Archivio February, 2009

Alcuni scrittori, tutti morti


scrittori mattiGrazie a Pierre Gould ho scoperto un gran numero di scrittori misconosciuti, letterati in ombra ignorati dai curatori delle antologie. Pierre ha sempre avuto un’inclinazione particolare per gli autori di secondo rango, i discreti, gli eccentrici, i piccoli maestri, i dimenticati, i discepoli di un altro, gli eredi di una scuola passata di moda, i provinciali, gli esiliati, i dilettanti illuminati, quelli che si sono arenati da tempo e quelli che si sono proprio persi, gli inattuali, gli strambi, i modesti e tutti quelli che si trovano solo spostando gli scaffali che li sommergono nelle biblioteche. La maggior parte di loro non sono geni; qualcuno invece lo è perfino di più rispetto a certe celebrità cui la posterità a dato un successo immeritato.
Sono tutti morti. Ecco quelli che preferisco.
Enzo Tranastani (1890-1939): questo italiano ha pubblicato dieci libri la cui particolarità è che ognuno ha il titolo di un’opera musicale. Il suo primo racconto, apparso nel 1911 in una rivista milanese, si intitolava Quartetto d’archi n° 1; scrisse in seguito La sonata per piano in mi maggiore, La sinfonia n° 1, La sinfonia n° 2, La messa in si, Quartetto d’archi n° 2, Opere per due pianoforti, Concerto per violino, Opere per piano e violoncello e Sinfonia n° 3.
“Non mi si legge”, diceva Enzo Tranastani: “mi si suona”.

Adolphe Morceau (1885-1940): membro effimero del gruppo Idropatico, a fianco di Charles Cros e Alphonse Allais, questo specialista del testo breve non ha mai potuto risolversi a scrivere sulla carta, come tutti gli scrittori. Ogni suo racconto (si ignora quanti ne scrisse, perché molti sono andati perduti) è stato scritto su materiali scelti per il loro rapporto con l’intreccio.
Morte di un pedone è stato redatto su una calzatura in cuoio numero 46, L’amatore di cioccolatoIn rotta verso l’Ovest dipinto su un pannello stradale rubato all’uscita di Parigi e Gioco, set e match inciso a fuoco sul telaio di una racchetta da tennis di legno. Pierre possiede una delle sue opere, Quartina del tempo che passa, scolpita col punteruolo sulla cassa di un orologio da taschino. Emigrato in America alla fine degli anni venti, Morceau sarebbe stato colpito da manie di grandezza e avrebbe iniziato a dipingere un romanzo di guerra sulla carlinga di un bombardiere bimotore – tentativo abortito, per quel che si sa. impresso sul manico di una forchetta da dessert,

L’inventore


inventore

La prima cosa che ho inventato è stata la lampadina invertita.

A vederla era esattamente uguale alle normali lampadine che si usano quotidianamente, ma a differenza di queste ultime la mia proiettava raggi d’ombra anziché luce.

L’ho sistemata accanto al mio letto, ma quando la sera mi sono sono coricato e ho iniziato a sfogliare il libro che tenevo sul comodino, non sono riuscito a leggere nulla. Il cono d’ombra che si proiettava dalla lampada era talmente fitto che non riuscivo a vedere nemmeno le mie mani quando, preso dall’abitudine, accostavo il libro a essa.

La mattina dopo l’ho riposta via, non avendo chiuso occhio per tutta la notte. Io se non leggo qualche riga, non riesco ad addormentarmi.

Un giorno, guardandomi allo specchio, mi sono accorto dei miei capelli sempre più radi. Allora ho deciso di inventare una pomata contro la caduta dei capelli.

L’ho provata e i capelli in effetti hanno smesso di cadere. Rimanevano sospesi a mezz’aria formando delle soffici nuvolette di peli che giravano intorno alla mia testa come gli anelli di Saturno.

Amareggiato, l’ho gettata via nel giardino posto nel retro della mia casa.

Il giorno dopo un anello di erba circondava l’intero stabile. Gli altri condomini hanno chiamato il parroco della zona per un esorcismo. Non ho avuto il coraggio di raccontare loro la verità, e mi sono unito a loro nelle orazioni liturgiche.

Quando ho inventato la vernice mimetica invece, ero convinto di aver trovato finalmente la giusta via per mettere a frutto la mia passione. Bastava darne una passata a un qualunque oggetto, e questo si mimetizzava con l’ambiente circostante.

Già pregustavo il momento in cui avrei ricevuto tra le mie mani il premio Nobel.

Era perfetta.

Troppo, in effetti.

Non l’ho più trovata.

Probabilmente è ancora dentro casa, mimetizzata chissà dove.

Dopo una forte delusione d’amore invece, ho inventato la Massaia gonfiabile.

Anche di questa invenzione ero estremamente orgoglioso.

Puliva e rammendava come nessuno al mondo, e sapeva cucinare piatti prelibati con qualunque alimento. Mi accontentava in tutto e per tutto, era sempre premurosa e piena di attenzioni nei miei confronti. In quanto a prestazioni sessuali poi, non era seconda a nessuna.

Fino a che non ha cominciato a farmi scenate di gelosia quando ho ripreso a frequentare donne in carne ed ossa.

Una volta, rientrato a casa molto tardi dopo una serata con gli amici, mi ha preso a randellate con il matterello.

Ho passato un mese in ospedale.

Quando sono tornato a casa lei era lì ad aspettarmi. Mi ha fatto un sacco di feste.

Ho trovato la casa che splendeva come cristallo, tutto era perfettamente pulito e in ordine, non c’era un granello di polvere a cercarlo con il microscopio. Per l’occasione tra l’altro aveva preparato una cena da gran gourmet, e la notte poi è stata indimenticabile.

La mattina dopo però, di buon mattino, mi sono preso la rivincita.

Con uno spillone da balia l’ho forata. Sono rimasto a guardarla mentre si sgonfiava, con una soddisfazione che affogava nel sadismo più sfrenato. L’ho messa via, riposta in un angolo dell’armadio, ripromettendomi di migliorarla in futuro. L’ho dimenticata lì e non ci ho più pensato.

Finché un giorno non è venuta a cercarmi la polizia.

Non so come, la bambola si era rammendata il buco e gonfiata di nuovo. Da sola. Aveva preso il telefono e mi aveva denunciato per sequestro di persona.

Spiegare ai poliziotti che si era trattato di uno stupido scherzo non è stato facile. Hanno messo a soqquadro la mia casa, ma per fortuna non hanno trovato nulla che potesse avvalorare quelle false accuse.

Da allora però ho smesso con le invenzioni. Valutando i pro e i contro, mi sono reso conto che da esse non ho mai ricavato un granché.

Ad esser sinceri, ultimamente ho rotto il digiuno. Ho avuto un’idea geniale, che ho deciso di realizzare, giurando a me stesso che sarebbe stata davvero l’ultima

Ho costruito un altro me stesso, perfettamente uguale a me, in grado di sostituirmi in tutto e per tutto.

Il problema è che, adesso, non ricordo più chi dei due ha inventato l’altro.

L’arrotinomastrociccio.it


arrotino“Donne è arrivato l’arrotino. Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto! Donne è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio; aggiustiamo gli ombrelli. Ripariamo cucine a gasse: abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gasse. Se avete perdite di gasse noi le aggiustiamo, se la cucina fa fumo noi togliamo il fumo della vostra cucina a gasse.”
Eccolo, come ogni sabato mattina passa Mastro Ciccio, urlando e scampanellando con la sua Fiat Punto che emette l’inconfondibile richiamo dall’altoparlante montato sull’auto.
Ogni volta che sento il richiamo dell’arrotino penso a Mastro Ciccio quando, io ancora bambina, passava per piazza San Vincenzo, vicino casa mia, con un vecchio biciclo-carretto dotato di una grossa ruota di legno e ricordo che il carretto, una volta in piazza, veniva letteralmente ribaltato su sé stesso e si trasformava nello strumento di lavoro.
Ne è passato di tempo da allora. Mastro Ciccio ora è anziano e non gira più col biciclo-carretto, s’è modernizzato anche lui e s’è comprato quella fiammante Fiat Punto su cui l’altoparlante fa la sua bella figura. Mastro Ciccio da poco s’è anche aperto una piccola bottega in centro anche se lui continua a fare il suo mestiere al vecchio modo, a lui piace parlare con la gente, stare per la strada, gridare a squarciagola. La bottega l’ha aperta solo per Salvaturuzzu, il figlio, che di fare l’arrotino ambulante non ne vuol sapere, dice che son cose da poveri e poi d’altri tempi, ora nel 2009 tutto è tecnologico e tutto si può fare col computer, anche l’arrotino.
Mastro Ciccio c’ha provato a convincere il figlio a fare l’arrotino vero ma Salvaturuzzu suo non ne vuole sapere di imparare davvero il mestiere, dice che non c’ha la mano giusta, che la mano la mette sempre trasversale, e Mastro Ciccio sempre a ripetergli Salvaturuzzu dritta dritta deve stare sta mano, ma lui niente. Per questo Salvaturuzzu passa tutta la giornata davanti a quel computer benedetto, dice che si devono evolvere, che anche il mestiere deve evolversi, mo’ si è messo in testa la cosa del sito, dice che si devono aprire una bottega su intenet “l’arrotinomastrociccio.it”, e Mastro Ciccio a dirgli che non c’ha niente nel cervello, che sto mestiere si fa guardando in faccia la gente e non uno schermo!
Ma intanto la cosa per Salvaturuzzu pare possa funzione, lui pensa che sarebbero assai le salumerie, macellerie e i calzolai che vorrebbero fare l’ordine su internet, giusto per guadagnare tempo, e così Mastro Ciccio potrebbe risparmiare benzina ed anche salute. Dice che così il lavoro è più veloce e senza alcun rischio di sbagliare o farsi male, così non ci sarebbe manco il problema della mano dritta o rovesciata. I clienti dovrebbero solo scannerizzare la foto del coltello da aggiustare, mandarla per posta elettronica a Mastro Ciccio e lui una volta limato il tutto, senza prendere manco la Punto, la dovrebbe rigirare per posta al cliente, e il pagamento ovviamente avverrebbe on line.
Ora Mastro Ciccio c’ha provato a modernizzarsi, una volta s’è messo d’accordo con Don Peppino della Macelleria “Carni Nostre”, aveva da limare un paio di coltelli grossi, quelli che con un solo colpo ti staccano na’ coscia di pollo che non ve dico. Mastro Ciccio s’e’ fatto mandare ste foto che ha aperto insieme a Salvaturuzzu suo, e poi…lima su, lima giu’… un po’ di colore, è stato facile per Salvaturuzzu dare nuova luce ai coltelli ormai spenti, salvare il tutto, allegare alla posta e rimandare indietro. E non vi dico quanto è stato contento Don Peppino quando ha aperto le foto, eh la tecnologia, ha proprio detto, me l’ha fatti nuovi sti coltelli!

Lungo la strada


scheletro mascheratoPasseggiavano da parecchio tempo tenendosi teneramente per mano.

Lei camminava con passo incerto, sorreggendo il corpo sulle caviglie gonfie con le vene che sporgevano senza vergogna. Era coperta di stracci.

Un fazzoletto scolorito e liso ai bordi le copriva la testa e i radi capelli.

Il viso era solcato da profonde rughe e gli occhi socchiusi sotto il peso di pesanti palpebre.

Camminavano uno accanto all’altra.

Sembravano conoscersi da un’eternità.

Lui l’aiutava sorreggendone il peso del corpo mentre lei, incurvata, alzava di tanto in tanto, a fatica, la testa per incontrare il suo sguardo.

In fondo alla strada, sotto il lancio di fili di carta colorati e grida di divertimento senza età, lei si fermò, si sedette e piegò il capo ormai stanco.

Lui, vestito soltanto di una calzamaglia nera e una maglietta a manica lunga, anch’essa nera, le si accovacciò accanto. Sul busto vi era disegnato uno scheletro bianco e sulle gambe le ossa, anch’esse bianche, si riflettevano.

Le accarezzò per l’ultima volta il viso e la baciò sulla fronte che iniziava a distendersi perdendo le linee incerte dell’età.

Era l’ultimo giorno di Carnevale.

Dividersi


lillipuzianiSquilla il telefono. L’uomo corre a rispondere. Contemporaneamente al telefono squilla il cellulare. L’uomo si divide in due per rispondere ad entrambi. Contemporaneamente suonano alla porta e al citofono. Per fare tutto l’uomo si divide della metà della metà facendosi in quattro. Il timer del forno avverte che lo stufato è cotto e la nonna dalla sua stanza suona la campanella perché un gatto è entrato dalla finestra. L’uomo si divide ancora per un totale di sei. Contemporaneamente dal pc squillano email e la lavatrice segnala di aver finito il lavaggio. L’uomo continua a dividersi. Il gatto osserva interessato gli omini alti come topi.



Col sorriso stampato in faccia


cornice rotta

Oggi Anna sembra più nervosa del solito. L’ho intuito appena l’ho vista stamattina che era molto agitata. E poi dopo anni e anni di convivenza posso certamente dire di conoscerla bene.

E’ venuta nel salone appena sveglia, non ha neppure aspettato di fare colazione. Si è subito diretta verso di me e mi ha guardato, intensamente e a lungo. Lo conosco bene quello sguardo. Tutte le volte che qualcosa la preoccupa viene sempre al mio cospetto. Come fossi un oracolo. Ma lei sa bene che non posso aiutarla.

Anche adesso se ne sta lì ferma ad osservarmi, come in attesa di un mio cenno di approvazione.

E’ per la cena con Marco. Ne sono certo. E’ tutto il pomeriggio che non fa che girare come una trottola da una stanza all’altra della casa. Per mettere in ordine. Preparare la cena. Farsi carina. Da questa posizione non mi sfugge nulla. E Dio sa se qualche volta non avrei preferito essere altrove. Come quella volta che Anna si lasciò andare a una pomiciata sul divano del salone col cretino che frequentava prima di conoscere Marco. O quelle volte in cui la sera scoppia a piangere perché si sente sola. Ma, ahimè, mi tocca rimanere a guardare immobile, dietro una fredda lastra di vetro e con il sorriso sempre stampato in faccia.

Anna e Marco si frequentano da un po’ di mesi. Lui sembra un tipo a posto anche se vederla in compagnia di altri uomini non è una di quelle cose che mi renda più allegro. Però mi rassicura il fatto di essere ancora vivo nei suoi pensieri. Perché lo so che mi pensa. E tanto. E poi lei non sembra affatto convinta di questo Marco. Lo sento. Del resto Anna è sempre stata una persona molto prudente in fatto di sentimenti. E secondo me non è ancora pronta per impegnarsi di nuovo.

Ecco il citofono che suona. Sicuramente è Marco. Lo capisco dal modo in cui lei ha reagito allo squillo, guardandosi allo specchio dell’ingresso ancor prima di rispondere.

Che buffa! Quando è in ansia va facilmente nel pallone. Spero che abbia almeno controllato l’arrosto nel forno. Di solito si perde nei dettagli. Piuttosto si preoccupa che la tavola sia perfetta invece di stare attenta a non bruciare la cena.

Ed ecco Marco. Anna gli grida di raggiungerla in cucina. Lui chiude la porta dietro di sé ed esita. Ha un’aria strana. Pensierosa direi.

Poi con il cappotto ancora indosso si dirige in cucina dove Anna sta cercando di non bruciare l’arrosto. Ma in cucina non ci resta molto. Dopo pochi minuti esce a testa bassa in direzione dell’ingresso. E in un attimo è già fuori dalla nostra casa. E, mi sembra di capire, anche fuori dalla vita di Anna.

Povera Anna. La vedo entrare nel salone con le lacrime agli occhi. Certo che da quel Marco non me l’aspettavo. Mai fidarsi della prima impressione. Una cosa é certa però. Quello non faceva per lei. La conosco troppo bene. Sono anni che da questa bella cornice, nel mio bel formato 20×30, passo tutto il mio tempo a osservarla. Forse ho imparato a conoscerla più adesso che prima. Prima che tra noi tutto cambiasse. Prima del mio incidente e di tutto il resto. Dopo la nostra separazione Anna ha dolorosamente accantonato tutte le mie cose. I miei abiti. I miei libri. I miei cd. Ma questa foto no. Così eccomi qua. Ridotto a una foto in bianco e nero continuo così a essere parte del suo mondo. Ricordo ancora quando me l’ha scattata. Quel giorno del nostro ultimo week end romantico. Mentre sovrappensiero osservavo le acque calme del lago dalla veranda della nostra casetta lei mi immortalò a mia insaputa. Una delle sue foto più belle. L’unica che ha voluto tenere. E non in un cassetto o in un vecchio album dimenticato. Bensì in bella mostra sulla mensola del caminetto al centro del salone. Il cuore della casa. E non c’è giorno che non mi rivolga le sue attenzioni, per quanto fugaci. Proprio così. Tra di noi c’è un legame che va al di là del tempo e dello spazio, un legame che si nutre di sguardi, di pensieri, di ricordi, di sensazioni, proprio come adesso mentre se ne sta lì immobile a fissarmi.

Non è la prima volta che la vedo così abbattuta. Quel Marco, certo, gli ha fatto davvero una brutta sorpresa. Lentamente si avvicina al caminetto e mi prende delicatamente tra le mani. C’è qualcosa nel suo sguardo che stavolta mi inquieta. Sento i suoi occhi dentro i miei e mentre mi tiene stretto a pochi centimetri dal suo viso posso quasi sentire il calore delle sue lacrime. Sento che vorrebbe dirmi qualcosa. Esita. Ma alla fine le parole le escono fuori come un torrente in piena.

Sai che mi ha detto Marco? Che tra me e lui non può funzionare. Che non mi sente coinvolta. Che sono distante. Che forse cerchiamo cose diverse. Bla bla bla bla…..Vorrei che non avesse ragione, ma invece è così.”

Poi fa una pausa. Io continuo a guardarla sempre con il mio sorriso stampato in faccia. Ma in realtà adesso vorrei piangere anche io e abbracciarla. Improvvisamente mi stringe al petto e riprende il suo sfogo: “Sono due anni che non ci sei più. Non lo abbiamo deciso noi. Quel maledetto giorno che in ospedale ti hanno staccato la spina avrei voluto morire anche io. Ma sono viva e devo andare avanti. Voglio andare avanti. Non posso rimanere imprigionata nel passato. Devi lasciarmi andare e vivere la mia vita. Te ne prego.”

Io continuo a guardarla sempre più sgomento mentre le sue lacrime cominciano a scorrere sulla mia lastra di vetro. Improvvisamente sento le sue dita che mi tirano fuori dalla cornice. Ho il cuore in gola. Non può farmi questo. Lei ha ancora bisogno di me. E io di lei. E poi, davvero pensa che basti disfarsi di una foto? Assisto impotente a lei che si accinge a farmi a pezzi. E in pochi istanti mi ritrovo in frammenti, a volteggiare nell’aria calda del caminetto, dove le fiamme sembra non aspettino altro che cancellare per sempre questo mio bel sorriso stampato in faccia.

Il disertore


disertore

Troviamo un uomo nella foresta. Un uomo vivo, un uomo giovane, senza uniforme. È coricato dietro un cespuglio. Ci guarda senza muoversi.
Gli chiediamo:
- Perché sta lì coricato?

Risponde:
- Non posso più camminare. Vengo dall’altra parte della frontiera. Cammino da due settimane. Giorno e notte. Soprattutto la notte. Adesso sono troppo debole. Ho fame. Non mangio da tre giorni.

Chiediamo:
- Perché non ha l’uniforme? Tutti gli uomini giovani hanno un’uniforme. Sono tutti soldati.

Dice:

- Non voglio più essere soldato.
- Non vuole più combattere il nemico?
- Non voglio combattere nessuno. Non ho nemici. Voglio tornare a casa.
- Dov’è casa sua?
- È ancora lontana. Non ci arriverò se non trovo qualcosa da mangiare.
Chiediamo:
- Perché non va a comprare qualcosa da mangiare? Non ha soldi?
- No, non ho soldi e non posso farmi vedere. Devo nascondermi. Bisogna che non mi vedano.
- Perché?
- Ho lasciato il mio reggimento senza permesso. Sono scappato. Sono un disertore. Se mi ritrovassero sarei fucilato o impiccato.
Domandiamo:
- Come un assassino?
- Sì, proprio come un assassino.
- Eppure lei non vuole uccidere nessuno. Vuole solo tornare a casa sua.
- Sì, soltanto tornare a casa mia.
Domandiamo:
- Cosa vuole che le portiamo da mangiare?
- Qualunque cosa.
- Latte di capra, uova sode, pane, frutta?
- Sì, sì, qualunque cosa.
Domandiamo:
- E una coperta? Le notti sono fredde e piove spesso.
Dice:
- Sì, ma bisogna che non vi vedano. E non direte niente a nessuno, vero? Neanche a vostra madre.
Rispondiamo:
- Non ci vedranno, noi non diciamo mai niente a nessuno e non abbiamo una madre.
Quando torniamo con il cibo e la coperta, dice:
- Siete gentili.
Diciamo:
- Non volevamo essere gentili. Le abbiamo portato queste cose perché ne aveva bisogno. È tutto.
Lui dice ancora:
- Non so come ringraziarvi. Non vi dimenticherò mai.
I suoi occhi si bagnano di lacrime.
Noi diciamo:
- Sa che piangere non serve a niente? Noi non piangiamo mai. Eppure non siamo ancora uomini fatti come lei.
Sorride e dice:
- Avete ragione. Scusatemi, non lo farò più. Era solo per via dello sfinimento.

Il curioso caso di Benjamin Button


culla “Vorrei vedere mio figlio”, disse Mister Button.

L’infermiera cacciò uno strillo. “Oh… ma certo! – gridò isterica. – Di sopra. Su, di sopra. Vada, su!”.

Gli indicò la direzione, e Mister Button, zuppo di sudore freddo, si voltò esitante e cominciò l’ascesa al secondo piano. Nell’androne di sopra si rivolse a un’altra infermiera che gli si avvicinò, con una bacinella in mano.

“Sono Mister Button – riuscì ad articolare. – Vorrei vedere mio… “.

Sbang! La bacinella sbatté a terra e ruzzolò verso le scale. Sbang! Sbang! Cominciò una sistematica discesa come per unirsi al terrore generale suscitato da quel gentiluomo.

“Voglio vedere mio figlio!”, Mister Button quasi strillò. Era sull’orlo del tracollo.

Sbang! La bacinella raggiunse il primo piano. L’infermiera tornò in sé, e gettò su Mister Button uno sguardo di sincero disprezzo. “D’accordo, Mister Button – assentì con voce soffocata. – Molto bene! Se lei soltanto sapesse in che situazione ci ha messo tutti quanti! E’ una vera indecenza! La clinica non avrà più uno straccio di reputazione d’ora in poi”.

“Presto! – urlò lui con voce roca. – Non ce la faccio più!”.

“Venga da questa parte, allora, Mister Button”.

Si trascinò dietro di lei. In fondo a un lungo corridoio raggiunsero una stanza da cui giungeva ogni genere di pianto – stanza che difatti, in seguito, sarebbe diventata nota in gergo come la “sala del pianto”. Entrarono. Allineate lungo le pareti c’erano una mezza dozzina di bianche culle smaltate, ognuna con sopra una targhetta.

“Bene – ansimò Mister Button, – qual è il mio?”.

“Eccolo!”, disse l’infermiera.

Gli occhi di Mister Button seguirono il dito puntato, e questo è ciò che vide.

Avvolto in una voluminosa coperta bianca, e in parte ficcato in una culla, stava seduto un vecchio all’apparenza sui settant’anni. I radi capelli erano quasi bianchi, e dal mento stillava una lunga barba grigio fumo, che ondeggiava in modo assurdo, sospinta dalla corrente che proveniva dalla finestra. Questi sollevò lo sguardo su Mister Button con occhi offuscati e sbiaditi nei quali si annidava un confuso interrogativo.

“Sono diventato pazzo?”, tuonò Mister Button, col terrore che sfociava in rabbia. “Cos’è questo, un pessimo scherzo da dottori?”. “A noi non sembra affatto uno scherzo – replicò secca l’infermiera. – E non so dirle se lei sia pazzo o meno, ma so di certo che questo è suo figlio”.

Il sudore freddo aumentò del doppio sulla fronte di Mister Button. Chiuse gli occhi, poi li riaprì e guardò di nuovo. Nessun errore: aveva davanti un uomo sulla settantina – un bambino sulla settantina, un bambino che se ne stava con i piedi penzoloni fuori dalla culla.

Il vecchio posò per un momento lo sguardo sull’uno e sull’altra, poi a un tratto parlò con una voce crepitante e senile. “Tu sei mio padre?”, chiese.

Mister Button e l’infermiera sobbalzarono bruscamente.

“Perché se lo sei – proseguì il vecchio querulo – vorrei che mi portassi via da questo posto o se non altro, che mi facessi portare qui una bella poltrona a dondolo”.

“Santo cielo, e tu da dove vieni? Chi sei?”, sbottò furibondo Mister Button.

“Chi sono esattamente non so dirti – replicò il querulo piagnucolone, – perché sono nato appena da qualche ora, ma di sicuro mi chiamo Button”.

I due fuggitivi


zig zag
ZIG: “Muoviti Zag, a destra!”
ZAG: “No Zig, è a sinistra!”
ZIG: “Accidenti a te! Ti ho detto che è a destra!”
ZAG: “E io ti ho detto che è a sinistra!”
ZIG: “No, è a destra!”
ZAG: “Invece è a sinistra!”
ZIG: “E’ a destra!”
ZAG: “E’ a sinistra!”
ZIG: “A destra!”
ZAG: “A sinistra!”
ZIG: “Destra!”
ZAG: “Sinistra!”
ZIG: “Destraaa!”
ZAG: “Sinistraaa!”
ZIG: ”Destraaaaaaa!”
ZAG: “Sinistraaaaaa!”
ZIG: “Destraaaaaaaaa!”
ZAG: “Sinistraaaaaaaaa!”
ZIG: “ Destraaaaaaaaaaaa!”
ZAG: “ Sinistraaaaaaaaaaaaa!”

Il quadro clinico


quadro clinicoDi quadri clinici così non ne esistevano più al mondo. L’artista era sconosciuto e questo ne accresceva il mistero e la fascinazione. I più grandi curatori internazionali se lo contendevano per esporlo come pezzo forte alle loro mostre. Le code per poterlo ammirare erano incredibili. Gli uomini erano ormai diventati tutti immortali grazie alle straordinarie scoperte della scienza. La loro noia aveva raggiunto livelli insopportabili, anche perché immortali erano – va da sé – solo i ricchi, gli unici che avevano accesso al progresso e gli unici a beneficiare di una rivoluzione che aveva avuto il suo clou in un’apparente recessione mondiale. E tra ricchi ci si annoia, è risaputo.

I poveri si erano estinti, tutte le guerre avevano soppresso le diseguaglianze grazie a un preciso sterminio di massa, silenzioso e carico di isteria collettiva che allora sembrava incomprensibile.

Da molti decenni il mondo era un posto tranquillo e banale.

Solo il quadro clinico riusciva ancora a infondere una specie di emozione, alcuni riuscivano persino a commuoversi osservandolo.

Eppure raffigurava con molta semplicità una malattia che era stata sconfitta da molto tempo: la vita.

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