Ho infilato la giacca per uscire, la mano già sulla maniglia del portone, ma una voce metallica mi arriva dallo studio in fondo al corridoio. Dalla porta lo vedo, sul lungo tavolo di legno coi cavalletti, che allunga il collo e punta verso di me. Sono incuriosita, più che meravigliata. Fin dal mattino precedente ho avuto l’impressione che il computer mi stesse spiando. Quel faro mi frugava in testa.
- Vedo che non sei eccessivamente allarmata -mi dice- rompendo un lieve imbarazzo.
- Sì, infatti è da ieri mattina che non mi convinci -
Il computer si fa una risatina simile a uno sfrigolio elettrico.
- Tu sei un’anima privilegiata, puoi parlare con me senza sentirti matta.
- Hai l’aria di uno che si sente superiore, pensi che non posso tenerti testa? E poi, mica è merito tuo se non vengo presa dal panico.
- No, difatti. Ero solo stanco di vivere in questo silenzio forzato.
- Resti sempre un aggeggio elettronico.
Il computer sembra irrigidirsi. La sua forma metallica mi pare ancora più compatta.
Vado verso la bottiglia di whisky che tengo in alto sulla libreria e mi verso un goccio. Do tutto troppo per scontato forse, devo scuotermi. Il calore del whisky mi dà un senso di vigore, mi scalda.
- E’ buono? – mi chiede
- Favoloso e voglio averlo sempre a portata di mano.
– Come le sigarette?
- Bravo.
- Perché ne hai avuto bisogno?
– Forse per cacciare un pensiero insidioso e per fare pausa col cervello.
- Insomma, ti sei resettata?
- Sì, in sostanza, – sorrido.
Il computer emette una specie di sibilo che vuole essere un sospiro, poi con voce da cantilena di carillon mi confessa:
- Mi piace la gestualità della tua mano, ferma sul collo della bottiglia a testa in giù, sul bordo del bicchiere. Ma più di tutto mi appassiona il rito della sigaretta, e la nuvola di fumo che riempie la stanza, e l’occhio vivido della cicca che rimane ancora un po’ a guardarmi dal bordo del portacenere.
Poetico, penso.
- Da quanto tempo osservi e rifletti? – gli chiedo-
- Da sempre.
- E da quando parli?
- Da ieri, ma eri così stressata che non ho voluto disturbare.
- Sei un gentiluo…cioè, sei delicato, computer.
- Lo so.
La sera ci sorprende all’improvviso. Mi affaccio alla finestra e chissà perché chiedo al computer se gli piace il cielo buio e stellato.
- Non so. – sospira. -Tutto questo buio che copre il mondo… provo un senso di vuoto, forse è angoscia?
Non so rispondere, è troppo per me e per lui in una sola volta. E poi quella testa così pesante per quel collo troppo piccolo, la base così fragile. Giuro a me stessa che lo proteggerò.
- Devo uscire – gli dico con un pizzico di dispiacere e la sua voce, questa volta come un campanellino che si sente in lontananza, mi chiede:
- E dove vai?
- A cena con un amico.
- Starai via molto?
- Che ti prende, posso tornare anche domattina se mi va.
E lui, un po’ miagolante
- Sai, di questi tempi… può succedere di tutto: qualche ladro, una rissa condominiale, un nubifragio come quello di qualche giorno fa.
- Tranquillo – gli rispondo- darò tutte le mandate alla porta come sempre, e chiuderò le finestre. Ma non vorrai dirmi che hai paura?
… Sì, un poco – risponde il computer con una voce sottile, simile a certe corde di chitarra suonate col bicchiere.
- Stai sperimentando tutti i suoni possibili per sedurmi.
Vado a farmi una doccia e mi cambio.
Torno pronta per uscire senza curarmi più di lui. Quando il computer mi blocca.
- Mettiti quella sciarpa azzurra, ti sta molto bene.
- Grazie del consiglio, da quando mi osservi così?
- Da tanto.
- Fin dove può arrivare il raggio del tuo sguardo ?
- Molto lontano.
- Andiamo bene…
Mi avvolgo la sciarpa al collo e sento un leggero mugolio di approvazione. Mi chiudo la porta alle spalle, e mi rendo conto che ho lasciato lì tutto solo quel “coso” intelligente.
Per arieggiare la stanza dal fumo delle sigarette, lei ha spalancato la finestra e si è dimenticata di chiuderla. Adesso un’aria fredda entrava e lui provava un brivido. Dal cielo un quadrato di stelle lo spiava. Realizzò subito cosa significava rimanere soli e al freddo, ma provò un sentimento di gioia per questo senso di vivo, e un sentimento di paura proprio per questo.