Archivio November, 2008

Fauna degli Stati Uniti


uccelli straniL’Hidebehind sta sempre di dietro. Per quanti giri un uomo faccia, quello gli sta sempre alle spalle, e per questo nessuno l’ha visto mai, sebbene abbia ucciso e divorato molti boscaioli.

Il Goofus Bird costruisce il nido a rovescio e vola all’indietro perché non gli importa del posto dove va, ma di quello dove stava.

Il Gillygaloo faceva il nido nelle scarpate laterali della famosa Pyramid Forty, deponeva uova quadrate perché non rotolassero e si perdessero. I boscaioli cuocevano queste uova e le usavano come dadi da gioco.

Il Pinnacle Grouse ha una sola ala che gli permette di volare in una sola direzione per cui fa infinitamente il giro della stessa montagna conica. Il colore delle piume varia a seconda delle stagioni e delle condizioni dell’osservatore.

Il topo cagone


topo cagoneIl mistero di questo piccolo roditore non è mai stato chiarito. Non c’è infatti proporzione tra quello che entra e quello che esce da questo animaletto. Se mangia tre ghiande, la mattina dopo deposita sulla spiaggia una torta di tre quintali.
Il professor Kunbertus, con la solita intrepida curiosità scientifica, catturò uno di questi topi e lo nutrì con una sola nocciolina. La mattina dopo si svegliò in cima a una montagna di tre metri: il topo cagone aveva colpito durante la notte.

Un’idea geniale


idea A un uomo venne una straordinaria idea. Un’idea di quelle che fa diventare ricchi, una di quelle idee che una volta realizzata vivi di rendita come gli ideatori di Google. Gli venne un’idea così unica, così utile, così geniale che bastava una mezza parola con qualcuno e subito si capiva che era un’idea da cogliere al volo, e rubargliela sarebbe stato l’affare di una vita. Per rendere l’idea inattaccabile, l’uomo pensò di non parlarne con nessuno, nemmeno più con se stesso.

Il piazzale


piazzalePerso. Disperato. Dentro la mia macchina, fermo su quella strada, con le mani strette al volante, ero tragicamente confuso. Mia madre mi aveva appena informato tra lacrime e grida che Giulia, mia sorella, sua figlia, non c’era più. Causa: incidente. Effetto: morte. Mi sentivo come un bambino dentro il letto della sua stanza con la paura del buio. Non sapevo che fare. L’unica cosa che avvertivo era il bisogno di starmene lontano da tutto e da tutti. Solo. Io e basta. Spensi il cellulare, accesi la macchina e partii senza una direzione precisa. Girovagai per tutta la notte, fino a quando non mi fermai su un grandissimo piazzale. Era finita la benzina. Rimasi nell’auto e mi guardai intorno. Quel posto non l’avevo mai visto. Mi accorsi di avere voglia di piangere. Lo feci. Lo feci per tutto il giorno. E continuai a stare lì. Dentro la macchina.

Così passarono giorni e notti, e poi anche stagioni. E io sempre dentro la mia macchina. In quell’immenso piazzale dove non passava mai nessuno. Dove non c’era nemmeno un albero. Dove non c’era niente. Neanche intorno. Piangevo ancora. Ma meno. La barba e i capelli mi erano cresciuti. Il bisogno di mangiare e di bere non l’avevo mai più sentito. Puzzavo, ma non mi curavo neanche di quello. Cagare e pisciare, due stimoli che da quando stavo lì non avvertivo più. Ogni tanto accendevo la radio e ascoltavo un po’ di musica. Oppure se avevo voglia di sapere come stava andando il mondo mi sintonizzavo su qualche radio-giornale. Venni a sapere che avevano eletto per la prima volta un presidente di colore negli Stati Uniti. Bella notizia pensai. E così il tempo continuava a passare. Sempre allo stesso modo. Sempre con lo stesso silenzio. Fino a quando, un giorno, verso l’alba, dopo chissà quanti anni, un’altra macchina si avvicinò alla mia. C’era una ragazza dentro. Occhi grandi. Neri. Capelli mossi. Neri. Pelle abbronzata. Mediterranea. Molto carina. La guardai. Lei non si accorse di me. Dopo appena un minuto cominciò a piangere. Io allora, d’istinto, senza pensarci, scesi per andare a chiederle se le serviva aiuto. Bussai al finestrino ma lei non si voltò. Non mi sentiva. Non mi vedeva. Allora mi allontanai. Mi girai verso il cielo. Il sole stava nascendo. Andai di nuovo verso la mia macchina. Questa volta non ci salii però. Chiusi solo lo sportello. Le chiavi le lasciai dentro. Poi mi accorsi improvvisamente di avvertire due cose: Un bisogno estremo di fare pipì e una fame da lupo. Così, rivolgendo ancora un ultimo sguardo alla ragazza e lasciandomi alle spalle lei e il piazzale, mi incamminai a cercare una pizzeria e un angolo tranquillo dove finalmente poter pisciare.

Schegge


roulette russaCanna alla tempia, premo il grilletto, incasso.
– Sapresti farlo di nuovo? – il mingherlino chiede furbo; gli altri sogghignano sullo sfondo. Giro del tamburo, canna alla tempia, premo il grilletto, incasso di nuovo.
– Dì un po’, ne hai di fortuna nella vita eh? Scommetto un’altra volta, – dice tossendo il mingherlino. Tutto come prima.
– Vuoi provarci tu? – lo sfido strafottente – mi gioco il doppio contro una sola posta, – rincaro il peso della voce passandogli il calcio dell’arma, mentre accarezzo il segreto del sensore digitale: Bum! Testa spappolata altrove, vestito che sgambetta orribilmente, sgocciola tra le pieghe, si allunga disteso sullo schermo. Gli sfilo dalle tasche giusto il dovuto. Se lascio lo sgabello in fretta faccio in tempo a eclissarmi su Internet, prima che scoprano l’imbroglio.

Aspetto che suoni la sveglia


svegliaIl sole filtra dalle tapparelle. Mi si pianta in faccia. La sveglia non suona. Mi giro dall’altra parte. Verso la parete. C’è Marylin Monroe in diverse tonalità che mi guarda e mi sorride. È una riproduzione a stampa della Marylin di Warhol. Mi piace Andy Warhol. E mi piace anche Marylin.

Il sole è sempre lì. Mi batte sulla nuca e mi scalda senza accecarmi. Mi sembra strano che il sole sia già alto e la sveglia non sia ancora suonata. Metto sempre la sveglia alle setteequarantacinque. Ieri mattina mi sono svegliato prima della sveglia. Anche ieri mattina c’era il sole. Anche ieri mattina Marylin mi sorrideva.

Mi sveglio di soprassalto. Devo essermi riaddormentato. Il telefono squilla all’impazzata. Sembra squillare più del solito.

driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin –driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin.

Marylin mi fissa. Continua a sorridere. Forse hanno svegliato anche lei.

Rispondo.

- Pronto?

È il signor S., il mio capo.

- Che cazzo hai deciso di fare questa mattina?

È abbastanza incazzato. Non capisco il motivo. Faccio il diplomatico.

- Buongiorno capo. Come va?

- Buongiorno un cazzo. Muovi il culo o ti licenzio.

La diplomazia non sempre funziona.

- Ok capo. Arriv……

CLICK

Ha riattaccato.

Questa mattina deve esserci più lavoro del solito. Il capo non chiama mai a casa. Soprattutto non chiama mai me. Di solito arrivo prima di tutti. Anche prima di lui. Metto sempre la sveglia alle setteequarantacinque. A proposito, adesso che ci penso la sveglia non è ancora suonata. Nonostante il sole sia già alto e il capo già incazzato, deve essere ancora maledettamente presto.

Mi rigiro verso la finestra e guardo la sveglia. Dieciequarantacinque.

Due ore e quindici minuti di ritardo.

Mi sembra strano. Metto sempre la sveglia alle setteequarantacinque. Sono piuttosto minuzioso su certe cose. La sveglia è una di quelle. Penso che dovrei alzarmi in fretta e furia. Proiettarmi al bagno, spalmarmi addosso dei vestiti qualunque e filare al lavoro. Ma è solo un pensiero. Resto a letto a pensare che in fin dei conti mi sembra proprio strano che sia tardi, ma che la sveglia non sia suonata pur essendo, io, sicuro di averla messa ieri sera.

È senz’altro una situazione paradossale. Sono in ritardo ma la sveglia non è ancora suonata. Cioè sono in ritardo ma potenzialmente sto ancora dormendo. Il ragionamento è un po’ complesso e quando si ha fretta non è bene complicarsi la vita. Per fugare ogni dubbio penso che dormirò finché non suonerà la sveglia. Così sarò sicuro di essere sveglio.

Faccio un sogno strano. Sogno di dormire. E di sognare. Sogno di essere in un posto meraviglioso. Non lo conosce nessuno il mio posto meraviglioso. Non è segnato su nessuna cartina e nemmeno io so come arrivarci. Mi ci sono trovato. E questo è tutto. C’è una spiaggia sterminata di sabbia bianca. È una sabbia fina e bianca come carta. Poi c’è l’acqua. Non so se sia un mare, un oceano, un lago enorme, una piscina oceanica o qualcos’altro. Comunque sia, l’acqua è trasparente. Riesco chiaramente a distinguere il fondo. Non è azzurra. È trasparente. Abbastanza fredda. Un brivido mi si insinua sotto le unghie dei piedi e si arrampica sulla schiena. Me lo scuoto di dosso.

D’improvviso mi accorgo che devo pisciare. L’acqua fredda deve avermi stimolato. Mi immergo fino al bacino. La faccio tutta. Abbozzo un sorriso compiaciuto. Non può vederlo nessuno.

Sussulto di nuovo. Ancora il telefono.

driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin –driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin – driin.

Rispondo.

- Pronto?

È ancora il signor S., il mio capo.

- Sei licenziato.

- Buongiorno di nuov…

CLICK

Ha riattaccato.

Ho perso il lavoro stamattina. La sveglia non è ancora suonata. Probabilmente è tutto un sogno. Come il sogno che stavo facendo prima che il signor S. mi svegliasse. Ricordo che stavo pisciando in mezzo all’acqua trasparente.

Effettivamente ho pisciato. Anzi, mi sono pisciato sotto; o meglio, visto che la sveglia non è ancora suonata, sto solo sognando di essermi pisciato sotto. E di essere stato licenziato.

Mi sposto dalla parte asciutta del letto. Mi tolgo calzoni e mutande bagnati e li butto per terra.

Strano come sogno. Mi è venuta anche fame. Nei sogni di solito non si hanno sensazioni corporee, tipo fame, sete, sonno eccetera. O almeno credo.

Cerco qualcosa nel cassetto del comodino. Per ammazzare il tempo. Preservativi. Fazzoletti. Rivista per uomini in carriera. Rivista per uomini soli.

Hmm…

Passo cinque minuti con la rivista per uomini soli…giusto per stemperare un po’ l’atmosfera.

Sono di servizio al pronto soccorso. Fino alle otto nessuna chiamata. Poi alle ottoeuno la prima emergenza della giornata. È una signora anziana. O almeno così sembra dalla voce. Ha un accento inglese piuttosto marcato. Lei dice di stare bene. Non ha bisogno di noi. Dice che il tipo nell’appartamento accanto, il suo affittuario, sono tre giorni che non si vede. Dice che dall’appartamento proviene una strana puzza che invade la tromba delle scale. Le diciamo che bisogna avvisare i pompieri che vadano a buttare giù la porta. Non c’è bisogno dice la vecchietta. Lei ha la chiave. Quella è casa sua.

Arriviamo sul posto con l’ambulanza. Siamo in tre. Due infermieri e un paramedico. Entriamo nel portone e saliamo al quarto. Come ci ha detto la signora. I corridoi sono invasi da una puzza di escrementi piuttosto forte. La signora ci aspetta al piano. Proprio davanti alla porta del suo affittuario. Ci fa cenno con la mano di raggiungerla. Infila la chiave nella toppa.

Gira.

Apre.

La puzza si fa insopportabile.

È proprio strano questo sogno. Sono tre giorni che aspetto che suoni quella maledetta sveglia. Marylin è ancora lì che mi sorride. Forse sorride di disgusto. Non mi sono mai alzato dal letto. La sveglia non è ancora suonata e, per quel che ne so potrei ancora dormire e tutto questo sarebbe solo un sogno. Anche Marylin potrebbe essere solo un sogno. Ho avuto bisogno del bagno. Ma non mi sono alzato. Intorno al letto c’è tanto posto.

Ho sentito aprirsi la porta di casa. Sento dei rumori. Qualcuno è entrato. Vedo due tipi che si affacciano dalla porta e mi guardano. Sono vestiti in modo strano. Sembrano degli infermieri. E mi guardano. Uno inizia a vomitare. L’altro rimane lì. Senza battere ciglio. C’è anche la signora Jones. È la mia padrona di casa. È scozzese. Adorabile.

È proprio uno strano sogno.

Socchiudo gli occhi.

Aspetto che suoni la sveglia.

Sui miei passi


strisce pedonaliAveva paura ad attraversare la strada da sola. Era sempre stato così.

Dava la mano a chi conosceva, ma a volte anche a sconosciuti.

Questi o si scansavano infastiditi o la assecondavano.

Un giorno, non trovò nessuno.

Aspettò, osservando lo scorrere di un semaforo dopo l’altro, ore dopo ore.

Si fece buio e iniziarono a passare meno macchine.

Si fece coraggio, poteva farcela.

Le strisce zebrate erano lì davanti, pronte solo per essere solcate.

La vecchia fece il primo passo sulla parte asfaltata dipinta di bianco.

Per il secondo passo le mancò il coraggio, non vedeva più la rete candida sotto i piedi.

Chiuse gli occhi, allungò la gamba e il terreno la inghiottì.

L’uomo invisibile


uomo invisibile(…) Accadde così che il 9 febbraio, all’inizio del disgelo, lo strano individuo piombò da chissà dove sul villaggio di Iping. Il giorno seguente, giunse tra la melma il suo bagaglio: senza dubbio era un bagaglio piuttosto imponente. C’erano, per la verità, due bauli, come potrebbe avere qualunque persona normale; ma in più c’era una cassa di libri – libri grossi e pesanti, qualcuno dei quali scritto in modo incomprensibile – una dozzina o più tra ceste, scatole e casse contenenti oggetti imballati con la paglia: bottiglie di vetro – pensava Hall – mentre strappava, pieno di cuiosità, ma con aria indifferente ciuffi di paglia. Il forestiero, imbacuccato con cappello, guanti, cappotto e sciarpa, uscì impaziente incontro al carretto di Fearenside, mentre Hall buttava là qualche parola di un discorso introduttivo, per far sapere che avrebbe dato una mano a trasportare i bagagli. Il forestiero uscì, senza accorgersi del cane di Fearenside che nel frattempo stava annusando con intendimento da conoscitore le gambe di Hall.
- Forza con quelle scatole! – esclamò il forestiero. – Ho aspettato già abbastanza.
Scese i gradini per andare verso la parte posteriore del carretto, come se volesse prendere la cassa più piccola. Non appena, però, il cane di Fearenside lo vide, drizzò il pelo e incominciò a ringhiare ferocemente e, quando l’uomo scese i gradini, la bestia fece un salto improvviso e si slanciò contro la sua mano, – Ehi! – urlò Hall saltando indietro, perché con i cani non si sentiva un eroe. Fearenside gridò: – A cuccia! – facendo schioccare la frusta. I denti del cane avevano lasciato la mano e si sentì il rumore di un calcio. Il cane saltò da un lato e si avventò contro la gamba del forestiero; gli astanti udirono il rumore dei pantaloni che si rompevano. Poi la punta della frusta di Fearenside raggiunse il bersaglio e il cane, mugolando di paura, si rifugiò sotto le ruote del carro. Fu cosa di mezzo mintuo. Nessuno parlava, tutti gridavano. Il forestiero si guardò subito il guanto rotto e la gamba:, si mosse come se volesse chinarsi a osservarla meglio, poi si voltò e si precitò su per i gradini, nella locanda. Gli altri lo sentirono correre lungo il corridoio e salire le scale senza passatoio fino alla sua camera.
- Brutta bestiaccia! – gridò Fearenside, scendendo dal carro con la frusta in mano, mentre il cane lo guardava fra le ruote.
- Vieni qui! – disse Fearenside. – E’ meglio per te se vieni fuori.
Hall era rimasto a bocca aperta. – E’ stato morso, – disse, – sarebbe bene che andassi a vedere. – E corse dietro al forestiero. Nel corridoio incontrò la signora Hall e le comunicò: – Il cane del carrettire l’ha morso. Poi, salì di filato le scale e, poiché la porta della camera del forestiero era accostata, la spinse; stava entrando senza tante cerimonie, poiché si sentiva molto comprensivo. La cortina era abbassata e la stanza era immersa nella semioscurità. Hall ebbe l’impressione di vedere una cosa molto strana: un braccio senza mano che si muoveva verso di lui e un volto bianco con tre macchie indefinite, molto simile a una pallida viola del pensiero. Poi ricevette un colpo violento sul petto, fu sbalzato indietro e la porta gli fu sbattuta in faccia e chiusa a chiave. Accadde tutto così rapidamente, che non ebbe nemmeno il tempo di capirci qualcosa. Un ondeggiare di forme indecifrabili, un colpo e una spinta, e ora si trovava sul pianerottolo buio chiedendosi che cosa mai fosse ciò che aveva visto.

L’invasione degli ultracorpi


ultracorpi

(…) Non so quanto tempo restammo accoccolati a osservare increduli quello che vedevamo. La sostanza grigia continuava a trasudare dalla rete fibrosa del baccello, lentamente, come lava. Poi la fusione grigia e soffice si schiarì entrando a contatto con l’aria e ci fermammo abbastanza per vedere l’embrione del corpo crescere, svilupparsi, divenire più preciso nei contorni. Stavamo così a guardare, con gli occhi spalancati, mentre di tanto in tanto la membrana dei baccelli si rompeva col crepitio secco delle castagne messe ad arrostire, e la strana sostanza fluiva sul pavimento, lentamente, mutando impercettibilmente, come una nuvola che si disperde all’orizzonte. Ma adesso l’embrione formatosi con la sostanza grigia non sembrava più una bambola, era grande come un ragazzo e i baccelli scomparivano, ridotti in minuscoli frammenti. Già le teste acquistavano una forma più netta, si delineavano le cavità orbitali, il ponte del naso, una piega al posto della bocca, e al termine delle braccia, piegate ora leggermente ai gomiti, si indovinavano le cinque dita, un po’ rigide.
Ci guardammo negli occhi, per dirci che adesso sapevamo quello che avremmo visto.
“Gli spazi vuoti” sussurrò Jack con voce diventata rauca. “Ecco da dove vengono… crescono!”
Non potemmo resistere più a lungo. Ci alzammo di scatto, con le gambe indolenzite, e ci precipitammo fuori dalla cantina, con gli occhi spalancati, alla ricerca frenetica della vita normale. Ci fermammo nel seminterrato, davanti a un mucchio di vecchi giornali emersi dall’ombra nel cono luminoso della torcia di Jack. Avevamo sotto gli occhi una vecchia prima pagina del “San Francisco Chronicle”, e i titoli che parlavano di rapimenti, assassinii, violenze e della corruzione dei dirigenti cittadini ci parvero cose comprensibili e normali, quasi piacevoli. Uscimmo senza dire niente, cercando disperatamente di mettere un po’ di ordine nel caos delle sensazioni contrastanti che si assiepavano nei nostri cervelli. Poi tornammo nel ripostiglio del carbone.
L’assurdo processo stava per finire. I frammenti dei grossi baccelli giacevano sparsi sul pavimento in un mucchietto di lanugine. E dove prima erano stati i singolari frutti, ora si vedevano quattro figure grandi come persone adulte bianche e levigate. Erano quattro esseri abbozzati, ancora allo stato latente, con le facce prive di espressione, ma in attesa di ricevere la seconda e definitiva impronta. Quattro, uno per ciascuno di noi: la copia di Jack, di Theodora, di Becky e la mia.
“Aumentano di peso…” mormorò Jack che cercava di conservare la ragione. “Assorbono l’acqua dall’aria. Il corpo umano è composto per l’ottanta per cento di acqua e quelli assorbono l’umidità; ecco come si sviluppano”. Accovacciato vicino a uno dei corpi, ne sollevai la mano per fissare i polpastrelli lisci e due pensieri mi colpirono quasi simultaneamente: “Stanno per averci”.
Mentre alzavo la testa per guardare Jack pensai: “Ora Becky deve rimanere qui”.

Dall’altra parte del fiume


caronte

“Non ti ricordi come ci sei capitato, vero?”

“No… Devo essermi perso.”

Sempre la stessa storia.

Stessa domanda.

Stessa risposta.

Un tempo mi divertivo, scommettevo con me stesso che sarebbe andata così. Non ho mai perso. Mi bastava vedere le facce disorientate e inquiete per capire come sarebbe andata a finire. Trovavo buffa la completa mancanza di spirito. Non ricordare nulla, come tornare bambini in un percorso a ritroso che cancella ogni memoria. E ogni certezza. Io so dov’è la ragione dell’inquietudine. Dello smarrimento. È questa calma profonda, custodita nella nebbia e nell’assoluto silenzio, rotto solo dal frangere dei flutti. Fa perdere ogni orientamento, ogni riferimento. Non se ne prova una uguale nell’arco di una vita intera. Non è la pace che ognuno cerca. È solo l’inizio di qualcosa di ben diverso. Io vivo su questo fiume, incastonato tra le due sponde, come un paesaggio chiuso in una palla di vetro che una volta ruotata lascia cadere fiocchi di neve. Qualcuno è arrivato qui spontaneamente e devo riconoscere che ha avuto un bel coraggio. Ma sono stati in pochi, da contare sulle dita di una mano. Per il resto, sempre lo stesso spettacolo patetico. Se doveste capitare anche voi su questa riva, se doveste sentirvi smarriti mentre scorgete un vecchio barcaiolo che si avvicina a voi sbucando dalla nebbia come un fantasma … risparmiatemi quella vostra domanda ridicola.

“Dove mi trovo? Devo essermi perso…”

Tranquilli.

Se mi incontrate, vuol dire che non vi siete persi affatto.

È proprio qui che dovevate venire.

L’Inferno è dall’altra parte del fiume e vi ci porterò.

Pagina successiva »