Archivio August, 2009

Ti sbatto!


energumeno1Un ometto stava prendendo la macchina quando un energumeno gli si parò davanti.
– Ehi tu dammi la macchina se no ti sbatto!
L’ometto mise su la faccia a punto interrogativo perché aveva già sentito quelle parole, ma non ricordava dove e quando.
L’energumeno picchiò dritto in faccia e l’ometto fece solo in tempo a vederlo sgommare con la macchina prima di svenire e ritrovarsi molti anni prima, all’università.
Il ragazzetto era in un angolo appartato a pomiciare con una ragazza. Un energumeno si fece sopra di loro.
– Ehi tu dammi la sgrinfia se no ti sbatto!
Il ragazzetto guardò l’energumeno con la faccia a punto interrogativo. Stava pensando di aver già sentito quelle parole, ma non ricordava dove e quando. L’energumeno picchiò in piena faccia il ragazzetto che lo vide andar via con la ragazza sotto braccio, prima di svenire e risvegliarsi qualche anno più indietro, al liceo.
Il pischello stava parcheggiando il motorino nel parcheggio della scuola quando un energumeno lo prese alle spalle.
– Ehi tu dammi il motorino se no ti sbatto!
Si poteva vedere chiaramente il punto interrogativo che il pischello portava sulla faccia. Quelle parole avevano un sapore già sentito. Proprio sulla faccia l’energumeno picchiò duro. Il pischello ebbe il tempo di vedere l’energumeno andar via impennando col suo motorino, prima di svenire e svegliarsi alle medie.
Il bimbo si era messo in un angoletto appartato per godersi il cestino della merenda. Un energumeno si avvicinò.
– Ehi tu dammi la merenda se no ti sbatto!
Il bimbo con aria interrogativa era certo di aver già sentito quelle parole, ma non ricordava dove e quando. L’energumeno lo picchiò in piena faccia. Il bimbo vide divorare la sua merenda, poi per lo shock svenne e si svegliò qualche anno prima, sul passeggino al parco.
Con su il ciuccio preferito il bimbetto pisolava tranquillo, quando un energumeno gli si parò davanti.
– Ehi tu dammi il ciuccio se no ti sbatto!
Il bimbetto fece una O di stupore. Per quanto ancora non capiva le minacce dell’energumeno, il suono gli ricordava qualcosa.
Il bimbetto venne picchiato al centro della faccia interrogativa e come ultima immagine, prima di svenire, vide l’energumeno soddisfatto col ciuccio in bocca. Al risveglio si trovò nel posto dove le anime scelgono i corpi con cui nascere sulla Terra.
Una piccola anima stava per infilarsi nel bebè che aveva scelto, quando arrivò un’anima prepotente che le disse:
– Ehi tu dammi quel corpo!
L’anima prepotente rubò il bebè alla piccola anima dopo averla stesa come una pezza vecchia. Una volta ripresa dallo shock la piccola anima si infilò in un neonato più grosso del normale, un energumeno, e disse:
– Vai vai che ti sbatto ogni volta che t’incontro!


Questo qui sopra è un promo dell’incipit letto dall’autore.

Roma d’Agosto [Official Video]


Vincitore Fantareale Slam Roma d’Agosto!

Infiammazione


cervelloIl figlio cervello va dal dottore.
- Ho una febbricola a 36.7°-37.1° tutti i giorni, perdo peso, mi sento debole, mi ammalo spesso.
- I sintomi sono così aspecifici che non posso individuare una causa precisa.
- Aspetti, l’anamnesi non è ancora finita.
- Cosa?
- L’anamnesi.
- Cos’è?
- La ringrazio signorina per questa domanda. È quello che le sto dicendo.
- Qui non ci sono signorine. Comunque, mi dica.
- Lo faccio volentieri. Papà fegato è amaro e s’ingrossa, si accascia sul divano; mamma stomaco è acida e brontola, si accascia sul lettino da spiaggia; il gatto pancreas vomita e miagola nella notte, si accascia per terra. Tutti guardano la TV, soprattutto le notizie tristi e i film d’azione con tanti morti. Abbiamo un’auto per uno e tanti elettrodomestici. Che io sappia, anche gli altri organi stanno così.
- Ora è tutto chiaro. C’è un’infiammazione in corso nell’organismo, probabilmente da anni. La reazione in sé è naturale e necessaria, ma a lungo andare, abbatte le difese immunitarie e apre la porta a infezioni opportunistiche: non si butta la spazzatura quando è il proprio turno, si fa liberamente aria nel lettone, si tira una coltellata.
- È grave?
- È la norma. È normale.
- Quindi sto così…?
- Guardi, la gente ci convive. Io stesso per noia ho ammazzato mio papà, che per gola aveva mangiato il gatto, che per rabbia aveva staccato un orecchio a mia mamma, che per dispetto non aveva buttato la spazzatura.
- Non c’è cura?
- Non saprei da dove cominciare… stia anzi così. Quando si sente mancare, prenda un Menefregol in granuli sciolto in un superalcolico. Se se la sente, può anche andare a puttane.
- Non ha effetti collaterali?
- Tanta tristezza e un vago senso di colpa.
- Va bene, farò così.
- Bravo, continui così.

20 agosto Fantareale slam outdoor


serafiniIl terzo appuntamento sulle rive del Tevere organizzato da Omero è quello con un Fantareale Slam Outdoor! sul tema “Roma d’agosto”.
La gara si terrà sulle rive del Tevere giovedì 20 agosto alle ore 21 presso lo Spazio Multimediale Tiber (discesa da Ponte Cestio, 50 metri sulla sinistra lato Lungotevere degli Anguillara – Trastevere – oppure discesa da ponte Garibaldi, discesa Piazza Belli, 300 metri sulla destra).
L’iscrizione è gratuita e aperta a tutti. Per iscriversi bisogna prenotarsi via e-mail all’indirizzo fantareale@omero.it entro la mezzanotte del 19 agosto.
Come sempre al vincitore andrà un premio di 300 euro!

Clicca per conoscere il vincitore!


13 agosto La scrittura dei sensi


linguaIl gusto è la lezione della serata. Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi ti spiegheranno come si scrive usando tutti i sensi… Esercizi e suggestioni in diretta!

Il terzo dei tre incontri previsti de La scrittura con i sensi si terrà gratuitamente sulle rive del Tevere, alle 21.30 il 13 agosto presso lo Spazio Multimediale Tibur (discesa da Ponte Cestio, 50 metri sulla sinistra lato Lungotevere degli Anguillara, Roma).

Cronaca della serata: ascolta l’intera lezione!

L’uomo di Norcia


uomo-alberoTriste il destino di quell’uomo di Norcia,
che al posto delle braccia aveva rami di quercia,
che nella vita, trascorsa nelle foreste tra fitti alberi,
conobbe solo l’amore degli uccelli: dalle aquile ai passeri.

La lumachina d’argento


lumacaIl bambino nella foto in bianco e nero sulla libreria, aveva una palla in mano e disse: “ Chi vuole giocare con me?”
Il sassofonista nero dalla sua cartolina non rispose. Indossava una giacca rossa e i pantaloni neri. Era alto, altissimo. Dannatamente magro. Dava le spalle al bambino con la palla. Lui non giocava mai a palla, suonava il suo sassofono tutto il giorno ondeggiando lentamente avanti  e indietro. Note rosse e nere fuoriuscivano dalla cartolina come bolle di sapone. Si libravano fino al soffitto della stanza blu, cozzavano l’una contro l’altra, rosse e nere. La ballerina di porcellana faceva stretching, roteava le punte dei piccoli piedi. Spiccò un salto e iniziò a volteggiare intorno al bambino con la palla; entrava e usciva dalla cornice. Al bambino con la palla rimase la bocca aperta, sfuggì la palla che fece tre rimbalzi e rotolò fino all’uccellino di legno sul settimino. L’uccellino, ottima riproduzione di un pettirosso, cinguettava, in un duetto con il sassofonista nero. Il putto giapponese di ceramica con il sederino all’insù gattonava sulla scrivania. La ballerina di tango dal poster guardava in basso e sollevando  la coscia, serrò il polpaccio e il piede sul gluteo destro del tangheiro. Lui indossava un cappello, lei no; aveva i capelli neri lucidi serrati in una crocchia. Il ballerino le teneva una mano sollevata, anche lui guardava in basso. I loro piedi strusciavano sul pavimento, facendoli apparire e scomparire dal poster. Sul tavolino con le gambe oro e il ripiano blu, i figli bambini, il marito giovane e il cane bianco, attraverso le piccole cornici, raccontavano ognuno la propria storia, sovrastando con la voce quella degli altri. Il cane bianco serrava tra le mascelle un legnetto, che gli veniva lanciato, oltre la cornice d’argento, da una donna con il poncio; in quel poncio il tempo era fermo agli anni ‘70. Appoggiata al muro azzurro da una piccola sveglia che faceva tic tac tic tac tic tac tic tac una lumachina d’argento lasciava la bava argentata del tempo.

Le bambole


bamboleUn fragore si levò dalla folla per essere scandito come uno slogan: – Quel che è giusto è giusto! Quel che è giusto è giusto! – E senza smettere di pronunciarlo, le bambole incominciarono a sciamare sul letto, salendosi sulle spalle per riuscire ad arrampicarsi. Nel giro di un minuto, l’intera ciurma stava ansimante di fronte a Peter, e la Cattiva, che si era ritirata in fondo al letto, agitava la gruccia dalle retrovie della folla al grido di: – Adesso!
Sessanta paia di mani paffute afferrarono la gamba sinistra di Peter.
– Oh-issa! – esclamò la Cattiva.
– Oh-issa! – rispose la folla.
E a quel punto accadde una cosa strana. La gamba di Peter si sfilò. Semplicemente si staccò dal corpo. Guardando dove l’aveva sempre vista, non trovò il sangue che si aspettava, ma una piccola molla che spuntava dai pantaloni strappati.
Che buffo, pensò. Chi l’avrebbe mai detto…
Ma non ebbe molto tempo da dedicare alle riflessioni, perché adesso le bambole gli avevano agguantato il braccio destro e, tra un oh-issa e l’altro, tiravano. Anche il braccio partì, ed ecco uscire dalla spalla una molla come la prima.
– Ehi! – strillò Peter. – Ridatemi indietro quella roba!
Ma non c’era niente da fare. Braccio e gamba venivano passati sulle teste della folla, fino a raggiungere la Cattiva. Che prese la gamba e se la infilò. Le stava giustissima. Poi fu la volta del braccio. Sembrava l’avessero fatto per lei, tanto era perfetto.
Strano, pensò Peter. Era certo che le sarebbero stati grandi.
Non aveva ancora terminato il pensiero, che di nuovo le bambole gli erano addosso, gli si arrampicavano su per il corpo, tirando capelli, strappando vestiti.
– Basta! – gridò. – Mi fate male!
Le bambole risero, continuando a cavargli capelli a manciate. Gliene lasciarono soltanto un ciuffo ritto in mezzo alla testa.
La Cattiva lanciò a Peter la sua stampella e saltellò avanti e indietro per mettere alla prova la sua nuova gamba. – È il mio turno nella stanza, – esclamò. – E quanto a lui può andarsene là sopra.
E con quello che Peter continuava a considerare il suo braccio, gli indicò lo scaffale dei libri.

Il gesto della morte


giardinoUn giovane giardiniere persiano disse al suo principe:
- Questa mattina ho incontrato la morte. Mi ha fatto un gesto di minaccia. Salvami tu! Questa sera vorrei essere, per un miracolo, a Ispahàn.
Il buon principe gli diede in prestito i suoi cavalli. Nel pomeriggio, il principe incontrò la morte.
- Perché, – le chiese, – questa mattina hai fatto un gesto di minaccia al mio giardiniere?
- Io non ho fatto un gesto di minaccia, – gli rispose, – ma di sorpresa. Perché lo vedevo lontano da Ispahàn la mattina, e io devo prenderlo a Ispahàn questa sera.

Contadini


acquaLì, appoggiata a una palma e a un olivo, albero di Pàllade, Latona dette alla luce due gemelli, con rabbia della loro matrigna. E si racconta che anche di lì, dopo il parto, scappò per sfuggire a Giunone, con in braccio i figli, due esseri divini. Giunta ormai nel territorio della Licia, patria della Chimera, mentre il sole picchiava sui campi bruciandoli, sfinita dalla lunga corsa si sentì la gola riardere dalla sete, per la spietata calura. E i figli avidamente le avevano poppato fin l’ultima goccia di latte. Per caso vide in lontananza, in fondo a una valle, un laghetto; dei contadini laggiù raccoglievano vimini a mazzi, e giunchi, e alghe amiche delle paludi. Si avvicinò, la figlia del Titano, e inginocchiatasi si chinò per attingere acqua fresca e bere. Quella rozza masnada glielo vietò, e lei così si rivolse a che glielo vietava: “Perché non volete che tocchi l’acqua? Tutti hanno diritto all’uso dell’acqua. La natura non ha fatto di proprietà privata né il sole né l’aria e neppure la fluida acqua. E’ a un bene pubblico che mi sono accostata, e ciò nonostante vi chiedo di darmene come si chiede un favore. Io non avevo intenzione di lavarmi qui gli arti e il corpo affaticato, ma solo dissetarmi. Parlo, ma ho la bocca secca e la gola che mi riarde, tanto che a stento ci passa la voce. Un sorso d’acqua sarà per me del nettare, e riconoscente dirò di aver riavuto la vita: con l’acqua mi donerete la vita. E abbiate pietà anche di questi, che dal mio grembo tendono le piccole braccia” – E per combinazione i figli tendevano le braccia. Chi non si sarebbe commosso alle miti parole della dea? Quelli invece si ostinano a proibirle di bere, malgrado le sue preghiere, e aggiungono minacce se non se ne va, e per di più anche ingiurie. E come se non bastasse intorbidano perfino il lago con piedi e mani, e con perfidi salti smuovono dal fondo dei gorghi il molle fango di qua e di là. La collera fa dimenticare per un momento la sete alla figlia di Ceo; e infatti essa ormai non supplica più quella gente indegna, e non si abbassa più a dire parole che non sono da dea. Leva i palmi delle mani verso gli astri, e dice, : “Che viviate in eterno in questo stagno!” Succede come vuole la dea; a quelli piace starsene nell’acqua, e ora andar sotto con tutto il corpo nella conca della palude, ora spuntare fuori col capo, ora nuotare a fior d’acqua, spesso fermarsi sulla riva, spesso rituffarsi nelle fredde profondità. Ma ancora sfogano le loro linguacce a litigare, e senza nessun pudore, anche stando sott’acqua, sott’acqua si sforzano d’imprecare. Anche la voce ormai è roca, le guance si gonfiano, tumide, e le stesse ingiurie dilatano le bocche già larghe. Il dorso è verde; il ventre, che è poi quasi tutto il corpo, è bianchiccio. E sguazzano nella acque fangose, rane nuove.

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