“Ehi, tu, non darti tante arie!” disse Pakin a Rakukin.
Rakukin arricciò il naso e gettò a Pakin uno sguardo astioso.
“Cos’hai da guardare? Non mi riconosci?” chiese Pakin.
Rakukin si mordicchiò le labbra e voltatosi indignato sulla sua poltrona girevole si mise a guardare da un’altra parte. Pakin tamburellò le dita su un ginocchio e disse:
“Guarda che fesso! Bisognerebbe dargli un colpo di bastone sulla nuca.”
Rakukin si alzò e fece per andarsene dalla stanza, ma Pakin saltò su, raggiunse Rakukin e disse:
“Fermati! Dov’è che corri? Siediti piuttosto, che ti faccio vedere una cosa.”
Rakukin si fermò e guardò Pakin con diffidenza.
“Cosa c’è, non ci credi?” chiese Pakin.
“Ci credo” disse Rakukin.
“Allora siediti qui, in questa poltrona” disse Pakin.
E Rakukin tornò a sedersi sulla sua poltrona girevole.
“Ecco vedi,” disse Pakin “cos’hai da startene lì seduto in poltrona come un fesso?”
Rakukin mosse appena le gambe e strizzò per un attimo gli occhi.
“Non strizzare gli occhi” disse Pakin.
Rakukin smise di strizzare gli occhi, si curvò e ritirò la testa tra le spalle.
“Sta’ seduto diritto” disse Pakin.
Rakukin, continuando a stare curvo, spinse in fuori il ventre e protese il collo.
“Eh,” disse Pakin “poterti dare un bel cazzotto su quel tuo brutto muso!”
Rakukin fece un singhiozzo, gonfiò le guance e fece poi uscire con precauzione l’aria dalle narici.
“Ehi, tu, non darti delle arie!” disse Pakin a Rakukin.
Rakukin allungò il collo ancora di più e strizzò di nuovo gli occhi veloce veloce.
Pakin disse:
“Rakukin, se non smetti immediatamente di strizzare gli occhi ti do un calcio nel petto”.
Per non strizzare gli occhi Rakukin digrignò le mascelle, allungò ancora di più il collo e gettò indietro la testa.
“Pfui, che aspetto disgustoso hai” disse Pakin.
“Hai un muso da gallina, il collo livido, proprio uno schifo!”.
Nel frattempo la testa di Rakukin si protendeva sempre più all’indietro, e infine, venuta meno la tensione, crollò sulla schiena.
Zhu Fuze, che non credeva ai miracoli, era morto; lo vegliava suo genero. Allo spuntare del giorno la bara si sollevò e restò sospesa nell’aria a due palmi dal suolo. Il devoto genero inorridì.
Amano fare da esca. Quando il pescatore li infilza nell’amo e li getta in acqua, loro usano le ultime forze che hanno per muoversi in modo sexy e provocante per attirare i pesci. Lo fanno perché sono masochisti e depressi.
E’ un animale disperato. Pare che gli svizzeri, umani e animali, siano estremamente puliti. E lui non trova più la materia prima per nutrirsi e fare quello che, si sa, deve fare uno stercorario. E’ grosso, più di quello egiziano, spesso biondo, ma di un magro da far paura. E’ in via di estinzione.
Il tritone guarda il mare, l’onda increspata: una bianca spuma? Una pinna argentea scattante? Una chioma nera fluente? Un seno diritto puntato? Un ombelico tondo profondo?
Nella Zoologia popolare veneta, specialmente bellunese, di Angela Nardo Cibele (Palermo, 1887) si legge: “E’ comune ai contadini di tutta la provincia la credenza che i buoi parlino di notte, una volta all’anno, alla vigilia di Natale, e perciò nessuno osa, passata una certa ora, di rimanere nelle stalle”. Si aggiunge che qualcuno osò sfidare la leggenda nascondendosi in un angolo della stalla per ascoltare la conversazione, ma venne seduta stante trasformato in un ceppo. (E’ probabile, io penso, che la stessa superstizione sia comune a varie altre regioni d’Italia).
Raccontava Thomas Traherne che, stando a letto, vide una cesta che galleggiava nell’aria vicino alla tenda: mi pare che disse che nella cesta c’era frutta. Era un fantasma.
“Se ora fra i battenti di quella porta s’insinuassero due, anzi alcune, zampe, lunghissime sottili e pelose; e, la porta stessa cedendo alla pressione e aprendosi pian piano, comparisse un enorme ragno, grosso quanto un cesto da bucato?…”