
Per un mostro del mio calibro e della mia fama è molto dura ammetterlo, ma, ahimè, devo farlo. Io, Freddy Krueger, non faccio più paura! Perché dico questo? Ora ve lo spiego. Una notte, di circa una settimana fa, sono entrato nel sogno di un uomo. Nella visione onirica lui si trovava sempre nella sua stanza, però, invece che a dormire tra le lenzuola come nella realtà, stava seduto alla scrivania a sfogliare la settimana enigmistica. Inutile dirvi che il mio istinto assassino è scattato subito. Ma proprio quando iniziavo ad avvicinarmi alla sua schiena per trapassargliela col mio artiglio, ecco che quello si gira di scatto, mi guarda un secondo, e poi si mette a ridere a crepapelle. Io allora, ovviamente interdetto da quella reazione, gli domando se mi conosce. Se sa chi sono. Lui mi risponde di no, e sempre facendosi grasse risate, mi ricorda che il Carnevale si festeggia a Febbraio e non a Novembre. Volete sapere cosa ho fatto? Frustrato ho girato i tacchi e sono uscito dal suo sogno. Ecco cosa ho fatto! Perché frustrato? Ma ve l’ho detto all’inizio: perché non faccio più paura, e quando signori miei un personaggio dell’orrore come me non fa più paura, diventa inutile. E’ come un comico che non riesce più a far ridere, o un cantante che non riesce più a cantare. Ma comunque torniamo a quella notte. Non ancora demoralizzato del tutto decido di entrare nel sogno della donna che dorme accanto a lui: la signorina sta dentro la vasca di un Motel a farsi una doccia con la tendina di plastica tirata. Io allora sposto brutalmente la tendina e gli metto la mia bocca sformata e la mia orribile dentatura davanti agli occhi. Sapete come ha reagito? Prima mi ha detto che era una dentista, poi mi ha sfilato il guanto con gli artigli, e mentre ci si grattava la schiena mi ha consigliato un buon apparecchio per i denti. Avete capito ora? Avete capito cosa intendo quando dico che non faccio più paura? Ma continuiamo con quella notte. Sì perché mica è finita qua! Ferito nell’animo da quelle due terribili delusioni, ma spinto ancora da un tenue, disperato, moto d’orgoglio, me ne vado dal sogno della stronza dentista e mi dirigo nell’appartamento accanto. Dentro c’è una signora sulla novantina. E’ sola, e sta dormendo tranquilla e beata su una sedia a dondolo davanti alla tv. Vedi almeno di non fallire con questa nonnetta Freddy, penso mentre mi accingo a entrare nel suo sogno: la vecchia sta seduta al bancone di un bar completamente deserto (non c’è nemmeno il barista) a bere una bella spremuta d’arancia. Io allora spunto fuori all’improvviso dall’altro lato del bancone e gli vomito in faccia un urlo da far venire i brividi anche ai pinguini. Risultato: non solo la vecchia è rimasta imperturbabile in volto, ma con quelle manacce ossute e magre ha anche accarezzato il mio, dicendomi, tutta contenta, che non se lo sarebbe mai aspettato di conoscere una persona con una faccia più rugosa della sua! Ma vaffanculo va!
Il 31 ottobre ci sarà una nuova edizione del Fantareale Slam dal tema “Mostri e metamorfosi fantareali”. In palio ci sono 300 euro!
Fu un momento emozionante quello in cui i due uomini – uno basso, grassoccio, corto di gamba; l’altro così alto, smilzo e con quei denti in bella mostra – in piedi nel corridoio davanti al pannello di controllo stavano per dare il via all’elaborazione del primo racconto. Tutt’intorno a loro c’erano pareti che si diramavano in tanti corridoietti ed erano coperte di fili, spinotti, interruttori ed enormi valvole di vetro. Erano nervosi entrambi: Mr Bohlen saltellava alternativamente prima sul piede destro poi sul sinistro, incapace di star fermo.
Che sarebbe diventata una questione di ordine pubblico, non me lo sarei aspettato, all’inizio, questa faccenda degli Emo e Truzzi. Eppure eccoci qui, nella volante, io e il mio collega, a fare servizio a Tor Bella Monaca.
Lavoro come anatomopatologo da sette anni, ma è la prima volta che mi imbatto in un caso del genere. Forse il diario del defunto mi può fornire una chiave di lettura dei risultati dell’autopsia. In esso viene riportato che il lunedì precedente la sua morte, il poveretto notò delle macchie insolite, come di gomma giallastra, di un certo spessore, su diverse zone del pavimento di marmo in salotto. Il martedì l’uomo provò ad asportarle con uno di quei raschietti che si usano per rimuovere la brina dai parabrezza delle auto. Il mercoledì fu sorpreso, o meglio, disgustato nel constatare che le macchie si erano riformate più o meno negli stessi punti, come se si trattasse di essudati di natura organica. Il giovedì decise di pulire più a fondo col raschietto a costo di rigare il marmo. Alla fine di quella bizzarra manutenzione, avvertì, proprio vicino al cuore, un dolore che attribuì all’affaticamento. Il venerdì osservò che le macchie non si erano più riprodotte, ma i graffi erano stati sostituiti da una specie di cicatrizzazione del marmo, nel senso che il disegno delle venature era interrotto proprio in corrispondenza dei graffi e tuttavia il livello piano del marmo era stato ricostituito e, tutto sommato, con tonalità omogenea. Il sabato volle verificare cosa ci fosse tra il massetto e il pavimento che potesse giustificare lo strano fenomeno, a costo di dover deturpare il prezioso pavimento. Perciò prese un trapano elettrico e tracciò un solco profondo che squarciò il marmo provocando la fuoriuscita di un liquido denso e bruno. Ebbene, non so come tutto ciò possa essere messo in relazione con la morte del tizio, avvenuta domenica per un’irrimediabile emorragia interna. Da parte mia posso solo confermare che l’aorta presenta un anomalo taglio netto, lungo sette millimetri. Non credo sia stato causato dall’alto tasso di colesterolo, desumibile dalle macchie riscontrate sulle pareti dell’arteria.
Siamo stati in un locale per scambisti, stasera. E lo abbiamo fatto. Mia moglie con il marito di un’altra, io con la moglie di un altro. Senza neanche sapere il nome. Dopo averci pensato su molto, forse troppo, poi ho deciso che sì, potevamo farlo; e lo abbiamo fatto.
Le parole volavano dentro gli orecchi, gli occhi e le narici di Derzavin. Una parola volò addirittura dietro alla collottola del povero vecchio e gli diede un doloroso colpo sulla schiena. Derzavin si infilò una mano sotto il panciotto, acchiappò la parola e voleva schiacciarla con l’unghia sul tavolo. Ma la parola schizzò via dalle vecchie dita di Derzavin e scappò chissà dove. Derzavin ascoltava. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Ogni parola gli sembrava magnifica…
Un giorno nel parco
Arriverà il mio momento. Arriverà, ne sono sicuro. A casa mi tenevo sveglio aspettandolo con la mia palla. Lui era lì, seduto davanti a una scatola che finiva con dei fili attaccati a un’altra scatola. Schiacciava continuamente quei tasti e la sua testa illuminata rimaneva girata e fissa verso quella scatola. Sembrava pazzo: a volte sorrideva, a volte si arrabbiava, ma restava sempre e comunque davanti a quella cosa. Cercavo di distrarlo, a volte solleticandolo, altre volte chiamandolo, ma era inutile: con una mano mi allontanava e diceva – Aspetta! – oppure – Stai buono! – e mi risiedevo in silenzio. Ero sicuro che presto avrebbe smesso di fissare quella scatola e avrebbe preso la mia palla per andare a giocare fuori. Ne ero sicuro. Ne ero sicuro. Lo vedevo alzarsi dalla sedia e subito dopo abbassarsi: mi accarezza, mi sorride. Io gli rispondo, ma neanche a farlo apposta, si gira e si sdraia sul suo letto. Era la volta di un altro oggetto, uno strano oggetto. Aveva in mano uno strano sasso, lungo, sottile e molto largo, che emanava una luce bianca. Lo avvicinava all’orecchio e aspettava. Io, tranquillo, aspettavo di andare fuori e che lasciasse quel sasso per andare a giocare. All’improvviso, cominciò a parlare e pronto, mi rizzavo e mi mettevo sull’attenti. Poi iniziava a ridere, e a gridare, e a parlare da solo. Io gli dicevo: – Ehi! Ehi smettila! Lascia quel sasso! Ehi! – , ma non mi capiva. Parlava da solo, poi gridava, poi rideva ancora e poi, rimaneva in silenzio. Questo per molte volte e a ogni silenzio, mi tenevo pronto. Ma lui non mi considerava. Ero sicuro che prima o poi avrebbe smesso di dare i numeri e mi avrebbe reso felice. Ne ero sicuro. Ne ero sicuro.