I vicini avevano intagliato le zucche, ci avevano messo dentro i lumini. Nella notte in alto le nuvole erano così scure che formavano un unico grande telo, appena rischiarato dall’alone pallidissimo della luna. La pioggia era nell’aria. Le zucche parevano nel buio tante piccole urne incandescenti che gettavano ombre tiepide sulle nuche dei ragazzini che stavano correndo via lungo il mio viale. Sghignazzavano. Quello vestito da vampiro si teneva il mantello nella fuga; quello vestito come la creatura di Frankestein ha gridato: – Ti sta bene, tirchio.
Poi c’era la mummia con la busta piena di dolciumi che gli sbatteva al ritmo della fuga sui fianchi bendati; chiudeva la fila una streghetta che era la più bambina di tutti e correva sbattendo forte i piedi, da una tasca perdeva un filo di farina. Tutti indossavano costumi di plastica e gli accessori – canini, chiodi, catene – erano così finti che mi facevano tenerezza. Stavo sull’uscio e li ho seguiti con gli occhi finché non sono spariti al di là del cancello. Poi mi sono passato una mano sul maglione e un po’ di farina è caduta sul tappetino d’ingresso. Ho dato un’ultima occhiata alle zucche dei vicini. A loro di sicuro non toccherà l’opzione scherzetto, ho pensato, di sicuro loro hanno la casa piena di dolci e avranno salvi i maglioni. Sono rientrato e ho chiuso la porta. Hanno bussato – due colpi fondi – che ancora non m’ero cambiato. Doveva essere un’altra banda di ragazzini e tanto valeva che mi tenessi il maglione sporco, la farina s’era raggrumata sulla lana. Mentre andavo ad aprire, davvero mi dispiaceva non avere niente da offrire alla combriccola: non tanto perché m’avrebbero di nuovo tirato cose che sporcano; più che altro perché mi immaginavo bella la scena di me che stavo al gioco di quella notte e donavo dolci come la vecchia, sacrificavo dolci per placare l’ira dei mostri. Mi immaginavo i grazie dei ragazzini come un augurio.
Ho aperto la porta e mi sono ritrovato di fronte una figurina mascherata da morte. Sui dodici anni, non di più. Stava ingobbita come un uncino e il collo cadeva verso il basso, le braccia pendevano molli lungo i fianchi. Era tutta incappucciata in una tunica nera fatta di tela grezza. Il cappuccio era un ovale allungato e profondo. La tunica, puntellata da un ingombro rigido e tutto spigoli, cadeva verso il basso fino a coprire i piedi ed era stretta alla vita con una corda da cui pendeva un sacchetto che doveva contenere i dolci. Che fosse di qualche taglia più grande si notava soprattutto sulle maniche, che coprivano interamente le mani: dalla destra spuntava un falcetto. Non si vedeva un filo di pelle, però ho capito da subito che avevo di fronte una ragazzina. Per due motivi mi ha ispirato una specie di simpatia: primo, perché stava da sola in una notte di festa; secondo, perché aveva un costume che non era di plastica, sembrava vero, e, nonostante le taglie in più, stava benissimo con la sua postura, col modo immobile che aveva di stare in piedi – i lembi della tunica che frusciavano in quel filo di vento erano l’unica cosa che la rendevano diversa da una scultura.
Mi fa: – Dolcetto o scherzetto?
Mi è venuto da sorridere: sembrava la voce gonfiata e tutta di gola di una ragazzina che fa il baritono e le viene il cipiglio, come se stesse nella recita della scuola a fare l’orco o il re o la morte. Però quella voce fasulla, da burattino, non bastava a rovinare l’effetto generale, non bastava a farla uscire dalla parte. Avrei voluto che invece di starsene lì sotto al cappuccio, la ragazzina alzasse lo sguardo sul mio sorriso, perché l’intenzione era quella di incoraggiarla, di comunicarle che stava andando benissimo: se i dolci si davano per l’interpretazione della maschere, lei li meritava più di tutti. E allora mi sono sforzato di fare mente locale se tante volte avessi in giro qualche caramella o qualche cioccolatino. Ma niente. Gliel’ho detto, scusandomi. Ho pure rivolto i palmi delle mani a far vedere che erano vuote. L’ abilità della ragazzina è stata nell’alzare la voce di un mezzo tono, spazientita. Ha chiesto di nuovo:
- Dolcetto o scherzetto?
Ha agitato il falcetto come a dire scegli senza tante storie: delle due, una. Io ho sorriso un po’ di più e ho fatto pure lo sbuffo divertito perché lo sentisse. Ho indicato il maglione infarinato, ho detto:
- Guarda, mi dispiace, ma qui di dolce manco l’ombra: m’hanno appena tirato una manciata di farina. Stavo per dire “m’hanno appena punito con una manciata di farina”, però poi ho detto in quell’altro modo. Lei non m’ha risposto, non ha fatto proprio niente, forse giusto un sospiro che poteva pure essere il vento. E’ stato in quel silenzio che ho notato i riflessi sul falcetto lindo e appuntito di metallo: danzavano le ombre laviche delle zucche. Le fissavo e mi chiedevo “dovrei aver paura di questo falcetto che sembra vero?” Perché, anzi, mi fa quasi venire voglia di congratularmi con questa ragazzina così brava nella cura dei dettagli? Sicuramente, ho pensato, sbaglierà un gesto o una battuta, qualcosa la farà uscire dal ruolo e la tradirà. Ho sentito il cuore che mi batteva veloce e cupo e questa cosa m’ha sorpreso, perché non mi sentivo per niente agitato; invece mi stavo divertendo. Mi sono chiesto se la ragazzina fiutasse il mio divertimento o l’agitazione del cuore.
- Dolcetto o scherzetto? fa lei, la voce un altro mezzo tono più su.
- Mica mi ammazzi con quello?
Ho indicato il falcetto, ho rifatto lo sbuffo del sorriso. Allora il cappuccio s’è mosso come un no, però forse stava solo dondolando il collo, esasperata dalla mia cocciutaggine, come se avesse finito i mezzi toni. Poi ha detto con quel vocione, come concludendo un affare:
- Quindi scherzetto.
- Mmh mmh, ho fatto io. Ho respirato l’umidità della pioggia che stava per arrivare.
- Sicuro?, mi fa la ragazzina. E qui la voce, senza perdere la teatralità, s’è un po’ incrinata e non ho capito se fosse un effetto voluto.
- Scherzetto, ho confermato, l’ ho scandito bene.
Lei ha incrociato le braccia, la falce s’è inclinata. M’ha fatto pensare a Giove che riflette, colmo di dubbi, se davvero inondare la terra formicolante di uomini. S’è messa a sciogliere il nodo che assicurava il sacchetto, che era grigio scuro, fatto come di buccia organica, una specie di limone ammuffito da giorni. Mi ha concesso un’estrema possibilità di salvezza:
- Se ci metti dentro un dolce qualsiasi farò finta di non aver sentito.
- Di non aver sentito che cosa? le ho fatto io, giusto per provocarla, per vedere dove voleva arrivare.
- Di non aver sentito quello che hai risposto, ha fatto lei. – Lo scherzetto.
Poi s’è chinata e ha poggiato il sacchetto a metà strada tra lei e me, sul tappetino d’ingresso imbiancato dalla farina. Però nel movimento, che era macchinoso e artritico come la maschera prevedeva, la mano disarmata le è fuoriuscita per un attimo dalla manica: le unghie erano piccole e la pelle delicata; magra, sì, però non si poteva dire scheletrica: era a tutti gli effetti la mano di una ragazzina. Io l’ho presa come una vittoria e non ho potuto fare a meno di farglielo notare. Ho detto:
- Ti s’è vista la mano.
Che era come dirle t’ho smascherato. L’ho accarezzata sul cappuccio come si fa coi piccoli da consolare, al tatto c’era proprio la testa che ti aspetteresti. Lei mi ha lasciato fare. Mi sono piegato sulle ginocchia e le ho detto:
- Comunque bravissima: sei il mostro di Halloween più credibile di tutti. Neanche ti immagini quanto mi dispiace non avere dolci da darti. Ho detto.
- Il costume non l’hai comprato, vero? Chi l’ha fatto, tua madre?
Restava zitta e rigida. Allora ho raccolto il sacchetto e gliel’ho ridato. Ho aspettato che dalla manica uscisse di nuovo quella mano piccola a riprenderselo. E’ stato a questo punto che la ragazzina ha raddrizzato la schiena, ha abbassato il cappuccio e il viso era pulito: le guance non erano ossute e gli occhi da bambina pendevano tristi all’ingiù, come se stessero guardando un cane. Mi fissava così e faceva no col collo. M’è venuto da spazzolarmi il maglione, per ripulirlo dalla farina. Lei mi ha poggiato una mano sulla guancia e ha detto “mi dispiace” con la voce che adesso era normale e sua, come se stessimo ormai dietro le quinte a sipario calato. Anche la falce pareva non avesse più senso. Ha detto “mi dispiace” e poi ha strusciato via la mano dalla mia guancia, ha riannodato alla vita il sacchetto dei dolci. Se ne stava andando e una combriccola di mostri imboccava adesso il vialetto. I costumi erano più o meno come di quelli che m’avevano tirato la farina. Hanno incontrato la ragazzina a metà vialetto. Uno vestito da fantasma s’è rivolto verso di lei, ha agitato il lenzuolo e ha fatto un ululato. Tutti gli altri hanno riso; lei ha proseguito come se non ci fossero, ha attraversato il cancello d’ingresso e poi è sparita nel buio. Mi ricordo bene che ho pensato a quanto le nuvole nere potessero resistere così, senza piovere. Mano a mano che i ragazzini mi si avvicinavano avevano facce che mi parevano cattive e stupide come quelle delle zucche. Il fantasma ha ululato ancora e gli altri hanno riso fortissimo, da impregnare l’aria. Si sono sventagliati di fronte a me come animali su un semicerchio di rupi. Pensavano solo ai dolci e io in casa non ne avevo.