L’addetta venne ad accoglierla all’ingresso e l’accompagnò in una piccola stanza luminosa, pregandola d’accomodarsi e di attendere solo qualche minuto. Nessun quadro appeso alle pareti, nessun odore nella stanza. Al centro, un tavolino trasparente con a fianco una sedia. Sul lato opposto a quello della porta, una finestra si affacciava sul cortile interno, ma lì non c’era granché da vedere. I pochi alberi spogli sembravano ancor più tristi e miserevoli sotto quel cielo plumbeo. E dunque andò a sedersi.
L’addetta rientrò poco dopo, spiegandole che le aveva portato un questionario da compilare.
Aveva occhi chiari, d’un azzurro non comune e capelli biondi raccolti all’indietro, che le mettevano ancor più in risalto i bei lineamenti del viso.
Era molto giovane. Doveva avere all’incirca la sua età.
Posò sul tavolo una cartellina color madreperla e vi sistemò accanto una penna stilografica. Poi uscì e la lasciò sola.
Lei aprì la cartellina e lesse le istruzioni.
Le si chiedeva di essere sincera e di rispondere istintivamente a tutte le domande, barrando le caselle, come nell’esempio indicato.
Prese dalla borsetta la propria penna stilografica. Era simile a quella che stava sul tavolo, ma era diversa. Era la sua, quella che usava per le cose importanti, quella con cui aveva sempre firmato anche gli assegni.
La prima parte del questionario doveva essere compilata con i propri dati personali, che non sarebbero stati divulgati – così era scritto – e di cui era garantita la massima riservatezza, così come per tutte le informazioni che avrebbe fornito. Riempì con cura i primi due fogli con i dati che la riguardavano e – come richiesto – inserì anche quelli del proprio partner. Rispose senza esitazione alle varie domande, arrotondando per eccesso la propria altezza e lasciando in bianco solo la professione.
Passò poi ai fogli successivi, dove le era chiesto di indicare, su una scala da uno a cinque, quanto le piacessero tutta una serie di colori e poi, di seguito, vari materiali: legno, marmo, oro, acciaio, sughero, vetro, plastica, seta, carta, gomma, acqua, sabbia. E poi altri: terra, cuoio, cenere, lino, piombo, gesso, sangue. E poi altri, molti altri ancora: dall’ottone alla porcellana, dalla carta vetrata alla pietra pomice, dalla canapa all’inchiostro. Sembrava che qualsiasi materiale, esistente in natura o creato dall’uomo, seppur in un ordine sconosciuto, fosse comunque stato inserito in quella lista.
Continuò a scrivere finché non ebbe fame, poi si alzò, anche per sgranchirsi un po’ le gambe e si mise a girare per la stanza, passando distrattamente più volte davanti alla finestra.
Doveva essere trascorsa almeno un’ora, o forse due.
Era venuta fin lì per un motivo importante, per avere una cosa che altrove non si trovava, che si poteva comprare solo lì, in quel luogo e in nessun altro. Che dovesse compilare un questionario, non le era sembrato strano, anzi, sapeva che serviva loro proprio a capire quale fosse la sua personalità, quali cose le piacessero e quali no.
Perché ciò che producevano lì, era assolutamente unico, diverso per ogni cliente.
Tornò a sedersi al tavolo, dimenticandosi della fame e solo allora notò la melodia di sottofondo. Era una musica che si udiva appena, né triste né allegra, che forse proveniva dalla stanza accanto, ma che comunque c’era. Ed era piacevole.
Rilesse le sue ultime risposte e notò che in quel bizzarro elenco non comparivano solo dei veri e propri materiali, ma anche diversi oggetti di varia natura: grano, ovatta, sedano, sale, piume, fulmine, specchio, muschio, sveglia, erba, calice,… gelsomino.
C’era persino bicicletta, che non ricordava affatto di aver visto poco prima.
Guardò l’ora, ma le lancette del suo orologio, costato certamente una fortuna a chi gliel’aveva regalato, erano ferme. Si ricordò d’aver fatto sostituire la batteria un mese prima, ma probabilmente ne avevano messa una già vecchia, o poco carica. Sarebbe tornata al negozio, uno dei prossimi giorni, e se la sarebbe fatta cambiare. Non le avrebbero certo fatto storie, no di certo, non a lei. Ma adesso doveva concludere il questionario.
Quercia, spada, vigna, aria, aquila, tempesta, arcobaleno, lavanda, paglia, segatura. Continuò a mettere crocette ancora per un pezzo, riempiendo tutte le caselle, senza saltarne neppure una, finché non alzò distrattamente lo sguardo verso la finestra e vide che fuori era buio.
Com’è possibile? Si chiese. Corse a vedere da vicino, ma era proprio così: fuori, i lampioni, illuminavano una notte che sembrava serena.
La luce soffusa della stanza le aveva impedito di rendersene conto, ma il tempo era passato, eccome. Doveva andare, si era fatto troppo tardi, lui certamente la stava aspettando e probabilmente era anche molto preoccupato, forse era persino andato dalla polizia.
Guardò in alto, quel po’ di cielo che riusciva a vedere da lì e non c’erano nuvole, ma solo la luna. La luna. Quand’era l’ultima volta che l’aveva guardata?
Ma non era quello il momento di mettersi a pensare a certe cose. Doveva sbrigarsi a finire il questionario, invece. Ormai era a buon punto e non poteva certo lasciare il lavoro lì in sospeso, proprio adesso che era quasi arrivata alla fine.
Tornò a sedersi, ma non trovò più la penna con cui stava scrivendo.
Provò a vedere se per caso le fosse caduta per terra o se per sbaglio l’avesse rimessa lei nella borsetta, ma non saltò fuori. Chissà dov’era finita. Amen, prese quella che era sul tavolo e continuò con quella.
Ricominciò a metter crocette su tutto quello che era indicato: figli, correre, parlare, viaggio, ritorno, studiare, sesso, sogni, dolcezza, paura, casa, dio, perdono, noia, vincere, aspettare, aspettare. Aspettare c’era due volte, un errore di stampa probabilmente.
Alcune parole si era persino scordata che esistessero, come noia ad esempio, o rospo, o gioia, o ciclamino. Ma a tutte, al limite pensandoci un po’, un voto lo dava comunque. Capitava magari che fosse in dubbio se mettere un “quattro” o un “cinque”, questo sì, ma poi alla fine decideva per l’uno o per l’altro e andava avanti. Su altre invece non aveva dubbi, segnava la risposta ancor prima di finire di leggerle.
Notò che barrava più “uno” e più “cinque”, rispetto a prima.
All’inizio dava molti “tre”, o “due”, o “quattro”. Gli “uno” e i “cinque” erano rari, estremi. Poi però, andando avanti, aveva cominciato a metterne di più e le sembrava che in fondo, dopo tanti “tre”, un “uno” non è che ci stesse poi male, anzi, le dava più carattere, la definiva meglio, la spiegava di più, in un certo senso.
Il tempo passò.
Ore e ore, tutto il giorno successivo. O forse di più, molto di più. Trascorsero probabilmente alcune settimane, o mesi, se non addirittura anni. E lei continuò a scrivere, presa da una frenesia sempre maggiore di portare a termine quel questionario.
Poi, improvvisamente, si accorse che stava ormai arrivando alla fine, che i fogli erano sempre meno, sempre meno, sempre meno. Mentre le risposte, stranamente, erano sempre più difficili. Come se tutte quelle che aveva già dato, non la aiutassero a rispondere alle altre, a quelle nuove che venivano via via. Anzi.
Quando capì che ormai le mancava un solo foglio, si fermò.
Pensò a cosa avrebbe fatto dopo, una volta che avesse inserito l’ultima risposta all’ultima domanda del questionario. Cosa ci sarebbe stato dopo e come l’avrebbe affrontato? Ci sarebbero state altre domande? E se sì, sarebbe stata in grado di rispondere?
Si alzò dalla sedia e si rese conto solo allora di essere molto stanca, di una stanchezza antica, che non aveva mai provato prima. Guardò verso la finestra e vi si diresse pian piano, un passo dopo l’altro, a fatica, come se ogni passo fosse una vita, una vita che ci si lascia dietro.
Quando finalmente la raggiunse, vi si aggrappò con tutto il proprio peso, esausta, e guardò fuori. C’era il sole, fuori, e sembrava proprio una bella giornata, ma non fu quello che colpì la sua attenzione.
Vide gli alberi, gli alberi del cortile.
Ed erano fioriti.
E pianse.