Archivio January, 2009

Pakin e Rakukin


pakin“Ehi, tu, non darti tante arie!” disse Pakin a Rakukin.
Rakukin arricciò il naso e gettò a Pakin uno sguardo astioso.
“Cos’hai da guardare? Non mi riconosci?” chiese Pakin.
Rakukin si mordicchiò le labbra e voltatosi indignato sulla sua poltrona girevole si mise a guardare da un’altra parte. Pakin tamburellò le dita su un ginocchio e disse:
“Guarda che fesso! Bisognerebbe dargli un colpo di bastone sulla nuca.”
Rakukin si alzò e fece per andarsene dalla stanza, ma Pakin saltò su, raggiunse Rakukin e disse:
“Fermati! Dov’è che corri? Siediti piuttosto, che ti faccio vedere una cosa.”
Rakukin si fermò e guardò Pakin con diffidenza.
“Cosa c’è, non ci credi?” chiese Pakin.
“Ci credo” disse Rakukin.
“Allora siediti qui, in questa poltrona” disse Pakin.
E Rakukin tornò a sedersi sulla sua poltrona girevole.
“Ecco vedi,” disse Pakin “cos’hai da startene lì seduto in poltrona come un fesso?”
Rakukin mosse appena le gambe e strizzò per un attimo gli occhi.
“Non strizzare gli occhi” disse Pakin.
Rakukin smise di strizzare gli occhi, si curvò e ritirò la testa tra le spalle.
“Sta’ seduto diritto” disse Pakin.
Rakukin, continuando a stare curvo, spinse in fuori il ventre e protese il collo.
“Eh,” disse Pakin “poterti dare un bel cazzotto su quel tuo brutto muso!”
Rakukin fece un singhiozzo, gonfiò le guance e fece poi uscire con precauzione l’aria dalle narici.
“Ehi, tu, non darti delle arie!” disse Pakin a Rakukin.
Rakukin allungò il collo ancora di più e strizzò di nuovo gli occhi veloce veloce.
Pakin disse:
“Rakukin, se non smetti immediatamente di strizzare gli occhi ti do un calcio nel petto”.
Per non strizzare gli occhi Rakukin digrignò le mascelle, allungò ancora di più il collo e gettò indietro la testa.
“Pfui, che aspetto disgustoso hai” disse Pakin.
“Hai un muso da gallina, il collo livido, proprio uno schifo!”.
Nel frattempo la testa di Rakukin si protendeva sempre più all’indietro, e infine, venuta meno la tensione, crollò sulla schiena.

L’uomo che non credeva ai miracoli


baraZhu Fuze, che non credeva ai miracoli, era morto; lo vegliava suo genero. Allo spuntare del giorno la bara si sollevò e restò sospesa nell’aria a due palmi dal suolo. Il devoto genero inorridì.
- Oh venerabile suocero, – supplicò – non distruggere la mia fede nell’impossibilità dei miracoli.
Allora la bara discese lentamente e il generò recuperò la fede.

I vermi suicidi


verme suicidaAmano fare da esca. Quando il pescatore li infilza nell’amo e li getta in acqua, loro usano le ultime forze che hanno per muoversi in modo sexy e provocante per attirare i pesci. Lo fanno perché sono masochisti e depressi.

Lo stercorario svizzero


stercorarioE’ un animale disperato. Pare che gli svizzeri, umani e animali, siano estremamente puliti. E lui non trova più la materia prima per nutrirsi e fare quello che, si sa, deve fare uno stercorario. E’ grosso, più di quello egiziano, spesso biondo, ma di un magro da far paura. E’ in via di estinzione.

L’omino arancione del semaforo pedonale


ominoFaceva un caldo terribile.

Roma era deserta.

Quel giorno avevo deciso di non seguire le mie amiche al mare, ma di restarmene a casa e cercare di dare al mio, ormai loffio, romanzo erotico quell’energia e quel vigore che non riuscivo più a trovare da tempo. Ero uscita solo un attimo per sfuggire allo sconforto che in quel momento mi attanagliava a bere una birra ghiacciata nel bar di fronte al mio palazzo. Me l’ero scolata praticamente tutta d’un fiato, e dopo nemmeno dieci minuti stavo già sul ciglio del marciapiede, pronta a riattraversare la strada e a tornare a casa. In quel momento però sentii un fischio. Proveniva dalla mia sinistra. Mi girai. Non c’era anima viva. Non una macchina, non un motorino, non una persona. “Da dove diavolo era arrivato?”. Lo capii pochi secondi dopo. Era l’omino arancione del semaforo pedonale. Con l’indice della mano destra mi indicava di avvicinarmi. Lo feci.

“Salta qui!”

La sua voce era possente.

“Perché?”

“Perché voglio scoparti!”

Era da tanto che non sentivo un uomo dirmi quelle parole.

“Ma ne varrà la pena?”

A quella mia domanda lui rispose semplicemente tirandosi fuori il cazzo. Era enorme. Era stupendo. Non c’era più niente da dire. Mi diedi un bello slancio e saltai.

Fu una scopata stratosferica. Facemmo tutto il kamasutra. La pecora, il missionario, la cavalcata normanna, il ventilatore, il battello ebbro, la siesta a due, la millefoglie, la croce norvegese, la campana, la sedia dell’amore, la carriola (naturalmente), la carriola 2, la sfinge, il flipper, la cavalcata all’indietro, la stella, la verticale indiana. Poi cademmo distesi uno di fianco all’altro. Nel buio. Esausti.

“Ora vattene. Devo tornare al lavoro!” disse l’omino deciso mentre si rimetteva la tuta arancione.

“No! Ancora!” azzardai io.

“Vattene ho detto!”

L’omino mi ributtò sulla strada. Mi sentivo felice. Finalmente qualcuno era riuscito di nuovo a farmi sentire donna. Donna come volevo io. Passionale. Sfrenata. Disinibita. Donna! La strada ancora era deserta. Guardai l’orologio. Era passata un’ora. Avevo i pantaloncini jeans mezzi abbassati e la magliettina bianca intrisa di sudore. Mi mancava l’infradito del piede sinistro. (Sicuramente stava dall’omino.) Poi mi toccai il viso. Sulla guancia destra c’era ancora il suo seme (gli avevo detto, o meglio ordinato, di venirmi in faccia). Ci giocai un po’ con le dita, dopo mi pulii, mi diedi una sistemata e corsi a casa veloce e contenta. Il mio romanzo stava aspettando nuova energia, e nuovo vigore.

Il tritone guarda il mare


tritoneIl tritone guarda il mare, l’onda increspata: una bianca spuma? Una pinna argentea scattante? Una chioma nera fluente? Un seno diritto puntato? Un ombelico tondo profondo?
Una donna pesce galleggia sull’onda e canta il canto di Solveig, il tempo perduto, l’onda passata, il pianto d’amore.

Il tritone vi intona la sua bùccina, la sirena approda, arriva, giunge e si congiunge e ricongiunge con l’uomo, che l’aspettava seduto sul mare, pensoso e pesante, interrogante il chiaro di luna d’occidente.

I buoi


buoiNella Zoologia popolare veneta, specialmente bellunese, di Angela Nardo Cibele (Palermo, 1887) si legge: “E’ comune ai contadini di tutta la provincia la credenza che i buoi parlino di notte, una volta all’anno, alla vigilia di Natale, e perciò nessuno osa, passata una certa ora, di rimanere nelle stalle”. Si aggiunge che qualcuno osò sfidare la leggenda nascondendosi in un angolo della stalla per ascoltare la conversazione, ma venne seduta stante trasformato in un ceppo. (E’ probabile, io penso, che la stessa superstizione sia comune a varie altre regioni d’Italia).
Col consenso del contadino, un mio amico l’inverno scorso volle togliersi la curiosità, senza rischio personale, e fra i travi del soffittto di una stalla sistemò un registratore comandato a distanza per mezzo di un sottile cavo. L’apparecchio venne messo in moto alle 23.30 e continuò a registrare per oltre due ore. Ecco i magri risultati.
Il bue Toni, decano della stalla, in dialetto: “E alora, parlone? Perché no parletu? (E allora parliamo? Perché non parli?)”.
Una vacca di nome Bisa: “Ghe n’avaria da contarvene, dopo un ano, cose straordinarie, belissime, ma purtropo sto Nadal ne cogne taser ( ci tocca tacere)”.
Un vitello di nome Kurt arrivato da pochi giorni dall’alta Val Pusteria, che capiva alla perfezione il nostro dialetto ma per ripicca, come molti altoatesini, si ostinava nel tedesco: “Warum?”.
La Bisa: “Perché un malnato l’ha impiantà qua de sora un telefono per sentir quel che noialtri disemo”.
Il vitello Kurt: “Donnerwettersakrament!”
E si fece silenzio.

A forma di cesta


fantasmaRaccontava Thomas Traherne che, stando a letto, vide una cesta che galleggiava nell’aria vicino alla tenda: mi pare che disse che nella cesta c’era frutta. Era un fantasma.

Il babbo di Kafka


il babbo di kafka“Se ora fra i battenti di quella porta s’insinuassero due, anzi alcune, zampe, lunghissime sottili e pelose; e, la porta stessa cedendo alla pressione e aprendosi pian piano, comparisse un enorme ragno, grosso quanto un cesto da bucato?…”
“Ebbene?”
“Aspetta, non t’ho detto tutto. Se questo ragno avesse al posto del corpo una testa d’uomo che ti guardasse fissamente da terra? Tu che faresti? T’ammazzeresti, no?”
“Io? Io non ci penserei neppure. Perché diamine dovrei ammazzarmi! Piuttosto ammazzerei lui.”
“Io sì, io m’ammazzerei. Perbacco, vivere in un mondo dove sono possibili cose di questo genere!”
“E io ti so dire che tutto farei, tranne che ammazzarmi; neanche per sogno”.
Non aveva finito Kafka di pronunciare queste parole e guardava ancora in aria di sfida la porta accostata, quando il battente girò lentamente sui cardini e si produsse punto per punto la scena da me immaginata. Nella sala remota dove stavamo cenando, balzammo in piedi esterrefatti. Il ragno, o la testa d’uomo, molleggiando sulle sue lunghe zampe, avanzava verso la tavola e ci guardava con una certa espressione cattiva.
“Ebbene” gridavo io, lo confesso, quasi piangendo “ebbene, perché ora non l’ammazzi?”
Ma Kafka guardava l’animale o l’uomo, cogli occhi sbarrati e non muoveva un dito; se non che andava arretrando insensibilimente verso un angolo della stanza. Quella testa (come seppi poi) era appunto la testa di suo padre, morto tanto tempo prima. Questi, guardando Kafka, aveva la sua espressione peggiore, gli occhi iniettati di sangue e quasi torti, il labbro superiore inarcato da una parte in segno di rabbia; come quando faceva le sue tediose scenate, di cui ora Kafka si ricordava benissimo, alzando la voce nella maniera più sgradevole. Ora non parlava, perché forse non poteva, ma quasi scoppiava, era evidente, dalla voglia di gridare. La testa, con la faccia rivolta all’insù, stava un poco inclinata, nella posizione di un rospo.
“Che diamine ho fatto ancora?” si chiedeva Kafka ripreso dall’angoscioso senso di quando, bambino, era fatto segno a quelle scenate senza saperne esattamente il perché. “Papà…” mormorò.
Io, lo confesso, mi misi a battere le palme e a urlare scompostamente: via, via bestiaccia! Senza però avere altro coraggio che questo. Allora il padre di Kafka, che tuttora avanzava circospetto verso di noi, parve ripensarci e far forza a se stesso (dominarsi davanti agli “estranei” era sempre stato il suo vanto, senonché tutti indovinavano i suoi sentimenti solo a guardarlo in viso, se anche non avesse mormorato fra sé, in casi simili, “corno, corno!”); rimandando la scenata, o l’aggressione, si volse e barcollando e arrancando se ne uscì in silenzio da dove era venuto. Io, lo confesso, fuggii strappandoni i capelli e singhiozzando da qualche parte; Kafka dopo un istante si precipitò dietro a suo padre nel grande salone buio. Inutile dire che né quella notte né i giorni seguenti gli riuscì di ritrovarlo, sebbene lo cercasse per tutte le stanze a tutte le ore. “Ma guarda,” si diceva “c’era a casa mia un simile animale e chi l’aveva mai visto! Chissà poi quanti altri ce ne sono dello stesso genere.”

Il lungone rosso


lungone rossoVoi lo sapete che cos’è il lungone rosso? Sicuramente lo sapete, anche se non lo chiamate così. Conoscerete tutti il Tetris, no? Il Tetris si chiama così perché se fai quattro righe insieme ti danno una montagna di punti. Per fare quattro righe serve lui: il lungone rosso. Tu costruisci e costruisci lasciando un interstizio secco e lungo, poi arriva il lungone e paf, punti a palate.

Gioco a Tetris da venti anni. Almeno un’ora e mezza al giorno. Non gioco ad altro. Non mi piace sparare a ripetizione, muovermi nel fantasy, giocare a pallone. Io gioco a Tetris. Perché il Tetris è come dovrebbe essere tutto nella vita: ordine nelle cose. I pezzi scendono, tu li organizzi, e quando tutto è perfettamente allineato, via, giù, e avanti con altri pezzi.

Io i pezzi che scendono li sogno anche la notte. Appena chiudo gli occhi, nel letto, i pezzi cominciano a scendere, e io li sistemo. Lì tutto va a posto.

Nella vita, in effetti, non è esattamente come nel Tetris. Da un po’ di tempo a questa parte, hanno cominciato a scendere dei pezzi strani, indesiderati. Come quando vengono giù tutti quei pezzi sempre uguali, di seguito, e non sai più come piazzarli. Oppure quando il dito scivola e ruoti una volta di troppo il pezzo, e quello apre una voragine scompaginando le righe. Così è stata la mia vita negli ultimi cinque anni: da quando mi sono presentato sbronzo al colloquio di lavoro, a quando non mi hanno confermato i sei mesi di contratto, poi mi sono fatto male in palestra, poi quella strana storia dei calcoli ai reni che mi ha tenuto fermo inchiodato al letto per sei mesi. Giocavo con il portatile, e masticavo amaro. Poi è andato tutto a rotoli con Laura, non mi ricordo neanche bene, una serie di appuntamenti che ho mancato, una serie di impegni che non ho rispettato, una serie di regali che avrei dovuto fare e non ho fatto.

E in tutto questo, io continuavo a giocare a Tetris. Un involucro di ordine contro le meteore di sconfitte che mi piovevano addosso. Anche la malattia di mio padre, il fatto di dovermi affannare per la badante, il problema di cambiarla seguendo i suoi sbalzi d’umore. E mia madre che disapprovava Laura, poi disapprovava Claudia, quando abbiamo cominciato a uscire, e poi non andava affatto bene con me.

Poi, però, sei arrivata tu: il mio lungone rosso.

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