Archivio June, 2009

Racconterìa


racconteriaE’ una pazzia, mi dicevano gli amici. Ma io da troppo tempo accarezzavo l’idea, e finalmente l’ho realizzata. Ho aperto un negozio di racconto al taglio. Il locale è piccolo ma in una via del centro, di grande passaggio. All’interno, ha le pareti in pietra viva, mensole e sgabelli alti, e il bancone, con le spondine di vetro che proteggono le grandi teglie di ferro, nere, contenenti i fogli dei racconti, appena sfornati. Novanta per sessanta centimetri, un foglio. E in ognuno possono entrare dai venti ai trenta racconti, di varia misura. Dietro al bancone, spicca una specie di canna fumaria che ha una larga fessura da cui entrano ed escono le teglie.

A servire, c’è mia cugina, Valentina, una ragazzetta mora, con gli occhi stellati e un pearcing al naso. Molto sveglia. Maneggia con disinvoltura il forchettone, col quale tiene fermo il foglio, mentre con la rotella incide la carta per tagliare il pezzo, poi lo stacca, lo solleva con la paletta, lo appoggia sulla carta oleata e lo porge al cliente.

Davanti al negozio, sul marciapiede, abbiamo sistemato la sagoma rigida di un omino con gli occhiali, che con la mano sinistra sostiene, a mo’ di vassoio, una vecchia macchina da scrivere, mentre con la destra sciorina il menù , con i prezzi: “Racconti comici: pezzo piccolo 2 euro, pezzo medio 3 euro, pezzo grande 4 euro. Racconti gialli: piccolo 3 , medio 4 , grande 5 euro” e via dicendo. Ce n’è per tutti i gusti, la scelta del pezzo dipende dalla fame di leggere del cliente. Dopo la mezzanotte, serviamo anche racconti caldi, erotici.

I primi giorni, avevo il cuore in gola e le dita, sui tasti del computer, mi tremavano.

Io me ne sto nella mia fucina, nel retro ma, mentre lavoro, e stampo, e riempio le teglie, mi arrivano le voci dei clienti e le ordinazioni, gridate da Valentina. “E’ finita la fantascienza!!! Pronto anche con un’altra noir!”. Valentina è un treno: “Lo prende così, signora, il pezzo o lo vuole scaldato, con un autografo?”. I più lo vogliono scaldato, e dunque mi vengono passati dalla fessura i racconti tagliati e, appoggiati su una pala, io li firmo, e Valentina se li tira indietro, con un colpo secco.

Fin dall’inizio ai clienti abbiamo servito anche da bere: birra alla spina rossa o chiara, coca-cola, minerale. Dopo qualche settimana, abbiamo aggiunto sei tavolini in legno massello, con le sedie impagliate.

Ora, la sera, sforniamo dei racconti di genere classico o più originali, su fogli tondi.

I clienti, in genere, preferiscono sedersi e ordinare. E Vale gira tra i tavoli:

“Dunque per la signora un horror?”. “Sì ma senza vampiri, è possibile?”. “Certo, signora, me lo segno. E per lei, signore, un fantareale va bene? Lo vuole piccante? Prima di cominciare gradite qualcos’altro? Abbiamo barzellette, freddure, indovinelli, aneddoti…”. “No,grazie. Magari dopo… qualcosa di dolce, di poetico, vedremo”.

Certe sere, le persone restano fuori ad aspettare, se non hanno prenotato il tavolo, e li senti mugugnare: “Ma insomma! Quelli laggiù hanno finito di leggere… perché non si alzano?”. Il fatto è che le persone non vengono qui solo per gustarsi una storia, ma anche per stare insieme, per passare una serata piacevole.

“Dai, una di queste sere ci facciamo un racconto! Conosco un posto dove li fanno sfiziosi, per niente pesanti, te li divori proprio. E’ vicino a piazza Tripoli”. Ieri ho colto questo saluto tra due amici, sull’autobus. E ho pensato, sì, è il ‘mio’ locale, la ‘mia’ racconterìa. Incredibile.

Verso l’una, ogni notte, arrivano Mohammed e sua moglie Sharìa. In un’ora, puliscono il locale, Sharìa lava le teglie e tira a lucido il bancone. In un vassoio di alluminio mette i racconti del giorno, avanzati, e li incarta. Quasi sempre, glieli regalo. “Se vi fa piacere… sono in italiano… ma così assaggiate un po’ la nostra lingua scritta…”. Mohammed sorride, e ringrazia, dice che, con l’aria che tira, hanno poco da leggere la sera, e che i miei racconti vanno benissimo.

Tiro giù la serranda, nel cuore della notte. E anche stanotte, si sono fatte le due passate. Sempre, il silenzio della città mi commuove. Bella questa frase, come inizio: “Il silenzio della città lo commuoveva, ogni notte”.
Estraggo dalla tasca il mio book portatile, trascrivo la frase e la conservo nella cartella “Dispensa”. La lascio a lievitare e la impasterò con altre. Ma domani.

L’annuncio


Racconto vincitore del Fantareale Slam su I lavori fantareali.

Tema per un arazzo


piccione-viaggiatoreIl generale ha soltanto ottanta uomini e il nemico cinquemila. Nella sua tenda il generale bestemmia e piange. Allora redige un proclama ispirato che piccioni viaggiatori lanciano sul campo nemico. Duecento fanti passano al generale. Segue una scaramuccia che il generale vince facilmente, e due reggimenti passano dalla sua parte. Tre giorni dopo il nemico ha soltanto più ottanta uomini e il generale cinquemila. Allora il generale scrive un altro proclama, e settantanove uomini passano dalla sua parte. Resta un nemico solo, attorniato dall’esercito del generale che attende in silenzio. Passa la notte, ma il nemico non passa dalla sua parte. Il generale bestemmia e piange nella sua tenda. All’alba il nemico sfodera lentamente la spada e avanza verso la tenda del generale. Entra e lo guarda. L’esercito del generale si sbanda. Sorge il sole.

Storia di Arthur Gordon Pym


arthur-gordon-pym(…) 8 marzo. Quel giorno l’acqua trasportò vicino a noi un animale bianco, come quello che, comparso sulla spiaggia di Tsalal, aveva causato un incredibile tumulto tra i selvaggi. Avrei potuto catturarlo, ma fui colto da un’improvvisa indifferenza che me lo impedì. L’acqua era salita ancora di temperatura, tanto che ormai immergerci la mano era impossibile. Peters parlava poco e della sua apatia non sapevo che pensare. NuNu respirava e nulla più.
9 marzo. La sostanza bianca e cinerea ci pioveva addosso copiosa. A sud, la cortina di vapore si era come per incanto levata sull’orizzonte e cominciava ad assumere una forma distinta. Non saprei a che cosa paragonarla se non a una cataratta senza fine che silenziosamente precipiti in mare da un immenso e lontano monte del cielo. A sud questo sipario gigantesco chiudeva l’orizzonte in tutta la sua estensione, ma da esso non proveniva alcun suono.
21 marzo. Un’oscurità sinistra si distese su di noi, eppure dalle lattee profondità dell’oceano si levava un bagliore di luce che veniva a lambire i fianchi dell’imbarcazione. Eravamo quasi sopraffatti dalla pioggia bianca e cinerea che si abbatteva su di noi e sulla canoa, sciogliendosi però al contatto con l’acqua. La sommità della cataratta si perdeva confusa in lontananza, sebbene le stessimo evidentemente andando incontro a folle velocità. A tratti vi scorgevamo ampie e repentine incrinature al cui interno regnava una confusione di immagini fluttuanti e indistinte, dalle quali scaturivano venti forti, possenti ma silenziosi, che nel loro corso squarciavano il mare ardente.
22 marzo. L’oscurità era diventata ancora più fitta, alleviata soltanto dal bagliore dell’acqua che rifletteva il sipario bianco calato davanti a noi. Uccelli giganteschi, d’un bianco livore, sbucavano incessanti da dietro al velo, urlando l’eterno Tekeli-li! e sottraendosi alla nostra vista. A questo punto Nu-Nu, sul fondo dell’imbarcazione, si scosse, ma toccandolo ci accorgemmo che aveva reso l’anima. Stavamo ormai per precipitare nell’abbraccio della cataratta, dove un abisso si spalancò per accoglierci. Ma ecco levarsi sul nostro cammino una figura umana velata, di proporzioni ben più vaste di qualsiasi essere umano. E il colore della pelle della figura era del bianco assoluto della neve.

Grasse signore in cielo come palloncini


donna-volanteGrasse signore fluttuavano in cielo come palloncini.
Quello è stato l’anno in cui abbiamo dimenticato i nostri sogni e ci siamo svegliati, sconcertati, borbottanti. Era primavera quando le ho viste roteare in cielo, di qua e di là, cullate da un venticello leggero. Erano incantevoli a vederle da lontano ma in qualche modo sapevo che erano un brutto segno. Potevano voler dire una sola cosa: il mio ex era tornato.
E infatti quel giorno, qualche ora dopo, ho incontrato Fred Luck. Stavo tornando a casa a piedi dalla toeletta per cani, ed eccolo lì seduto su una panchina al bordo della piazza del paese che guardava le grasse signore volteggiare nel cielo terso. Ehi tu!, mi ha urlato, ed è balzato in piedi. Era uno a cui piaceva fare le sorprese. Quanto tempo, ho risposto. Non riuscivo a guardarlo negli occhi. Continuavo a pensare non farlo non farlo ma in qualche modo sapevo che era solo questione di tempo. Aveva gli occhi come la liquirizia: lucidi e amari. Eloise!, ha urlato di nuovo Fred, anche se era solo a pochi centimetri da me. Ti stavo aspettando! Non puoi tornare di botto nella vita di una persona come se niente fosse, ho cercato di dire, ma invece mi è uscita così: Oh, Sì, Be’. Per un attimo siamo rimasti lì in piedi a studiarci, ciascuno con le sue ragioni nascoste nella manica. A dire il vero le mie non erano poi così nascoste. Fred, quando aveva avuto il tempo di concentrarsi su di me, era stato un amante fantastico e io mi sentivo un po’ sola. Fred, ho cominciato io. Adesso mi chiamo Jack, ha detto lui, ho cambiato nome. Jack Luck?, ho chiesto. Avevo spaghetti cinesi al posto del cervello, crema d’anatra e riso bianco al posto del cervello. Ha annuito. Mi sa che ho più la faccia da Jack che da Fred, mi ha detto, e si è ficcato le mani in tasca. Era vero. Rendeva giustizia al nome Jack. Però stavi facendo alzare le quotazioni del nome Fred, ho detto arrossendo. Gli stavi ridando dignità, in un certo senso. Grazie, ha risposto lui e ha sorriso. (…)
Quando siamo usciti di casa ho guardato Fred, ma lui aveva le mani in tasca e fissava il cielo notturno, le grasse signore che coprivano le stelle come buchi neri, come respiri affannosi, come nuvole dimenticate. Ho scosso la testa pensando a come mi sentivo, a quanto desideravo che mi toccasse, mentre la rabbia che avevo accumulato se ne stava nascosta in qualche punto lontano. Lui ha aspettato che lo raggiungessi, poi mi ha passato un braccio sulle spalle, mi ha dato un bacio sulla fronte e io l’ho seguito a casa. Al mattino abbiamo fatto colazione in una tavola calda vicina al parco. Io sorseggiavo caffè e Fred mangiucchiava un muffin alla banana. Le cameriere ci guardavano, terrorizzate: sapevano di cosa era capace Fred. Forse non è una buona idea, ho pensato, ma alla fine ho detto: Che bella giornata. Alla radio c’era un gran discutere su come far scendere le grasse signore dal cielo. Durante il giorno salutavano allegramente con la mano da lassù ma io immaginavo che oramai dovessero essere affamate. Ho pensato però che quella forse era l’evoluzione naturale delle cose, il modo in cui girava il mondo. Forse valeva anche per le grasse signore: che l’attimo prima una cosa fosse un’arancia e l’attimo dopo fosse una pesca. E magari sarebbero discese silenziosamente da sole via via che perdevano peso fino ad atterrare quaggiù come noialtri: tirate, scarne e senza sogni, tutta la loro gloriosa rotondità svanita.

Black or white


Per vedere il video clicca due volte nel visore!

Lui


specchio2Se lo rompo sette anni di guai. Solo che non lo sopporto più. Non solo quello di casa. Mi insegue e si riproduce. Ovunque mi volti ne vedo uno che mi strizza l’occhio vuoto. Ma lui, lui è il paradigma, il prototipo, l’exemplum. Lo conosco da quando ero una fantolina rimpannucciata. Le sue copie sono ovunque, pronte ogni volta a rimandarmi indietro lei. Sono anni che mi soggioca, mi attrae, mi seduce, mi alletta e respinge. Ieri ad esempio.

Torno a casa. Mi spoglio. Vorrei stare tranquilla, rimettere in ordine. Invece ecco che mi chiama. Mi avvicino e fisso lei. Sì è sempre lei. Oggi ha gli occhi cerchiati, il colorito spento. Mi sorride e mille piccole increspature le frantumano di colpo il volto. Lui non si scompone. Anzi, da che mi sembrava un po’ appannato, si affretta a farsi più lucido e trasparente, terso come un laghetto alpino. I fiori della cornice intrecciano i loro gambi, si fanno più brillanti, come ridessero. La guardo e mi rimanda indietro quello sguardo dubitoso e un poco incredulo.

Lui sembra quasi vibrare di gioia. Cosa aspetta? ‘Oggi sembri più stanca’ sussurra. Ne è contento, lo sento dal tono. Prendo la crema, mi tiro indietro i capelli con una forcina e inizio a massaggiarmi il viso. Il movimento deve essere circolare e seguire gli orbicolari degli occhi. La guardo. Mi guarda speranzosa. Me la ricordo bambina piccola che allarga la gonna in una riverenza e si inchina. Adolescente lunatica che si passa continuamente le mani sul torace ancora piatto. Vestita da sposa che poggia le labbra sulle labbra.

E che bella voce aveva lui, allora. Che modi incantatori, ogni volta che le sussurrava di avvicinarsi. Ora la sua voce si è fatta arcigna e derisoria. E i suoi toni sempre più tirannici. E’ cominciato dal giorno in cui è tornata da quel tribunale, le dita macchiate d’inchiostro, le guance di lacrime ormai secche. E’ corsa da lui per averne conforto, ma proprio quel giorno è iniziata la sua progressiva marcia verso la spietatezza. E, in fondo, lei non ha che lui…

-Ci vuole ben altro, mia cara – le sussurra stavolta.

No, non ha compassione. L’attrae, l’avvinghia a sé in una muta contemplazione, poi ecco la sferza mostrandole una nuova piccola rovina. E negli ultimi anni gode di appoggi potenti. Lei si strappa con uno sforzo a quell’incantesimo e saluta quel povero essere imprigionato, mentre si allontana.
- Un giorno ti libero – promette.

Dentro l’uomo


dentro-luomoC’era un castello in cui c’era una volta. Poi dieci, cento, mille volte e mille volte mille. Il castellano era un uomo ricco ed egoista. Il suo unico desiderio era sempre stato quello di accumulare volte, il suo passatempo preferito quello di contare quante volte possedesse. Ormai, le volte erano così tante che contarle, volta dopo volta, era impresa tale da dare di volta il cervello. A volte, il castellano osservava da lontano l’ultima volta, e pensava: verrà presto la sua volta. Ma ogni volta era come la prima volta, anche perché erano tutte uguali. Così, una volta, fissò una bella volta e disse:- Questa è la volta buona! – e lasciò il castello.

Camminò per mesi. Quando si fermò, tutto intorno era rovine e desolazione.

- Qui non c’è anima viva, – sbottò, senza comprendere la portata della sua espressione – saranno tutti usciti!

Procedette, guardando basso, finché i suoi occhi incrociarono dei piedi di donna. Alzò lo sguardo e rimase esterrefatto: i piedi erano tutto ciò che, della donna, potesse vedere. Perfino il viso era coperto da un inquietante vestimento. Provò a parlarle, ma lei chinò il capo e se ne andò.

- Burka! – esclamò – Che donne timide ci sono qui.

Andando per via gli si fece accanto un vecchio:- Cosa vai cercando? – disse – Qui non abbiamo nemmeno di che mangiare.

Il castellano rimase sorpreso perché aveva visto, non lontano da lì, che l’erba del vicino era sempre più verde.

- Dove mi trovo? – chiese.

- A Cantalalbar, – rispose il vecchio – un tempo questa città era nota per i suoi locali dove la gente era libera di cantare, ma oggi perfino ascoltare musica è proibito.

- Chi vi proibisce di cantare? – riprese il castellano.

- Di cantare come anche di ballare, di vestire, di giocare, di studiare liberamente. Sono i Malefan, uomini fanatici. Ci costringono a vivere miseramente, intenda chi ha orecchie per intendere e anche chi di orecchie non ne ha più.

- Perché non vi ribellate o scappate? – questionò il castellano.

Il vecchio si alzò la veste e replicò:- Gente in gamba, come me, ce n’è. In gambe, invece, molta di meno. – Proseguì:- Certo che vorremmo dargliele, o almeno darcela a gambe levate, ma levate le gambe, non possiamo più darcela!

Il castellano, costernato, chiese allora:- Sono molto ricco, cosa posso fare per voi?

Sentenziò il vecchio:- Torna tra la tua gente, e racconta loro non ciò che non è stato ancora detto, ma ciò che mai deve mai essere dimenticato. Ché quanto hai visto è sì nello spazio e nel tempo, ma è anzitutto dentro l’uomo.

Una giornata da urlo


urloEra stata una vera giornata da urlo. Non di vittoria però, né tantomeno di gioia. Avevo aspettato durante tutte le lunghe interminabili ore d’ufficio, poi imbottigliata nel traffico del rientro e persino davanti all’ascensore bloccato di nuovo al terzo piano. Adesso, con la porta di casa richiusa alle mie spalle potevo finalmente sfogarmi; ho spalancato la bocca e ho lasciato andare l’urlo, di rabbia, che mi tenevo dentro dalla mattina; l’ho sentito vibrare forte nella gola, poi risuonare nella stanza e rientrarmi assordante nelle orecchie. Non so quanto tempo sono rimasta così, con gli occhi chiusi, il cappotto ancora addosso e i pugni stretti lungo i fianchi: cinque, forse dieci minuti; mi ha riscosso un fracasso improvviso, ho aperto gli occhi e ho visto l’urlo, impazzare per la stanza spaccando vasi e rovesciando lampade e cornici; spaventata ho impugnato una sedia tentando di impedirgli di arrivare anche in cucina e quello mi si è girato contro ululando inferocito, ho fatto un balzo all’indietro e afferrando al volo le chiavi ho infilato la porta di casa. Con l’ascensore ancora rotto al terzo piano ho preso le scale mentre l’urlo mi inseguiva facendo scattare tutti gli allarmi del condominio. Ho attraversato il cortile cercando inutilmente di avvisare un gruppo di ragazzini che stava giocando a guerre stellari; l’urlo li ha presi in pieno sbattendoli a terra e ha ripreso la sua corsa; solo che adesso alla sua nota violenta si erano aggiunti i toni striduli e acuti dei ragazzini che, se possibile, mi perforavano ancora di più i timpani. Nel tentativo di sfuggirgli ho girato intorno al palazzo arrivando sul viale dietro casa: pessima idea, nel giro di pochi metri l’urlo mi aveva seguito e inghiottendo lo stridio dei freni dei tram, le voci acute dei litigi dei passanti, gli strilli dei bambini legati nei passeggini aveva raddoppiato, triplicato la sua forza. Mi sono buttata in una via laterale zigzagando fra stradine poco frequentate ma quello non mi mollava; stordita dal suo frastuono ho perso del tutto l’orientamento e mi sono ritrovata all’imboccatura della tangenziale nell’ora di punta. Era troppo vicino, allora per non farmi raggiungere mi sono buttata fra le macchine incolonnate, saltando sui cofani mentre l’urlo cresceva a dismisura gonfiandosi dello strombazzare esasperato dei clacson. E non mi mollava. Oramai correvo fra le case isolate di periferia risvegliando i latrati frustrati dei cani dietro le recinzioni, non ce l’avrei fatta ancora per molto a scappare così, sentivo le gambe cedermi e quel maledetto mi avrebbe certo raggiunto. Davanti a me ho visto dei pali elettrici e con l’ultima speranza ci sono passata in mezzo: ha funzionato.

L’urlo si è incastrato fra i fili con uno sfrigolio di lampi azzurrini. Vedevo da sotto pezzetti di grida e invettive scoppiettare come faville luminose e spegnersi bruciati prima di toccare terra. Tutto attorno si diffondeva un gran puzzo. Avevo le gambe a pezzi, mi sono seduta a terra e ho appoggiato la schiena a uno dei pali. In alto le stelle brillavano più forti per via del blackout che aveva spento tutta la zona. Ho rabbrividito, mi sono stretta nel cappotto e infilando le mani tasca ho sentito il mazzo delle chiavi di casa. Allora mi è venuta voglia di non rientrare mai più perché tanto, già lo sapevo, domani mattina mi aspettava un’altra giornata da urlo.

Il nonpossum


nonpossumLo vidi in quell’angolo e lo riconobbi subito. Aveva le ali, ma non volava. Le utilizzava per schermirsi il muso.

Lo incontrai il giorno dopo. Stava dietro a tutti gli altri. Per osservarlo mi sono arrampicato su un albero. Era raggomitolato su se stesso con la coda tra le gambe. Non tentava nemmeno di alzarsi in posizione eretta.

Lo notai poi sulle rive di un lago. Era il periodo degli accoppiamenti. Fronde scarmigliate dall’irruenza riproduttiva rompevano l’incanto del luogo. Lui stava sotto un albero, un po’ distante dall’acqua. Era solo. Sembrava si contasse le dita degli arti.

L’ultima volta lo vidi in una landa deserta. Stava scavando una buca con gli artigli. Vi scomparse dentro…il nonpossum.

Pagina successiva »