E’ una pazzia, mi dicevano gli amici. Ma io da troppo tempo accarezzavo l’idea, e finalmente l’ho realizzata. Ho aperto un negozio di racconto al taglio. Il locale è piccolo ma in una via del centro, di grande passaggio. All’interno, ha le pareti in pietra viva, mensole e sgabelli alti, e il bancone, con le spondine di vetro che proteggono le grandi teglie di ferro, nere, contenenti i fogli dei racconti, appena sfornati. Novanta per sessanta centimetri, un foglio. E in ognuno possono entrare dai venti ai trenta racconti, di varia misura. Dietro al bancone, spicca una specie di canna fumaria che ha una larga fessura da cui entrano ed escono le teglie.
A servire, c’è mia cugina, Valentina, una ragazzetta mora, con gli occhi stellati e un pearcing al naso. Molto sveglia. Maneggia con disinvoltura il forchettone, col quale tiene fermo il foglio, mentre con la rotella incide la carta per tagliare il pezzo, poi lo stacca, lo solleva con la paletta, lo appoggia sulla carta oleata e lo porge al cliente.
Davanti al negozio, sul marciapiede, abbiamo sistemato la sagoma rigida di un omino con gli occhiali, che con la mano sinistra sostiene, a mo’ di vassoio, una vecchia macchina da scrivere, mentre con la destra sciorina il menù , con i prezzi: “Racconti comici: pezzo piccolo 2 euro, pezzo medio 3 euro, pezzo grande 4 euro. Racconti gialli: piccolo 3 , medio 4 , grande 5 euro” e via dicendo. Ce n’è per tutti i gusti, la scelta del pezzo dipende dalla fame di leggere del cliente. Dopo la mezzanotte, serviamo anche racconti caldi, erotici.
I primi giorni, avevo il cuore in gola e le dita, sui tasti del computer, mi tremavano.
Io me ne sto nella mia fucina, nel retro ma, mentre lavoro, e stampo, e riempio le teglie, mi arrivano le voci dei clienti e le ordinazioni, gridate da Valentina. “E’ finita la fantascienza!!! Pronto anche con un’altra noir!”. Valentina è un treno: “Lo prende così, signora, il pezzo o lo vuole scaldato, con un autografo?”. I più lo vogliono scaldato, e dunque mi vengono passati dalla fessura i racconti tagliati e, appoggiati su una pala, io li firmo, e Valentina se li tira indietro, con un colpo secco.
Fin dall’inizio ai clienti abbiamo servito anche da bere: birra alla spina rossa o chiara, coca-cola, minerale. Dopo qualche settimana, abbiamo aggiunto sei tavolini in legno massello, con le sedie impagliate.
Ora, la sera, sforniamo dei racconti di genere classico o più originali, su fogli tondi.
I clienti, in genere, preferiscono sedersi e ordinare. E Vale gira tra i tavoli:
“Dunque per la signora un horror?”. “Sì ma senza vampiri, è possibile?”. “Certo, signora, me lo segno. E per lei, signore, un fantareale va bene? Lo vuole piccante? Prima di cominciare gradite qualcos’altro? Abbiamo barzellette, freddure, indovinelli, aneddoti…”. “No,grazie. Magari dopo… qualcosa di dolce, di poetico, vedremo”.
Certe sere, le persone restano fuori ad aspettare, se non hanno prenotato il tavolo, e li senti mugugnare: “Ma insomma! Quelli laggiù hanno finito di leggere… perché non si alzano?”. Il fatto è che le persone non vengono qui solo per gustarsi una storia, ma anche per stare insieme, per passare una serata piacevole.
“Dai, una di queste sere ci facciamo un racconto! Conosco un posto dove li fanno sfiziosi, per niente pesanti, te li divori proprio. E’ vicino a piazza Tripoli”. Ieri ho colto questo saluto tra due amici, sull’autobus. E ho pensato, sì, è il ‘mio’ locale, la ‘mia’ racconterìa. Incredibile.
Verso l’una, ogni notte, arrivano Mohammed e sua moglie Sharìa. In un’ora, puliscono il locale, Sharìa lava le teglie e tira a lucido il bancone. In un vassoio di alluminio mette i racconti del giorno, avanzati, e li incarta. Quasi sempre, glieli regalo. “Se vi fa piacere… sono in italiano… ma così assaggiate un po’ la nostra lingua scritta…”. Mohammed sorride, e ringrazia, dice che, con l’aria che tira, hanno poco da leggere la sera, e che i miei racconti vanno benissimo.
Tiro giù la serranda, nel cuore della notte. E anche stanotte, si sono fatte le due passate. Sempre, il silenzio della città mi commuove. Bella questa frase, come inizio: “Il silenzio della città lo commuoveva, ogni notte”.
Estraggo dalla tasca il mio book portatile, trascrivo la frase e la conservo nella cartella “Dispensa”. La lascio a lievitare e la impasterò con altre. Ma domani.
Il generale ha soltanto ottanta uomini e il nemico cinquemila. Nella sua tenda il generale bestemmia e piange. Allora redige un proclama ispirato che piccioni viaggiatori lanciano sul campo nemico. Duecento fanti passano al generale. Segue una scaramuccia che il generale vince facilmente, e due reggimenti passano dalla sua parte. Tre giorni dopo il nemico ha soltanto più ottanta uomini e il generale cinquemila. Allora il generale scrive un altro proclama, e settantanove uomini passano dalla sua parte. Resta un nemico solo, attorniato dall’esercito del generale che attende in silenzio. Passa la notte, ma il nemico non passa dalla sua parte. Il generale bestemmia e piange nella sua tenda. All’alba il nemico sfodera lentamente la spada e avanza verso la tenda del generale. Entra e lo guarda. L’esercito del generale si sbanda. Sorge il sole.
(…) 8 marzo. Quel giorno l’acqua trasportò vicino a noi un animale bianco, come quello che, comparso sulla spiaggia di Tsalal, aveva causato un incredibile tumulto tra i selvaggi. Avrei potuto catturarlo, ma fui colto da un’improvvisa indifferenza che me lo impedì. L’acqua era salita ancora di temperatura, tanto che ormai immergerci la mano era impossibile. Peters parlava poco e della sua apatia non sapevo che pensare. NuNu respirava e nulla più.
Grasse signore fluttuavano in cielo come palloncini.
Se lo rompo sette anni di guai. Solo che non lo sopporto più. Non solo quello di casa. Mi insegue e si riproduce. Ovunque mi volti ne vedo uno che mi strizza l’occhio vuoto. Ma lui, lui è il paradigma, il prototipo, l’exemplum. Lo conosco da quando ero una fantolina rimpannucciata. Le sue copie sono ovunque, pronte ogni volta a rimandarmi indietro lei. Sono anni che mi soggioca, mi attrae, mi seduce, mi alletta e respinge. Ieri ad esempio.
C’era un castello in cui c’era una volta. Poi dieci, cento, mille volte e mille volte mille. Il castellano era un uomo ricco ed egoista. Il suo unico desiderio era sempre stato quello di accumulare volte, il suo passatempo preferito quello di contare quante volte possedesse. Ormai, le volte erano così tante che contarle, volta dopo volta, era impresa tale da dare di volta il cervello. A volte, il castellano osservava da lontano l’ultima volta, e pensava: verrà presto la sua volta. Ma ogni volta era come la prima volta, anche perché erano tutte uguali. Così, una volta, fissò una bella volta e disse:- Questa è la volta buona! – e lasciò il castello.
Era stata una vera giornata da urlo. Non di vittoria però, né tantomeno di gioia. Avevo aspettato durante tutte le lunghe interminabili ore d’ufficio, poi imbottigliata nel traffico del rientro e persino davanti all’ascensore bloccato di nuovo al terzo piano. Adesso, con la porta di casa richiusa alle mie spalle potevo finalmente sfogarmi; ho spalancato la bocca e ho lasciato andare l’urlo, di rabbia, che mi tenevo dentro dalla mattina; l’ho sentito vibrare forte nella gola, poi risuonare nella stanza e rientrarmi assordante nelle orecchie. Non so quanto tempo sono rimasta così, con gli occhi chiusi, il cappotto ancora addosso e i pugni stretti lungo i fianchi: cinque, forse dieci minuti; mi ha riscosso un fracasso improvviso, ho aperto gli occhi e ho visto l’urlo, impazzare per la stanza spaccando vasi e rovesciando lampade e cornici; spaventata ho impugnato una sedia tentando di impedirgli di arrivare anche in cucina e quello mi si è girato contro ululando inferocito, ho fatto un balzo all’indietro e afferrando al volo le chiavi ho infilato la porta di casa. Con l’ascensore ancora rotto al terzo piano ho preso le scale mentre l’urlo mi inseguiva facendo scattare tutti gli allarmi del condominio. Ho attraversato il cortile cercando inutilmente di avvisare un gruppo di ragazzini che stava giocando a guerre stellari; l’urlo li ha presi in pieno sbattendoli a terra e ha ripreso la sua corsa; solo che adesso alla sua nota violenta si erano aggiunti i toni striduli e acuti dei ragazzini che, se possibile, mi perforavano ancora di più i timpani. Nel tentativo di sfuggirgli ho girato intorno al palazzo arrivando sul viale dietro casa: pessima idea, nel giro di pochi metri l’urlo mi aveva seguito e inghiottendo lo stridio dei freni dei tram, le voci acute dei litigi dei passanti, gli strilli dei bambini legati nei passeggini aveva raddoppiato, triplicato la sua forza. Mi sono buttata in una via laterale zigzagando fra stradine poco frequentate ma quello non mi mollava; stordita dal suo frastuono ho perso del tutto l’orientamento e mi sono ritrovata all’imboccatura della tangenziale nell’ora di punta. Era troppo vicino, allora per non farmi raggiungere mi sono buttata fra le macchine incolonnate, saltando sui cofani mentre l’urlo cresceva a dismisura gonfiandosi dello strombazzare esasperato dei clacson. E non mi mollava. Oramai correvo fra le case isolate di periferia risvegliando i latrati frustrati dei cani dietro le recinzioni, non ce l’avrei fatta ancora per molto a scappare così, sentivo le gambe cedermi e quel maledetto mi avrebbe certo raggiunto. Davanti a me ho visto dei pali elettrici e con l’ultima speranza ci sono passata in mezzo: ha funzionato.
Lo vidi in quell’angolo e lo riconobbi subito. Aveva le ali, ma non volava. Le utilizzava per schermirsi il muso.