Archivio July, 2009

Sapori di casa


pipe-rigateLontano da casa, in una città che non è la mia, dopo aver parlato al telefono con mia moglie e soprattutto con mia figlia, avvertivo tutto il peso della distanza ed ero in un mood malinconico. Forse era uno spleen, o forse era un mood: non vorrei passare per pretenzioso, perciò diciamo mood.
Era ora di cena e il mood – abbiamo deciso che era mood – mi ha trasportato senza che me ne accorgessi davanti all’ingresso del ristorante “Sapori di casa”.
Ho sbirciato dentro. I tavoli erano apparecchiati con tovaglie variegate, nessuna uguale all’altra: a quadretti, a fiori, con fantasie di verdure, oppure tovaglie souvenir di città d’arte e di località di mare. I piatti appartenevano a un buon numero di servizi diversi, ma non abbastanza per raggiungere la ricercatezza di un servizio per ciascun tavolo; e non è che vi fosse particolare attenzione nell’abbinare le finiture dei piatti con le tonalità delle tovaglie. Bicchieri e posate mostravano orgogliosi la tempra di chi ha resistito a migliaia di passaggi in lavastoviglie.
Il mood, ancora lui, mi ha spinto a entrare e a sedermi. Si è avvicinato il cameriere, con indosso un grembiule e uno strofinaccio in mano, e con premura mi ha lasciato il menu.

MENU DELLA CASA
Primi piatti: pasta al burro, pasta al sugo.
Secondi piatti: hamburger, bastoncini di pesce(*).
Contorni: insalata con pomodori, insalata senza pomodori.
Vassoio di formaggi.
(*) prodotto surgelato

- Questa pasta al burro, com’è?
- Ah, questa è un po’ la nostra specialità. Cuociamo la pasta nell’acqua bollente, in una terrina mettiamo un pezzo di burro, poi scoliamo la pasta e mescoliamo bene. Se vuole ci mettiamo il parmigiano.
- Va bene: che tipo di pasta fate?
Il cameriere prende due scatole aperte dallo scaffale, le soppesa, poi ne ripone una e rovescia il contenuto dell’altra nella bilancia, guarda il peso e mi fa:
- Pipe rigate: è la morte loro.
- E di secondo cosa mi consiglia?
- Bè, veramente qui non si usa molto…
- Scusi?
- Solitamente qui serviamo solo il primo oppure solo il secondo. E’ una questione di equilibrio nell’apporto alimentare.
- Ah.
- Da bere cosa le porto?
- Del vino, grazie.
Il cameriere passa dietro al bancone, apre lo sportello di un frigo, poi si batte la mano sulla fronte:
- Ho dimenticato di comprarlo! Scusi, sa, ma con tutto quello che c’è da pensare qui, chi se lo ricordava, il vino? Anzi, meglio che me lo segni, così domani ce l’ho.
Rigira intorno al bancone e va alla parete dove campeggia una lavagnetta bianca.

DA COMPRARE
zucchero di canna
uova
tonno in scatola (quello in offerta)
detersivo piatti
spruzzino del wc

Prende il pennarello e aggiunge in fondo: “vino (1 bianco 1 rosso)”, poi se ne va in cucina. Torna dopo qualche minuto con il mio piatto di pipe rigate fumanti. Mentre mangio, lui passa nuovamente dietro al bancone, apre un asse da stiro e si mette a stirare tovaglie e tovaglioli e strofinacci e parannanze. Io mangio e ogni tanto lo guardo da sotto, ben attento a non farmi notare. Anche lui fa lo stesso: ogni tanto, con grande discrezione, alza gli occhi e dà una veloce occhiatina per vedere a che punto sono.
Ho finito da un poco quando lui mi dice:
- La scarpetta, non la fa?
- Scusi?
- Asciughi, asciughi il burro con il pane: è buonissimo, sa? E poi – glielo dico in tutta sincerità – così ci dà una mano per la pulizia.
C’è qualcosa di particolare in quest’uomo: è cortese e però non oserei contraddirlo. Faccio la scarpetta ed è buona come quella di casa.
- Ha ancora fame?
- Bè …veramente sì.
Il cameriere sposta l’asse da stiro, apre di nuovo il frigo e mentre ci guarda dentro mi dice:
- Vuole dei formaggi? Qui c’è del Philadelphia cominciato, sarebbe proprio da finire.
Mi spalmo il Philadelphia con voluttà su ricche fette di pane fino a saziarmi. Per la felicità di entrambi, la mia sazietà coincide con la fine del Philadelphia.
- Bene, grazie, mi porta il conto?
- Il conto? Veramente mi mette in difficoltà. Questo è il momento peggiore del mio lavoro.
- E come fa, allora?
- Dico: faccia lei.
E si allontana, visibilmente imbarazzato.
Ho lasciato 50 euro e il mood, e sono uscito felice di essermi sentito a casa.

30 luglio La scrittura dei sensi – prima parte


marchio_piccolo1Tatto e Olfatto è la lezione della serata. Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi ti spiegheranno come si scrive usando tutti i sensi… Esercizi e suggestioni in diretta!

Il primo dei tre incontri previsti de La scrittura con i sensi si terrà gratuitamente sulle rive del Tevere, alle 21.30 presso lo Spazio Multimediale Tibur (discesa da Ponte Cestio, 50 metri sulla sinistra lato Lungotevere degli Anguillara).

Puoi ascoltare la lezione anche in diretta radio… direttamente da casa o dal villaggio vacanze!
Clicca qui per ascoltare l’intera lezione.

Oggi sul Tevere si gioca scrivendo coi sensi


sensiLa scrittura dei sensi – Prima parte: Tatto e olfatto.
Lezione gratuita di scrittura creativa della Scuola Omero.
Giochi narrativi con palpate tattili e annusate olfattive.
A cura di Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi.
Giovedì 30 luglio 2009 ore 21.30.
Sulle rive del Tevere – Spazio Multimediale Tiber (Ponte Cestio, lato Trastevere).

La lezione sarà disponibile anche in diretta radio…
Clicca qui per ascoltare la diretta che inizierà alle 21.30 di giovedì 30.

Voglia di guidare


fetonte1Il giovane non vuole sentire discorsi, e insiste nella sua idea e smania dalla voglia di guidare. E allora, dopo aver indugiato il più possibile, il padre lo porta davanti al carro, regalo di Vulcano. L’asse era d’oro, come la stanga e il cerchio delle ruote, la serie di raggi d’argento. Lungo i gioghi c’erano topazi e gemme che riflettevano al Sole bagliori sfavillanti. Fetonte contemplava stupito il carro e ne studiava i particolari, e intanto da oriente l’Aurora puntuale aprì i battenti purpurei e la porta piena di rose. Fuggono le stelle, e Lucifero, in retroguardia, lascia per ultimo il campo del cielo.
Non appena vide Lucifero scendere verso la terra e il mondo tingersi di rosso e la falce della luna sfocata quasi svanire, il padre comandò alle Ore veloci di preparare i cavalli. Subito le dee eseguirono l’ordine, e dalle alte stalle portarono fuori i cavalli nutriti di succo d’ambrosia, che sbuffavano fuoco, e misero loro i morsi tintinnanti. Allora il padre spalmò un sacro medicamento sul viso del figlio perché tollerasse le vampe voraci.
Ma il peso del figlio è leggero, non è quello che conoscono i cavalli del Sole, il giogo non grava su di loro come al solito; e come senza opportuna zavorra le navi ricurve traballano e instabili perché troppo leggere sbandano per il mare, così il carro, privo del peso consueto, sobbalza per l’aria con grandi scosse e quasi sembra un carro vuoto. Appena se ne accorgono, i quattro destrieri si scatenano, lasciano la pista usuale e smettono di correre in modo ordinato. Lui si spaventa, e non sa da che parte tirare le briglie che si è fatto affidare, non sa più dov’è la strada, e anche se lo sapesse, non riuscirebbe a controllarli.
Allora per la prima volta i raggi scaldarono la gelida Orsa, la quale cercò invano d’immergersi nel mare a essa vietato; e il Serpente, che si trova vicino al polo glaciale e che prima era intorpidito dal freddo e non faceva paura a nessuno, si riscaldò e a quel bollore fu preso da una furia mai vista.

Dimenticati da Dio


L’antilucciola


antilucciolaSimile in tutto e per tutto alla lucciola, l’antilucciola volando crea il buio intorno a sé. Vero terrore dei bambini, fai il buono, a mamma, che chiamo l’antilucciola!, è invero molto amata dai timidi di ogni sorta, che ormai non se la sentono più di girare senza, e potrei pure capirli.

Per non parlare dei ladri, mi raccomando, sartapi’, prendi il barattolo di antilucciole, così nessuno ci vede mentre sgraffigniamo la refurtiva!

Make your darkness, è lo slogan che si contendono invece gli amanti dell’horror, o del melodramma, fatto sta che alla fine entrambi girano con un nugolo di antilucciole in tasca.

Nei paesi artici sono diventate un businness, allevate nei mesi di buio, vengono vendute al chilo nei mesi del sole perenne.

Io pure devo ammettere che non riesco più a farne a meno. Ho la mia antilucciola sempre in tasca. Se vi state chiedendo a quale delle sopra citate categorie io appartenga, ve lo dirò: a nessuna. Voglio soltanto potermi mettere un dito nel naso in santa pace.

Il nome, il naso


nasoDico è difficile sentire davvero l’odore della pelle d’una ragazza specialmente se si è così in tanti ammucchiati eppure io lì ecco che sento sotto di me una pelle certamente bianca di ragazza, un odore bianco con la speciale forza del bianco, un odore leggermente picchiettato di lentiggini sottili forse invisibili, una pelle che respira come i pori delle foglie i prati, e tutto il puzzo che c’era lì intorno resta a distanza di questa pelle diciamo due centimetri o magari solo millimetri, perché io intanto mi metto a aspirare questa pelle dappertutto di lei che dorme la faccia nascosta nelle braccia, i capelli magari rossi lunghi sulle spalle sulla schiena, le gambe lunghe distese fresche nella tazza dietro i ginocchi, adesso sì che io respiro e non sento altro che lei, e lei che deve aver sentito dormendo che io la sto sentendo non deve essere contraria perché si alza sui gomiti sempre tenendo giù la faccia e io dall’ascella passo a sentire com’è giù il seno fino sullla punta, e siccome mi sono messo logicamente un po’ a cavallo mi viene oppurtuno anche di spingere nel senso in cui mi sento gratificato a farlo e in cui sento che anche lei ne è gratificata e così mezzo dormendo si può trovare il modo di metterci in modo che ci troviamo d’accordo su come mettermi io e su come mettersi adesso ottimamente lei.

La pietra della follia


testaDopo averla ammazzata l’ho fatta a pezzi.

Sono uscito fuori e i pezzi li ho buttati via via nei tombini, lungo la strada.

Rientrato in casa, mi sono accorto che avevo lasciato la testa sul tavolo. Per farla sparire l’ho immersa in una pentola piena d’acqua, che poi ho messo sul fuoco. Sembrava che le palpebre si muovessero. Alla fine si sono sollevate definitivamente e gli occhi mi hanno guardato da sotto l’acqua che bolliva. Anche le labbra si sono mosse. Sentii la sua voce:

- Mio figlio mi ha ammazzato, mio figlio mi ha ammazzato.

Mi sono avvicinato, ma ho fatto cadere la pentola. La testa era dritta al centro della cucina e gridava fortissimo per richiamare i vicini:

- Mio figlio mi ha ammazzato, è un assassino.

Sono corso in strada ma una delle sue gambe, che fuoriusciva da un tombino, mi fece cadere. Ho cercato di rialzarmi, ma una sua mano tagliata mi ha trattenuto. Nel frattempo la sua testa, alla finestra, rideva a più non posso.

Non vendere il tuo secrétaire


secretaire- Proprio senza vergogna!
Il secrétaire aveva cominciato a protestare quando tirai fuori dallo sgabuzzino il rotolo di plastica a bolle. La sua voce da vecchio tremava di rabbia. Mi sembrò uscisse da un’incrinatura sulla ribaltina. Ci posai sopra il dito, mi restò attaccata della segatura.

- Non cercare di zittirmi, ammetti che mi hai liquidato.

Posai il rotolo, rimisi sul tavolo le forbici e cercai di negare.
- Non è la prima volta che ti imballo, ti ho portato dietro in tutti i miei traslochi e non hai mai detto una parola.

- Già, ma ora ti vuoi disfare di me. Ipocrita. Bella riconoscenza, dopo che ti ho seguito dappertutto per trent’anni!

Sbruffava, muovendo il fiocco giallo appeso alla chiave brunita. Era il suo unico fronzolo, la sola nota di colore sul legno di noce scuro. A Ingrid, mia moglie, era piaciuto per la sua linea semplice, appena addolcita dalla curvatura degli angoli. La crepa sul fianco che lo distingueva come una cicatrice di guerra non riuscivo più a sopportarla, i cassettini sbilenchi che non si chiudevano mi facevano innervosire ogni volta che li toccavo.

- Ti ho appena fatto lucidare dal restauratore. Ti ho fatto cambiare i vetri degli sportelli in basso. Con il piano dello scrittoio abbassato, fai proprio una bella figura. Ti ho rimesso in sesto e ti lamenti?
- Mi hai fatto sistemare per eliminarmi meglio – disse il secrétaire.
Aveva ragione.

- Ma è solo un altro trasloco – , mentii, questa volta vergognandomi un po’.

- Già, la destinazione finale.
L’avevo venduto a un antiquario che l’aveva adocchiato dal restauratore e aveva offerto 500 euro. Era molto di più di quello che l’avevamo pagato al mercato delle pulci di Parigi. Lo scrutai sul frontale e sui lati per vedere se si era preso qualche tarlo. Quella segatura rischiava di mandarmi a monte l’affare.

- Facevate tenerezza quando mi avete portato a casa, voi due sposini. Non potevate permettervi un vero restauro e mi avete dato una verniciata che faceva pena. Ma l’ho sopportata di buon grado, ero anche commosso da tante attenzioni.

Lo guardai irritato. Il secrétaire era il solo nostro mobile nel monolocale ammobiliato che avevamo preso in affitto appena arrivati a Parigi. Mancava una scrivania e, cercando tra le bancarelle, Ingrid se n’era subito innamorata. Quando lo comprammo, Ingrid mi sussurrò:

- Quei cassettini sembrano fatti apposta per conservare le lettere d’amore.
Erano ormai vuoti.

- Vi eravate divertiti ad aggiustarmi. Vi eravate messi sul pianerottolo davanti all’appartamento perché lì entrava più luce che in casa. Qualche chiodo, un po’ di vernice.. et voilà. Un trattamento poco ortodosso per un mobile di stile come me, ma mi sentivo ringiovanito.

- E’ acqua passata – , dissi sottovoce, quasi tra me e me.

- Vi ho accompagnato in tutte le case -, aggiunse.
Ed elencò le sue benemerenze:

- Ho tenuto di tutto e non ho mai protestato. Lettere, libri, quaderni dei conti, bomboniere d’argento, soprammobili di porcellana, sottobicchieri di cristallo. Le candele profumate mi facevano venire voglia di starnutire, ma mi avete mai sentito fiatare? Mai. Mi avete messo il vellutino sui ripiani e il bordino di pizzo fatto dalla mamma. Tutti quei chiodini sul bordo mi facevano sentire un fachiro. E non mi sono mica lamentato. Mi avete spostato dal soggiorno alla camera da letto, alla sala da pranzo, al corridoio, allo studio, alla stanza degli ospiti. Sono stato vicino alla finestra, tra due porte, in vista, nascosto…

- Va bene, va bene, sei stato sempre con noi. E adesso è finita. Succede, no?

- Il posto che preferivo era nella sala da pranzo – , continuò implacabile, – qualche cena era un po’ noiosa, ma quando invitavate gli amici simpatici era uno spasso. E ti ricordi quando il vostro bambino pensava che nascondessi dei tesori? A Pasqua cercava sempre gli ovetti nei miei cassetti. E ne trovava. Ingrid mi ha sempre trattato bene, mi ha messo le cere migliori, mi ha sempre dato importanza. L’ingrato sei tu. Non mi meraviglio che se ne sia andata.

Non lo sopportavo più.

- Sta zitto! – , sbottai. Addolcii il tono. – Non girare il coltello nella piaga.

- Vorresti che tornasse, lo so. Ti posso aiutare se vuoi. Ma ormai mi hai venduto.

Mi venne voglia di prenderlo a calci.

- Sei un vecchio rottame, non servi a niente e pretendi di aiutarmi.

Il secrétaire non si scompose. Sospirò e disse le ultime parole con voce paziente – Tu prova a scriverle una lettera, mettiti qui.
Ho seguito il suo consiglio. Ho abbassato lo scrittoio, ho accostato la sedia, ho preso carta e penna. Sono passati tre giorni e tre notti e sono ancora qui che scrivo.

23 luglio Fantareale slam outdoor sul lungotevere!


serafiniIl secondo appuntamento sulle rive del Tevere organizzato da Omero è quello con un Fantareale Slam Outdoor! sul tema delle “Vacanze fantareali”

La gara si terrà sulle rive del Tevere giovedì 23 luglio alle ore 21 presso lo Spazio Multimediale Tiber (discesa da Ponte Cestio, 50 metri sulla sinistra lato Lungotevere degli Anguillara – Trastevere – oppure discesa da ponte Garibaldi, discesa Piazza Belli, 300 metri sulla destra.

L’iscrizione è gratuita e aperta a tutti. Per iscriversi bisogna prenotarsi via e-mail all’indirizzo fantareale@omero.it fino a un giorno prima della gara.

Come sempre al vincitore andrà un premio di 300 euro!

Per conoscere il vincitore della serata clicca qui!

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