Un ometto stava prendendo la macchina quando un energumeno gli si parò davanti.
– Ehi tu dammi la macchina se no ti sbatto!
L’ometto mise su la faccia a punto interrogativo perché aveva già sentito quelle parole, ma non ricordava dove e quando.
L’energumeno picchiò dritto in faccia e l’ometto fece solo in tempo a vederlo sgommare con la macchina prima di svenire e ritrovarsi molti anni prima, all’università.
Il ragazzetto era in un angolo appartato a pomiciare con una ragazza. Un energumeno si fece sopra di loro.
– Ehi tu dammi la sgrinfia se no ti sbatto!
Il ragazzetto guardò l’energumeno con la faccia a punto interrogativo. Stava pensando di aver già sentito quelle parole, ma non ricordava dove e quando. L’energumeno picchiò in piena faccia il ragazzetto che lo vide andar via con la ragazza sotto braccio, prima di svenire e risvegliarsi qualche anno più indietro, al liceo.
Il pischello stava parcheggiando il motorino nel parcheggio della scuola quando un energumeno lo prese alle spalle.
– Ehi tu dammi il motorino se no ti sbatto!
Si poteva vedere chiaramente il punto interrogativo che il pischello portava sulla faccia. Quelle parole avevano un sapore già sentito. Proprio sulla faccia l’energumeno picchiò duro. Il pischello ebbe il tempo di vedere l’energumeno andar via impennando col suo motorino, prima di svenire e svegliarsi alle medie.
Il bimbo si era messo in un angoletto appartato per godersi il cestino della merenda. Un energumeno si avvicinò.
– Ehi tu dammi la merenda se no ti sbatto!
Il bimbo con aria interrogativa era certo di aver già sentito quelle parole, ma non ricordava dove e quando. L’energumeno lo picchiò in piena faccia. Il bimbo vide divorare la sua merenda, poi per lo shock svenne e si svegliò qualche anno prima, sul passeggino al parco.
Con su il ciuccio preferito il bimbetto pisolava tranquillo, quando un energumeno gli si parò davanti.
– Ehi tu dammi il ciuccio se no ti sbatto!
Il bimbetto fece una O di stupore. Per quanto ancora non capiva le minacce dell’energumeno, il suono gli ricordava qualcosa.
Il bimbetto venne picchiato al centro della faccia interrogativa e come ultima immagine, prima di svenire, vide l’energumeno soddisfatto col ciuccio in bocca. Al risveglio si trovò nel posto dove le anime scelgono i corpi con cui nascere sulla Terra.
Una piccola anima stava per infilarsi nel bebè che aveva scelto, quando arrivò un’anima prepotente che le disse:
– Ehi tu dammi quel corpo!
L’anima prepotente rubò il bebè alla piccola anima dopo averla stesa come una pezza vecchia. Una volta ripresa dallo shock la piccola anima si infilò in un neonato più grosso del normale, un energumeno, e disse:
– Vai vai che ti sbatto ogni volta che t’incontro!
Questo qui sopra è un promo dell’incipit letto dall’autore.
Il figlio cervello va dal dottore.
Il terzo appuntamento sulle rive del Tevere organizzato da Omero è quello con un Fantareale Slam Outdoor! sul tema “Roma d’agosto”.
Il gusto è la lezione della serata. Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi ti spiegheranno come si scrive usando tutti i sensi… Esercizi e suggestioni in diretta!
Triste il destino di quell’uomo di Norcia,
Il bambino nella foto in bianco e nero sulla libreria, aveva una palla in mano e disse: “ Chi vuole giocare con me?”
Un fragore si levò dalla folla per essere scandito come uno slogan: – Quel che è giusto è giusto! Quel che è giusto è giusto! – E senza smettere di pronunciarlo, le bambole incominciarono a sciamare sul letto, salendosi sulle spalle per riuscire ad arrampicarsi. Nel giro di un minuto, l’intera ciurma stava ansimante di fronte a Peter, e la Cattiva, che si era ritirata in fondo al letto, agitava la gruccia dalle retrovie della folla al grido di: – Adesso!
Un giovane giardiniere persiano disse al suo principe:
Lì, appoggiata a una palma e a un olivo, albero di Pàllade, Latona dette alla luce due gemelli, con rabbia della loro matrigna. E si racconta che anche di lì, dopo il parto, scappò per sfuggire a Giunone, con in braccio i figli, due esseri divini. Giunta ormai nel territorio della Licia, patria della Chimera, mentre il sole picchiava sui campi bruciandoli, sfinita dalla lunga corsa si sentì la gola riardere dalla sete, per la spietata calura. E i figli avidamente le avevano poppato fin l’ultima goccia di latte. Per caso vide in lontananza, in fondo a una valle, un laghetto; dei contadini laggiù raccoglievano vimini a mazzi, e giunchi, e alghe amiche delle paludi. Si avvicinò, la figlia del Titano, e inginocchiatasi si chinò per attingere acqua fresca e bere. Quella rozza masnada glielo vietò, e lei così si rivolse a che glielo vietava: “Perché non volete che tocchi l’acqua? Tutti hanno diritto all’uso dell’acqua. La natura non ha fatto di proprietà privata né il sole né l’aria e neppure la fluida acqua. E’ a un bene pubblico che mi sono accostata, e ciò nonostante vi chiedo di darmene come si chiede un favore. Io non avevo intenzione di lavarmi qui gli arti e il corpo affaticato, ma solo dissetarmi. Parlo, ma ho la bocca secca e la gola che mi riarde, tanto che a stento ci passa la voce. Un sorso d’acqua sarà per me del nettare, e riconoscente dirò di aver riavuto la vita: con l’acqua mi donerete la vita. E abbiate pietà anche di questi, che dal mio grembo tendono le piccole braccia” – E per combinazione i figli tendevano le braccia. Chi non si sarebbe commosso alle miti parole della dea? Quelli invece si ostinano a proibirle di bere, malgrado le sue preghiere, e aggiungono minacce se non se ne va, e per di più anche ingiurie. E come se non bastasse intorbidano perfino il lago con piedi e mani, e con perfidi salti smuovono dal fondo dei gorghi il molle fango di qua e di là. La collera fa dimenticare per un momento la sete alla figlia di Ceo; e infatti essa ormai non supplica più quella gente indegna, e non si abbassa più a dire parole che non sono da dea. Leva i palmi delle mani verso gli astri, e dice, : “Che viviate in eterno in questo stagno!” Succede come vuole la dea; a quelli piace starsene nell’acqua, e ora andar sotto con tutto il corpo nella conca della palude, ora spuntare fuori col capo, ora nuotare a fior d’acqua, spesso fermarsi sulla riva, spesso rituffarsi nelle fredde profondità. Ma ancora sfogano le loro linguacce a litigare, e senza nessun pudore, anche stando sott’acqua, sott’acqua si sforzano d’imprecare. Anche la voce ormai è roca, le guance si gonfiano, tumide, e le stesse ingiurie dilatano le bocche già larghe. Il dorso è verde; il ventre, che è poi quasi tutto il corpo, è bianchiccio. E sguazzano nella acque fangose, rane nuove.