Archivio February, 2010

La verità su Paganini


paganini(…)
- Di Paganini si raccontano cose straordinarie.
- Che non ripeteva?
- Questo è niente. Sai che nei suoi concerti (naturalmente non nei concerti altrui, perché non glielo avrebbero permesso), prima di attaccare un pezzo, spezzava tre corde del violino e poi suonava su una corda sola?
- Meraviglioso.
- Pensa che ogni suo concerto costava un occhio del capo solo di corde rotte.
- E’ straordinario.
- Perché lui le spezzava sempre. Era più la spesa per le corde spezzate che l’incasso. Gli impresari avevano un diavolo per capello.
- Lo credo bene. Ma invece di spezzare le corde prima di suonare…
- Non poteva spezzarle dopo, vuoi dire?
- No. Dico: non poteva presentarsi con un violino a una corda sola?
- Monocorde, intendi?
- Me l’hai tolto dalla bocca.
- Fortuna che non era un concertista d’arpa.
- Ma Paganini ha fatto cose ben più straordinarie.
- Non tenti per caso di fare impressione sulle anime semplici con ragguagli mendaci?
- No. Una volta, mentre eseguiva un concerto, strappò prima una corda, poi un’altra, indi la terza e all’ultimo la quarta. E continuò a suonare.
- Senza corde?
- Se ti dico che le aveva strappate! E poi strappò gli applausi.
- Lui strappava tutto.
- Tutto. Non si salvava niente. Una volta, pensa, dopo aver strappato le corde, si strappò persino le falde della marsina e continuò a suonare.
- A Parigi?
- Non so se a Parigi o nei dintorni.
- Era un diavolo.
- Un’altra volta, dopo aver strappato le corde, si strappò i capelli.
- Per la disperazione di non avere altro da strappare?
- No, perché non poteva suonare. Un’altra volta suonò con un violino rotto. A Parigi, dopo aver strappato le corde, spezzò l’archetto e continuò a suonare. A Vienna ruppe anche il pianoforte dell’accompagnatore, e continuò a suonare.
- Lui continuava sempre a suonare.
- Sempre. Non smetteva nemmeno con le cannonate.
- Magnifico, superbo, immenso.
- Umile, serafico, sentimentale. Quanto più poteva rompere più era contento. Ma la maggior impresa, la cosa più straordinaria la fece a Lucca.
- Sentiamo. Ardo.
- Prima di cominciare un concerto, spezzò le corde, infranse l’archetto, sfondò il violino in testa al pianista, prese a calci tutti gli spettatori della prima fila e poi suonò un bellissimo pezzo.
- Con un altro violino?
- Questo non te lo so dire.
- Comunque, è sempre una cosa meravigliosa.
- Indubbiamente. Una volta strappò tre corde ed eseguì la Sesta di Beethoven sulla quarta, una terza sotto per la seconda volta a una prima.
- Dove?
- A Ottawa.

Guida in 30 punti che un gangster deve seguire per conquistare una donna


godfellas

(Foglio anonimo rinvenuto nelle casseforti delle abitazioni di alcuni spietati goodfellas degli anni ’70)

1 ) Una volta che ti sei reso conto di essere innamorato di una donna, datti una scadenza entro la quale farla tua. Massimo due mesi. Non di più.

2 ) Se lavori per un boss, chiedi al tuo boss, spiegandogli in maniera chiara le ragioni, un periodo di vacanza. Te lo concederà: di solito i capi sono sensibili a certe cose.

3 ) Sfrutta ora il tempo libero ottenuto per seguirla giorno e notte.

4 ) Memorizza dove lavora e dove abita.

5 ) Se risulta essere già accompagnata, avvicina con circospezione l’accompagnatore, invitalo a salire nella tua auto e portalo a fare un giretto fuori porta; a quel punto, con la macchina ben nascosta in una strada sterrata di campagna, gli palesi il tuo interesse verso la sua attuale donna e gli chiedi cortesemente di farsi da parte. Se il tizio dovesse fare storie gli ripeti il concetto spezzandogli il pollice della mano destra; se poi, anche dopo quest’ulteriore, pacato invito a eclissarsi, dovesse continuare ad avere remore, uccidilo e sotterra il corpo velocemente.

6 ) Cerca di riscoprire il tuo lato sensibile e affettuoso; se proprio ti riesce difficile guardati film romantici tendenti al tragico; Via col vento e Love Story, ad esempio, possono andar bene.

7 ) Pensa a un’altra identità.

8 ) Pensa a un’altra professione, e informati su di essa nella maniera più dettagliata possibile; se per caso, prima di uccidere persone e fare affari criminosi, hai svolto altre mansioni, sfrutta il ricordo di quelle.

9 ) Datti un po’ di tempo per risolvere alla perfezione i punti 1 2 3 4 5 6 7 8; una volta risolti vai al punto 10.

10 ) Passa all’azione simulando, su una strada dove la donzella è solita camminare, uno scontro fortuito.

11 ) Presentati con decisione, educazione e dolcezza.

12 ) Se si tratta di una ragazza alla quale hai eliminato il ragazzo, solo in questo caso, indugia un po’ di più sulla dolcezza.

13 ) Dopo che vi siete presentati vattene senza aggiungere altro.

14 ) Aspetta una settimana, poi, fai scattare il secondo incontro, che deve avvenire nello stesso posto del primo, e apparire, anche questo, abbastanza fortuito.

15 ) Questa volta sii più confidenziale, e invitala a cena fuori.

16 ) Prima di andare al grande incontro, liberati di ogni arma; se proprio non ce la fai, fatti bastare una pistola di piccolo calibro attaccata al polpaccio.

17 ) Indossa il tuo vestito migliore.

18 ) Metti il tuo profumo migliore.

19 ) Metti sul viso il tuo sguardo più affascinante.

20 ) Arriva davanti alla sua abitazione puntuale.

21 ) Aspettala fuori dalla macchina.

22 ) Appena arriva baciale la mano, aprile lo sportello e falla salire.

23 ) Evita assolutamente, night, ristoranti, quartieri, strade, che frequenti in veste lavorativa.

24 ) Evita assolutamente durante la serata di fare conversazioni sul livello di criminalità nel paese.

25 ) Quando desidera, riaccompagnala a casa senza fare storie.

26 ) Parcheggia l’auto un po’ defilata dalla sua abitazione.

27 ) Intensifica lo sguardo affascinante che hai messo sul viso prima di uscire di casa.

28 ) Intensificalo di più.

29 ) Avvolgile dolcemente il braccio intorno al collo.

30 ) Baciala appassionatamente.

Ora stammi a sentire: se sei arrivato senza intoppi fino al punto 30 bravo! Hai fatto la tua conquista. Ma se invece, durante il tempo che ti sei prefissato, non sei riuscito ad andare oltre il punto 15, cioè se in poche parole la ragazza ha sempre rifiutato i tuoi inviti a cena e i tuoi corteggiamenti, allora procedi, esattamente nell’ordine in cui te li menziono, con i seguenti 4 punti d’emergenza, che chiameremo bis.

1 bis ) Vai in una gioielleria ed entra in possesso (valuta tu se pagarlo o no) dell’anello più costoso.

2 bis ) Recati davanti a casa sua, chiedile gentilmente di uscire fuori e dille qual è il tuo vero lavoro.

3 bis ) Minaccia di morte lei e tutti i suoi cari.

4 bis ) Dalle l’anello e chiedile direttamente di sposarti. Stai tranquillo! Questa volta sarà un sì al 100%.

Inauditi amori


amori inauditiTaci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane. Ascolta.
Parlano del poeta i suoi seguaci, cogliendo, di moderni innamorati, i dialoghi fugaci. Inauditi amori di fremente amante non ascoltati dall’amato che fa orecchie da mercante.
- Ascoltami – , disse lei con fare ansioso, – senza di te non posso vivere.
Lui era distratto dal vibrato della suoneria.
Lei trapassò, e con un sospiro se ne volò via.
- Amore -, disse lui con sguardo perso, – pendo dalle tue labbra. -
Ma mentre si dondolava felice a testa in giù, lei chiuse la bocca. Lui precipitò e non fu più.
- Ardo d’amore per te – , disse lei,  - son tutta un fuoco! -
Lui era immerso nella cronaca alla radio. La vampata la consumò nello spazio della rimessa in gioco.
- Amò, stamm’a sentì,  me va er sangue ar cervello tutte le vorte che te guardo.
- Che hai detto amò?- , disse lei con fare inquieto mentre impavida si girava il dito nell’anello.
La risposta la raccolse l’infermiere dell’astanteria che con gran pena lo portava via.
- Mi hai rubato il cuore – , lei sussurrò nell’auricolare rosa del telefonino.
- Come?- , urlò lui lamentando un’improvvisa perdita di campo.
Il cardiologo che l’operò non si capacitava di un tale, incredibile casino e col bisturi in mano rimirava quel busto privo di ogni cuoricino.
- Mi lasci senza parole, amore mio – , gridò lui sul letto sfatto.
Lei era piuttosto distratta ad accarezzare il gatto. Mentre guardava lui andare via, rifletteva sulla muta arroganza della sua scortesia.
- Torna da me – , disse lei, – o perderò la testa.
Passava in quel momento un motorino. Dicono che vaghi per le strade sul far del mattino brandendo invano un lezioso cappellino.
E’ l’amore  degli amanti un mistero assai felice, che sia cieco ciascun lo dice,  se sia anche sordo nessun lo sa.

My funny Valentine [Official video]


Racconto vincitore del Fantareale Slam di San Valentino 2010.

Mastice


barattolo sìCaro Giorgio, è passato un anno dal 14 febbraio 2009. Quella mattina ero a pezzi. Il giorno prima era stato il nostro anniversario e io, per farti una sorpresa, avevo prenotato alla “Rosetta” per una cena romantica. Ti avevo preso un regalo, pure costoso. Mi chiamasti alle cinque:
- Ciao Giulia, stasera faccio tardi, sai, il lavoro all’università, le lezioni da preparare…
E quando rientrasti all’una di notte, io fingevo di dormire, cercando inutilmente di non piangere. Avrei voluto affrontarti, dirti: ‘So tutto di te e di Sandra, la tua segretaria “molto” personale, ma poi non ci riuscivo. Non era possibile, non era da me.
Quella mattina ero da sola in cucina, la bottiglia di whisky sul tavolo. Ero al terzo o quarto bicchiere quando sentii una voce gridare dalla strada:
- Donne, è arrivato l’arrotino. Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto! Aggiustiamo gli ombrelli; ripariamo cucine a gas. Se avete perdite di gas noi le aggiustiamo. Se il vostro matrimonio fa acqua da tutte le parti, noi ripariamo il vostro matrimonio…
Cosa? Questa non ricordavo di averla mai sentita…
- … Se la cucina fa fumo noi togliamo il fumo della vostra cucina. Se i vostri uomini si staccano da voi, noi li riattacchiamo. Lavoro subito, immediato.
Un secondo dopo ero in strada. Mi trovai di fronte a un omino, occhi chiari, capelli bianchi e radi. Mi guarda e mi sorride. Sembrava quasi che aspettasse me.
- Il suo ombrello è rotto? - dice con voce meccanica.
Resto un attimo interdetta e poi faccio segno di no con la testa.
- La sua cucina a gas ha perdite?
Di nuovo no con la testa, come in trance.
- Lei non ha coltelli da arrotare… forbici da seta… coltelli da prosciutto?
- No…no…no!
- Ho capito, - dice allora – dovevo immaginarlo.
Tira fuori un barattolo di latta e me lo porge in silenzio. Poi si volta, si allontana lentamente e arrivato all’angolo della strada mi lancia un ultimo sorriso.
- In fondo, è l’articolo che va per la maggiore. Lo usi con prudenza.
E sparisce. Sul barattolo c’è una scritta: “Mastice per Uomini”. Lo apro, sperando di trovarci nemmeno io so cosa: è vuoto. E’ uno stupido barattolo vuoto. Mi viene da ridere, una risata isterica, incontrollabile. Che razza di cretina: ma che mi aspettavo? Dio mio, voglio morire…
Quel giorno, però, tu rientrasti prima del previsto. Non potevo crederci.
- Certo, non volevano lasciarmi andare, con tutto il lavoro da fare… – mi dicesti sorridendo, – … ma è un pezzo che non passiamo una sera insieme; e poi, devo farmi perdonare.
- Perdonare? E…e di cosa? - balbettai.
- Ma come? Te ne sei dimenticata? Ieri è stato il nostro anniversario…, - e porgendomi una busta:
- Sono due biglietti per la Turandot. E per il dopoteatro, ho prenotato alla Rosetta: che ne dici?
- Ma…quando andiamo?
Le gambe mi tremavano.
- Lo spettacolo inizia alle nove: fra venti minuti arriva il taxi, ce la fai a prepararti?
Fu la più bella serata mai passata insieme: fosti così dolce, affettuoso… E poi, la notte. Oddio, quasi non me lo ricordavo più, come si faceva. Tu invece te lo ricordavi eccome, si vede che con Sandra facevi molta pratica…
Quando il giorno dopo mi svegliai, mi sentivo leggera, felice. Tu eri già uscito. Mentre facevo colazione, l’occhio mi cadde sul barattolo vuoto del “Mastice per Uomini”. Oddio, l’avevo dimenticato. Come mi sentii stupida! Era pure brutto. Senza pensarci, lo presi e lo buttai nella spazzatura. Due minuti dopo squillò il telefono. Eri tu:
- Amore! Come stai? - dissi.
- Giulia… ti prego di evitare certi termini quando sono al lavoro…
Il gelo.
- Scusa, Giorgio. Senti, per cena vorrei preparare…
- Giulia, non ho tempo. Volevo solo dirti che stasera rientro tardi. Quel lavoro di ieri, non posso più rimandarlo… e non aspettarmi, va’ a dormire…
Già. Sandra non poteva più aspettare. Quel giorno però annullasti di nuovo i tuoi impegni e tornasti da me. Durante la cena a lume di candela, non smettevi di carezzarmi dolcemente la guancia. La sera, a letto, un attimo prima di spegnere la luce, gettai un ultimo sguardo sul barattolo che avevo recuperato e che tenevo ben aperto sul mio comodino.
Da allora quel piccolo barattolo non l’ho più richiuso. E le cose sono cambiate: oh, se sono cambiate. Povero Giorgio: sovraccarico di lavoro com’eri, con tutti i tuoi corsi, le lezioni da preparare, i convegni, era sufficiente che ti chiamassi in un momento qualunque, che tu facevi di tutto per venire da me. Ti vedevo, giorno dopo giorno, sempre più stanco, deperito. I tuoi impegni di lavoro ti portavano via sempre più tempo, ma io riuscivo ad avere la priorità. E la sera, dopo aver fatto l’amore, quando chiudevo gli occhi e mi addormentavo soddisfatta, tu accendevi il computer per lavorare tutta la notte, ore e ore, senza interruzione.
Ora, Giorgio, mi mancherai. Eh sì, il cuore gioca brutti scherzi: chi l’avrebbe mai immaginato, una fine così improvvisa? Qui, su questa verde collina, mentre il prete dice la messa davanti al tuo corpo, mi sembri anche più bello che in vita. Peccato tu non possa vedere il mio elegante abito scuro: so che ti piacerebbe. Stringo tra le mani il piccolo barattolo che tanto ha fatto per me in questi ultimi mesi. E non solo per me, a quanto vedo: a pochi metri di distanza, quella bionda dalle forme generose strette in un vestito nero, che piange a capo chino, la riconosco. E’ Sandra, la tua segretaria: e stringe anche lei tra le mani un barattolo identico al mio. E man mano che arrivano le altre, di cui ignoravo completamente l’esistenza, più o meno alte, più o meno giovani (alcune, Giorgio veramente giovani! Ma con quante allieve sei stato?) ecco che tutte stringono tra le mani il piccolo barattolo così familiare… Povero Giorgio, ora capisco: il giorno e la sera dedicate a tutte noi, la notte ad ammazzarti di lavoro per recuperare. Ma non te ne voglio: se hai dato loro anche la metà di quello che hai dato a me, so che le avrai rese molto felici. E, da come piangono, direi che così è stato. Ecco che ti calano nella fossa: così rilassato, così sereno, sembri quasi felice che la morte ti abbia portato via da noi. Addio, Giorgio. Mi mancherai davvero.

Tosse durante il concerto


tosseMio cugino Bertrand è uno di quei nevrotici che, senza essere minimamente raffreddati, durante i concerti cominciano di punto in bianco a tossire. La cosa comincia con una blanda, quasi gentile raschiatina di gola non dissimile dall’accordatura di uno strumento, poi man mano aumenta finché, con una snervante consequenzialità, assurge a un abbaiare esplosivo, che fa sventolare come leggerissime vele i capelli delle signore sedute dinanzi a noi. Conforme alla sua sensibilità, Bertram tossisce forte quando la musica scende al pianissimo, più leggermente quando invece aumenta di volume. Con quella sua voce sgradevole egli costituisce, per così dire, un contrappunto disarmonico. Per di più, siccome ha una memoria eccellente e conosce le partiture da cima a fondo, mi fa quasi da guida musicale, a me che ho così poca cultura. Quando comincia a sudare, le orecchie gli si arrossano, quando trattiene il fiato e tira fuori di tasca delle pasticche per la tosse, quando comincia a diffondersi un odore penetrante di eucalipto, io so che la musica promette di attenuarsi. E in effetti: l’archetto del violinista sfiora appena lo strumento, le mani del pianista sembrano aleggiare immateriali sul pianoforte. Un’interiorità tutta tedesca, che par quasi di afferrare coi sensi, si diffonde nella sala, e Bertram siede ora con le guance gonfie, negli occhi una profondissima melanconia, finché di colpo esplode. (…)

La ghigliottina


ghigliottinaOramai tengo una certa età. Io non lo so quanto tempo mi resta ancora. Ma io, prima di morire, mi devo confessare. Don Anto’, io mi devo confessare. Io la vita me la sono sempre stentata, voi lo sapete. A venti anni rimasi vedova. Vedova e senza figli. Ma io sono sempre stata una donna di una parola sola, e perciò decisi che dentro al letto mio nessun uomo si doveva più coricare. E così, per onorare la memoria di mio marito, sono rimasta sola e mi è toccato pure lavorare per tutta la vita. E’ dall’epoca di Masaniello che tengo questo peso sopra alla coscienza, questo peso nero che mi voglio confessare. In quegli anni lavoro non ce ne era e perciò dovetti accettare di andare a pulire la ghigliottina dopo le esecuzioni. In tutto l’ho pulita due volte solamente, poi non ce l’ho fatta più. Il primo giorno che mi trovai avanti a quella lama tutta schifenziata di sangue secco, dovetti fare uno stomaco di ferro per prendere la spazzola metallica e cominciare a raschiare. Appena cominciai a raschiare, successe quello che successe. Bello e buono, sentii una voce. Una voce d’uomo. Allora smettetti di raschiare per vedere se per caso si era avvicinato qualcuno. Non solo non vidi a nessuno, ma neppure  la voce sentii più. Allora cominciai a raschiare un’altra volta, e sentii la voce un’altra volta. Maronna mia del Carmine, pensai, ma chi è? Chi parla? Chi è? Chi è? Domandai. Niente. Appena ripigliavo a raschiare, sentivo quella voce un’altra volta. Allora, mi feci coraggio, e cercai di capire che diceva quella voce d’uomo. Don Anto’, sapete che diceva?
- Maddale’, a me i pasta e patate tuoi, mi hanno sempre fatto schifo!
Sì,  don Anto’, proprio così diceva quello. E io mica mi chiamo Maddalena, pensai. Perciò questa voce certamente non mi parla a me. Comunque appena levai tutto il sangue da sopra a quella lama, quella voce non la sentii più. Ma niente, tutta la notte non chiusi occhio. Pensavo sempre alla stessa cosa, pensavo sempre a quella voce che diceva
- Maddale’, a me i pasta e patate tuoi, mi hanno sempre fatto schifo!
La mattina dopo, intostai il cuore e per la prima volta in vita mia andai a vedere un’esecuzione pure io. Quella mattina giustiziavano a un uomo nobile. Mentre lo stavano portando verso la ghigliottina, in mezzo alla folla,  si vide apparire una dama. Poteva tenere una ventina d’anni, tutta vestita di nero, con la veletta avanti alla faccia e con dieci damigelle appresso a lei. Tutta la folla si stette zitta per rispetto alla gran donna. Quella si avvicinò al nobile, che già teneva la testa sopra alla ghigliottina, si alzò la veletta, e disse
- Amore mio, nessuna sposa a questo mondo potrà sentirsi  più amata di come mi sono sentita io al tuo fianco.
Appena la signora finì di parlare, si sentì il rumore della lama e poi quello della testa del nobile che rotolava a terra. Dopo qualche minuto la gente cominciò a sfollare, e fu a quel punto che sentii il commento di due pescivendole che erano venute a vedere lo spettacolo.
- Come si vede la differenza. Quando una è nobile, è tutta un’altra cosa, tutto un altro portamento. Te la ricordi a Maddalena? -, disse la più anziana delle due.
- Maddalena,chi? -, rispose quell’altra.
- Maddalena, la moglie di quello che gli spagnoli hanno ammazzato ieri.  
-  Ah sì, quella che ha alluccato come una pazza prima e dopo l’esecuzione. Aspetta, com’è che diceva?
- Non te lo ricordi? Quella diceva:  Pascalì, Pascalì, e mo’ io a chi li cucino i pasta e patate miei? E mo’ io a chi li cucino i pasta e patate miei?
Don Anto’, praticamente mentre io scrostavo il sangue da sopra alla ghigliottina, io sentivo esattamente l’ultimo pensiero del condannato a morte. Avete capito niente? Io sentivo esattamente l’ultimo pensiero del condannato a morte. E allora pensai: mo’ che faccio? Ce lo devo dire a questa Maddalena che cosa ha pensato il marito? Ce lo devo dire, o no? Poi pensai, e se non glielo ha mai detto suo marito che lei i pasta e patate non li sa  cucinare, perché ce lo devo dire io? E poi pensavo alla dama vestita di nero, la vedevo avanti agli occhi  mentre si alzava la veletta. Maronna, don Anto’, me la vedo avanti ancora mo’. E pensai, no, no, a quella non ci dico niente, se dopo mentre pulisco la ghigliottina sento qualche cosa, a quella non ci dico proprio niente, è troppo nobile, quella mi mette soggezione! E così feci, don Anto’, non ci dissi niente alla dama. E questo è quello che mi voglio confessare. Io non ci dissi niente e quella, la dama, tre giorni dopo si buttò da sopra a basso, quella si uccise, quella si uccise per amore. Don Anto’, io la porto sopra alla coscienza da venti anni. Sono venti anni che io me la vedo avanti agli occhi mentre si alza la veletta, e dice
- Amore mio, nessuna sposa a questo mondo potrà sentirsi  più amata di come mi sono sentita io al tuo fianco.
Perché, don Anto’, voi lo volete sapere quale è stato l’ultimo pensiero del nobile?
- Cretina, sei sempre stata una cretina. Non hai mai capito niente. Se ho sposato te, è stato solo perché Marcello, il figlio dello stalliere, non me lo potevo sposare!

Il matrimonio vichingo


vichingo- Ti ricordi che mi hai detto tempo fa -, te n’esci all’improvviso mentre sorseggiamo un tè sul divano di casa tua, – che in un posto come Las Vegas ti ci sposeresti al volo. Perché là non ci sono intermediari, niente prenotazioni, chiese, banchetti. Ti presenti e in un quarto d’ora è tutto finito.
- Embè? - poggio la tazza sul tavolino.
- Ho deciso che oggi ci sposiamo.
Mi guardo intorno.
- Mica stiamo a Las Vegas.
- Qui da me, dico. Col rito vichingo. Ho già preparato tutto.
Il rito vichingo, oddio, Tania, cos’è, una delle tue performance artistiche, una poesia visuale, come le chiami tu. M’hai telefonato un paio d’ore fa, eri tutta eccitata, hai detto che si trattava di una questione d’importanza vitale.
- Ti fidi di me? - scorri sul sofà, la tua mano plana sulla mia.
- Certo…
- Allora vieni - balzi in piedi e mi sollevi di forza, sfrecciamo nel corridoio, suppongo che mi porti in camera da letto, hai parlato di matrimonio, invece no, a sorpresa sterzi per il bagno.
- Ma qua c’è una puzza che si muore! - m’arresto sulla soglia, nonostante tu continui a tirare.
- L’ho fatta prima, quando t’ho chiamato.
Ti studio con aria perplessa.
- Dai, vieni.
Mi lascio trasportare, ci fermiamo tutt’e due intorno alla tazza, mi fai segno di guardarci dentro.
- Ma quella è…
Tu sorridi.
- Quella è… - continuo a puntare il mio dito scandalizzato su due meteoriti bitorzoluti che galleggiano a pelo d’acqua.
- Sono feci -, puntualizzi, con tono da maestrina, – feci, passato remoto del verbo fare. Capisci? Quella roba là simboleggia il passato, ciò che era e che non è più.
Voi artisti contemporanei siete così, qualsiasi oggetto riuscite a nobilitarlo, perfino due polpette di sterco. Io da quelle che hai prodotto tu non riesco a schiodare gli occhi, ora che ci faccio caso sono solcate da … sì, come delle venature, rosso vivo. Il mio dito, sempre lo stesso, indica verso il basso con più veemenza. 
- Non mi dire che…
- Sì, è sangue.
Come sento pronunciare la parola già mi gira la testa.
- Sei impazzita? 
-  Che c’è di strano, mi serviva solo un po’ di sangue. È una settimana che mangio solo cibi secchi, niente frutta e verdura, prima o poi là sotto qualcosa avrebbe ceduto, me l’aspettavo. Il proctologo me lo dice sempre che nel tratto finale c’ho i tessuti delicati.
- Ma non potevi bucarti il dito con uno spillo, che ne so, una cosa meno… meno invasiva.
Scrolli le spalle, l’aria sbarazzina. 
- Ho pensato che così avrei preso due piccioni con una fava. Feci e sangue. Passato e presente.
Aggrotto la fronte e ti fisso con intensità.
-  Il sangue -, prosegui, - rappresenta la vita, l’attività. È il simbolo del presente, ciò che è.
- Per completare l’opera -,  ti faccio notare, - ci vorrebbe il futuro.
- Quello ce lo metti tu -, mi dici, e un istante dopo crolli ai miei piedi, mi sbottoni i pantaloni, cali giù le mutande, che vuoi fare, Tania, m’hai colto di sorpresa, non vedi, è poco più di un lombrico rattrappito, che t’aspettavi, dopo lo spettacolino che m’hai propinato, eppure non te ne curi, lo ingoi e inizi a fare su e giù coi tuoi movimenti sincopati, provo a bloccarti ma tu mi respingi, blateri qualcosa, del tipo zitto e lasciami fare, io obbedisco, in effetti quando t’impegni sei una fuoriclasse, difatti non passa un minuto che già sto in crisi, vorrei resistere ma sono troppo confuso, lancio un urlo liberatorio, ti scansi di colpo e lasci che il fiotto di piacere coli giù nella voragine.
- Ecco -, ti pulisci col dorso della mano, trionfante, - adesso c’è anche il futuro, il seme. Ciò che ancora non è, ma che potrebbe essere.
Ansimo, la testa che mi pulsa, il cuore anche peggio.
- Ora ce la dobbiamo spargere addosso -, ti sforzi di sorridere, – sennò il matrimonio vichingo non è valido.
Indietreggio, mi rintano nella cabina della doccia.
- Io non lo faccio manco morto!
Scoppi in una risata, vieni da me, mi porgi una mano amichevole. 
-  Scherzavo, scemo.
- Sposiamoci in chiesa, ti prego!
- Tranquillo -, mi dici con tono dolce, – volevo solo dimostrarti che siamo fatti male. Abbiamo paura del tempo, io del passato, tu del futuro, così nessuno ha il coraggio d’impegnarsi, invece è vero l’esatto contrario, siamo noi i padroni del tempo. 
Mi riporti indietro, non oppongo resistenza.
- Talmente padroni che l’abbiamo imprigionato nella tazza del bagno, guardalo. Passato, presente e futuro. 
Allunghi una mano e azioni lo scarico, una cascata d’acqua se ne viene giù in uno scroscio, poi il rigurgito finale.
- Basta spingere un pulsante e il tempo svanisce, inghiottito chissà dove. Guardo nel buco, al posto del tempo ora c’è una schiumetta densa che emana un vago aroma di vaniglia.
- I vichinghi sul serio si sposavano così? -, ti domando dopo una pausa di silenzio.
- Boh, presumo.
- Quindi, ora siamo uniti per l’eternità…
- L’importante è…. -, un velo di malinconia t’incupisce il volto, - l’importante è che quella roba là, quella che abbiamo fatto sparire con lo sciacquone…. 
- Eh?
- L’importante è che arrivi fino al mare.

My Funny Valentine


dogdollFu il rumore del campanello a svegliarmi.
- Vado iiio!!! - che andasse pure, non avevo certo intenzione di scrostarmi dal divano. Mentre cambiavo posizione pensai che c’era solo un giorno più schifoso del sabato, ed era la domenica. E l’indomani sarebbe stata domenica. Per di più San Valentino. E poi dicono che non tutti i mali vengono per nuocere. Stavo per riprendere sonno ma la voce di lei mi trafisse la testa da parte a parte. 
- Tobiiiiii!!! - Aveva la straordinaria abilità di riuscire a infilare in una sola parola più “i” di quante ne usasse un palermitano in un discorso intero. Entrò trionfante nella stanza brandendo una scatola. 
- Buon San Valentiiino Tobiii!
Il cane aprì appena un occhio, sospirò e riprese a sonnecchiare. Lei si buttò di peso sul divano spezzandomi quasi una tibia. Mi avvicinò il pacco all’orecchio scuotendolo furiosamente.
- Non hai idea di cosa ho trovato su iiinternet - disse, mentre continuava a scrollare il pacco con entrambe le mani. Sicuramente non erano uova, pensai.
- Che cosa? - chiesi, più per concludere rapidamente la faccenda che per reale interesse. Lei cominciò a scartare l’involucro guardando il cane con occhi maliziosi. Mi passò un brivido lungo la schiena. Dalla scatola venne fuori un fagotto di plastica bianca e nera. Lo rigirò tra le mani trovando una piccola valvola che portò alla bocca. La plastica fece ‘pop’ e cominciò a gonfiarsi. Apparirono due occhietti neri che mi fissavano veneranti.
- Ma cos’è un salvagente con la paperella?
- Dai, non farmi riiidere che non riiiesco a soffiiare!
Non era una paperella, era un cane, tipo quelli della carica dei 101. A grandezza naturale.
- Allora? Cosa ne pensiii?  
- Ma cos’è?
- Non capiisci? 
No, non capivo
- Ma è una bambola gonfiabile per caniii!   
Sperai di aver frainteso.
- Così anche il povero Tobiii potrà festeggiare san Valentiiino!
Guardai perplesso lei e il pezzo di gomma.
- E secondo te Tobi dovrebbe accoppiarsi con ‘sto cane di plastica?
- Cagna, prego, non lo vedi il buchiiino? 
Mi disse con occhio lubrico mettendomi sotto il naso il culo di lattice.
- Ma Tobi è un setter, e questa è un dalmata!
- E allora? Mica il nostro cane è razzista.
Rapida come la lingua di un camaleonte mi mise una mano fra le gambe afferrandomi i testicoli con tanta forza che mi mancò l’aria.
- E come sta il miiio bello addormentato? Pensi che per san Valentiino scivolerà fuori dal letargo?
Mentre il dolore mi spingeva il vomito in gola lei uscì dalla stanza come una saetta.
- Vado a tagliarmi i capelli, tu fa’ socializzare Tobiii! 
E con una raffica di ‘i’ e di risatine isteriche si tirò dietro la porta. Le allusioni al mio pisello. da tempo inerte, si facevano sempre più frequenti e umilianti. Una vocetta mi diceva che era venuto il momento di fare qualcosa, ma non oggi, né domani. Magari lunedì. Forse se lei mi avesse evitato la mortificazione di tutti quei nomignoli e manfrine le cose si sarebbero sbloccate da sole. Ma farla stare zitta era un’impresa, a meno di versarle del calcestruzzo in gola. Mi voltai a guardare la cagna che occupava l’altra metà del divano e la sollevai per la collottola.
- Ehi, Tobi, visto che sventola? 
Il cane si voltò a guardarmi, sollevò appena una zampa e si grattò un orecchio. Poi sbadigliò e si aggiustò meglio nella cuccia.
“Fammi vedere il tuo cane e ti dirò chi sei”, pensai tentando un po’ di autoironia. Osservai che la cagnetta era decisamente verosimile. Il lattice aveva la compattezza di una buona muscolatura. Mi erano sempre piaciuti i dalmata. La misi sottosopra e scoprii che aveva persino le sue brave tettine coronate da otto capezzoli della consistenza di grani di ribes candito. Aveva le macchioline distribuite con grazia e una giusta insenatura fra il bacino ed il torace. Probabilmente per facilitare la presa.
“Le studiano tutte”, pensai continuando l’ispezione. Il muso poi era assolutamente delizioso, con un’espressione adorante che t’arrivava dritta al cuore. I dalmata mi piacevano davvero tanto. Con un certo imbarazzo avvertii un formicolio dentro al pigiama.
- Oh, iiil lumacone esce dal gusciiio! - avrebbe detto lei. La cagna invece stava vivaddio zitta, sorridendo appena. Tentai dello spirito per padroneggiare la situazione.
- Ehi Tobi, magari un giorno mi ci fai fare un giro.
Nessuno rise, neanche il cane che continuava la sua pennichella. Il pene ormai era così duro da fare male e fui costretto a tirarlo fuori dalla gabbia delle mutande. 
- Ehi, bambola, vuoi rosicchiare quest’osso?
Non credevo alle mie stesse orecchie né al fatto che ormai avevo rigirato l’animale di gomma per controllare se anche gli orifizi fossero verosimili come tutto il resto. Constatai rapidamente di sì. Le pareti erano quel tanto elastiche e rigide che la domanda che mi posi conseguentemente fu: “Le dimensioni saranno compatibili?”
Oh, se lo erano. Se il mio cane non era razzista io non ero certo da meno. La montai così, in piedi, nel mezzo della stanza. Sfuggendomi l’esile busto della cagna la afferrai direttamente per le orecchie cosa peraltro che avevo sempre desiderato fare ma che nessuna donna mi aveva permesso.
- Sono iiio! - esclamò lei entrando nella stanza con la sua capigliatura nuova.
- Ooooohhh! - ruggii io nel momento esatto in cui eiaculavo.
- Iiiii! - gridò lei scompigliandosi la messa in piega.
- Woff! - disse Tobi, seccato da tutto quel casino.
- Pfff - sospirò la cagna alla quale si era aperta la valvola.
Lei fece le valigie alla velocità della luce trascinandosi dietro un recalcitrante Tobi che avrebbe volentieri continuato a dormire. La dalmata riposava esausta e sgonfia sul divano. E io mi domandai se non era il caso di comprarle qualcosa per San Valentino.

Gicambo


musicisti (…) Al piano di sotto è venuto ad abitare un musicista. Di persona non l’ho mai incontrato, la mattina esco presto per recarmi all’università e poi, una volta rientrato, non esco più, tranne il secondo martedì di ogni mese, quando vado dal barbiere all’angolo. Il musicista credo abbia altri orari. Me lo immagino ancora a letto alle undici di mattina, forse anche a mezzogiorno. Credo che trascorra i pomeriggi in qualche bar, oppure da qualche amante. Non lo so. So che verso sera comincia a suonare. Gli amici lo raggiungono, li sento accordare gli strumenti e poi sono ore e ore di pena. Io dico: Seneca, Orazio, Virgilio, compagni di una vita, portate pazienza, tra poco questa musica finirà, mettetevi i tappi alle orecchie, continuate a distillare per me i vostri versi, non vi offendete, non ve ne andate. Ma la musica sposta le loro parole, disordina le righe, gira le pagine come un vento impetuoso. Mi parla di cose che non so, di luoghi che non ho mai visto, di donne che mai ho conosciuto. E’ un motivo che sale e scende come le strade strette di una città di mare, quei vicoli che puzzano di pesce, con i panni appesi fuori dalle finestre e piccoli usci bui dietro i quali s’indovina una femmina. La mia mente, che prima era una pietra preziosa, chiara nelle sue sfaccettature, dura e tagliente, ora è una spugna che s’imbeve d’acqua marina, l’acqua delle navi che partono e tornano, acqua torbida di porto, acqua dei secchi dove s’arrotolano crostacei mostruosi, acqua dei pianti e degli addii. Quella musica mi sporca la stanza, mi pare d’avere sabbia che scricchiola sotto i piedi, scirocco nelle tende di velluto, e luci di pescherecci che si muovono nell’ombra, gialle, verdi, rosse. Nell’aria c’è un’umidità che mette i brividi, come una mano sudata che mi tocca il collo e la schiena, che mi accarezza. Dovrei prendere una scopa e battere forte sul pavimento, gridare basta, qui c’è gente che lavora, che riposa, qui ci sono io che studio e mi difendo dall’orrore dell’esistenza. Ma tanti anni di discrezione e di gentile distacco mi impediscono un gesto tanto volgare. Mi verso due dita d’un liquore e accendo uno dei sigari sottili che qualche allievo mi ha regalato tanti anni fa. (…)
Poi mi sono sdraiato sul tappeto sotto la scrivania e ho dormito. Ho sognato che il musicista entrava nel mio studio, aveva i capelli lunghi e la camicia sporca, una bella faccia da mascalzone. Ha fatto un inchino beneducato e poi mi ha detto: mi scusi professore, sono il suo vicino. Vorrei dirle una cosa, se mi permette. Dica dica, ora che mi ha rovinato dica quello che vuole. Ecco, volevo solo pregarla di non fare più tutto questo silenzio, di notte, mi capisce? Troppo silenzio mi disturba, non riesco a suonare come vorrei, non riesco a essere felice. Cerchiamo di capirci, professore. Io gli ho risposto: ci proverò, stia tranquillo, ha visto, stanotte ho già fatto del mio meglio, e lui mi ha abbracciato e poi mi ha regalato una scatolina rossa che conteneva una canzone d’amore e d’abbandono e una foto di quando ero giovane e Maria mi faceva soffrire.

Pagina successiva »