Archivio December, 2009

I brucowski


brukowskiDa mesi queste larve panciute di una quindicina di centimetri, rugose, avvolte da folta peluria bianca, chiamate così perchè si nutrono curiosamente solo della carta degli scritti di Bukowski, sono l’incubo delle librerie. Ancora non è chiaro come facciano, ma durante la notte penetrano nelle suddette, individuano i libri del famoso scrittore e se li fagocitano tutti in cinque minuti. Copertina compresa. Poi escono. Molti impiegati ormai, ogni sera, prima di chiudere il punto vendita sono soliti cospargere sugli scaffali, in corrispondenza della lettera B, potenti pesticidi. Alcuni brukowski sono caduti nella trappola, ma altri no. Proprio ieri vittima del loro passaggio è stata la Feltrinelli di Largo Argentina.  

Mamma Natale


mamma nataleFinalmente è conclusa la cena della vigilia. Manca poco a mezzanotte. Siamo partiti a tavola alle 8 con la preghierina di ringraziamento seguita immediatamente e con l’autentica passione di tutti, me compreso, dai capellini in brodo, un po’ di pasta al tonno, i frittelli con i broccoli vicini alla spigoletta al cartoccio (è vigilia), due dolcetti fatti dalla nonna e il rosolio per chiudere poi con il rito, dopo una rigovernata rapidissima (tanto gli avanzi vanno al giorno dopo), dello scartamento dei regali. Mi sottopongo a questa benevola afflizione da un numero di anni indefinito e conservo in un apposito cassetto a casa mia, in attesa di un riciclo fortunoso, tutte le astruserie che mi vengono regalate, dalle tazzine sorridenti con i piedini e le braccine, all’orologio da parete con l’uccellino che fa cucù ogni ora che Dio manda in terra, allo scaldamani di pelo a batteria, alle ciabatte col pon pon a forma di draghetto per finire anche al portafoglio di pitone con scomparti per 14 carte di credito per me che ho solo le tessere della coop e del distributore di benzina. A volte, nei momenti topici della ricerca di un regalo dell’ultima ora, vado  caccia fra tanto bengodi, di qualcosa che non mi faccia arrivare a mani vuote dal festeggiato di turno. Ma, a meno che la persona non mi stia proprio sulle palle, è difficile che trovi alcunché d’apprezzabile. E quindi mi salva solo l’episodica riffa di una sventurata parrocchia di paese che come premi rastrella davvero di tutto. Ma ecco che, bruciati gli involti dei regali nel camino, tutti i miei parenti si apprestano a concludere la serata: chi alla messa di Natale, chi al meritato riposo dopo tanto mangiare, chi a qualche tavolo da gioco a casa di amici.
Io no. Io non vedo l’ora di rimanere da solo ad aspettare la mezzanotte davanti al fuoco acceso. Vivo gli ultimi giorni prima di questo momento in una vertigine di sensi che solo raramente mi coglie. L’attesa mi snerva e insieme mi carica di uno struggimento sottile teso al suo sospirato compimento. E proprio quando l’orologio della piazza batte le 12, dal camino, con lieve rumore, arriva Mamma Natale. Non posso trattenere la mia gioia, la mia felicità, il mio stupore da fanciullo alla vista di quella signora che si accomoda vicino a me sul divano, come fa ormai da 10 anni, e incomincia a togliersi di dosso il pesante e inelegante vestito rosso e bianco. Sotto ha uno splendido tailleur giacca e pantalone, con una camicetta chiara impreziosita da un leggiadro girocollo di perle. Si aggiusta la crocchia candida dei suoi capelli, si mette il burro di cacao sulle labbra, inforca gli occhiali da presbite e comincia a squadrarmi. Ahi, ti trovo sciupato dall’ultimo Natale che ci siamo visti, qualcosa ti preoccupa, non mangi abbastanza, il lavoro non gira per il verso giusto, l’innamorata, come va con l’innamorata? Sai che a me puoi dire tutto, coraggio non farti pregare e nel dire queste ultime parole prende le mie mani nelle sue, me le intiepidisce, avvicinandole al fiato caldo della sua bocca; poi mi scuote i capelli, mi avvicina il colletto della camicia e fa per abbottonarlo; infine decide che sta bene così e aspetta senza fretta che cominci a parlare. E io, confortato e rilassato come quando in fasce finivo la poppata della sera, mi accoccolo con la testa sul suo grembo e distendo le gambe sul divano e, mentre lei continua a lisciarmi i capelli con le dita che li separano e li uniscono a ritmo di milonga, comincio a narrarle tutto quello che mi è successo negli ultimi dodici mesi. Mi lascia dire, interrompendomi soltanto quando qualcosa non le è chiara o quando non è convinta di ciò che racconto. Ogni tanto annuisce, qualche volta scuote la testa, dice la sua con una certa convinzione per nulla intimorita dai miei distinguo e continua ad ascoltare con pazienza materna quel diluvio di parole. Babbo Natale non era così. Era un maledetto rompiballe, arrogante, prepotente che protestava senza sosta e al quale non andava mai bene un cazzo. E se avevi mangiato troppo, e se avevi mangiato poco, e se i regali ti erano piaciuti, e perché la fidanzata ti aveva lasciato, e sei sempre un miscredente comunista, e perché non vai alla messa di mezzanotte, e lavora sodo perché devi farti un avvenire, e che lui il suo lavoro lo fa benissimo perché ha due coglioni grossi così. E ancora: fai questo e fai quello tanto che, quando la notte di Natale del 1999 lo mandai definitivamente a fare in culo dicendogli che io a Babbo Natale non ci avevo mai creduto neanche da piccolo, ricevetti in sogno la sera di Santo Stefano un biglietto anonimo con su scritto: bravo, hai fatto bene!
Mamma Natale è un’altra cosa; le donne in genere sono un’altra cosa, soprattutto quando si parla di organi genitali. Non ho mai sentito una donna vantare le sue capacità dicendo: sai che io ho una vulva che mi fuma, oppure: sono una donna con certe ovaie così! Mai. E niente è più abisso di tiepidità, calma, eleganza, serenità, di un grembo femminile la vigilia di Natale. Si sono fatte le quattro di notte. Il bambinello riposa stanco ma felice nelle culle di tutti i presepi del paese e i pastori, i falegnami, i fabbri ferrai, e anche la vecchina, comunista, che porta i panni nella conca sulla testa dal fiume a casa sua, hanno preso tutti la via del letto dopo la lunga giornata di lavoro. Stai un po’ fermo tutte quelle ore davanti a una capanna! Mamma Natale delicatamente si alza, stando bene attenta a non svegliarmi. Posa la mia testa sul cuscino del divano, mi adagia una copertina sopra, riattizza il fuoco, si rimette la palandrana rossa e bianca e con gesti usuali e femminili riprende il suo viaggio, non prima di aver soffiato sul mio viso dalle sue mani un bacio leggero.
Natale è quando un vaffanculo ti porta regali così preziosi.

Merda di Cane


Racconto vincitore del Fantareale Slam sul Natale fantareale.

La renna di Babbo Natale


renna nataliziaDriiin driiin
 - Sììììììì?
 - Natale, la tua renna è…
- Ah, ciao.
- Sì, sì ciao, la tua renna è in gravidanza isterica.
- Che?
- Gravidanza isterica, insomma crede di essere incinta, secerne latte come un’autopompa, gira con pezzo di legno in bocca credendolo suo figlio,  vomita ed è incazzata nera…
- Ma che è?
- Te l’ho appena detto è in GRAVIDANZA ISTERICA, significa che non potrà
trainare la tua slitta perché proprio non gliene frega un cazzo. CAPITO ORA?Natale? Ci sei, Natale?
- FAGLI PASSARE ‘STA COSA ENTRO DOMANI ALTRIMENTI SCORDATI I CALZINI ROSSI CON IL PON PON DI VELLUTO NERO PER QUEST’ANNO. CAPITO?
click

(due ore dopo)

Driiin driiin
- Sììììììì?
- Natale? Ehm ciao Natale, sempre io”
- Novità?
- Ehm…ho portato la tua renna dal veterinario e…
- E?
- …e dice che…
- Cheeeee?
- Sì, dice che non c’è da preoccuparsi…
- Ah, meno male…
- Sì non c’è da preoccuparsi, bisognerà solo somministrarle un medicinale…
- Perfetto, dalle ’sto medicinale e preparala per la notte di domani. Ciao!
- Natale? Aspetta….ehm…il medicinale va somministrato per 15 giorni…
- Quindici cosaaaa?
- G-g-g-giorni.
- RIMETTIMI IN PIEDI LA RENNA ALTRIMENTI TI MANDO A LAVORARE NELLE MINIERE DI CARBONE DELLA BEFANAAA…
click

(6 ore dopo)

Driiin driiin
- Sìììììì?
- Natale…
- Allora dimmi.
- Natale, ho passato il pomeriggio a massaggiare tutte e otto le tette della renna, sono imbrattato di latte, la renna mi ha vomitato in testa 4 volte, mi ha preso a cornate 14, ho provato a levargli il ciocco di legno e mi ha morso sul naso. L’ho trascinata nel cortile e agganciata alla slitta per farle fare un giro, risultato: la slitta non si è mossa di un metro. All’improvviso però si è messa a correre verso la stalla, si era ricordata del suo baby ciocco di legno lasciato a riposare sul giaciglio di paglia e fieno, le sono corsa dietro, ma era troppo tardi, la renna ha sbragato l’entrata della stalla con tutta la slitta, si è avvicinata al ciocco di legno, lo ha preso in bocca e si è accucciata per l’ennesima volta fregandosene di tutto. Disperato mi sono seduto davanti a lei e l’ho guardata con furia omicida, poi l’illuminazione mi
ha colto. Ho preso un bastone lungo 2 metri e mezzo l’ho sistemato sulla slitta, ho preso uno spago da forno e legato saldamente al bastone e con uno
stratagemma sono riuscito a  legare all’estremità opposta il suo baby ciocco,
con il risultato che la renna si è alzata in piedi e ha iniziato a procedere in avanti per afferrare il suo cucciolo inanimato…insomma Natale, la tua renna è sì in gravidanza isterica, ma potrà trascinarti in giro per il globo.
- Ben fatto! Bravo! Oltre ai calzini ti sei meritato anche i boxer in pile scaldachiappe.

Natale mi attaccò il telefono bruscamente, come sempre d’altronde, e io me ne tornai nella mia soffitta esausto ma soddisfatto per aver salvato i miei calzini rossi con il pon pon di velluto nero e pensai a tutte quelle persone, che durante la notte di natale guardando per aria, crederanno di vedere delle stelle cadenti non sapendo che non sono altro che la secrezione mammaria di una renna in gravidanza isterica.

Come, quando e perché l’ho fatta finita con Babbo Natale


babbo natale ammazzato Quando, quando? Ma che ne so? Mi scoppia la testa. Saranno stati venti minuti fa, trenta. Con un coltello per il panettone dritto in mezzo alle scapole. Si quel coltello lì, quello piantato nelle spalle si, non le pare? Perché l’ho fatto, commissario? Che cosa le devo dire? Non lo so, non me lo ricordo, ma ci deve essere stato un buon motivo se l’ho fatto, no? Per piacere, gliel’ho già detto, ho solo quella maledetta filastrocca che mi esplode nella testa e sento un bisogno urgente di bere un altro goccio, la prego. Si… si, come diavolo devo dirglielo? Venti minuti fa. Stavo sparecchiando la tavola, e mia moglie era nella stanza del bambino… ma adesso devo andare a bere un altro goccio, davvero… voi intanto pensate a un modo per levare di mezzo quel cadavere dal mio pavimento, vi prego. Sì, cazzo, era proprio mezzanotte, gliel’ho detto, e il bambino si era svegliato e piangeva, così mia moglie è andata di là a calmarlo, e io sono rimasto solo nella sala da pranzo. No, non c’era nessuno, i miei genitori se n’erano appena andati… ma per favore… cristo, può dire ai suoi colleghi di piantarla con quel flash, mi spaventano il bambino… mia madre mi ha salutato dicendomi qualcosa che mi ha messo una specie di agitazione addosso, ma ora non ricordo più cosa fosse, ricordo soltanto che sono rimasto da solo nella sala da pranzo, davanti al camino spento, e che ho cominciato a provare una strana paura mentre sparecchiavo la tavola.

Allora ho afferrato il coltello dalla tavola, vicino al panettone, e mi sono nascosto al lato del camino, sono rimasto schiacciato contro la parete ad aspettare qualcosa, mentre mia moglie, nell’altra stanza, cantava una ninnananna al bambino, ma quello continuava a piangere, io invece ogni tanto sentivo gli occhi pesanti che mi si chiudevano, ma poi li spalancavo di nuovo, guardando di lato, verso il camino.

Avevo bevuto un po’ troppo, certo. Lo faccio sempre a Natale. Diciamo che lo faccio sempre quando rivedo i miei genitori, anzi, che lo faccio sempre quando rivedo mia madre.

Comunque si, avevo bevuto, e parecchio. Che le devo dire? Mia madre riesce ogni volta a mettermi addosso quella strana inquietudine, soprattutto a Natale.

Prima di andare via ha guardato il bicchiere nella mia mano, poi ha guardato il camino, e ha fatto un cenno con la testa “mi raccomando- ha detto tutta seria – vedi di andare a dormire che se Babbo Natale ti trova sveglio ti porta via… e basta bere, che sei già ubriaco” e mi ha strappato il bicchiere dalle mani.

L’ho salutata e ho iniziato a sparecchiare la tavola, tenendo sempre d’occhio il camino.

Mia moglie cantava la ninnananna e io sentivo crescere la paura.

Insomma commissario, non lo so perché l’ho fatto, non me lo ricordo, non ho un motivo valido.

Ero lì in piedi al lato del camino, che quasi tremavo, e improvvisamente ho sentito un tonfo e ho visto una nuvola di cenere invadere la sala. Il respiro mi si è bloccato in gola. Poi lui è saltato fuori dal camino, gridando quel terribile “ho ho ho” e non so che mi è preso, ho stretto il coltello del panettone, ho fatto un balzo e gliel’ho piantato tra le scapole, sotto quel soffice velluto rosso, che ha cominciato a sporcarsi di sangue e non si capiva se era solo il rosso del vestito o quello del sangue, insomma, non si capiva niente, e mia moglie è corsa nella sala urlando, e il bambino ha ripreso a piangere… tutto qui.

 

Soddisfatto ora? Posso andare a bere un goccio ora?

 

No, non ce l’ho un buon motivo. E poi, cristo, le sembra che ci possa essere un motivo valido per ammazzare Babbo Natale in quel modo, le sembra che ci possa essere un fottuto motivo valido per ammazzare chicchessia, a Natale, in quel cazzo di modo. Senta, io non mi ricordo proprio il motivo, io non mi ricordo quasi più niente, so solo che mia madre mi ha detto qualcosa, che il bambino piangeva, che mia moglie è andata a calmarlo, e che da quel momento mi si è ficcata quella dannata stupida filastrocca nella testa…

“Ninna nanna, ninna oh… questo bimbo a chi lo do’… lo darò a Babbo Natale… 

Quando, quando? Ma che ne so? Mi scoppia la testa. Saranno stati venti minuti fa, trenta.

Con un coltello per il panettone dritto in mezzo alle scapole. Si quel coltello lì, quello piantato nelle spalle si, non le pare?

Perché l’ho fatto, commissario? Che cosa le devo dire? Non lo so, non me lo ricordo, ma ci deve essere stato un buon motivo se l’ho fatto, no? Per piacere, gliel’ho già detto, ho solo quella maledetta filastrocca che mi esplode nella testa e sento un bisogno urgente di bere un altro goccio, la prego. Si… si, come diavolo devo dirglielo? Venti minuti fa. Stavo sparecchiando la tavola, e mia moglie era nella stanza del bambino… ma adesso devo andare a bere un altro goccio, davvero… voi intanto pensate a un modo per levare di mezzo quel cadavere dal mio pavimento, vi prego.

Si, cazzo, era proprio mezzanotte, gliel’ho detto, e il bambino si era svegliato e piangeva, così mia moglie è andata di là a calmarlo, e io sono rimasto solo nella sala da pranzo. No, non c’era nessuno, i miei genitori se n’erano appena andati… ma per favore… cristo, può dire ai suoi colleghi di piantarla con quel flash, mi spaventano il bambino… mia madre mi ha salutato dicendomi qualcosa che mi ha messo una specie di agitazione addosso, ma ora non ricordo più cosa fosse, ricordo soltanto che sono rimasto da solo nella sala da pranzo, davanti al camino spento, e che ho cominciato a provare una strana paura mentre sparecchiavo la tavola.

Allora ho afferrato il coltello dalla tavola, vicino al panettone, e mi sono nascosto al lato del camino, sono rimasto schiacciato contro la parete ad aspettare qualcosa, mentre mia moglie, nell’altra stanza, cantava una ninnananna al bambino, ma quello continuava a piangere, io invece ogni tanto sentivo gli occhi pesanti che mi si chiudevano, ma poi li spalancavo di nuovo, guardando di lato, verso il camino.

Avevo bevuto un po’ troppo, certo. Lo faccio sempre a Natale. Diciamo che lo faccio sempre quando rivedo i miei genitori, anzi, che lo faccio sempre quando rivedo mia madre.

Comunque si, avevo bevuto, e parecchio. Che le devo dire? Mia madre riesce ogni volta a mettermi addosso quella strana inquietudine, soprattutto a Natale.

Prima di andare via ha guardato il bicchiere nella mia mano, poi ha guardato il camino, e ha fatto un cenno con la testa “mi raccomando- ha detto tutta seria – vedi di andare a dormire che se Babbo Natale ti trova sveglio ti porta via… e basta bere, che sei già ubriaco” e mi ha strappato il bicchiere dalle mani.

L’ho salutata e ho iniziato a sparecchiare la tavola, tenendo sempre d’occhio il camino.

Mia moglie cantava la ninnananna e io sentivo crescere la paura.

Insomma commissario, non lo so perché l’ho fatto, non me lo ricordo, non ho un motivo valido.

Ero lì in piedi al lato del camino, che quasi tremavo, e improvvisamente ho sentito un tonfo e ho visto una nuvola di cenere invadere la sala. Il respiro mi si è bloccato in gola. Poi lui è saltato fuori dal camino, gridando quel terribile “ho ho ho” e non so che mi è preso, ho stretto il coltello del panettone, ho fatto un balzo e gliel’ho piantato tra le scapole, sotto quel soffice velluto rosso, che ha cominciato a sporcarsi di sangue e non si capiva se era solo il rosso del vestito o quello del sangue, insomma, non si capiva niente, e mia moglie è corsa nella sala urlando, e il bambino ha ripreso a piangere… tutto qui.

 

Soddisfatto ora? Posso andare a bere un goccio ora?

 

No, non ce l’ho un buon motivo. E poi, cristo, le sembra che ci possa essere un motivo valido per ammazzare Babbo Natale in quel modo, le sembra che ci possa essere un fottuto motivo valido per ammazzare chicchessia, a Natale, in quel cazzo di modo. Senta, io non mi ricordo proprio il motivo, io non mi ricordo quasi più niente, so solo che mia madre mi ha detto qualcosa, che il bambino piangeva, che mia moglie è andata a calmarlo, e che da quel momento mi si è ficcata quella dannata stupida filastrocca nella testa…

“Ninna nanna, ninna oh… questo bimbo a chi lo do’… lo darò a Babbo Natale…

Natale in famiglia


Tacchino nataleIl Natale lo festeggiamo in cinque: io, mio fratello, mia madre, mio padre e il tacchino ripieno. Alla vigilia tutti e quattro ci mettiamo seduti davanti al forno a guardare il tacchino mentre cuoce. E aspettando che si faccia la crosta parliamo delle tende del soggiorno. Le tende di casa hanno da sempre due buchi molto grandi ai lati.  Ci vergogniamo di quei due buchi e ogni anno davanti al forno ci diciamo che andrebbero cambiate.  Ma cambiare non è un verbo attivo nella mia famiglia, a noi quattro cambiare ci fa spavento.Sì, cambiamo indubbiamente, come tutti invecchiamo, andiamo avanti, ma nella vita scegliamo le strade dritte, quelle già percorse, quelle che non ci diano scosse. Non si cambia casa, banca, rete televisiva, città, non si cambia il vasetto di basilico davanti alla finestra né la tovaglia di plastica della tavola. Io ho lo stesso fidanzato da sempre, faccio lo stesso lavoro che faceva mio padre, abito nella stessa stanza in cui sono nata, dove è nato mio padre e dove è nato mio nonno. Così mio fratello frequenta le stesse scuole che ho frequentato io, mio padre e mia madre, va a dormire da sempre allo stesso orario che poi è l’orario in cui andiamo a dormire tutti da sempre. La nostra vita è già stata scritta da altri, noi ci limitiamo semplicemente a leggerla. Paradossalmente l’osservare il mutamento del tacchino ci è consolatorio. Cambia lui, noi siamo stretti e vicini nella quiete dell’abitudine, io con il mio solito lavoro, mio padre con la solita pensione e la solita pipa, mia madre con le solite pentole e i soliti romanzi rosa, mio fratello con i suoi occhiali e i suoi brufoli.  E’ un brodino influenzale la mia famiglia o una tazza di liquido amniotico. Noi siamo gente normale e anche il tacchino è un tacchino normale. Mia madre lo acquista alla Sma sottocasa che ha un reparto macelleria con il macellaio in carne e ossa, il macellaio gli augura buon giorno e buon Natale e mia madre risponde “tanti auguri a lei e alla sua famiglia.”  Il macellaio è una persona simpatica tranne che per quella strana sua ossessione di fare collanine di perline e di distribuirle un po’ a tutti. Le collanine sono orrende. Quest’anno mia madre ha scoperto che il macellaio è un uomo solo e lo ha invitato a trascorre il 24 insieme a noi. E lui si è presentato con le sue collanine.  Ce le ha fatte indossare per forza queste collanine e abbiamo aggiunto una sedia di fronte al forno. Poi accomodati come al solito abbiamo iniziato a parlare delle tende di casa. Il macellaio all’improvviso si è alzato. E noi confusi abbiamo tolto lo sguardo dal tacchino. Il macellaio ha staccato le tende bucate e noi abbiamo cominciato a piangere piano prima e forte poi. Il macellaio ci ha detto che ci faceva bene piangere e ha dato a ognuno un ago e un filo. Mio padre  era diventato giallo giallo e in lacrime è stato obbligato a lasciare la sua pipa. E costretti ci siamo messi a cucire le nostre tende. Il macellaio ha iniziato a raccontare delle sue collanine e mio fratello che ha 15 anni appena compiuti ci ha comunicato che l’indomani sarebbe partito per l’India dove sarebbe andato a fare il monaco; ha aggiunto che aveva quattro figli, di cui non si curava molto per la verità, ma che li aveva generati per spargere questo suo seme santo. Sì, sembrerebbe che mio fratello con tutti quei brufoli sia un predestinato. Mio padre non ha smesso di cucire, mia madre pure, io mi sono punta con l’ago. Mio padre ha detto che avrebbe potuto portare con sé i quattro nipotini in Lapponia dove starebbe per dare avvio a una nuova impresa con dei fondi governativi. A quanto ho capito ha inventato un nuovo tipo di ferro da stiro che emette vapori con effetti allucinogeni e narcotizzanti finalizzato a ridurre al silenzio le massaie rivoluzionarie del pianeta. Mio padre come studioso e inventore è stato già citato su Wikipedia, non è cosa da poco. Mia madre ha continuato a cucire, mio fratello pure e io anche. A un certo punto mia madre ha detto di essere piuttosto contenta della partenza di mio padre, avrebbe avuto l’occasione di dedicarsi a tempo pieno al suo lavoro. Lei da 5 anni fa la spogliarellista in un localaccio a Singapore nei mesi estivi. Poi ci ha detto di essere una donna in fuga, dalle sue parole abbiamo intuito che ha rapinato numerose banche dell’est per rifornire il guardaroba di un nano ossessionato dal look di cui si era pazzamente innamorata. E io? Io, mentre i miei  stravolgevano le loro vite,  io in questi anni me ne ero rimasta nella serena zona dell’immobilità per paura di rompere l’equilibrio delle solite cose, quello stabilito  nelle telefonate con i parenti lontani in cui ci si dice un  “Come stai? Tutto al solito.” Il macellaio ha aperto lo sportello del forno e si è accucciato vicino al tacchino. Poi abbiamo appeso le tende che i soliti buchi non li avevano più e con le collanine indosso ci siamo messi a fare il girotondo. Questo non è vero ma è natalizio e ci sta bene e quindi lo scrivo lo stesso. 

Un babbo natale fuori stagione dentro una media chiara


birra chiaraLe due medie chiare il cameriere ce le porta subito; per le pizze, ci dice, dobbiamo aspettare ancora un po’.
- Dai facciamo un bel brindisi a stomaco vuoto! – dico a mia moglie.
Lei, concentrata a fissare l’interno del suo boccale non mi risponde.  
- Che c’è? – le chiedo – un insetto nella birra?
- Credo di sì, ma non riesco a capire cos’è – risponde schifata spingendo il bicchiere verso di me. Ci guardo dentro. E’ vero, sulla superficie della schiuma si muove una cosa rossa. Prendo uno stuzzicadenti, la tiro fuori, la poggio sul mio tovagliolo e abbasso gli occhi. Quello che vedo mi fa sobbalzare sulla sedia.
- Cos’è?! – mi chiede la mia donna.
- E’ un babbonatale, un babbonatale rimpicciolito e…vivo!
- Ma non dire cretinate dai!
- Guarda allora! – le sussurro spingendo con molta cautela il tovagliolo dal suo lato. Anche lei abbassa gli occhi. Anche lei sobbalza sulla sedia.                                                            
- Oh mio Dio! – esclama rispingendo il tovagliolo verso di me.
- Non alzare la voce – le mugugno a denti stretti; poi, dopo essermi sincerato che nessuno agli altri tavoli ci stia guardando, riabbasso gli occhi verso il micro-babbonatale. A parte il fatto che è grande poco più di una zanzara tigre, che è tutto fradicio di birra, e che mi guarda terrorizzato e infreddolito tenendosi saldamente aggrappato allo stuzzicadenti, mi sembra proprio il classico babbonatale: barba bianca e vestito di rosso. Alzo di nuovo il volto. Mia moglie mi fissa spaventata; dentro la mia testa invece un turbinio di domande comincia a sbattacchiare qua e la. Provo mnemonicamente e rapidamente a metterle in ordine.
Prima di tutto: che cazzo ci fa in giro a luglio babbonatale?
Secondo: come cazzo fa a trovarsi in quelle condizioni?
Terzo: da quanto si trova in quelle condizioni?
E le renne? Le renne dove accidenti sono? Gliel’hanno rubate? Le ha perse?
E’ vittima per caso di un incantesimo della befana? Mmm…
E’ caduto nel boccale mentre fluttuava nell’aria come un moscerino, o già si trovava nel fusto della birra?
E com’è finito nel fusto della birra?
Poi c’è da chiedersi anche un’altra cosa: quello disteso sul mio tovagliolo è il babbonatale originale o è il solito sfigato che è stato costretto dalla moglie, chissà la notte di quale vigilia, a conciarsi in quel modo per far contenti i bambini?  
E se fosse davvero così, allora chi è quel tizio?
E’ italiano?
E’ straniero?  
E che lavoro fa?
E quanti anni ha?
E può parlare?
E se parla, potrò sentire la sua voce?
E lui, potrà sentire la mia?
E se la sente, potrà capirla?
Guardo ancora un secondo il volto turbato di mia moglie, poi decido di esordire con la prima domanda dell’elenco, ma ecco che, proprio mentre mi sto riavvicinando col viso al babbonatale in miniatura fuori stagione, il cameriere ci porta i piatti con le pizze fumanti. Uno lo sistema sopra il tovagliolo di mia moglie. L’altro, sopra il mio.

Fantareale Slam di San Valentino!


amori_fantarealiL’amore è già fantareale di per sé. Quindi sotto con la tua storia inneggiante ad amori assurdi con fidanzate e fidanzati invisibili, alieni, bamboli meccanici, statue di pietra col cuore di carne, piante carnivore, manichini senza testa e principesse vampire… La storia più votata vincerà 300 euro! Iscriviti all’indirizzo più fantareale che c’è…fantareale@omero.it


Leggi il regolamento

Vincitore della serata: Simona Baldelli con il suo My funny Valentine.
Leggi il racconto di Simona sul blog del fantareale.

Merda di cane


sulle strisceVenti minuti fa mia moglie se ne andava di casa.
Diciannove minuti fa mi bevevo una birra seduto sul divano.
Dieci minuti fa uscivo a comprare le sigarette.
Sei secondi fa un’auto in corsa mi spezzava la spina dorsale e una gamba, lasciandomi steso a terra. Sulle strisce pedonali, cazzo.
L’asfalto sotto di me si allontana sfocandosi in un tutt’uno con i primi curiosi, il mio corpo, il sangue, tanto e rosso; l’auto non c’è. Figlio di puttana, chiunque tu sia spero che… Ma ormai… Le cime degli alberi, altri stronzi che vanno a farsi una sorsata di macabro, qualcuno strilla, uccelli lerci che mi sfiorano, i palazzi terminano, l’orizzonte metano scuro si decompone, l’oscurità mi circonda. Che deve succedere ora? Divento astronauta? Ah ecco, qualche barlume di luce. Silenzio opprimente, una struttura conica illuminata mi attraversa, un satellite, mi sfilaccia per un istante come pasta di pane. Mi battono su una spalla. Gesù! Un dito teso a chiudermi la bocca. Ali. Bianche. Tutto bianco.
- Seguimi -, mi fa. 
- Dove? 
- Seguimi -, insiste.
 Una grande luce compare intorno a noi. Merda, lo sapevo che era tutto vero. Un enorme cancello d’oro. Cristo lo sapevo che eri vero.  Pornografia, ce l’ho; mendacio, ce l’ho; bestemmie, ce l’ho alla grande; amare il prossimo, se non rientra in pornografia non ce l’ho; onorare finché morte non ci separi, l’ho mancato di poco a quanto pare. Atterriamo davanti a un uomo dall’aspetto imponente. Sembra avere millenni di vita. E’ San Pietro, mi suggerisce ali bianche, poi sparisce. San Pietro è seduto dietro a una scrivania, piazzata giusto davanti al cancello. Mi guarda. E ride. Ride forte.
- Lo stronzo delle strisce pedonali -, biascica tra sussulti e colpi di tosse, altri vegliardi si avvicinano a lui, gli sussurrano qualcosa, si fanno sussurrare qualcosa, Pietro ride il doppio.
- Brutta testa di cazzo -, fa – perde la moglie, finisce le sigarette, lo mettono sotto il ventiquattro dicembre… -, ride come un matto, - … povero coglione, e il cadavere, l’avete visto il cadavere? 
Chiede ai vecchietti davanti a lui che lo guardano costernati.
- Sdraiato su una merda di cane  -, si sta sbudellando.
 – E’ morto sulla merda di cane e con le mani sul pacco, porca troia!
Uno dei vecchietti viene verso di me.
- Sono Paolo, salve.
- A lei.
- Ehm… lo ignori, ha tanto lavoro.
Le risate sovrastano tutto, pure gli angeli in coro che paiono contrariati.
- Senta, dobbiamo rimandarla giù.
 – Ma no. 
- Ma sì.
 – Ma vaffanculo.
 – Che ci vuole fare? 
- Vabbè.  A fare che -, chiedo.
 – Si tratta di presidiare una posizione strategica per il corretto svolgimento dei piani dell’altissimo.
 – Cioè? 
- Infestare.
 – Cosa?
 – Casa sua.
 – Per quanto?
 – Pietro! -, fa il vecchio all’indirizzo di Pietro. – Quanto deve stare, tizio qua, quanto deve stare sotto?
 – Merda di cane? Digli Paolo – , fa Pietro all’indirizzo di Paolo, – che sono cazzi nostri.
 – Sono cose nostre, scusi.
 – A cominciare da?
 Le pareti di casa mia mi opprimono come dieci minuti fa, quando ero vivo. Sono sporco di merda sul bavero della giacca. Casa è vuota. E buia. E lercia. La tele è accesa. Chissà se la posso spegnere? E perché, penso subito dopo, la bolletta la mandino al cimitero. Una cartella di pelle nera fluttua nell’aria muovendosi come un piccolo pendolo fino ai miei piedi. La prendo in mano, con circospezione. La apro. Istruzioni: presidiare la posizione strategica blabla fino a che non sarete richiamato. Stop. Saprete presto perché. Stop. P.S.: divertiti merda di cane. Butto per terra cartella e foglio. Che devo fare qua dentro? Ci ho passato venti fottuti anni in questo buco di casa a iniquo canone, e adesso che i miei casini dovrebbero essere finiti mi tocca tornarci per avere altri casini? Dicono che la casa di un uomo è il suo castello, ma la mia è diventata il mio inferno. Vado in bagno.
Piscio. Per provare, dirigo il getto fuori dalla tazza. Si bagna tutto. Ma che cazzo?
 Altra cartella in volo. Altre istruzioni: pisciare dentro tazza. Stop. Non fuori. Stop. Non in lavandino. Stop.
Idioti perditempo. La porta si è aperta?
 Sì. È mia moglie. È sconvolta. Amore, hai saputo? Sei vedova. Piange. Si riprende. No, non ce la fa. Forse sì. No, piange. Prende il telefono. Chiama. 
- Sono io –,  fa –  Sì, sì, lo so.
 No, non ancora, mio Dio! E’ terribile. Ha saputo. Dev’essere sua madre all’altro capo. Le starà dicendo di lasciare il corpo ai vermi.
 – Era mio marito sai?
 Brava, diglielo a quella stronza. 
- Nonostante tutto, era mio marito.
Amore mio, perché ti ho tradito. Mi amavi ancora così tanto? 
- No, non sto dicendo questo. No, non sono pentita.
Orgogliosa come sempre. Non posso fargliene un torto.
- No, l’ho portata dove mi hai detto. Non la troveranno.
 Che cazzo dice? 
- No, amore, ti ho detto che non sono pentita. Non vedo l’ora di vederti, ora che tra noi non c’è più lui… Sì sono sicura. Una botta troppo forte. Era immobile. C’è rimasto secco, secco su una merda di cane.
Brutta troia! Urlo in faccia a Paolo.
- Prego?
Sono di nuovo su.
- Niente, parlavo da solo.
Mi devo sedere, le gambe non mi reggono.
- Animo giovanotto! È Natale.
 – Bello. Il migliore di tutti.
 – Lo credo – riprende Paolo. – Cancelli aperti per tutti. Ne approfitti.
 – Finisce così? Fine? Lei laggiù che se la spassa sul mio cadavere e io qua in paradiso?
 – Che schifo, eh? Entri, non se lo faccia ripetere.
Prima di andare, Paolo mi attacca un tesserino sul petto.
 – È il suo nome celeste, sarà il suo nuovo nome nei secoli dei secoli. Si affretti ora, Merda di cane.

Straaaap


strappoPrivo di un vero e proprio apparato digerente, questa strana minuscola creatura vive di norma nelle lacerazioni dei tessuti, siano esse gonne, pantaloni, maglioni o altro. La sua peculiare conformazione fisica gli conferisce la capacità di aggrapparsi ai fili sporgenti, alle cuciture allentate, donde lavora di mascella allo scopo di garantirsi una dimora quanto più grande e confortevole possibile. Grande amante dei mangiatori di unghie con i quali instaura un vero e proprio rapporto di mutualità perché spesso gli facilitano il lavoro impigliandosi nei propri vestiti. Lo straaaap adora la fretta, l’incuria, la sbadataggine; qualcuno gli conferisce addirittura proprietà magnetiche, avendo la spiccata dote di attirare le sporgenze metalliche appuntite su golf, sciarpe e quant’altro di lana si possa trovare in un guardaroba umano. 

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