvisse per molto a quella terribile perdita. Gli omeopati non gli fecero fare esercizi a sufficienza, e quei pochi li faceva controvoglia. Così, alla fine, si aggravò e morì, un esempio per tutti coloro che vivono spericolatamente. Inondai di lacrime la sua tomba, incisi una striscia nel suo stemma di famiglia e, per le spese del funerale, mandai il conto, molto modesto, ai trascendentalisti. Quelle canaglie rifiutarono di rimborsarmi, così feci subito esumare il corpo di Dammit e lo vendetti come carne per cani.

Continuità dei parchi


leggere libroAveva incominciato a leggere il romanzo alcuni giorni prima. Lo abbandonò per affari urgenti, tornò ad aprirlo mentre rientrava in treno al podere; si lasciava interessare lentamente dalla trama, dal disegno dei personaggi. Quella sera, dopo aver scritto una lettera al suo procuratore e aver discusso con il fattore una questione di mezzadria, tornò al libro nella tranquillità dello studio che si apriva sul parco di roveri. Sdraiato nella poltrona preferita, dando le spalle alla porta che lo avrebbe infastidito come un’irritante possibilità d’intrusioni, lasciò che la mano sinistra carezzasse più volte il velluto verde e si mise a leggere gli ultimi capitoli. La sua memoria riteneva senza sforzo il nome e le immagini dei protagonisti; l’illusione romanzesca lo conquistò quasi subito. Godeva del piacere quasi perverso di staccarsi di riga in riga da ciò che lo attorniava, e di sentire al tempo stesso che la testa riposava comodamente sul velluto dell’alto schienale, che le sigarette erano sempre a portata di mano, che al di là delle vetrate danzava l’aria del crepuscolo sotto i roveri. Di parola in parola, assorto nel sordido dilemma degli eroi, lasciandosi andare verso le immagini che si componevano e acquistavano colore e movimento, fu testimone dell’ultimo incontro nella capanna sul monte. Prima entrava la donna, guardinga; adesso arrivava l’amante, la faccia ferita dalle sferzate di un ramo. Ammirevolmente lei tamponava il sangue con i suoi baci, ma lui rifiutava le carezze, non era venuto per ripetere le cerimonie di una segreta passione, protetta da un mondo di foglie secche e di sentieri furtivi. Il pugnale si intiepidiva contro il suo petto, e sotto pulsava acquattata la libertà. Un dialogo ansioso scorreva per le pagine come un ruscello di serpi, e si sentiva che tutto è deciso da sempre. Persino quelle carezze che avviluppavano il corpo dell’amante quasi volessero trattenerlo e dissuaderlo, disegnavano abominevolmente la figura di un altro corpo che era necessario distruggere. Niente era stato dimenticato: alibi, circostanze, possibili errori. A partire da quell’ora, a ciascun istante era minuziosamente fissato il suo impiego. Il duplice spietato riepilogo si interrompeva appena per permettere che una mano carezzasse una gota. Cominciava ad annottare.
Senza neppure più guardarsi, legati strettamente al compito che li aspettava, si separarono sulla porta della capanna. Lei doveva proseguire per il sentiero che andava verso nord. Dal sentiero opposto lui si voltò un istante per vederla correre con i capelli sciolti. Corse anche lui, proteggendosi contro gli alberi e le siepi finché distinse nella bruma malva del crepuscolo il viale che conduceva alla casa. I cani non dovevano latrare, e non latrarono. Il fattore non doveva esserci a quell’ora, e non c’era. Salí i tre scalini del porticato ed entrò. Dal sangue che gli galoppava nelle orecchie gli giungevano le parole della donna: prima una sala turchina, poi una galleria, una scala con tappeto. Al piano superiore, due porte. Nessuno nella prima camera, nessuno nella seconda. La porta del salotto, e allora il pugnale in mano, la luce delle vetrate, l’alto schienale di una poltrona di velluto verde, la testa di un uomo nella poltrona che sta leggendo un romanzo.

Vladi


tatuaggioVoglio segnalare a tutti quelli davvero intenzionati a farsi un tatuaggio, una persona.

Vladi.

Vladi è il migliore.

Vladi è francese, ma vive da sempre a Roma.

Vladi ha lo studio in Via Saronni 2.

Vladi è pulito e sterilizza tutto.

Vladi, ripeto. E’ il più bravo.

Vladi fa disegni vivi…reali.

Vi farei vedere volentieri il piranha che mi ha tatuato ieri proprio sotto l’ombelico ma non posso, perché non ho più l’ombelico, e quello che perpendicolarmente si trova poco più giù.

Allora vi ricordo: STUDIO VLADI. VIA SARONNI 2. TEL: 06394045

Ciao, Gina Falorni.

Impossibile


ombra

“Non è possibile.”

“Cosa non è possibile?”

“Che tu mi stia parlando.”

“Ma lo sto facendo, no? Sto parlando e tu mi stai rispondendo. Quindi mi stai ascoltando.”

“Sì, è vero. Ma è impossibile.”

“Ma tu mi senti.”

“Non hai un volto, una bocca. Come fai a parlare? Da dove ti escono le parole?”

“Ma tu le senti, giusto?”

“Sì, non lo posso negare.”

“E questo non ti basta?”

“No.”

“Male. Io non ho un volto né una bocca, ma ho un’anima.”

“Un’anima?”

“Sì, un’anima.”

“Un’anima… che parla?”

“Già… E ho gli occhi. Ti posso vedere. Vedere dentro.”

“Dentro?”

“Dentro.”

“Come fai?”

“Sono un’anima.”

“E… cosa vedi?”

“Vuoi saperlo davvero?”

“Sì. Ti prego…”

“Ansia, paura, solitudine, diffidenza.”

“E’ vero. Sono tutto questo.”

“Lo vedo. Sei ansioso, hai paura di ciò che non capisci, di ciò che è diverso, come me. Ti senti solo, perché non ti apri abbastanza. Non ami per davvero. Sei diffidente, perché non credi. Non credi negli altri. Non credi in te stesso. Non credi in me.”

“Anima, dimmi… che devo fare?”

“Vuoi saperlo davvero?”

“Sì. Ti prego…”

“Devi lasciare il tuo corpo. Solo per un momento. Devi uscire fuori.”

“Ma come faccio?”

“Non pensare. Esci.”

Silenzio…

Silenzio…

Silenzio.

La cerca


sedia bambini

Frugo con le mani della mente. Afferro pomellini scalfiti, sfilo cassetti e li rovescio. Spalanco ante, svuoto scaffali. Potrei, forse, tentare in soffitta se ritrovo i miei occhi infantili, per affrontare ancora la penombra di stanze comunicanti e di scale. Alzo le botole, scosto bauli, sgancio passanti. Divelgo fiocchi argentei: ma non c’è. E la piramide di oggetti che ho stanato dal ricordo svetta, sfiora il soffitto, assurda in cucina. Ho fatto qualcos’altro nella vita, che immaginare significati alle cose? Per fortuna la lavatrice gira e un sugo consolante sbollenta nei fornelli. Magari è questo qui, la minuscola lama, il mio primo temperino. L’impugnatura madreperla verde e rosa che ancora mi brilla nella mano. Ma non è. E non è la chiave ferrea della casa di mio nonno, né il diciannove blu, il suo numero civico dipinto sulla maiolica, estratto da un crollo. Non è il mio bamboccio preferito: si chiama Fabrizio. Non è un libro. Anche se la bambina, nella copertina, dentro lo scarpone che vola, mi tenta. Ma io non so ancora leggere. Quindi non è. Basta. Mi butto all’aria aperta, magari mi rilasso, mi bevo mezza birra, passeggio nel giardino. Ed è così che mi viene incontro. Non mi sorprendono i suoi piedini conici e gommosi. Non mi sorprende che scompaiano sotto le quattro zampotte bianche; squadrate come la sua indole. Ci frequentiamo da una vita noi due. Anche a memoria potrei riconoscere, tra le sue assi oblique, le fenditure aperte su cui stavano il gesso e la pittura. La sua seduta comoda e spaziosa, oramai rosicchiata. Adesso fa la sedia da campagna, ma prima era una sedia di bambini, era la mia. La sua spalliera è piatta e monacale, la pelle, ad olio, di quella per gli infissi, incartapecorita, erutta il legno da ogni sbucciatura. Sì che ci assomiglia a uno di quei pezzi rigettati dal mare. Dovrei confessarglielo ora, che in fondo le voglio ancora bene? Fa prima lei a rompere il silenzio con la sua voce chioccia: – Io ti ringrazio per avermi salvata dallo sfacelo della mia mobilia.-
- E io perché sei stata il mio cavallo, la mia miniera, il mio fortino. –

- Saremmo pari – risponde lei che è sempre stata decisamente asciutta. – Però una cosa ancora devo dirtela. Per onestà. Non sono io quello che cerchi: tu, più di tutto, guardavi alle foglie. –

- Perché dovrei rischiare? Riattraversare i sogni e le speranze. Perché così lontano? -

- Non lo so, la cerca è tua. Io posso solo trasportarti, per una volta ancora, fino alla casa della tua prima meraviglia. Accomodati se vuoi.-

Oscilla alla brezza, protetta dai muri, lo stelo sottile. Ma lei è così immensa. A me sembra un’orecchia d’elefante che appare improvvisa, a farsi aria, nella mia savana di rose e di aranci. E’ il chiacchericcio incessante delle sue osmosi che mi invita. Abbandono cappello e fucile. Mi avvicino, quel mosaico di cellule verdi che mi ipnotizzano lo sfioro col naso. Subito precipito nella sua pagina, dentro un imbuto di filamenti che mi cattura. E mi lascio trascinare dalle correnti di linfa; viaggio schivando i vortici nelle sue vene. Supero la stretta del picciolo, attraverso le rapide dello stelo, affondo con le radici, penetro la terra. Trovo rifugio dentro un tubero. Ora rannicchiata e cieca, ascolto, il mastichio paziente dei lombrichi scavare gallerie, il crollo di pietruzze, il cantico di pozze infinitesimali, caparbi stillicii; erodere la creta. Ora rimbombano sopra di me i passi mostruosi della tartaruga e dall’ultimo frinire della cavalletta, che ha catturato e stringe nel suo becco, cola una goccia di morte lattiginosa. Ma la linfa ascendendo di nuovo mi risucchia, verso quel rettangolo di cielo che ci sovrasta, verso boccucce verdi che presto mi espelleranno. Ma io, non sono ancora pronta, ancora non voglio; piuttosto mi frantumo e mi disperdo. Capillare riposo nella sua trasparenza. E’ stato allora che ho capito che potevo indossare altre forme? Che ho sentito di essere tutto, che potevo essere tutto? E anche se fosse stato, dopo l’amore, il più futile inganno, adesso non mi importa. Tremulo alla brezza. Mi crogiolo alla luce.

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