Archivio April, 2009

Il picchiopalla


picchiopallaIl picchiopalla è una specie di volatile di recente apparizione oggetto di studi da parte degli etologi di tutto il mondo. Si annida preferibilmente sugli alberi vicini a campi da calcio, tennis, golf e baseball, in luoghi cioè dove nelle vicinanze si trova una palla. Nonostante le modeste dimensioni è considerato animale pericoloso in quanto, quando avvista un oggetto sferico, preferibilmente in movimento, si lancia dall’alto a tutta velocità per agguantarlo con i suoi artigli prensili e colpirlo ripetutamente con il becco lungo e appuntito fino a romperlo o farlo scoppiare. Molte partite sono state interrotte, e qualche volta nemmeno iniziate, a causa della loro minacciosa presenza. Pare che in più occasioni, il picchiopalla si sia scaraventato anche sulla testa di qualche giocatore, particolarmente sferica e liscia.

L’invasione


invasioneCi hanno invaso poco fa. Sono entrati nelle nostre case, ci hanno buttato fuori e ci hanno messo davanti a due navicelle. Una per gli uomini. L’altra per le donne e i bambini. Mia moglie sta entrando ora. Sola, perché noi non abbiamo bambini. Due invasori la spingono con violenza. Si è girata verso il mio allineamento. Mi cerca, ma io, per quanto mi sforzi non riesco a farmi trovare. Nemmeno per un attimo. Sento dolore. Rabbia. Chi sono questi esseri con tute e caschi neri?

Procedo verso l’entrata della navicella e li osservo. Parlano il linguaggo planetario. Idioma di tutti i pianeti, inventato per favorire la comunicazione tra i popoli dello spazio. E’ chiaro, ironizzo amaro, che queste entità ne fanno un uso diverso. Mi chiedo quale sia la loro vera lingua. Quale sia il loro pianeta.

Poi sento un grido.

Guardo davanti a me e identifico subito il padrone di quella voce. Non so il suo nome, ma so cos’è. Un pianista. Io e la mia donna lo abbiamo ascoltato pochi giorni fa in un locale. Il ragazzo si tiene con tenacia agli stipiti della porta d’accesso e ingiuria gli invasori, che senza perdere tempo, lo trascinano fuori, lo mettono in ginocchio e gli proiettano una scarica laser in testa, lasciandolo esanime sulla strada. Le donne terrorizzate prendono in braccio i figli. Dalla nostra fila invece si levano urla. Un vecchio vicino a me attacca con le preghiere. Gli poggio una mano sulla schiena per tranquillizzarlo.

Dopo pochi minuti tocca a noi. Va prima lui. Poi io.

Ci hanno messo per terra dentro un grande compartimento d’acciaio. Ci sono cinque invasori a sorvegliare. La cabina di pilotaggio è vicina a me. Dentro altri invasori. Stanno parlando nel linguaggio planetario. La porta non è chiusa bene però, quindi decido di avvicinarmi di più e tendere l’orecchio.

Quello che ascolto è terribile.

Hanno detto che ci estrarranno l’anima.

Hanno detto che così il loro mondo, intossicato ormai da una malvagità dilagante, guarirà.

Hanno detto che con la nostra purezza si salveranno.

Ho capito finalmente chi sono questi esseri. Mio padre un giorno, quando ero bambino, mi raccontò di loro e del putridume nel quale vivono.

Si chiamano terrestri e vengono dalla Terra.

Guardo fuori dall’oblò. L’altra navicella affianca la nostra. Poggio la fronte sul vetro e sussurro un ti amo. Poi guardo la mia gente. Rivedo il vecchio. Sta in un angolo in fondo.

Non prega più. Ma dorme tranquillo.

Il vagabombo


vagabomboPiccolo e sovrappeso, gambe e braccia sottili allacciate dietro, nelle sue lunghe traversate cittadine non bada a niente se non alla sua meta che però, lui per primo spesso non conosce. E chi tra vicoli e piazzette ha avuto la fortuna di incontrarlo giura di avergli sentito canticchiare “io vagabombo che son io…”. Per qualcuno è solo un’invenzione dei bambini. Per altri una leggenda metropolitana. Sia come sia, il vagabombo esiste, eccome. Io l’ho incontrato. Abbiamo fatto un pezzetto di strada insieme. Non si è parlato molto. Pensava, soprattutto. Ed è talmente distratto che per tornare alla sua tana ha usato a ritroso il calco delle proprie impronte.

Un amore alla frutta


amoreallafruttaQuesta non me la dovevi fare. Ti ho visto entrare in quel posto, in quella macelleria che mette angoscia solo a vederla dall’esterno. La porta è più grigia di un rimprovero; i corpi degli animali morti sono appesi, come impiccati sulla forca, a degli uncini così famelici che se potessero si ricurverebbero su se stessi. Tutto è spento. Non posso credere che tu ti sia fidato e ci sia entrato. Non hai avuto paura di quell’uomo dietro al bancone? Non hai sentito il ticchettio degli incisivi che sbattono mentre si mangia le unghie? Incessante. Insistente. Incalcolabile. Quell’uomo appollaiato sul registratore di cassa dal quale si stacca solo per volteggiare sulle prede; su di te questa volta. Si ricorderà di te? Ti userà per sfamarsi e poi ti lascerà lì per terra, con il corpo martoriato dal suo becco dilaniatore e l’animo arso dalla sete di affetto. Lui non ti aspetta ogni mattina con il cartoccio in mano, non ti dà instancabilmente la frutta che ti soddisfa, come faccio io. Cos’hanno le sue bistecche che le mie pere non hanno? Lui non sa qual è il tuo frutto preferito; non sa come ti piace che venga fatto il servizio. Se ne sta lì dietro al bancone del suo mattatoio, nascosto nel buio come un burattinaio, a muovere i tuoi fili. Marionetta.

La nostra relazione stava ormai diventando importante, per quanto importante possa essere la storia di un avvocato e un fruttivendolo che ogni mattina, con la scusa della frutta, se lo schiaffano nel culo a vicenda nel retro del negozio. Stava perdendo il lato oltraggioso che la faceva sembrare un’avventura, e noi i compagni di un bel gioco legati indissolubilmente dalle regole che ci siamo imposti. La gente cresce e i giochi finiscono; i compagni si stufano e cercano nuovi e più straordinari amici con cui stravolgere l’ordine di un gioco ormai logoro e consunto. Pensi che mi potesse bastare a vita la tua accoglienza, la tua frutta vigorosa e solare, il vederti ogni giorno vestito di fresco? Siamo seri, non ne potevo più. L’essere umano non vive sempre di giorno, ha bisogno del buio per dormire, e nel buio sogna. Io quando sogno vedo il macellaio dietro al suo registratore di cassa rigonfio; il sangue dei polli decapitati si divide in piccoli rigagnoli rossi e diventa l’acqua del deserto caldo e avvolgente che è il giallo del suo bancone di marmo; le carni appese in vetrina sono solo spettatori di un amore nato e consumato al buio. Che mi usi pure finché non mi sveglio.

La coperta


lacoperta(…) Mi è capitato spesso di svegliarmi, in questi ultimi tempi, con il corpo coperto di vescichette. Di lividi bluastri. C’è una certa coperta che mi mette in sospetto. La tengo d’occhio da un pezzo. Credo che mentre dormo mi si avvinghi. Certe volte mi sveglio e me la trovo stretta intorno alla gola, che riesco a malapena a respirare. Sempre la stessa coperta. Faccio finta di nulla. Stappo una birra, apro il giornale oppure il Bollettino delle Corse, guardo fuori se piove, cerco di lasciar perdere. Voglio vivere senza aver fastidi, io. Sono stanco. Non mi va di fissarmi, di mettermi in testa chissà quali idee.
Ma ecco che di nuovo, una sera, la coperta mi dà noia. Si muove come un serpente. Assume varie forme. Mica resta lì distesa piatta sul letto. E poi la notte dopo. A calci la faccio scivolare appiè del letto. Poi vedo che si muove. Quando sembra che ho la testa girata dall’altra parte la vedo muovere svelta svelta. Mi alzo, accendo tutte le luci, prendo il giornale, mi metto a leggerlo. Lo leggo da cima a fondo: cronaca nera, quotazioni di borsa, novità della moda, come fare i piccioni ripieni, come liberarsi dell’erba cattiva, le lettere del direttore, l’articolo di fondo, gli annunci economici, i necrologi ecc. Per tutto questo tempo la coperta si muove. Io mi scolo due tre birre, forse più. Intanto s’è fatto giorno e dormire diventa più facile.

L’altra notte è accaduto. Forse la cosa cominciò nel pomeriggio. Avevo sonno e m’ero messo a letto verso le quattro dopo mezzogiorno, e quando mi svegliai (o sognai di svegliarmi) era già buio e la coperta mi s’era avvinghiata alla gola poiché aveva deciso di farla finita con me. Era giunto il momento! Basta con le finte! Voleva la mia pelle, era molto forte, o diciamo che io ero piuttosto debole, come si è in sogno, e dovetti mettercela tutta per impedire che mi soffocasse. Ma restò aggrappata a me, quella coperta, e ogni tanto cercava di pigliarmi alla sprovvista, per strozzarmi. Avevo la fronte madida di sudore. Chi avrebbe mai creduto a una cosa del genere? Chi avrebbe mai prestato fede alla mia storia, se avessi raccontato a qualcuno che una coperta aveva cercato di assassinarmi? Nulla viene creduto finché non accade la PRIMA volta: come la bomba atomica o i russi che mandano un uomo nello spazio o Dio che scende in terra e lo mettono in croce quelli stessi che Egli ha creato. Chi ci crede alle cose a venire? L’ultima zaffata di fuoco? Gli otto o dieci uomini e donne a bordo d’un’astronave, la Nuova Arca, che vanno a trapiantare il seme dell’uomo su un altro pianeta? E chi, uomo o donna, avrebbe creduto che quella coperta mi voleva strangolare? Nessuno, figurarsi! E ciò rendeva la cosa peggiore, in qualche modo. Non me ne fregava niente di quello che pensassero le masse di me, e tuttavia, chissà perché, avrei voluto che la faccenda di quella coperta si risapesse. Buffo? Bah! Vacci a capire! E pensare poi che tante volte avevo meditato il suicidio. Ora che una coperta voleva darmi (per così dire) una mano, buffo, mi ribellavo a essa. (…)

La coperta


lacoperta(…) Bevevo solo un po’ di vino e birra, a quel tempo, e il sesso e il gioco d’azzardo non m’avevano ancora preso in loro balìa. Abitavo con una donna di strada, a quel tempo, e mi sembrava buffo che essa avesse ancora voglia di “far l’amore” (come diceva lei) con me, dopo essere stata con due tre altri uomini o anche più, quella sera stessa; e benché fossi ormai navigato – avevo fatto già diversi viaggi e parecchia galera – da vero Cavaliere della Strada, mi faceva lostesso un nonsocché ficcarlo lì dentro, dopo tutti quegli altri… la cosa mi rivoltava addirittura.
- Gioia mia, – lei mi diceva, – devi capire che io TI AMO. Con loro non provo niente. Tu non le conosci le donne, ecco quanto. Una donna può prenderti in corpo e tu credi di essere dentro di lei e invece no, non ci sei. A te io ti prendo dentro.
Tutti questi discorsi non m’aiutavano molto. Anzi rendevano più oppressiva l’atmosfera. E una notte – chi lo sa se sognavo, oppure no, dite quello che vi pare – mi svegliai e essa era a letto accanto a me (o sennò mi sognai di svegliarmi) e girai gli occhi intorno e vidi tanti ometti piccolini, trenta o quaranta saranno stati, che ci stavano legando con dei fili metallici al letto, con dei fili sottili d’argento o che, e ci passavano quei fili tutt’intorno, correndo sopra e sotto il letto.
La mia donna sentì che ero agitato. Aprì gli occhi, mi guardò.
- Zitta! – le dissi. – Non muoverti. Vogliono folgorarci.
- CHI CI VUOLE FOLGORARE?
- Perdio! t’ho detto di star zitta! Non muoverti! – li lasciai lavorare ancora un pezzo, fingendo di dormire. Poi di scatto mi tirai su, con tutte le mie forze, e spezzai i loro fili, cogliendoli di sorpresa. Tirai un pugno a uno, ma lo mancai. Non so dove scappassero, ma me ne sbarazzai.
- Ti ho salvato dalla morte, – dissi alla mia donna.
- Baciami, paparino, – ella mi disse. (…)

Il gattodo pulitore


gattopulitoreQuando furono presentati alla convention mondiale della pulizia di Terracina, i gattodi pulitori furono reclamizzati come l’invenzione del secolo. A prima vista, sembravano gatti come gli altri, soltanto dal pelo stranamente arruffato. Ma in realtà, non era così.
Frutto di incroci tra razze trasversali, esposizioni radioattive e innesti chimico-tecnologici, il gattodo pulitore era ricoperto da una bianca pelliccia sintetica composta da migliaia di soffici setole elettrostatiche. Bastava che entrasse in una stanza, e tutte le particelle di polvere che vi si trovavano dentro venivano attratte dalla sua pelliccia, rimanendovi intrappolate. Quando da bianco diventava grigio, allora il gattodo pulitore necessitava di un bagno, dal quale usciva come nuovo, pronto per nuove pulizie. L’istinto che lo animava, poi, lo portava a leccare continuamente il suolo per tirarne via la sporcizia. Ma ciò che lo rendeva davvero unico, era il fatto che non mangiava. O meglio, grazie a modifiche genetiche e al trapianto di un apparato digerente di alluminio, il gattodo pulitore si cibava esclusivamente di spazzatura. Di ogni tipo di spazzatura. Materiali organici, metalli pesanti, vetro, plastica, carta. Di tutto. E poi, altro prodigio della tecnica, il gattodo pulitore non aveva bisogno della cassetta per i propri bisogni. I suoi escrementi, infatti, consistevano in semplici flatulenze alla fragola, che sprigionava dalle orecchie. Per il resto, il gattodo pulitore era un gatto come gli altri. Dormiva, faceva le fusa, giocava con i gomitoli di lana, si riproduceva e miagolava.
La nuova invenzione divenne fin da subito il beniamino delle casalinghe di Terracina. Mentre i gattodi pulitori spolveravano e leccavano le loro case, le casalinghe potevano finalmente trascorrere le mattinate spaparanzate in poltrona a leggere riviste e a guardare film. Vista la loro efficacia, presto anche le famiglie e le ditte che pagavano una donna delle pulizie decisero di sostituirla con i gattodi pulitori. Così, a poco a poco, tutte le donne delle pulizie si ritrovarono sulla strada.
Con le discariche che da alcuni anni traboccavano di rifiuti, anche il comune di Terracina decise infine di mettere alla prova quelle strane creature. Ogni netturbino fu così affiancato da un gattodo pulitore, che teneva allacciato ai propri pantaloni con un guinzaglio. Poi, però, con i gattodi pulitori all’opera sulle strade, l’assessore al bilancio di Terracina si rese conto che il lavoro dei netturbini era diventato ormai superfluo, e che se ne poteva fare tranquillamente a meno, risparmiando così sulle spese. Mentre i gattodi pulitori leccavano i marciapiedi, spolveravano le strade e divoravano i sacchi dell’immondizia, anche i netturbini restarono perciò senza lavoro. L’assessorato dei lavori pubblici decise di tappezzare la città di grandi vasche quadrate, dove i gattodi pulitori si potevano gettare per risciacquarsi la pelliccia elettrostatica. In poco tempo, tutta Terracina sapeva di fragola.
Una mattina, con i gattodi pulitori che ormai pattugliavano ogni angolo della città, i sindacati dei netturbini e delle donne delle pulizie scesero in strada con cartelloni e striscioni che denunciavano l’ingiustizia subita. Quando un gattodo pulitore gli attraversava la strada, subito il piede di un netturbino gli tirava un calcio facendolo miagolare in una nuvola di polvere. Ma il comune non prestò ascolto a quelle proteste, e i due sindacati si videro costretti ad accontentarsi della cassa integrazione.
Un mistero irrisolto dei gattodi pulitori, però, era il loro essere immuni alla sterilità, il che li portò a riprodursi come conigli. Il comune se ne rese conto solo quando le sterilizzazioni effettuate su quelle bestiole si rivelarono inefficaci. In poco tempo, le strade, le vasche d’acqua, le discariche, insomma… ogni angolo di Terracina straripava di gattodi pulitori. Uscire di casa era un problema, con i gattodi pulitori che intralciavano il cammino. Anche riuscire a dormire non era una cosa semplice, per via degli assordanti miagolii che risuonavano nelle vie cittadine. Fu così che Terracina, ormai ripulita da ogni tipo di spazzatura, dovette essere ripulita dai gattodi pulitori. Richiamati in servizio, i netturbini e le donne delle pulizie furono mandati in strada con scope e randelli, per spingere i gattodi pulitori nel fiume che attraversava la città.
Trasportati dalla corrente, i gattodi pulitori arrivarono al mare, e da lì risalirono alla spiaggia scrollandosi le pellicce bianche e zuppe d’acqua, pronti per ripulire una nuova città.

Vaffanculo


vaffanculoIl dentista aveva trafficato ancora un po’ fra i miei incisivi con il suo ferro sottile, poi si era scostato esclamando:
- Fatto!

Un violento vaffanculo era esploso nello studio, mancando di poco l’assistente. Mi era rimasto incastrato fra i denti durante l’ultima lite con la mia ragazza. Avevo esitato un attimo di troppo e il mio bel “vaffa”, invece di schizzare fuori tagliente dalla bocca, era andato a sbattere contro gli incisivi superiori e ci si era incastrato in mezzo. Ogni volta che ci passavo la lingua mi ferivo, così per risolvere il problema mi ero dovuto rivolgere allo specialista.

- Mi scusi – mormorai imbarazzato sollevandomi dalla poltrona reclinata. Il dottore sorrise rassicurante:
- Non si preoccupi, casi come il suo sono molto frequenti soprattutto fra le persone timide.
E mi invitò a risciacquarmi la bocca.

Oh, Robin


ohrobinNightwing, nightwing, anche il tuo nome è idiota, ormai.

E non è per gelosia, lo sai, che io prendo le armi contro di te. Non è perché sei giovane, forte, elegante, e in grado di proteggere Gotham meglio di quanto non lo possa fare io, con il mio vecchio costume da pipistrello.

Non è così, sebbene il mio maggiordomo, che ora con il volto un po’ disgustato, mi mostra le nuove armi, giù nel garage che conosci così bene, là dove noi due…che conosci così bene.

E mi mostra, disgustato, le armi per battervi, voi Outsiders. Non è che lo faccia volentieri, credimi: non mi piace prendere le armi contro degli altri supereroi, dediti alla tutela del bene contro il male che imperversa, offuscando le notti, qui a Gotham city; quelle notti sulle quali, un tempo meraviglioso e ormai andato, vegliava nel cielo nero l’emblema luminoso del mio pipistrello.

Non le prendo volentieri, le armi contro di voi.

Ma Robin, oh, Robin, perché mi hai abbandonato, mio piccolo Robin? Non eri felice, dunque, quando ti coprivo tutto con il mio mantello nero, e sentivo il tuo volto timido e impaurito contro il mio costume grigio, contro il mio petto vigoroso?

Perché hai pensato di abbandonarmi, per andare con gli Outsiders?

Non eri felice, dunque, quando, avvolto nel mio enorme mantello nero, poi, scendevi giù, con la tua giovane testa dai capelli neri, scendevi giù al mio addome scolpito, e sempre avvolto dal mio mantello, perché nessuno potesse vedere, ragazzino, andavi alla ricerca della mia rigida virilità, e meravigliosamente la sollecitavi, e io …

… e io, non Gotham, non il suo avvenire, non il trionfo del bene sul male, non il nascondermi da chi mi voleva smascherare, non Joker, mio eterno rivale, avevo in mente, ma te, te, te, te.

“Prepara la bat-mobile” dico al mio maggiordomo. “Armala come ti ho detto.”

Haiku fantareale


haikufantareale2Donna di stelle
il giorno ti uccise
con la sua alba.

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