Se cerchi qualcosa di nuovo nei racconti, nei film, nella musica e nelle arti varie, una cosa c’è. È fantareale.
Era rientrata a casa sbattendo la porta e strappatosi di dosso il cappotto si era messa a strillare:
- NON VOGLIO ESSERE RAGIONEVOLE! VOGLIO SPACCARE TUTTO! VOGLIO SPACCARE TUTTO! VOGLIO SPACCARE TUTTO!
Troppo forte forse, o magari era stato il fatto di averlo ripetuto tre volte, perché quando si lasciò cadere piangendo sul letto, prima le doghe in legno della rete, poi le mattonelle e poi il solaio andarono in pezzi sotto di lei precipitandola sul brutto divano a fiori del piano di sotto che cedette a sua volta, seguito da parquet, massetto, soletta in cemento armato e controsoffitto e si ritrovò a piombare sulla tavola apparecchiata del quarto piano frantumandola. Continuò così per i tre piani successivi fino a ritrovarsi in terra, stordita, in una cantina del seminterrato. Lì, seduta fra polvere e odore di muffa cominciò a capire cosa le stava succedendo e subito pensò a lui. La porta della cantina in cui era finita cedette quasi prima che la toccasse e si ritrovò in strada a correre mentre sotto i suoi passi impazziti l’asfalto si rompeva qua e là e le tubature esplodevano con scoppi simili a tuoni. Arrivò sotto casa che lui era appena uscito per la passeggiata quotidiana; tra poco avrebbe imboccato la solita traversa a destra. Accelerò per tagliargli la strada ma, mentre stava per raggiungerlo, tibie, peroni e femori cedettero in pezzi tagliandole le gambe. Si ritrovò a terra con le vertebre che collassavano le une sulle altre. Poi furono le ossa del cranio a sfasciarsi precipitandola nell’oscurità. Fermo all’angolo della strada, con una mano protesa e gli occhi al cielo, lui si chiese se con quei rumori di tuono che si avvicinavano non fosse più ragionevole rinunciare al proprio giro. O almeno tornare indietro a prendere un ombrello.
(…) La ragazza di Ipanema guardava il mare, nel 1963. Anche adesso continua a guardarlo nello stesso modo. Nella canzone lei non invecchia. Portata dal sassofono vellutato di Stan Getz, ha sempre diciotto anni, è sempre la ragazza di Ipanema, dolce e distaccata. Metto il disco sul piatto, abbasso la puntina, ed eccola immediatamente davanti a me.
La ragazza di Ipanema 1963/2009 continua a camminare in silenzio sulla sabbia caldissima di una spiaggia metafisica. Una spiaggia molto lunga. Piccole onde bianche vengono a infrangersi sulla battigia. Non c’è un filo di vento. Sulla linea dell’orizzonte non si vede nulla. C’è odore di sale. I raggi del sole sono roventi. Sdraiato sotto l’ombrellone, prendo una lattina di birra dalla borsa termica e strappo la linguetta. Lei sta ancora camminando. Alta, abbronzata, un bikini di un colore primario incollato addosso.
- Salve, – le dico di punto in bianco.
- Buongiorno, – mi risponde lei.
- Ti andrebbe una birra? – le chiedo.
La ragazza esita. Ma si è stancata di camminare, persino lei. E ha sete.
- Perché no? – dice.
Così beviamo una birra insieme sotto l’ombrellone.
- A proposito, – le dico, – sai che ti ho già vista? Nel 1963. In questo stesso posto, a questa stessa ora.
- Oh, è passato tanto di quel tempo… – fa lei inclinando perplessa la testa.
- Già, – rispondo, – è passato davvero molto tempo.
Beve in un sorso metà della lattina, poi guarda dentro l’apertura. E’ un banalissimo buco in una lattina. Ma sotto il suo sguardo sembra prendere un significato profondo. Come se il mondo intero dovesse sparire lì dentro.
- Sì, può essere che ci siamo già incontrati. Nel 1963, dici? Dunque, nel 1963… sì, magari ci siamo davvero incontrati.
- Tu non sei cambiata affatto.
- Per forza, io sono una ragazza metafisica.
Annuisco.
- All’epoca non ti accorgevi nemmeno della mia esistenza. Guardavi solo il mare, sempre e solo il mare.
- Può darsi, – dice lei. E sorride. Il suo viso è stupendo quando sorride. Però sembra anche un po’ triste.
- Forse hai ragione, guardavo sempre e solo il mare. Forse non vedevo nient’altro.
Mi apro un’altra birra e ne offro una anche a lei. Scuote la testa. Dice che non beve tanta birra.
- Ti ringrazio. Ora però devo rimettermi a camminare, camminare sempre…
- Non ti scotti la pianta dei piedi, camminando per tutto il tempo?
- No, per niente. Anche la pianta dei miei piedi è metafisica. Vuoi vedere?
- Mhm.
La ragazza di Ipanema tende le gambe snelle e mi mostra la pianta dei piedi. Ha ragione sono metafisiche. Provo a sfiorarle col dito. Non sono né calde né fredde. Toccandole sento un flebile rumore di onde. Metafisico pure quello. Per qualche momento tengo gli occhi chiusi. Poi li riapro e bevo un sorso di birra fredda. Il sole non si è mosso di un millimetro. Il tempo si è fermato. Come se fossi stato inghiottito dentro uno specchio. (…)
(…) – Quello che è in possesso di palla adesso, Madonnina mia, è Zecao, il numero nove. Quello che ha colpito di testa è Taquinho: tienilo d’occhio, Madonna, e fa’ che impari a battere i calci d’angolo. Quello che ha appena ricevuto palla è Fred, te lo ricordi? Te ne ho parlato per tutta la scorsa settimana.
Calvito aveva una peculiarità: conversava con i suoi santi sempre tenendo lo sguardo fisso sulla statua del Cristo redentore. E schiumava di rabbia quando, nel bel mezzo della conversazione, una nuvola arrivava a coprirla. Calvito era fermamente convinto che le nuvole interrompessero la sua comunicazione celeste, e non furono poche le volte in cui un gol della squadra avversaria lo fece balzare in piedi sulla sedia a sbraitare contro un cumulo-nembo.
Alla prima partita di campionato sotto la sua gestione, Calvito si presentò in completo blu, camicia grigia e cravatta bordò. Il risultato – quattro a zero per la sua squadra – lo indusse a vestirsi allo stesso modo nelle partite successive. Andò avanti fino alla fine del torneo senza cambiarsi forse nemmeno la biancheria. Con il passar del tempo, questa sua uniforme divenne ben nota. Nei giorni in cui si giocava, c’era poco da fare: tutto rimaneva esattamente identico. Neppure dopo la domenica in cui la squadra perse la propria imbattibilità (sconfitta per due a uno nella quarta giornata) Calvito osò cambiare abbigliamento. Anzi. Agli amici più scettici che tentavano di convincerlo che l’abito non fa il monaco e nemmeno la squadra vincente, Calvito rispondeva, tutto serio:
- E secondo voi perché ne abbiamo presi solo due?
- Vedo – dico.
- Vedo – dice quello al mio fianco.
- Rilancio, venti dollari – quello successivo.
Venti dollari, venti squallidi dollari, lui li rilancia con un tono tronfio. Il quarto, accanto a me, alla mia destra:
- Vedo – e poi, con tono ancora più pesante, da uomo della provvidenza – … e rilancio venti bigliettoni.
Bigliettoni. Piego il cuore all’ingiù, per non dare una curvatura al mio disprezzo. Tocca a me ora, rispondere a questa squallida offerta.
Sto lì, Bruce Wayne che la crisi ha buttato sul lastrico, senza più il mio Robin, a giochicchiare pochi dollari in questo bar di periferia. E, ora che tocca a me, il mio cuore si riempie di disprezzo per queste mezze cartucce che compongono con me il tavolo del poker. Billy, il padrone della frutteria sulla cinquantanovesima di Gotham; Paul, il venditore di articoli per catering, laggiù sulla quinta; e poi Liam, un irlandese del cazzo, vicecapo della polizia qui a Gotham.
Li odio tutti, qui al tavolo. Io, Bruce, io che con il mio ampio costume coprivo di ombre le luci della città, ora qui a giocare a poker con queste mezze seghe.
- Rilancio: mille dollari – dico, e tutti rimangono con le bocche aperte, il sigaro che prima ostentavano ora barcolla ai lati della bocca tremante.
Oh, Joker, mio dio, perché ti ho fatto imprigionare. Se tu fossi qui, libero, ora, me ne fotterei della crisi che mi ha gettato sul lastrico; me ne fotterei di questi coglioni che tremano per un rilancio.
Joker, evadi, ti prego.
Mi massaggiava la schiena con competenza ed energia. Mi massaggiava e io sdraiata sul lettino godevo del sollievo che mi procurava. Le sue mani si facevano calde e potenti e placavano i miei dolori. Mi toccavano come se già conoscessero quel corpo affamato. Avevo bisogno di quelle mani come del cibo, le assorbivo, mai sazia. Le assorbivo. E loro, le mani, affondavano nella mia schiena, oltre la pelle. Prima iniziarono a scomparire le dita, poi i palmi fino ai polsi. Giù, dentro, nel corpo. Continuava a massaggiare con cura, dedizione, passione. Poi gli avambracci, i gomiti, fino alle spalle. Non smettevano, e io mai sazia, le sue mani. Poi la testa, il collo, il busto e giù fino alle gambe. Spuntavano solo le dita dei piedi, dalla mia schiena.
Era la prima volta che al mercato vedevo il venditore di sanguisughe. Aveva il banco tra il pescivendolo e il macellaio, all’ombra di un telone. L’uomo era vestito di nero, aveva i baffi arricciati e se ne stava in piedi dietro un’alta vasca di vetro piena d’acqua con sopra il cartello: “Sanguisughe miracolose”. Una scritta da fiera di paese che proprio per quello mi incuriosì.
- In che cosa sono miracolose le vostre sanguisughe? – chiesi compunta. Non volevo apparire scettica, volevo dargli spago.
- Tolgono il dolore – rispose, guardandomi dritto negli occhi.
- Non è quello che fanno tutte le sanguisughe?
- Oh, ma queste tolgono il dolore dell’anima.
- Qualsiasi dolore?
- Beh, per i dolori lievi, bastano quelle piccole, vede come questa?
Affondò nell’acqua una retina attaccata a un bastone di legno e tirò su un verme nero con la testa rigonfia, sottile e lungo poco più di cinque centimetri. Prese in mano la sanguisuga e questa appiccicò la bocca a ventosa sul suo dito.
- Una così può andare bene se si è delusi per un brutto voto a scuola, o se si prova rimorso per avere fatto lo sgambetto a un compagno. Per i dolori più grossi ci vogliono sanguisughe più cresciute. Quelle da un chilo possono andare bene per chi ha perso il lavoro. Se uno scopre di essere tradito in amore ci possono volere quelle da due chili, dipende da quanto è innamorato.
Feci l’aria stupefatta e incredula.
- E funziona anche per chi soffre della morte di una persona cara?
- In caso di lutto grave, bisogna metterne da due a dieci sul cuore. E’ indispensabile usare quelle più grosse, almeno da cinque chili. L’effetto è assicurato.
- Ma in che senso fanno passare il dolore? Come si fa a non soffrire più?
A questo punto ero davvero interessata della panzana che mi avrebbe raccontato.
Il venditore di sanguisughe scosse il capo come si fa con chi è troppo somaro per capire e disse con pazienza:
- Sono miracolose, gliel’ho detto. Io ho perso mia moglie e i mie figli in un incidente e ha funzionato. Si tuffò nella vasca, mi strizzò l’occhio e con un guizzo appiccicò sulla parete di vetro la bocca a ventosa sotto i baffi arricciati.

Eccomi qui, in questa bella giornata di primavera, sono scesa e passeggio con la mia Angela nella carrozzina. Sei mesi, proprio un angelo sei, eh? Toh, ma quello somiglia tanto a…come si chiamava? Alberto, già Alberto. Dov’è finito? Con questa ressa in centro, appena esce il sole…Ah Alberto, dov’è? Eccolo lì, mi sembra, deve essere lui. Quanto tempo che non lo vedevo; quanto tempo che non lo pensavo. Che amore il nostro, venti anni fa, no? Avevamo quindici anni. Il vero amore della mia vita, e lo avevo dimenticato. Ma dov’è finito? Laggiù, deve essere. Era bellissimo, allora, con i capelli lunghi sulle spalle e la collanina con una conchiglietta per ciondolo. Me la regalò, la sera sulla spiaggia, la prima volta che eravamo andati al mare insieme, con il motorino. Eccolo, le spalle larghe sono le stesse, anche se ora ha la giacca e allora era così ribelle, così bello. Si crucciava perché non gli cresceva un pelo di barba, voleva diventare uomo, e poi lo è diventato, evidentemente, ma i tratti sono rimasti gli stessi, altrimenti non lo avrei riconosciuto, no? Eccolo laggiù. E poi quella volta che venne a casa mia, dopo la scuola, e non c’erano i miei, e ci spogliammo nudi e ci mettemmo nella vasca, eccitati alla follia, ma senza fare l’amore? Cosa che poi facemmo, del resto, qualche mese dopo, non mi sbaglio, io ero in vacanza al mare con i miei e inventai quella scusa balorda dell’amica all’ospedale per tornare a Roma, e quella era la mia prima volta. Ma dove diavolo si è cacciato adesso? Alberto, oh Alberto: tu, il vero amore della mia vita, e io mi sono dimenticata di te per tutto questo tempo. Forse si è infilato nella pasticceria. Ma no, eccolo là, come è svelto, quasi mi tocca correre. E come mi guardava quando correvo a educazione fisica, come mi guardava: avevo già un bel seno, allora, ero l’unica ad avere le tette un po’ pronunciate, e lui mi divorava con quegli occhi neri. E ora mi fai correre di nuovo, Alberto, eh, e se ti volti e mi guardi, rivedrai la stessa ragazza di allora, con lo stesso spirito, lo stesso naso all’insù, gli stessi ricci. Oh, che affanno, ma ce la faccio a raggiungerlo, manca poco, questa diavolo di folla mi ostacola, se solo si fermasse al giornalaio, lo raggiungerei, il grande amore della mia vita. Eccolo che entra, infatti, che fortuna, non mi sfugge, stavolta, eh, andiamo a acchiapparlo, eh Angela? Angela? Perché Angela? Veramente non mi ricordo, ero scesa con la carrozzina o no?
(…) Il gatto cominciò a seguirlo, con una certa indifferenza, quasi con pazienza di fronte ai suoi tentativi iniziali di allontanarlo, finché non si trasformò nella sua ombra. Trovò una pensioncina non troppo sporca né scomoda, visto che badava ancora a queste cose. Il gatto era grosso e muscoloso, aveva il pelo grigio, con qualche chiazza bianco sporco. Dava la sensazione di un dio vecchio e degradato, che però ha ancora la forza di fare male agli uomini; ai pensionanti non piacque, lo guardavano con timore e ripugnanza e, col permesso del suo casuale padrone, lo scacciarono. Il giorno dopo, rientrando in camera, vi trovò il gatto insediato; seduto sulla poltrona alzò appena la testa, lo guardò e si rimise a sonnecchiare. Lo cacciarono per la seconda volta e di nuovo si introdusse in casa nella sua stanza, senza che nessuno sapesse come. Così vinse la partita, perché da allora la padrona della pensione e i clienti rinunciarono alla lotta.
(…) Il gatto non usciva mai. Una sera che aveva fretta di cambarsi e assisteva dalla porta alla pulizia della stanza, si accorse che nemmeno in quel momento il gatto lasciava la camera: man mano che la cameriera avanzava con lo straccio e il piumino, si spostava fino a sistemarsi in una parte definitivamente pulita; raramente si distraeva e allora la donna lo chiavava con un “ps” dolce, per avvertirlo, non per minacciarlo, e il gatto si spostava. Evitava di uscire per paura che ancora una volta lo cacciassero via, o era un semplice riflesso del suo istinto di comodità? In ogni caso l’uomo decise di imitarlo, se non altro per assimilare quella specie di saggezza che nel gatto si manifestava come paura o mollezza.
(…) Il gatto intanto restava tranquillo nella sua poltrona.
Un giorno sentì davanti alla porta alcune voci di donna. Malgrado lo sforzo non riuscì a capire che cosa dicessero, ma gli bastava il tono delle loro voci. Fu come se avesse un’enorme pancia molle in cui piantassere un palo; e sentisse la volontà di esser cosciente, ma così lontana, seppure estremamente intensa, ma che sarebbero passate molte ore prima che potesse reagire. Perché una delle voci apparteneva alla padrona della pensione, ma l’altra era di “lei”, che finalmente doveva averlo trovato.
Si sedette sul letto. Aveva voglia di fare qualcosa e non poteva.
Osservò il gatto: anch’esso si era messo a sedere e guardava verso la porta, ma era molto sereno. Questo aumentò il suo senso d’impotenza.
Sentiva il corpo pulsare e le voci non smettevano. Voleva fare qualcosa. D’improvviso sentì nella testa una tensione tale che gli sembrava che quando fosse cessata si sarebbe consumato, dissolto.
Allora aprì la bocca, si fermò un attimo senza sapere che cosa stesse cercando di fare con questo movimento, e alla fine miagolò, acutamente, con infinita disperazione, miagolò.