Archivio December, 2008

Google maps


google mapSe aprite google maps, e fate la street view, davanti al numero ventisei di via Conte di Carmagnola, vedete mio padre con il cane Dylan al guinzaglio. Lui era lì quando è passato il camioncino a fare la ripresa. Se allargate l’immagine, vedete tutto di mio padre: la pancia prominente, l’andatura un po’ rotolante e i piedi a papera, i capelli neri malgrado i settanta anni suonati. Vedete il volto disteso dell’uomo sereno della sua vita di lavoro, pacificato con i suoi doveri: le sopracciglia lontane l’una dall’altra, le labbra appena incurvate all’insù alle estremità. Il cane, il vecchio dalmata Dylan, tende il guinzaglio senza slanci, e lui lo segue imbaccuccato nella sua giacca a vento da poco prezzo, infagottato negli abiti pesanti, i vecchi occhiali calcati sul naso.

Di me, sulla street view di google maps non si vede niente, fatta eccezione per un riflesso, pochi pixel lucidi sul vetro della finestra del primo piano di via Conte di Carmagnola ventisei. E’ il riflesso della lama del coltello che brandisco la mattina in cui è passato il camioncino. Ma state tranquilli: pochi istanti dopo, quando la lama è penetrata dentro, proprio sotto lo sterno, e ha fatto un movimento a salire, per raggiungere il cuore il bagliore sul vetro della finestra è sparito.

Il computer


computer uomoHo infilato la giacca per uscire, la mano già sulla maniglia del portone, ma una voce metallica mi arriva dallo studio in fondo al corridoio. Dalla porta lo vedo, sul lungo tavolo di legno coi cavalletti, che allunga il collo e punta verso di me. Sono incuriosita, più che meravigliata. Fin dal mattino precedente ho avuto l’impressione che il computer mi stesse spiando. Quel faro mi frugava in testa.

- Vedo che non sei eccessivamente allarmata -mi dice- rompendo un lieve imbarazzo.

- Sì, infatti è da ieri mattina che non mi convinci -

Il computer si fa una risatina simile a uno sfrigolio elettrico.

- Tu sei un’anima privilegiata, puoi parlare con me senza sentirti matta.

- Hai l’aria di uno che si sente superiore, pensi che non posso tenerti testa? E poi, mica è merito tuo se non vengo presa dal panico.

- No, difatti. Ero solo stanco di vivere in questo silenzio forzato.

- Resti sempre un aggeggio elettronico.

Il computer sembra irrigidirsi. La sua forma metallica mi pare ancora più compatta.

Vado verso la bottiglia di whisky che tengo in alto sulla libreria e mi verso un goccio. Do tutto troppo per scontato forse, devo scuotermi. Il calore del whisky mi dà un senso di vigore, mi scalda.

- E’ buono? – mi chiede

- Favoloso e voglio averlo sempre a portata di mano.

– Come le sigarette?

- Bravo.

- Perché ne hai avuto bisogno?

– Forse per cacciare un pensiero insidioso e per fare pausa col cervello.

- Insomma, ti sei resettata?

- Sì, in sostanza, – sorrido.

Il computer emette una specie di sibilo che vuole essere un sospiro, poi con voce da cantilena di carillon mi confessa:
- Mi piace la gestualità della tua mano, ferma sul collo della bottiglia a testa in giù, sul bordo del bicchiere. Ma più di tutto mi appassiona il rito della sigaretta, e la nuvola di fumo che riempie la stanza, e l’occhio vivido della cicca che rimane ancora un po’ a guardarmi dal bordo del portacenere.

Poetico, penso.

- Da quanto tempo osservi e rifletti? – gli chiedo-

- Da sempre.

- E da quando parli?

- Da ieri, ma eri così stressata che non ho voluto disturbare.

- Sei un gentiluo…cioè, sei delicato, computer.

- Lo so.

La sera ci sorprende all’improvviso. Mi affaccio alla finestra e chissà perché chiedo al computer se gli piace il cielo buio e stellato.

- Non so. – sospira. -Tutto questo buio che copre il mondo… provo un senso di vuoto, forse è angoscia?

Non so rispondere, è troppo per me e per lui in una sola volta. E poi quella testa così pesante per quel collo troppo piccolo, la base così fragile. Giuro a me stessa che lo proteggerò.

- Devo uscire – gli dico con un pizzico di dispiacere e la sua voce, questa volta come un campanellino che si sente in lontananza, mi chiede:
- E dove vai?

- A cena con un amico.
- Starai via molto?

- Che ti prende, posso tornare anche domattina se mi va.

E lui, un po’ miagolante
- Sai, di questi tempi… può succedere di tutto: qualche ladro, una rissa condominiale, un nubifragio come quello di qualche giorno fa.

- Tranquillo – gli rispondo- darò tutte le mandate alla porta come sempre, e chiuderò le finestre. Ma non vorrai dirmi che hai paura?

… Sì, un poco – risponde il computer con una voce sottile, simile a certe corde di chitarra suonate col bicchiere.

- Stai sperimentando tutti i suoni possibili per sedurmi.

Vado a farmi una doccia e mi cambio.

Torno pronta per uscire senza curarmi più di lui. Quando il computer mi blocca.
- Mettiti quella sciarpa azzurra, ti sta molto bene.

- Grazie del consiglio, da quando mi osservi così?

- Da tanto.

- Fin dove può arrivare il raggio del tuo sguardo ?

- Molto lontano.

- Andiamo bene…

Mi avvolgo la sciarpa al collo e sento un leggero mugolio di approvazione. Mi chiudo la porta alle spalle, e mi rendo conto che ho lasciato lì tutto solo quel “coso” intelligente.

Per arieggiare la stanza dal fumo delle sigarette, lei ha spalancato la finestra e si è dimenticata di chiuderla. Adesso un’aria fredda entrava e lui provava un brivido. Dal cielo un quadrato di stelle lo spiava. Realizzò subito cosa significava rimanere soli e al freddo, ma provò un sentimento di gioia per questo senso di vivo, e un sentimento di paura proprio per questo.

Letterina ricattatoria a Babbo Natale


natale nudoCaro sig. Babbo Natale,

mi chiamo Gino e ho 31 anni. Questa che le sto scrivendo non è la solita lettera per richiederle regali, regalini e cazzate del genere. Questa è una lettera di ricatto. Ricatto nei suoi confronti. Vengo subito al nocciolo del problema caro sig. Babbo Natale.

Tutto risale alla notte tra il ventidue e il ventitré. Erano più o meno le dieci, e io, come d’abitudine ero uscito dal mio villino per andare a buttare la spazzatura. Ho attraversato la strada e ho aperto il secchione. E’ stato in quel momento che mi sono accorto della sua slitta con le renne parcheggiate vicino a una siepe nel giardino della villa dei Funestari. I miei vicini. “Strano” pensai “ Babbo Natale scende sempre il 24”. Superato lo stupore iniziale ho deciso di farmi avanti per vedere cosa stava succedendo. Così ho scavalcato il cancelletto e mi sono avvicinato alla finestra. Non potevo credere ai miei occhi. Ero davvero sconcertato. Poi però, facendomi due rapidi calcoli, ho capito che quella situazione poteva soltanto che venire a mio vantaggio. Tornai a casa mia e presi velocemente la macchinetta fotografica, poi riuscii, entrai di nuovo nella proprietà Funestari, mi avvicinai alla finestra e scattai una bella foto. Ora lei avrà sicuramente già capito dove voglio andare a parare, ed è giusto. Questa quindi è la mia richiesta. Questa notte, sotto l’albero, mi faccia trovare centomila euro in tagli piccoli e incartati come un bel regalo, altrimenti questa bella istantanea che ritrae la signorina Funestari con le mani poggiate sul camino mentre lei con le brache abbassate e con il cappello ancora in testa la prende da dietro, arriverà dritta dritta nelle mani di Rocco Funestari. E l’avverto, il signore di cui stiamo parlando è molto grosso, ma soprattutto, ha avuto ultimamente problemi con la giustizia. Il motivo? Lesioni gravi a un ragazzo che ha guardato più del dovuto la sua dolce metà. Questo credo sia tutto caro Sig. Babbo Natale. L’indirizzo già lo sa, ma mi raccomando, non sbagli villa. Eh eh eh eh…

Prendere Babbo Natale


babbo natale mortoEravamo così poveri che quel Natale i miei genitori non avevano neanche i soldi per fare i regali a noi bambini. Al termine dell’ennesima discussione con mia madre, mio padre s’infilò il cappotto e annunciò, mentre chiudeva la porta alle sue spalle:
“Lo vado a prendere di persona quel Babbo Natale. E vi farò vedere che anche quest’anno qualcosa ci sarà!”.
Mia madre sembrò più agitata per quelle parole che del contrasto con mio padre. I miei fratelli non notarono il rapido gesto con cui lei si asciugò le lacrime con il dorso della mano, uscendo dalla cucina. Poi con un sorriso forzato ci chiese di darle una mano a preparare la cena. Il resto del pomeriggio trascorse tranquillo, ognuno occupato nelle sue faccende. Mio padre non tornò all’ora in cui a casa nostra solitamente si cenava. Ma sembrava che a nessuno di noi importasse molto, nonostante fosse la notte di Natale.
Quando rientrò, la cena era ormai fredda. Aprì la porta di casa spingendola con i piedi. Nelle mani teneva una grande scatola che valutai però abbastanza leggera. Posò la scatola vicino all’albero di Natale e iniziammo a cenare. Lui e mia madre non dissero una parola durante tutta la serata. Notai che non si guardarono neanche una volta negli occhi. Si passavano le pietanze come a memoria. Noi bambini, in principio muti, dopo un po’ assumemmo il comando e iniziammo a scherzare, a tirarci le molliche di pane e a cercare di indovinare cosa contenesse quella scatola. Finita la cena aiutammo mia madre a sparecchiare. Mio padre, nel frattempo, si era sistemato sulla sua poltrona e dopo aver acceso una sigaretta iniziò a sfogliare un giornale.
A mezzanotte, mia madre, con un gesto della testa, ci autorizzò ad aprire la scatola.
La prima a raggiungerla fu mia sorella che giocava vicino all’albero, poi arrivò mio fratello che fu il più lesto a scattare ma era dall’altra parte del salone; entrambi però si fermarono a ridosso della scatola. Bastò una mia alzata di sopracciglio per ricordare loro che ero il fratello maggiore. Estrassi tre cassette. Tutte uguali, di metallo, senza carta intorno né nastri.
La prima conteneva la mano destra, la seconda la sinistra e nell’ultima trovai la testa, con ancora calzato quel ridicolo berretto rosso.

Un lavoro difficile


gratta e vinciIn famiglia siamo tre. Mia madre Sorte, mio padre Fato, e poi io, Destino. Esistiamo da prima di ogni cosa. La nostra casa è ovunque ci sia vita. Oggi loro se ne vanno in pensione e lasciano il posto a me. So che sarà un lavoro difficile. So che non sarà semplice scegliere in quale direzione mandare le esistenze che popolano il mondo. So che passerò notti e notti insonni. So che ci saranno moltissimi esseri umani che mi malediranno e odieranno, e so che non li potrò biasimare, nemmeno quando alcuni di loro, di colpo, mi ameranno. Questo è quello che so.
Quello che non so è se saprò essere forte quanto i miei genitori. Quello che non so è se io e Fatalità, mia futura moglie, sapremo essere uniti come loro. Soprattutto nelle scelte più difficili. E quello che infine non so, è come dovermi comportare adesso, davanti alla mia prima scelta.

Si tratta di un uomo. Un bravissimo uomo. Fa il muratore. Ha due figli. E’ vedovo. In questo momento si sta alzando per andare in cantiere. Tra un’ora, come sempre, entrerà nel solito bar a bere un caffè. Dopo il caffè, come sempre, andrà a pagare. E dopo aver pagato, come sempre, acquisterà un gratta e vinci da cinque euro.

Una bella coppia


gatta

Non erano una coppia che passava inosservata. Lui era ancora un bell’uomo, asciutto, con i capelli appena ingrigiti. Dimostrava meno dei suoi anni. Lei era splendida. Camminava accanto a lui con un incedere flessuoso e naturale e aveva due bellissimi occhi verdi. Lui era immerso nei suoi pensieri, ma lei non gli staccava lo sguardo innamorato di dosso. Arrivati a casa lui aprì il portone e si fece di lato per farla passare. Lei entrò rapida e attese che lui chiudesse la porta e che, come tutte le sere, si sedesse sulla poltrona davanti al televisore per vedere il telegiornale. Quindi si mise soddisfatta sulla vecchia sedia impagliata, la sua preferita.
Squillò il telefono: “Finalmente a casa! Dove sei stato fino a quest’ora?”
La voce della moglie, stridula, invasiva, riempì la stanza.
“Sto arrivando, fai uscire le tue donne”. Il tono era falsamente scherzoso. La moglie arrivò che la cena era ormai pronta. Si cambiò, non senza aver fatto una rapida ispezione nelle due camere di cui si componeva l’appartamento, in cerca di tracce femminili. Si sedette a tavola e cenarono. Lei era sempre sulla sedia impagliata e dormicchiava. Alla moglie non piaceva, e non lo nascondeva. Ma aveva deciso di non farne una questione. La mattina seguente lui si svegliò che stava appena albeggiando. Gli accadeva sempre così, da quando aveva lasciato il lavoro. La moglie dormiva ancora profondamente, si sarebbe svegliata solamente mezz’ora più tardi, con la radio. Lei era sdraiata in fondo al letto, dalla sua parte. Alzò la testa per guardarlo. La sera prima lui le aveva lasciato la porta della camera aperta, ma lei sapeva che ora doveva andare, prima che la moglie si svegliasse. Si stirò sensualmente, quindi scese giù dal letto per riguadagnare silenziosamente la sua seggiola impagliata. La sveglia riempì di rumore il piccolo appartamento che per un’ora fu animato dai preparativi della moglie per la giornata: toletta, colazione, abbigliamento, ammonimenti a lui: “Comportati bene, guai a te si ti scopro con qualche donna, ti chiamo più tardi”.
Lei continuava a dormire sulla seggiola impagliata. Uscendo la moglie le diede un’occhiata di traverso: proprio non le piaceva. La casa ripiombò nel silenzio. Lui riassettò la cucina, finì di vestirsi con cura per il programma della mattina: giornale, caffè al bar e passeggiata per il corso. Lei saltò giù dalla seggiola, attese che la porta si aprisse e uscì sulla strada. Lui la seguì, chiuse la porta poi la guardò sorridendo. Lei ricambiò il sorriso, si strinse un po’ a lui e insieme si avviarono lentamente lungo il corso. Erano proprio una bella coppia.

Natale


palla di vetroEra Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane stantio. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Preseguii.

Ho affittato un killer – Il riso


killerIl signor T., come del resto tutti noi, non aveva mai visto da vicino un killer. Né questo che gli stava ora davanti era stato facile procurarselo. Ma con l’aiuto di persone influenti…
Era un uomo persino buffo da quanto assomigliava a un killer, cioè al killer come ciascuno se lo immagina: un cappello nuovo di zecca calato sugli occhi, gli stivaletti lustri, il fazzoletto nel taschino, l’andatura dinoccolata, ecc. (…)
Venne avanti a passi sospettosi, si sedette sul bracciolo di una poltrona e buttò in fuori il mento come a dire: “Che c’è”. Parla.”
- Ho il piacere di … ? – chiese T. cerimoniosamente.
- Già sono proprio io. E dunque?
- Ho bisogno della sua assistenza.
- Questo è ovvio. Chi c’è da far fuori?
- Oh Dio, lei mi fa paura. Non conosce mezzi termini, eh, lei?
- No.
- E si capisce, alla fin fine, altrimenti…
- Altrimenti non sarei quello che sono. E adesso sputi: chi?
- Beh, se la prende così…
- Così, così.
- Me.
Negli occhi del killer passò un lampo quasi di allegria o forse era pazienza, sopportazione, come quando s’ha da fare con un bambino. Ma fu solo un lampo.
- Lei, ha detto? Cioè, dovrei far fuori lei stesso?
- Ha capito benissimo.
- E perché? – domandò l’altro con tono indifferente, senza concedersi meraviglia.
- Quelli sono affari miei.
- Ah beh, certo, affari suoi.
- Non mi va più di vivere: chiaro?
- Chiaro sì, – consentì il killer, – ma le condizioni?
- Uhm. Lei quanto prende per i suoi interventi?
- Cinque milioni, di solito.
- Non è poco.
- E’ il mio prezzo.
T. fece mentalmente e rapidamente il conto dei suoi depositi in banca e concluse:
- Va bene per cinque milioni.
- Ma cosa dovrei fare esattamente?
- Uccidermi, toh.
- Sì, sì, ma come, quando, dove?
- A suo piacere.
- No invece. Io non sono abituato a trattare su queste basi e qui c’è del losco. Perché non si uccide da sé?
- Perché ho paura.
- Ah ecco il fatto. Ha paura. Dunque dovrei ucciderla di sorpresa?
- Appunto.
- In modo, diciamo, che neppure si dovrà accorgere di morire?
- Perfettamente.
- Allora mi dispiace.
- Cosa?
- Fa sei milioni. (…)

Edward di Twilight


edward“Edward di Twilight, amore mio, vieni il prima possibile, ti prego. Mio padre è un mostro e non vuole che vado a vedere il film dove ci sei te. Lo odio. Vieni, ti scongiuro, e aiutami. Ti dico subito dove sto. Tu arrivi a Roma, fai la Prenestina verso fuori, prendi il 112, o il Largo Preneste. Ah già, ma tu hai i superpoteri! Ok, allora fai la Prenestina verso fuori, superi villa Gordiani, poi passi pure la Togliatti, occhio al semaforo che è pericoloso attraversare col rosso. Dopo un po’ c’è l’incrocio con Tor Sapienza, lì devi girare. Non ti puoi sbagliare, amore mio: quando senti l’odore buono di cornetti, allora devi girare. Lì c’è la fabbrica della Cerbiatto, lo sai, quella dei cornetti. Poi fai tutta via di Tor Sapienza. Al 326 citofoni Fioroni, io sto lì.
312 aMa ti prego vieni presto presto, amore mio, perché mio padre è uno stronzo e non mi vuole mandare a vedere il film con te. A volte lo vorrei vedere morto.

TVTTTTB Fede 95.”

Quando, però, ho suonato alla porta, lei neanche ci credeva, prima le sono brillati gli occhi di bambina, poi quando ha capito perché ero lì, ha cominciato a preoccuparsi. Quando ho scovato il padre, in fondo alla casa, sbracato sul divano davanti al televisore, e gli ho messo le mani addosso, ha cominciato a piangere. Quando gli ho stretto le mani attorno al collo, deciso ad assaporarne il sangue, mi è saltata addosso, la ragazzina, e mi voleva fermare. “Non lo fare, Edward, non lo fare!” gridava, e cercava di strappare via le mie mani strette attorno al collo grasso del padre, che non reagiva per la sorpresa, e cominciava e diventare rosso. La mocciosetta piangeva e si agitava e mi gridava “Non lo fare, non lo fare” e mi è montata sulla schiena. E poi “Maledetto figlio di puttana, ma tu sei finto, tu devi essere finto, tu non esisti, sei un film.” Poi quando il padre si è fatto viola ha dovuto ricredersi, e ha ripreso piangendo: “Non lo fare, non lo fare!”

Ma insomma: Edward di Twilight mica si scomoda ad andare fino a Tor Sapienza per non concludere nulla.

La Sentinella


sentinellaGli abitanti della zona nella quale vive, una delle prefetture più antiche dell’antico impero cinese, lo chiamarono “sentinella” perché, stando alle leggende, questa strana creatura si agitava e fuggiva all’avvicinarsi dei soldati nemici, mettendo in allarme i villaggi del confine. Il suo corpo ricorda in tutto e per tutto un grande albero di bambù. Alcuni piccoli insetti e uccelli che abitano questo tipo di pianta costituiscono la sua dieta. Si dice che lo si possa rintracciare solo grazie al volo caotico degli stormi aggrediti e in fuga o al gran fruscio che la sua goffa corsa causa tra il fitto sottobosco. Nonostante una simile goffaggine, però, non vi sono avvistamenti confermati, né tanto meno abbattimenti; d’altronde come vedere un animale del tutto simile agli alberi che gli stanno attorno? Pare, peraltro, che il suo respiro sia impercettibile, poiché avviene alla base del fusto. Altra caratteristica distintiva della Sentinella sono gli arti superiori, vale a dire i rami che fanno da trespolo alle sue prede: questi sono sottili proprio come un bambù, ma le foglie allungate con le quali terminano sono in realtà affilatissimi artigli. Gli studiosi ritengono che proprio queste armi siano la maggiore causa del pericolo di estinzione del rivale naturale della Sentinella: il panda.

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