Archivio May, 2009

Il ritratto ovale


ritratto-ovale

(…) Era una fanciulla di rara bellezza, amabile quanto piena di gioia. Maledetta fu l’ora in cui vide il pittore, si innamorò di lui e lo sposò. Lui, uomo appassionato, studioso e austero, era già sposato con l’arte. Lei, fanciulla di rara bellezza, amabile e piena di gioia; tutta luce e sorrisi, festosa come una cerbiatta, amava e aveva cara ogni cosa. Odiava soltanto l’arte, sua rivale. Temeva soltanto la tavolozza e i pennelli e tutti gli odiati strumenti che la privavano della vista dell’amato. Fu terribile quando il pittore disse che voleva fare un ritratto anche a lei, sua giovane sposa. Ma, era umile e remissiva, e per molte settimane sedette docilmente nella stanza buia in cima alla torre dove la luce scendeva sulla pallida tela solo dall’alto. Ma lui, il pittore, si curava soltanto della propria opera, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Era un uomo appassionato, ombroso, malinconico. Così non si accorse che la luce, incombente in maniera tanto spettrale entro quella torre isolata, minava la salute e lo spirito della sua sposa: lei sfioriva a vista d’occhio. Tutti se ne accorgevano tranne il marito. Lei comunque seguitava a sorridere senza lamentarsi, perché vedeva che il pittore, già molto famoso, traeva da quell’opera un piacere intenso e lavorando notte e giorno per ritrarre colei che tanto lo amava e che tuttavia diventava giorno dopo giorno sempre più debole e triste. E in verità chi aveva visto il ritratto parlava sottovoce della somiglianza come di un’assoluta meraviglia e come una prova non soltanto dell’abilità del pittore, ma anche del suo profondo amore per la creatura ritratta in modo così straordinario. Ma alla fine, quando ormai l’opera stava per essere terminata, nessuno fu più ammesso nella torre perché il pittore, tutto presa dalla foga della propria arte, non staccava mai gli occhi dalla tela, neppure per guardare il viso di sua moglie. Non volle vedere che il colore steso sulla tela era sottratto dalle guance della donna seduta accanto a lui. E dopo molte settimane, quando ormai non restava quasi nulla da fare, se non una pennellata alle labbra e un’ombreggiatura agli occhi, lo spirito della donna ebbe ancora un guizzo, come una fiamma nella cavità di una lampada. Il colpo di pennello fu dato, l’ombreggiatura venne compiuta. Per un attimo il pittore rimase in estasi davanti all’opera finita. Ma un attimo dopo, mentre ancora lo guardava, cominciò a tremare e a impallidire; in preda al terrore, gridando: “Questa è la vita!”, si voltò verso l’amata: era morta.

Ring


ring(… ) Lo schermo divenne nero una volta, due, come se battesse le palpebre, e, quando la luce tornò, era diventato tutto rosso. Negli occhi dell’uomo c’era un’ espressione omicida. Il suo volto si avvicinò di nuovo, insieme con la spalla, dove s’intravedeva un osso nel punto in cui le carni erano state squarciate. Asakawa avvertì una pressione violenta sul petto. Vide di nuovo gli alberi. Il cielo ruotava su se stesso. Il colore del cielo che sbiadiva nel tramonto, il fruscio dell’erba arida. Vide terriccio, poi erbacce, e di nuovo il cielo. Chissà dove, sentì piangere un neonato. Non era certo che fosse quello di prima. Infine i bordi dello schermo divennero neri e l’oscurità si estese gradualmente sino a formare un cerchio intorno al centro. Ormai luce e ombra erano ben definite. Al centro dello schermo galleggiava, in mezzo all’oscurità, una piccola luna rotonda di luce. Nella luna c’era il volto di un uomo. Un grumo di qualcosa che aveva le dimensioni di un pugno cadde dalla luna, producendo un tonfo sordo. Un altro, e poi un altro ancora. A ogni suono, l’immagine sussultava e oscillava. Il rumore di un colpo che si ripercuoteva sulle carni, e poi oscurità. Anche allora, però, si continuava ad avvertire una vibrazione. Il sangue circolava ancora, pulsando. La scena proseguiva. Un’oscurità apparentemente interminabile. Poi, proprio come all’inizio, apparvero alcune parole. La scritta della prima scena era rozza, come quella di un bambino che sta imparando a scrivere, mentre questa era di qualità migliore. Lettere bianche, che apparivano e poi svanivano: adesso che avete visto queste immagini, siete condannati a morire esattamente a quest’ora, tra una settimana. Se non volete morire, dovete seguire esattamente queste istruzioni…

Bruce Willis a Torvaianica


scarafaggio-di-mareE’ qualche mese che scopo con Daniela e questa è la prima volta che lo facciamo fuori di casa. Lei è più grande di me, lavora, e di solito viene nella mia mansarda nell’intervallo del pranzo. Ha anche un marito ma credo che a lui non gliene importi molto. Non so come fa perché a me, invece, piace un casino e il tempo con lei non basta mai. E’ sempre allegra e, a letto, facciamo le peggio cose. Alla fine si tocca da sé perché dice che, se no, non riesce a venire. Ma a me piace anche quello.

Anche adesso, mentre facciamo l’amore qua, tra le dune, dove siamo venuti a nasconderci, i suoi occhi non mi lasciano un attimo. Ormai mi conosce bene, eppure non smette di sfidarmi: prova a fare di più! – sembra chiedere – prova a stupirmi, se ci riesci! E io, ti immagini, non capisco più niente. La bacio. La sua pelle è salata. I suoi capelli sono mischiati con la sabbia, ma non importa, la duna, ormai, è il nostro rifugio, la nostra tana, ci protegge dal mondo intero.

Però… e no, cazzo! questo non ci voleva! Uno scarafaggio, nero, schifoso, di quelli che vivono sulla spiaggia. Viene verso di noi. Hai voglia a dire “guarda che non sono scarafaggi, sono poveri scarabei e sanno fare tante cose interessanti…” come diceva mio cugino, quando ero piccolo, e mi toccava pure abbozzare perché, se no, mi rincorreva e me li infilava nella maglietta.

Il mostro orrendo sta alle spalle di Daniela e lei non si è accorta di niente. Sarà a un paio di metri ma è chiaro che punta diretto qui. Mi fa schifo ma non posso farci niente. Non posso fermarmi adesso. Non posso. Allora accelero. Te la faccio vedere io, brutta bestiaccia! E’ piccolo ma macina sabbia dopo sabbia e continua ad avvicinarsi. E’ una corsa contro il tempo, ma io non mollo, non te la do vinta. Vuoi la guerra? Va bene, vediamo chi arriva prima!

L’insetto avanza implacabile. Io pure… Daniela intanto ha chiuso gli occhi e respira più forte. Devo farcela… Adesso è molto vicino: un metro, forse meno, e si avvicina ancora. Chiudo gli occhi un momento, do tutto me stesso, sento che ci sono… sì! Ed ecco la voce di Daniela che viene anche lei. E viene così, per la prima volta, tutta d’un fiato. Apro gli occhi. Vedo che mi sorride… e vedo lo scarafaggio. E’ un attimo, faccio appena a tempo ad afferrarla e la porto in salvo rotolando sulla sabbia, alla Bruce Willis. Lei ride felice per il nuovo gioco e anch’io, adesso, rido come un matto.

L’ascoltatore


grandi-orecchieSono seduto qua, da solo, e ascolto i miei pensieri. Il mio corpo è accucciato per terra, su un cuscino, e le mie orecchie sono sedute. Sedute, o meglio, poggiate, su due specie di sedie, una per parte. Altrimenti mi schiaccerebbero. Sono così grandi, ma così grandi, le mie orecchie, che a paragone il resto del mio corpo è una briciola. Ogni giorno vengono due filippini, a pulirle per bene, le mie orecchie, con un enorme cotton fioc. Visto che vengono fino qui, e per il principio che il corpo è una macchina, e se un pezzo non funziona, tutto il sistema potrebbe rompersi, danno una pulita anche al resto: braccia, gambe, busto, viso. Mi fanno anche la barba, ché pure l’estetica vuole la sua parte. La mia testa è più larga ai lati, ed è almeno 10 volte il resto del mio corpo. Per muovermi uso una specie di carriola elettrica costruita su misura. Del perché mi siano cresciute le orecchie in tal modo, non so bene. Ho fatto due ipotesi, in questi anni: o sono cresciute per permettermi di ascoltare, o sono cresciute perché ascoltavo troppo. Nel senso che o sono come l’atleta, che mira a sviluppare i suoi muscoli per ottenere prestazioni migliori, o sono come l’operaio, i cui muscoli si sviluppano in conseguenza del lavoro che svolge. Tutto sta a capire se ho voluto io ascoltare, o semplicemente non potevo farne a meno. Ormai non importa più, in ogni caso. Ho ascoltato per una vita intera. Non è facile, ascoltare. Bisogna saperlo fare. Bisogna saper distinguere il tono, il timbro, il volume. Bisogna saper comprendere un umore, uno stato d’animo, un’emozione. Bisogna, soprattutto, riuscire a far capire che si sta ascoltando, con attenzione, con comprensione, con empatia. Le mie orecchie in questo sono meravigliose. Sembra che vibrino, che sappiano trasmettere l’essenza dell’ascolto completo, vero, profondo. Ho ascoltato, grazie a loro, le storie più incredibili. Ma quelle che preferisco sono le storie semplici, quelle di tutti i giorni, quelle che mi sono state raccontate tante volte, ma ogni volta le mie orecchie mi hanno permesso di coglierne la diversità, facendole diventare uniche, e preziose.

Con gli anni ho imparato ad amare le mie orecchie proprio per questo. Nonostante la vita difficile che mi hanno costretto a fare: nessuno sport, nessun vizio, nessun viaggio e, soprattutto è difficile fare sesso con due orecchie enormi e un corpo piccolissimo. Difficile, perciò, trovare qualcuno che mi ami per come sono. Non mi sono mai sentito solo, però. Non ne ho mai avuto il tempo. Finora. Tutti amano le mie orecchie, e di conseguenza, amano anche me. Le persone che vengono da me si fanno ascoltare come fossero vecchi amici, o vecchi sposi, o vecchi amanti. E l’intimità delle loro storie mi scalda. Mi fa sentire vivo, mi fa vivere la loro vita. Ho vissuto migliaia di vite, grazie alle mie orecchie.

Tutto questo, però, ora sta finendo.

Il problema si è verificato poco tempo fa. All’inizio non capivo. Perdevo alcune parole, mi sfuggivano delle intonazioni, non rinvenivo più alcuni significati. Non dissi niente a nessuno. Pensavo fosse stanchezza. Mi presi una vacanza. Passai tutto il tempo, una settimana, in totale silenzio. Più per dare modo alle mie orecchie di riposare, che per reale mio desiderio di provare qualcosa di diverso. Anzi, gli ultimi giorni mi sentivo così triste e solo, che non vedevo l’ora di ricominciare ad ascoltare. La vacanza non mi aveva giovato. Continuavo a perdermi le parole. Cominciai addirittura a perdere intere frasi. Stavo diventando sordo.

Adesso ripasso a mente tutte le storie che ho ascoltato, una per una, ogni giorno. E ogni notte. Mi tengono compagnia.

Forse un giorno le scriverò, per farle ascoltare a qualcun altro.

Bloody Tuesday


dentista-pazzoIeri sono andato dal dentista.
Mi presento col mio onesto quarto d’ora di ritardo e dopo un po’ che leggo in sala d’attesa un interessante

articolo sulle droghe sintetiche viene a prendermi questo ragazzino (avrà avuto circa la mia età, ma tant’è..) vestito da paramedico che con un forte accento meridionale mi dice “Mi sègua”.
Mi accomodo, mi lascio imbavagliare e mi becco, tanto per cominciare, il solito faro da stadio negli occhi.

Il bambinetto ci tiene ai dettagli, è uno preciso, e parte con la radiocronaca: “Ora rrimuoviamo il tattaro”.
E inizia a passarmi un minuscolo disco rotante tra un dente e l’altro con grande perizia. La piccola motosega, a contatto con le mie gengive, produce un effetto abbastanza prevedibile: tanto sangue e tanto dolore.
“Ci è parècchio sanguinamènto!” mi fa l’adolescente.
Io gorgoglio “Testa di cazzo” ma con sei etti di ferraglia in bocca mi esce una specie di verso d’assenso.
L’adolescente continua imperterrito, si ferma solo per dirmi: “Sciacqui”, di tanto in tanto, al che io prendo il bicchierino immancabilmente vuoto e, come lo prendo, il piccolo chimico schiaccia il pulsantino di riempimento infradiciandomi mano e camicia fino a mezzo avambraccio.
“Ora passiamo alla placca” e il dottoricchio prende un arnese che Amnesty International ha bandito nell’85. Arnese che termina in un gancio di ferro che con disinvoltura mi pianta tra un dente e l’altro per poi tirare via tutto quello che riesce. Anche questa delicatissima pratica, guarda un po’, causa un’emorragia copiosa che un po’ alla volta mi riempie la bocca.
Ma il teenager non si capacita: “Le sue ggengive sanguinano davvèro assai”.
Me lo immagino, a cinque o sei anni, a staccare le ali alle farfalle e poi piangere perché non volano più.
A un certo punto la scena deve diventare un po’ fortina perché gli sento bisbigliare “Mamma mia..”.

Porca Eva penso io, e gli faccio la smorfia che Ed Norton fa al suo capo in Fight Club, quando, durante una riunione, gli ringhia con tutti i denti sanguinanti. Poco dopo probabilmente si convince che per proseguire avrei bisogno di una trasfusione, e si ferma.
Come da copione, allora chiama la dottoressa perché dia un’occhiata al lavoro svolto. La dottoressa dà un’occhiata al campo di battaglia e inizia a spiegarmi che nota un inizio di recessione gengivale.
“Questa crisi non fa prigionieri”, commento.

Lei non raccoglie, ed erudendomi sulle possibili cause di questo problema, mi fa: “…una cosa del genere potrebbe inoltre essere provocata da un piercing linguale, ma…[occhiatina da testa a piedi e sorrisetto]…

non mi sembra certo il suo caso!”
Non mi resta che salutare questo consesso di maniaci compulsivi, saldare il conto e scapparmene a casa con uno strano sapore in bocca, un retrogusto dolciastro…

Delusione?

Rancore?

No, altro sangue.

Il guardiano del lago


panda-ubriacoIl temporale che da giorni flagellava la foresta emise una luce che la illuminò come fosse giorno. Un boato che più potente non si era mai sentito squarciò l’albero di cedrovite spargendo tutto intorno un liquido denso, dall’inconfondibile odore dell’alcol.

Il panda papà curvo dietro la schiena di panda mamma, appoggiata all’albero di cedrovite, fu completamente inzuppato dal liquido caduto dall’albero. Il panda papà tirò fuori il sesso dalla panda mamma e fuggì terrorizzato. Dopo nove mesi nacque il grappapanda. Apparentemente normale. Era stato concepito con la complicità del fulmine più potente mai caduto sulla terra che aveva colpito l’unico albero di cedrovite esistente in tutta la foresta.
Poi con il crescere cambiò. Apparve sulla groppa una protuberanza che man mano assunse le dimensioni di una botticella, simile a quella dei cani Sanbernardo, che scorreva, in avanti e indietro, a seconda della posizione che il grappapanda assumeva.

La botticella incorporata aveva tutte le funzioni necessarie a regolare i ritmi della sua vita, solo che il fulmine caduto sull’albero di cedrovite, aveva modificato la struttura genetica del pandino.

Il grappapanda non aveva sesso, non urinava, non defecava, non mangiava.

La botticella produceva cedrovite a elevato tasso alcolico e la valvola che avrebbe dovuto distillare e annacquare il liquido prodotto non funzionava, cosicché il grappapanda era costantemente ubriaco.

Camminava ciondolando a sinistra e la botticella accompagnava come in un valzer i movimenti ondulanti del panda; quando parlava, farfugliando, emetteva un suono spaventoso come il ruggito di un leone misto al barrire di un elefante.

Il suo alito riusciva a polverizzare le foglie e le piccole piante del bosco e avrebbe certamente ucciso qualsiasi altro animale che si fosse trovato all’altezza della sua bocca.

Aveva una zampa paralizzata dopo la caduta da un albero, e una canna di bambù si era conficcata sul collo così da apparire come un toro infilzato da una banderilla.

Tutti gli abitanti della foresta erano terrorizzati dal grappapanda.

Ma alla lunga la valvola compromessa creò un danno irreparabile. Alla ragguardevole età di tre anni un devastante ictus lo colpì. Tutta la parte destra del faccione si tirò come la pelle di un tamburo, l’occhio destro schizzò fuori e restò penzolante come il pendolo di un orologio e la bocca assunse un ghigno discendente che lo fece apparire come il più orrido degli animali esistenti sulla terra.

Lui non se ne avvide, sino a che un giorno, nel suo migrare solitario, arrivando sulle sponde di un laghetto ghiacciato, vide una parte di sé riflessa, si avvicinò sospettoso fino a sfiorare la superficie con il suo nasone e mise a fuoco l’immagine del suo enorme testone.

Restò per alcuni minuti a guardare incredulo poi il suo urlo più straziante squarciò il silenzio della montagna, il cuore gli esplose, la botticella fu espulsa dal suo corpo e fu lanciata al centro del laghetto dove poco a poco affondò in una nube di vapore.

Quel che restava del grappapanda affondò anch’esso lentamente nel laghetto ghiacciato, rimase solo, affiorante, l’enorme testa congelata che con il suo orrido ghigno clownesco, sembrava ammonire, come un guardiano del lago, chiunque osasse avvicinarsi.

Spezie


donnafruttaC’erano due cose che lui amava sopra ogni cosa: il cibo e lei.
L’aveva incontrata in un giorno di pioggia e, bagnati fradici, avevano deciso di andare a bere qualcosa per scaldarsi. Lei aveva ordinato una cioccolata aromatizzata alla cannella. Da quel momento lui seppe che sarebbe diventata la donna della sua vita. Scoprì presto che era anche una brava cuoca. E allora decise che non avrebbe mai più permesso a nessuno di assaggiare i manicaretti che lei preparava.
Ogni giorno a tavola c’erano un odore e un sapore diverso. E ogni giorno la pelle di lei profumava delle spezie che usava per cucinare. A letto lui la assaggiava sempre. Aveva attraversato il suo corpo con la lingua in ogni centimetro. La sua pelle era tenera. Profumava di liquirizia, e di zenzero; di menta e di mirto. Fare l’amore era un delirio di sensi.
Presto però lui non fu più soddisfatto. Sentiva che i sentimenti erano qualcosa di troppo labile, troppo volatile. Condividere la vita e il cibo non era abbastanza. Sapeva di non aver mai incontrato ragazza più dolce o più buona. Perderla sarebbe stato come morire.
Una notte lui le morse un alluce che sapeva di vaniglia. Non l’aveva mai addentata prima. A lei piacque molto. Rideva divertita. Allora capì che avrebbe potuto tenerla per sempre con sé.
Il giorno dopo, a pranzo, la tavola era imbandita di pietanze fumanti. Tutte profumatissime. In un piatto c’era un petto che sapeva di noce moscata, nell’altro una coscia allo zenzero. Poi una pancia al sesamo e una spalla alla menta… Con coltello e forchetta lui tagliava e infilzava, mangiando con passione e con gusto. Non aveva mai mangiato niente di più succulento.
Al centro, tra tutti i piatti, c’era una testa. Quella, con gli occhi spalancati, lo fissava mentre lui divorava quel banchetto meraviglioso. Lui le sorrise con la bocca piena:
- Amore mio, sei felice? Così staremo insieme per sempre.

Spot fantareale


Giancarlo Ratti e l’Antologia del Fantareale

Il gatto del Diavolo


diavologatto(…) Per un secondo Halston e il gatto si guardarono. Fu un momento strano per lui, uomo senza immaginazione e insensibile alle superstizioni. In quell’attimo, inginocchiato sul pavimento con la pistola spianata, ebbe la sensazione di conoscere quel gatto, anche se, se mai ne avesse visto uno con un pelo cosi insolito, sicuramente non l’avrebbe più dimenticato. Il muso era diviso perfettamente in due, mezzo bianco, mezzo nero. La linea di demarcazione gli correva dalla cima del cranio appiattito giù lungo il naso fino alla bocca, in linea retta. Nella penombra gli occhi erano enormi e in ciascuna delle nere pupille quasi circolari brillava un prisma riflesso dalle fiamme del fuoco, come un accigliato tizzone di odio. E il pensiero echeggiò nella mente di Halston: Noi ci conosciamo, tu e io. Poi passò. Ripose la pistola e si mise in piedi.
- Dovrei ammazzarla per questo, vecchio. Non mi piacciono gli scherzi.
- E io non ne faccio – ribatté Drogan. – Si sieda. Guardi qui dentro.
Da sotto il plaid che gli copriva le gambe aveva tolto una busta voluminosa. Halston si sedette. Il gatto, che era accovacciato sullo schienale del divano, gli saltò delicatamente in grembo. Lo guardò per un momento con quei grandi occhi scuri, le pupille incorniciate da sottili anelli verde-oro, poi si accucciò e cominciò a fare le fusa. Halston rivolse un’occhiata interrogativa a Drogan.
- E’ molto socievole – disse Drogan. – All’inizio. Questo caro gattino socievole ha ammazzato tre persone in questa casa. Ora resto solo io. Sono vecchio, sono malato… ma preferisco morire per conto mio.
- Non ci posso credere – commentò Halston. – Mi ha assunto per far fuori un gatto?
- Guardi nella busta, prego. – Halston lo accontentò.
Era piena di centinaia di biglietti da cinquanta, tutti vecchi.
- Quanto c’è?
- Seimila dollari. Ce ne saranno altri seimila quando mi porterà la prova che il gatto è morto. Il signor Loggia mi ha detto che dodicimila sono la sua tariffa standard.
Halston annuì accarezzando automaticamente il gatto che aveva in grembo. Dormiva, continuando a fare le fusa. (…)

Il biglietto della lotteria


lotteriaVendo biglietti di lotteria. È un mestiere dignitoso come qualsiasi altro. Ero sicuro che quel 18327 sarebbe uscito. Presentimenti che vengono. Lo offrii a quel giovanotto ben vestito che stava fermo all’angolo. Tra l’altro, era mio dovere farlo. Si mostrò interessato ai numeri che gli indicavo. Voglio dire che mi diede spago. Gli offrii il 18327. Rifiutò distrattamente. Non è questo il modo: quando non si vuole una cosa bisogna dirlo subito. Io insistei, era mio dovere. O no? Sorrise incredulo, come se fosse certo che quel numero non sarebbe uscito. Se avessi supposto che non aveva alcuna intenzione di acquistarlo, non sarebbe accaduto nulla. Ma quando uno mostra interesse già contrae un obbligo. Si formò un capannello di gente. Che avrebbero pensato di me? Era un affronto. Cercai di difendermi. Porto sempre addosso un coltello, non si sa mai.
La verità è che quel biglietto non vinse nessun premio, ma solo il rimborso. Non avrebbe perduto niente, e il 7 è un buon numero finale.

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