Archivio November, 2009

In un rapporto serve complicità


uomo mostroQuando la pelle cominciò a gonfiarmisi in tondi bozzoli rossastri e a spaccarsi come fosse polenta in ebollizione, mi preoccupai seriamente. Pensai di avere qualche strana malattia tropicale e che stavolta i miei giorni volgessero al termine. Vedere delle sottili, argentee lame, spuntare fuori dalle ferite e stiracchiarsi verso l’alto come bulbi al primo sole, mi sembrò sensato e confortante. Mia moglie non capì. Le sue urla stridule mi provocarono il mal di testa per giorni, finché non accettai di farmi vedere da un medico.
- Sarebbe meglio un fabbro, o un coltellaio – scherzai. – Come si chiamano quelli che fanno i coltelli, coltellai? Coltellieri?
Mia moglie non era in vena di scherzi, più o meno da quando mi aveva sposato. Prima era stato il magma dagli occhi, incandescente magma lavico che aveva preso a colarmi dai dotti lacrimali, bruciando il letto e i mobili di legno, forando il parquet. Un disastro. Poi la polvere da sparo nei capelli. Mi prudeva la testa, mi grattavo e invece della forfora, zak! Ecco la nera polverina che si spargeva tutta intorno, durante la messa, al tavolo della cucina, scoppiettando sulla fiamma del gas fino a far ribaltare le pentole, facendo scappare mia moglie in bagno. Per non parlare dei rovi. Lunghi, ramificati; puntuti rovi serpeggianti che schizzavano dalle mie orecchie in tutte le direzioni, principalmente prima di dormire. Mia moglie non comprendeva, non sapeva che prima di quelle manifestazioni grottesche e un po’ infantili, io stavo male, male sul serio. Ma dopo! Non era certo facile per me spiegarle che dormivo come un pupo quando quelle sottili fruste irte di spine lunghe un dito saettavano fuori da me nella notte, né potevo pretendere che capisse quale sollievo fossero per me quando lei urlando correva al pronto soccorso a farsi riattaccare un orecchio mozzato, o la punta del naso o a farsi chiudere qualche centimetro di ferita con decine di punti di sutura. 
Semplicemente non c’è dialogo con mia moglie.
Non c’è mai stato.
Sempre a pensare al concreto, al dovere, all’utile. Sempre a ignorare le mie esigenze, i miei bisogni fisiologici.
Sempre lamenti, lamenti e poi lamenti.
Andrà a finire male, una volta o l’altra, lo sento.
Ci vuole collaborazione in un rapporto, serve complicità.
E un tenero, forte abbraccio una volta ogni tanto.

Oltre il giardino


oltre il giardinoGli uomini cominciarono una lunga conversazione. Chance non capiva quasi niente di quello che dicevano, anche se guardavano spesso dalla sua parte, come per sollecitare la sua partecipazione. Chance pensava che si esprimessero di proposito in un’altra lingua per ragioni di segretezza, quando a un tratto il Presidente degli Stati Uniti d’America si rivolse a lui:
- E lei signor Gardiner? Cosa pensa della brutta stagione nella Street?
Chance si fece piccolo piccolo. Aveva l’impressione che le radici dei suoi pensieri fossero state improvvisamente divelte dalla loro terra umida e spinte, in un groviglio, nell’aria ostile. Fissò il tappeto. Infine parlò.
- In un giardino – disse – ogni pianta ha la sua stagione. C’è l’estate e la primavera, ma c’è anche l’autunno e l’inverno. E poi, ancora, la primavera e l’estate. Purché le radici non vengano recise, tutto va bene e tutto andrà bene.
Alzò gli occhi. Il Presidente pareva molto soddisfatto.

Mia moglie


donna serpenteMia moglie è una donna bellissima fa girare la testa a tutti. All’inizio avverti solo un magnetismo, non riesci a staccarle gli occhi di dosso, ha lo sguardo viola, la linea perfetta delle labbra schiude un sorriso bello e terribile, la pelle è trasparente che fa una luce lunare e i capelli profumano di assenzio. Non sono un esperto di stupefacenti ma credo che l’effetto di un fungo o di uno questi allucinogeni non sia paragonabile alla vertigine che ti scuote dopo qualche ora di esposizione. E’ l’inizio della fine. Man mano che la tua volontà si affievolisce un tepore comincia ad arrossarti le guance, un leggero ronzio ti tappa le orecchie come in alta quota. Riesci ancora a balbettare “come sei bella” ma hai la bocca impastata e spostare lo sguardo duole agli occhi. E’ a quel punto che la stanza fa un giro mostruoso su se stessa e un conato di vomito ti schianta le tempie. Poi smette. Ti passi una mano sulla fronte, scende stanca sugli zigomi e si porta via il bulbo oculare, poi ti deforma la bocca all’ingiù,  sei un mostro di cera che si scioglie e allora ti impedisci di guardarla e provi a respirare più piano, hai le narici dilatate, le gambe tremano di adrenalina e i colori intorno sono acidi. Guardi in basso e vedi un boa che si muove sinuoso tra le tue cosce, si infila nei pantaloni, sposta le mutande e comincia a salire viscido sotto la camicia, freddo sulla tua spina dorsale zuppa di sudore. Ma devi guardarla ancora, mia moglie è inesorabile. Però anche lei ha il suo punto debole: la poesia. Non importa se hai già il bestione attanagliato al collo, se è pronto a digerirti, basta dire una poesia, niente di sofisticato, ei fu siccome immobile orbo di tante spire, basta una rima, la morale è sempre quella fai merenda viperella e il bestione si ammansisce.

La terrazza sul mare


uomo pesceFu in un attimo di intenso piacere che il corpo del mio uomo iniziò a coprirsi di scaglie. Non ci diedi peso, e continuai a dargli e a chiedergli carezze. Il suo fiato ansimava sul mio collo e le sue mani ansiose cercavano il mio seno e i miei capelli. A tratti le piccole fitte tornavano a farsi più forti. Le sentivo, ma non volevo curarmene. Mi accorsi che anche lui sentiva un cambiamento e si voltava indietro a guardarsi i piedi. Non volevo vedere e non volevo sapere. Accarezzandogli una guancia, gli chiesi di non guardare che me e di continuare. Lui mi sorrise muto. Senza fretta mi baciò la fronte, le guance, gli orecchi, il collo. Lentamente rimise le sue mani tra i miei capelli, i gomiti sul cuscino. Poi ingaggiò una lotta contro qualcosa che non sapevo, facendo uno sforzo per continuare ad amarmi. Né io, né lui sapevamo che fossero scaglie. Lo scoprimmo l’indomani, quando le trovammo sparse tra le lenzuola e capimmo il perché di quei segni obliqui che mi segnavano i polpacci.
- Mi dispiace – disse lui, sfiorandomi appena con un dito la gamba per non farmi male.
- Mi dispiace.
Un lungo abbraccio fu l’unica risposta che riuscimmo a darci l’un l’altro.

I due giorni seguenti trascorsero normalmente: lavoro, casa, spese, piatti. Fu quando rifacemmo l’amore che di nuovo, ancora più netti, riconobbi i morsi di quelle punture. Smisi di baciarlo e lo guardai, cercando il suo odore, i suoi occhi, le sue braccia. Lui affondò la testa nella mia spalla; risalì veloce fino al mio orecchio e mi implorò piano.
- Non posso fermarmi. Non posso fermarmi.
Non seppi oppormi a quella sua voluttà, né ero sicura di volerlo. Mi limitai ad accarezzargli la testa mentre continuava a baciarmi e a solcarmi di scaglie. Il dolore era più forte della prima volta, ma il piacere anche. Decisi di sentire il piacere e di non sentire il dolore.

Il giorno dopo non parlammo di nulla, se non dei progetti per il fine settimana. La sera lui si limitò a ispezionare premuroso il mio corpo, guardando in silenzio, insieme a me, i segni che mi aveva lasciato. Insieme buttammo via le scaglie. Poi fui io a ispezionare il suo corpo, per cercare una traccia, una spiegazione, un motivo. Nulla: la sua pelle tornava integra, compatta; la mia conservava il ricordo delle sue mutazioni. Restammo abbracciati tutta la notte. Probabilmente entrambi senza dormire. Di tanto in tanto le sue mani cercavano le mie. Io le stringevo, e tacevo.
Continuammo così, per mesi. Venne l’estate, e io evitavo di indossare abiti corti. Smisi di fare il bagno, pure al tramonto, perché l’acqua salata mi bruciava la pelle. Ero piena di croste. Però lui mi amava. E io ero diventata sempre più brava a filtrare il dolore dal piacere.
Una notte mi chiese aiuto. Pensai fosse per il timore dei mutamenti a venire; e invece lo spaventava la vertigine, l’attrazione verso un terreno dove l’uno scompare e ha senso solo con l’altro. Una rabbia sorda prese a montare dentro me. Una rabbia estranea al sale, alle croste, e persino al sudore; il sudore che bagnava le mie gambe dentro a quei pantaloni lunghi e che pungeva la mia pelle con il suo umore. Rabbia perché c’era uno spazio – oltre quelle scaglie – che io non potevo varcare. E tanto più forte cresceva il piacere, tanto più dure diventavano le scaglie; tanto più profondi i solchi lasciati sulla mia pelle; tanto più rivoltanti alla vista le croste. Quegli amplessi iniziarono a diventare insopportabili. Non provai più piacere, e rimase il dolore. Lui se ne accorse, e per la prima volta parlammo davvero. Pianse. Pianse per ore. Nuotò a lungo. Ritornò sulla sabbia; ritornò da me. Lo accolsi incurante delle scaglie. Lui urlava, mentre la corazza cresceva e cresceva il piacere. Urlava contro la corazza che fendeva il mio corpo e inspessiva la sua pelle. Non solo i suoi piedi, le caviglie, gli stinchi, i ginocchi e le cosce si ricoprivano di scaglie; ma anche le unghie, le dita, le mani, le braccia, le spalle, la schiena, il petto, l’addome. Non ci fermammo. Neanche quando volevo. Neanche quando fui io ad avere paura per lui, mentre vedevo il suo viso e la sua bocca trasformarsi completamente, mentre il suo collo diventava fusiforme fino a scomparire nel ventre allungato, mentre sul dorso e sul petto crescevano pinne e ai suoi fianchi fiorivano branchie. Quando la sua lingua divenne piccola e priva di mobilità smisi si affogare in quella sua bocca grande. Ubriaca, stordita, mi addormentai sul suo corpo viscoso. Mi risvegliai dopo non so quanto. Col corpo rigato di sangue e lui boccheggiante al mio lato. Corsi a prendere dell’acqua per lavare le mie ferite e dare sollievo al suo corpo di pesce. Respirava a fatica. Con fatica lo trascinai fino al mare. Restammo insieme a lungo, nel mare. Fino a quando l’acqua diventò ghiacciata e fui costretta alla terra.
Per questo ho comprato, qui, una terrazza sul mare.

Ombre cinesi


ombre cinesiStavo giocando alla play station con mio figlio Valerio quando il telefono in soggiorno squillò.
Gli dissi di sospendere un momento, mi alzai e andai a rispondere.
- Pronto?
- Ciao Nicola sono Vittorio.
Vittorio, il mio editor.
- Ciao caro, dimmi tutto.  
- Senti ho appena finito di leggere i racconti che mi hai inviato l’altra settimana.
- Ti sono piaciuti?
- Mi hanno fatto impazzire, soprattutto quello del ragazzino che gioca a fare le ombre cinesi sulle pareti della sua stanza. Dentro la storia hai messo un’atmosfera bellissima. Comunque non sapevo che con le mani si potessero fare così tanti animali: il cervo, il coniglio, il pappagallo, la rana, l’aquila… A proposito di aquila, è bellissimo il finale, quando il fanciullo, una notte fredda di gennaio, chiuso nella sua stanza, scopre che il piccolo rapace nero che ha appena raffigurato sul muro comincia a volare da solo; è trascinante la descrizione che fai dello stato d’animo del personaggio, che inizialmente si spaventa, ma che poi, stregato e incantato dal suo volo, apre la finestra e lascia volare quella piccola ombra d’aquila fuori, libera nel cielo. Davvero bello Nico’.
- Grazie, spero sia lo stesso anche per gli altri racconti però.
- Ma te l’ho detto, mi hanno fatto impazzire tutti. Senti domani ci vediamo nel mio studio così cominciamo a dare una forma più definita alla raccolta, verso le cinque va bene? 
- Va bene.
- A domani allora, ciao Nicola.
- Ciao Vittorio.
Misi giù e tornai nella stanza di Valerio. S’era addormentato. Gli rimboccai le coperte, gli diedi un bacio, spensi la play station, la tv, la luce, e uscii chiudendo piano la porta. Poi tornai in soggiorno e aprii la finestra. Sulla via illuminata dai pochi lampioni non passava una macchina. Restai un po’ lì a fissare il cielo, poi mi sedetti sul divano, allungai le braccia, incrociai e congiunsi i polpastrelli dei due pollici, e sfruttando la luce tenue del lampadario iniziai a sventagliare le altre dita. Una piccola ombra d’aquila prese subito forma sul pavimento, e come sempre, come facevo ormai da quarant’anni, ogni notte, da quella fredda e lontana notte di gennaio, attesi che si librasse sola oltre la finestra, libera, dentro quello splendido cielo stellato di fine maggio.

Il gommifero


gommiferoCostruisce il suo nido nell’angolo più buio, sotto i banchi delle elementari e vive dalla prima alla quinta, se non lo schiacciano prima. Agisce velocemente. Quando il bambino soffia sulle briciole prodotte dalla gomma che ha appena cancellato una lettera o un numero o un sole, il gommifero è subito pronto a sbucare da sotto il banco e afferrarle al volo, per poi masticarle con cura. In generale adora la poltiglia morbida della gomma-pane, mentre manda giù a fatica i granuli abrasivi blu delle gomme per penna biro. D’inverno durante i compiti in classe si apposta direttamente vicino alla gomma per mangiare un boccone caldo: più il bambino cancella rabbiosamente per la fretta, più il suo pasto si scalda. Il bianchetto ne è in assoluto il nemico peggiore: dal momento in cui il bambino decide di adottarlo, il gommifero rischia la fame. Durante l’ora di disegno il gommifero deve stare più attento a non essere visto perché i bambini sono più ricettivi; mentre nella lezione di matematica, specie quando si fanno le divisioni a tre cifre, si diverte a ballare sulle mani dei bambini.

Smascherato


smascheratoI vicini avevano intagliato le zucche, ci avevano messo dentro i lumini. Nella notte in alto le nuvole erano così scure che formavano un unico grande telo, appena rischiarato dall’alone pallidissimo della luna. La pioggia era nell’aria. Le zucche parevano nel buio tante piccole urne incandescenti che  gettavano ombre tiepide sulle nuche dei ragazzini che stavano correndo via lungo il mio viale. Sghignazzavano. Quello vestito da vampiro si teneva il mantello nella fuga; quello vestito come la creatura di Frankestein ha gridato: – Ti sta bene, tirchio.
Poi c’era la mummia con la busta piena di dolciumi che gli sbatteva al ritmo della fuga sui fianchi bendati; chiudeva la fila una streghetta che era la più bambina di tutti e correva sbattendo forte i piedi, da una tasca perdeva un filo di farina. Tutti indossavano costumi di plastica e gli accessori – canini, chiodi, catene – erano così finti che mi facevano tenerezza. Stavo sull’uscio e li ho seguiti con gli occhi finché non sono spariti al di là del cancello. Poi mi sono passato una mano sul maglione e un po’ di farina è caduta sul tappetino d’ingresso. Ho dato un’ultima occhiata alle zucche dei vicini. A loro di sicuro non toccherà l’opzione scherzetto, ho pensato, di sicuro loro hanno la casa piena di dolci e avranno salvi i maglioni. Sono rientrato e ho chiuso la porta. Hanno bussato – due colpi fondi – che ancora non m’ero cambiato. Doveva essere un’altra banda di ragazzini e tanto valeva che mi tenessi il maglione sporco, la farina s’era raggrumata sulla lana. Mentre andavo ad aprire, davvero mi dispiaceva non avere niente da offrire alla combriccola: non tanto perché m’avrebbero di nuovo tirato cose che sporcano; più che altro perché mi immaginavo bella la scena di me che stavo al gioco di quella notte e donavo dolci come la vecchia, sacrificavo dolci per placare l’ira dei mostri. Mi immaginavo i grazie dei ragazzini come un augurio.
Ho aperto la porta e mi sono ritrovato di fronte una figurina mascherata da morte. Sui dodici anni, non di più. Stava ingobbita come un uncino e il collo cadeva verso il basso, le braccia pendevano molli lungo i fianchi. Era tutta incappucciata in una tunica nera fatta di tela grezza. Il cappuccio era un ovale allungato e profondo. La tunica, puntellata da un ingombro rigido e tutto spigoli, cadeva verso il basso fino a coprire i piedi ed era stretta alla vita con una corda da cui pendeva un sacchetto che doveva contenere i dolci. Che fosse di qualche taglia più grande si notava soprattutto sulle maniche, che coprivano interamente le mani: dalla destra spuntava un falcetto. Non si vedeva un filo di pelle, però ho capito da subito che avevo di fronte una ragazzina. Per due motivi mi ha ispirato una specie di simpatia: primo, perché stava da sola in una notte di festa; secondo, perché aveva un costume che non era di plastica, sembrava vero, e, nonostante le taglie in più, stava benissimo con la sua postura, col modo immobile che aveva di stare in piedi – i lembi della tunica che frusciavano in quel filo di vento erano l’unica cosa che la rendevano diversa da una scultura.
Mi fa: – Dolcetto o scherzetto?
Mi è venuto da sorridere: sembrava la voce gonfiata e tutta di gola di una ragazzina che fa il baritono e le viene il cipiglio, come se stesse nella recita della scuola a fare l’orco o il re o la morte. Però quella voce fasulla, da burattino, non bastava a rovinare l’effetto generale, non bastava a farla uscire dalla parte. Avrei voluto che invece di starsene lì sotto al cappuccio, la ragazzina alzasse lo sguardo sul mio sorriso, perché l’intenzione era quella di incoraggiarla, di comunicarle che stava andando benissimo: se i dolci si davano per l’interpretazione della maschere, lei li meritava più di tutti. E allora mi sono sforzato di fare mente locale se tante volte avessi in giro qualche caramella o qualche cioccolatino. Ma niente. Gliel’ho detto, scusandomi. Ho pure rivolto i palmi delle mani a far vedere che erano vuote. L’ abilità della ragazzina è stata nell’alzare la voce di un mezzo tono, spazientita. Ha chiesto di nuovo:
- Dolcetto o scherzetto?
Ha agitato il falcetto come a dire scegli senza tante storie: delle due, una. Io ho sorriso un po’ di più e ho fatto pure lo sbuffo divertito perché lo sentisse. Ho indicato il maglione infarinato, ho detto:
- Guarda, mi dispiace, ma qui di dolce manco l’ombra: m’hanno appena tirato una manciata di farina. Stavo per dire “m’hanno appena punito con una manciata di farina”, però poi ho detto in quell’altro modo. Lei non m’ha risposto, non ha fatto proprio niente, forse giusto un sospiro che poteva pure essere il vento. E’ stato in quel silenzio che ho notato i riflessi sul falcetto lindo e appuntito di metallo: danzavano le ombre laviche delle zucche. Le fissavo e mi chiedevo “dovrei aver paura di questo falcetto che sembra vero?” Perché, anzi, mi fa quasi venire voglia di congratularmi con questa ragazzina così brava nella cura dei dettagli? Sicuramente, ho pensato, sbaglierà un gesto o una battuta, qualcosa la farà uscire dal ruolo e la tradirà. Ho sentito il cuore che mi batteva veloce e cupo e questa cosa m’ha sorpreso, perché non mi sentivo per niente agitato; invece mi stavo divertendo. Mi sono chiesto se la ragazzina fiutasse il mio divertimento o l’agitazione del cuore.
- Dolcetto o scherzetto?  fa lei, la voce un altro mezzo tono più su.
- Mica mi ammazzi con quello?
Ho indicato il falcetto, ho rifatto lo sbuffo del sorriso. Allora il cappuccio s’è mosso come un no, però forse stava solo dondolando il collo, esasperata dalla mia cocciutaggine, come se avesse finito i mezzi toni. Poi ha detto con quel vocione, come concludendo un affare:
- Quindi scherzetto.
- Mmh mmh, ho fatto io. Ho respirato l’umidità della pioggia che stava per arrivare.
- Sicuro?, mi fa la ragazzina. E qui la voce, senza perdere la teatralità, s’è un po’ incrinata e non ho capito se fosse un effetto voluto.
- Scherzetto, ho confermato, l’ ho scandito bene.
Lei ha incrociato le braccia, la falce s’è inclinata. M’ha fatto pensare a Giove che riflette, colmo di dubbi,  se davvero inondare la terra formicolante di uomini. S’è messa a sciogliere il nodo che assicurava il sacchetto, che era grigio scuro, fatto come di buccia organica, una specie di limone ammuffito da giorni. Mi ha concesso un’estrema possibilità di salvezza:
- Se ci metti dentro un dolce qualsiasi farò finta di non aver sentito.
- Di non aver sentito che cosa? le ho fatto io, giusto per provocarla, per vedere dove voleva arrivare.
- Di non aver sentito quello che hai risposto, ha fatto lei. – Lo scherzetto.
Poi s’è chinata e ha poggiato il sacchetto a metà strada tra lei e me, sul tappetino d’ingresso imbiancato dalla farina. Però nel movimento, che era macchinoso e artritico come la maschera prevedeva, la mano disarmata le è fuoriuscita per un attimo dalla manica: le unghie erano piccole e la pelle delicata; magra, sì, però non si poteva dire scheletrica: era a tutti gli effetti la mano di una ragazzina. Io l’ho presa come una vittoria e non ho potuto fare a meno di farglielo notare. Ho detto:
- Ti s’è vista la mano.
Che era come dirle t’ho smascherato. L’ho accarezzata sul cappuccio come si fa coi piccoli da consolare, al tatto c’era proprio la testa che ti aspetteresti. Lei mi ha lasciato fare. Mi sono piegato sulle ginocchia e le ho detto:
- Comunque bravissima: sei il mostro di Halloween più credibile di tutti. Neanche ti immagini quanto mi dispiace non avere dolci da darti. Ho detto.
- Il costume non l’hai comprato, vero? Chi l’ha fatto, tua madre?
Restava zitta e rigida. Allora ho raccolto il sacchetto e gliel’ho ridato. Ho aspettato che dalla manica uscisse di nuovo quella mano piccola a riprenderselo. E’ stato a questo punto che la ragazzina ha raddrizzato la schiena, ha abbassato il cappuccio e il viso era pulito: le guance non erano ossute e gli occhi da bambina pendevano tristi all’ingiù, come se stessero guardando un cane. Mi fissava così e faceva no col collo. M’è venuto da spazzolarmi il maglione, per ripulirlo dalla farina. Lei mi ha poggiato una mano sulla guancia e ha detto “mi dispiace” con la voce che adesso era normale e sua, come se stessimo ormai dietro le quinte a sipario calato. Anche la falce pareva non avesse più senso. Ha detto “mi dispiace” e poi ha strusciato via la mano dalla mia guancia, ha riannodato alla vita il sacchetto dei dolci. Se ne stava andando e una combriccola di mostri imboccava adesso il vialetto. I costumi erano più o meno come di quelli che m’avevano tirato la farina. Hanno incontrato la ragazzina a metà vialetto. Uno vestito da fantasma s’è rivolto verso di lei, ha agitato il lenzuolo e ha fatto un ululato. Tutti gli altri hanno riso; lei ha proseguito come se non ci fossero, ha attraversato il cancello d’ingresso e poi è sparita nel buio. Mi ricordo bene che ho pensato a quanto le nuvole nere potessero resistere così, senza piovere. Mano a mano che i ragazzini mi si avvicinavano avevano facce che mi parevano cattive e stupide come quelle delle zucche. Il fantasma ha ululato ancora e gli altri hanno riso fortissimo, da impregnare l’aria. Si sono sventagliati di fronte a me come animali su un semicerchio di rupi. Pensavano solo ai dolci e io in casa non ne avevo.

La musica che si sparge nell’aria


musica nell'ariaGli abitanti della regione la chiamano «la musica che si sparge nell’aria», gli scienziati venuti a osservare il caso parlano di un fenomeno acustico inspiegabile: qual è dunque questa aria melanconica che su una fascia di terra pietrosa di qualche centinaio di metri quadrati, non lontano da Prince Rupert, risuona nelle orecchie degli escursionisti senza che ci sia la minima orchestra né il minimo altoparlante nel raggio di cinquanta chilometri? I primi a sentirla furono dei botanici americani andati là per raccogliere delle erbe e dei muschi rari. «Mentre eravamo nel pieno della raccolta, dopo meno di un’ora, in un silenzio completo, racconta uno di loro, ho sentito il suono di un violino. Ho guardato attorno a me ma non ho visto altro che i miei colleghi curvi verso il terreno; sembravano non rendersi conto di nulla. Ho cominciato a essere inquieto. Ho fatto loro segno di raggiungermi; vicino a me, anche loro hanno sentito il violino, poi tutta l’orchestra, un piano, una viola e un violoncello. Abbiamo prima creduto a uno scherzo e abbiamo battuto il bosco alla ricerca di un magnetofono ma, dopo una mezz’ora, ci siamo dovuti arrendere all’evidenza: eravamo soli sulla spiaggia, e la musica non veniva da nessun posto. Abbiamo anche constatato che la musica non copriva che un perimetro ben definito: per sentirla bisognava tenersi nei limiti stretti di una striscia di terra. Non appena si usciva di un solo metro non si sentiva più che il vento e la risacca dell’oceano in lontananza.»
La voce si è sparsa come un mucchietto di polvere e tutti gli abitanti della regione sono venuti a constatare il fenomeno con le loro orecchie. Preoccupata per la salute delle popolazioni (benché nessuno abbia manifestato il minimo segno di malessere o di sordità) la polizia ha provvisoriamente sbarrato l’accesso al sito e sollecitato il parere degli esperti. È sbarcato un esercito di scienziati. Degli studiosi di acustica hanno passato tre giorni a misurare le caratteristiche del suono, senza riuscire a trovarne l’origine; uno di loro è ripartito affermando che «non può esistere ciò che non esiste»; dei geologi hanno eseguito un carotaggio nel sottosuolo e hanno portato via dei campioni di terra per esaminarli; degli psicologi hanno verificato che l’orchestra non fosse un’allucinazione collettiva; dei musicologi infine hanno identificato la musica come un’improvvisazione sul primo Quartetto in sol minore per piano e archi di Brahms, «di un bel virtuosismo», secondo loro.
Allettata dalla prospettiva di un affare commerciale, una casa discografica di Vancouver ha inviato suoi ingegneri sul posto per registrare l’orchestra. Ahimé, la musica non si è fatta catturare sui loro nastri magnetici, come se si rifiutasse di essere ascoltata altrove che nel suo spazio naturale. Gli ingegneri hanno allora imballato di nuovo i loro microfoni e la casa discografica ha cancellato il suo progetto. Degli altri “catturatori di suono” si sono avvicendati, hanno tentato in tutti i modi di ritrasmettere alla radio questa musica che si sparge nell’aria, invano. Per sentirla non c’è che una soluzione: recarsi a Prince Rupert, valersi dei sentieri tracciati dalla municipalità per canalizzare le onde di curiosi e mettersi da qualche parte nel rettangolo magico delimitato da quattro picchetti di legno. Nel giro di qualche secondo si percepiranno le prime note della musica confermando che coloro che la definiscono sublime non hanno mentito.
Nel cammino si incrocerà forse Jim: dall’inizio della vicenda questo simpatico ragazzo passa il suo tempo a percorrere a grandi passi la zona per essere il primo a trovarsi sul posto quando l’orchestra deciderà di estendere la sua attività al di là dei limiti attuali. «Non c’è alcuna ragione che ci vieti di approfittarne, a noi abitanti di Prince Rupert, spiega. Per il momento la musica non occupa che qualche decina di metri quadrati, è vero; ma presto, potete credermi, si sentirà in tutta la Colombia britannica, poi in tutto il Canada, poi su tutto il continente americano. E un giorno risuonerà nel mondo intero, e anche su Marte e su Nettuno. Ovunque ci si trovi e qualunque cosa si faccia ci si bagnerà in questa musica stordente che non si ferma mai, neanche di notte.» Jim resta silenzioso un istante, riflette guardando le nuvole e aggiunge: «Ci si abituerà, è sicuro. Ci si abituerà talmente che si finirà per non farci più caso. Alla fine non la si sentirà più del tutto. E tutto sarà tornato come prima».

Alta finanza


alta finanzaIl mio nome non ha importanza. Ho settant’anni, cinquanta dei quali passati in compagnia di mia moglie, Liliana. La mia storia è la nostra storia, perché ho acquisito una coscienza vera e propria solo dopo averla conosciuta, e tutto ciò che ho fatto prima di allora, semplicemente non ha valore.
Conobbi mia moglie una sera d’inverno, durante un forte acquazzone che mi aveva costretto sotto la grondaia di un bar chiuso. Dall’ombra comparve lei, le mani davanti agli occhi reggevano un minuscolo fazzoletto posto a inutile riparo. Era fradicia, come me, e mi sembrò molto nervosa. Sentendomi maschio e cavaliere le offrii la mia giacca come riparo dal vento, reso freddo dai vestiti bagnati, ma lei rifiutò sdegnata. Non amava le gentilezze, Liliana, e non le ama tutt’ora: dice che non sono mai disinteressate per davvero. Quando l’acquazzone terminò eravamo ancora sotto la tettoia, a parlare di noi, a scambiarci il numero di telefono. Frequentavo la facoltà di chimica, all’epoca, ma con scarsi risultati, poiché trovavo la materia triste e priva di fantasia. Liliana, dal canto suo, era una giovane promessa della medicina, attenta, lucida, brillante. La sua curiosità era famelica, ma solo verso tutto ciò che riguardasse il suo specifico percorso di studi, la chirurgia, mentre quel che vi differiva lo trovava insulso, e pronunciava quella parola stringendo gli irregolari denti davanti e soffiando la esse in un sibilo poco grazioso. Liliana mi consigliò di non frequentare più i miei amici, descrivendoli come ingenui bambocci pieni di illusioni e false verità. Il giorno della mia laurea l’aula magna dell’università era praticamente vuota. Mio padre era morto due mesi prima e mia madre era in stato di shock. Avendo fatto la casalinga per tutta la vita, ora che aveva perso il suo unico datore di lavoro, si ritrovava senza prospettive. Liliana era l’unica presente in aula e mi fissava con un’espressione compiaciuta sul volto. Mi laureai con un buon voto, ma non tale da valere una cornice. Non esercitai mai la chimica. Su consiglio della mia compagna feci domanda per entrare in banca.
- Mio padre può aiutarti, – disse – è una persona molto influente.
Mi presentò ai suoi genitori due mesi dopo il nostro primo incontro. Vivevano in una grande casa poco fuori città. Suo padre mi osservò a lungo quel giorno, senza dire una parola. Poi mi congedò dicendo:
- Benvenuto in famiglia.
Entrai in banca dal livello più basso, ma fu il mio primo vero contratto di lavoro. Quando guadagnai i primi soldi, Liliana mi organizzò una festa a cui intervennero alcuni suoi amici di vecchia data che non conoscevo. Non avendone più di miei, ne fui molto lieto. Brindammo a noi due e al mio lavoro, al mio primo stipendio. A fine serata, mi disse che quello era il primo mattone di una torre che sarebbe diventata imponente. Liliana mi introdusse nel suo giro di amicizie gradualmente, ma ebbi sempre chiara l’impressione di non essere ben accetto. Anche quando, scalate le graduatorie bancarie con incredibile velocità, mi apprestavo a essere nominato amministratore delegato, l’atteggiamento dei suoi amici nei miei confronti rimase freddo. Dopo vent’anni di matrimonio, le cose tra noi cominciarono a cambiare. Mi chiamava “Lupo mannaro”, per come gestivo gli affari e a volte, a cena, mi guardava con un misto di affetto e pena e io mi irrigidivo e desideravo di essere degno del suo rispetto. Quando compii quarantacinque anni, mi fece prendere una settimana di ferie poiché voleva portarmi in un luogo molto importante per lei e per la sua famiglia che, disse, ci avrebbe aiutati a risolvere i problemi che erano sorti tra noi. Non potei rifiutare, anche se la mia banca era prossima a concludere un importante acquisizione che ci avrebbe trasformati nel maggior ente finanziario d’europa.
 - Queste cose hanno importanza relativa, – mi disse lei.
Partimmo di notte quasi senza bagaglio dirigendoci verso la campagna. Nel pieno della notte, giungemmo a una vecchia casa cantoniera abbandonata, dove trovammo i suoi amici che sembravano attenderci. Liliana fermò la macchina, ansimava e sembrava preda di una strana frenesia. Mi guardò con occhi demoniaci e mi disse che era giunto il momento di prendere una decisione, la più importante della mia vita: stare con lei per sempre e rinunciare alla mediocrità, all’insulsaggine, o dirle addio. L’auto ferma al buio aveva le porte chiuse. Intorno, sottili figure la circondavano lentamente. Le dissi che non ero un mediocre né un insulso, che ero a capo di una grande banca e grazie alle mie sole forze. Fu la prima e ultima volta che la vidi furente. Le sue pupille si dilatarono fino a oscurare il bianco, la bocca si spalancò oltre i limite delle mascelle. Mi urlò contro di sottomettermi a “loro” e di amarla, così forte, che il vetro dietro di me si sfondò, lanciando vetri nel buio. Terrorizzato, incapace di altro che tremare, le risposi “sì”. E mentre una blasfema litania mi spalancava l’inferno, mi morse.
La mia prospettiva è cambiata. La mia banca era la più grande e potente d’Europa. Ma io ho ideato prodotti nuovi, concetti rivoluzionari, nuovi input. Mutui cospicui per chi non poteva avere accesso al credito che ho chiamato “subprime”, titoli da fare a fette come torte da poter acquistare e rivendere e su cui speculare all’infinito che ho nominato “mortgage baked securities”. E poi fondi speculativi, scambi di flussi di cassa, derivati.   
La mia banca non esiste più. Domani mi affideranno un grande istituto di credito in difficoltà. Mia moglie è molto orgogliosa di me, ora. Dice che puoi davvero dire di possedere il mondo, solo quando hai il potere di distruggerlo.

La luna capovolta


luna capovoltaEra molto che camminava. Da quando aveva sentito che non poteva più rimanere a casa, e aveva deciso di andarsene, da quando si era ricordata della sorella della nonna, che da sempre viveva in un villaggio presso Dikan’ka, nell’oblast di Poltava. E camminando aveva attraversato le campagne coltivate a grano, coperte dalla brina dell’autunno inoltrato, e i boschi di noccioli e aceri. E camminando, sul far delle sera, era finalmente arrivata al fiume, che scorreva placido, formando piccoli stagni. Specchiandosi nell’acqua non si accorse che in cielo brillava una falce di luna capovolta. Sull’ansa del fiume sorgeva il villaggio: aveva un aspetto miserabile, avvolto nella notte che scendeva veloce. Dalle povere casupole, debolmente illuminate dalle lanterne, gli abitanti la guardavano con aria ostile. Seguì la stradella mal tracciata: la casa della zia era in fondo al paese, l’ultima prima del bosco, isolata dalle altre ed insieme più curata e un po’ misteriosa. Non fece caso che gli uccelli del bosco tacevano. La porta si aprì al suo arrivo e sulla soglia comparve una vecchietta curva e grinzosa, con un bel sorriso aperto.
– Entra Ekaterina, ti aspettavo, sapevo che saresti arrivata. All’interno ardeva un bel fuoco. La vecchia le indicò una sedia, proprio davanti al camino.
– Mia sorella, tua nonna, era la più bella della famiglia, e tu hai preso da lei. Ma non il suo carattere dolce e remissivo. Alla tua nascita, quando ti ho presa in braccio, ho sentito che eri già una ribelle. Ora sei con me, e tutto andrà bene.
Mentre parlava preparò una scodella di ministra e gliela porse. Fu allora che Ekaterina le vide quel segno sul polso, uguale a quello che aveva lei, e che nessuno le aveva saputo spiegare. Si sentì finalmente compresa, accettata. Mangiarono davanti al fuoco, chiacchierando fitto fitto. La minestra era buonissima e la zia conosceva tutte le storie di famiglia. Sembrava fossero insieme da sempre. Era buio pesto quando la zia le mostrò la sua stanza. La finestra dava verso il villaggio. Da fuori filtrava una strana luminosità: i contadini si erano raccolti al limite del paese, con le torce in mano, immobili e silenziosi. Ekaterina era terribilmente stanca e rinviò all’indomani le domande che le si affollavano nella testa; s’infilò a letto e s’addormentò immediatamente. Non dormì a lungo, tuttavia. Nel mezzo della notte la svegliò un battere ritmico agli scuri della finestra, troppo regolare per essere causato dal vento: qualcuno chiedeva di entrare. S’irrigidì nel letto, trattenendo il respiro, gli occhi sbarrati a cercare la più piccola luce, le orecchie tese a captare ogni rumore. Volse gli occhi verso la porta, valutando una possibile fuga. Ma proprio in quel momento sentì la maniglia che si abbassava e dalla porta socchiusa cominciò a fluire una nebbia biancastra, un fantasma senza forma, che si espandeva. Nella stanza la temperatura scendeva rapidamente. A Ekaterina tornarono in mente le preghiere che le avevano insegnato da bambina. Febbrilmente, provò a ricordarle: Padre nostro che sei nei cieli … Il fantasma ebbe un’esitazione … non c’indurre in tentazione … Due occhi cominciarono a prendere forma da quella massa indistinta, poi un naso, no, piuttosto una proboscide, e due orecchie grandi, ma grandi, che si agitavano come lenzuola … liberaci dal male … il fantasma non avanzava più, ma gli scuri cedettero di schianto e una frotta di mani entrarono in volo e cominciarono a scombinare tutto quello che incontravano. Schiaffeggiarono la stufa, che si mise a saltare sulle quattro zampette, sbattendo il portello del carbone, poi cominciarono a tirare le coperte di Ekaterina. Lei aveva tanta voglia di urlare ma si morse il labbro e resistette: che se la portassero via, se volevano, ma non avrebbe dato loro soddisfazione. Il fantasma aveva ormai completato la sua metamorfosi: aveva quattro zampe, una lunga coda che spazzava la stanza e una moltitudine di braccia, su cui si andavano posando le mani. La bocca, larga e piena di denti storti, si aprì in una risata agghiacciante. Ma la risata gli si strozzò in gola: un’altra presenza era entrata silenziosamente nella stanza. Il fantasma chinò umilmente il capo e si dissolse. Ekaterina tirò fuori la testa da sotto il lenzuolo e vide una bellissima signora seduta sul suo letto. La temperatura della stanza stava risalendo mentre dalla finestra entravano le prime luci dell’alba. La signora allungò la mano e le fece una carezza:
- Sei stata brava Ekaterina, una vera cosacca. Hai superato la prova, adesso è tutto a posto, è tutto a posto …
Quando Ekaterina si risvegliò il sole era già alto e della signora non v’era traccia, né della zia. In cucina un vecchio corvo l’aspettava, appollaiato vicino al camino. Gracchiò due volte verso di lei poi prese la finestra e volò via. Ekaterina si affacciò per seguirne il volo. Fu allora che si accorse che i contadini erano ancora lì, immobili, al limite del villaggio. Poi si levò un grido:
- Che Iddio ci protegga: la strega è rinata!

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