Ci eravamo incrociati di sfuggita la prima volta in settembre. Un solo sguardo intenso e prolungato di quelli che ti restano appiccicati addosso e che ti danno appuntamento a una prossima volta senza fissare la data. Tu sei certo che capiterà. E anche lei. E infatti a metà novembre l’ho rivista anzi, ci siamo rivisti. Pochi attimi ma sufficienti a farci dire: ci conosciamo? Ma sì, forse ci siamo incontrati da Fulvia qualche sabato fa, oppure all’inaugurazione della mostra di Mattotti. Eri in nero o sbaglio? Ride. Rido. Ghiaccio rotto mi dico e lancio: prendi qualcosa? ti va un aperitivo? E così, con nonchalance, ci accomodiamo in un piccolo bar con pochi tavoli e una cameriera sorridente e non sgualcita. Niente analcolici per favore ma due bitter campari con tre dita di minerale e una scorzetta di arancia e, se possibile, un piccolo snack. Certo signore, intuisce la cameriera, e ci lascia intenti a una reciproca contemplazione sfacciata quanto curiosa. Chiacchieriamo per un vago numero di minuti ma compreso nell’ora di prammatica. Il campari è finito ed è ora di andare, ma mentre scosto la sedia per farla passare ecco che quasi ci tocchiamo. Istintivamente le mie labbra accostano le sue guance come a cercare un bacio leggero. E subito mi avvolge un impalpabile e costante afrore di avocado guarnito di morbida crema di maionese sposata a tiepidi scampi appena intiepiditi nel loro brodetto. Un attimo, solo un attimo, poi le mie labbra si chiudono e la bocca e il palato tornano alle loro abituali usanze. Dunque, ormai ci siamo presentati, possiamo anche vederci per un cinema o una passeggiata o per un altro drink da me. Che ne dici? Dico che va bene. Aspetto una tua chiamata. Bene. Ci conto. Ciao. La cerco dopo una settimana. Ah, sei tu, che piacere sentirti. No, non ero occupata, stavo leggendo un libro. Domani? Sì, credo di sì, ma non prima delle sette. Devi darmi il tempo di fare una doccia dopo il lavoro. Bene. A domani allora. Arriva avvolta in un vestito che lascia alle gambe la parte migliore e al viso il resto di tanta bellezza. Ciao, è bello rivederti. Sono contento anch’io, ti ho pensato molto in questi giorni e più ti pensavo più avevo appetito. Curioso, non trovi? Curioso dici? Non direi proprio, e spalanca una risata a trentadue denti. Metto su un disco di Brassens e preparo gli aperitivi, questa volta leggermente meno alcolici e più fruttati. Va bene per te? Ma certo, qualunque cosa purché fresca e ben fatta. Due sorsi e ci troviamo uno nelle braccia dell’altra, senza fretta e senza forzature ma con la gentilezza che si conviene a due commensali di rango che aspettano il piatto ordinato. Le accarezzo le orecchie, le guance, le spalle e ritrovo i sapori di settembre ma poi scendo verso i suoi seni morbidi e ardenti avvertendo un aroma insistente che mi porta a leccare, a mordere, a baciare la sua pelle fino a un inguine lascivo per trovare, infine, il piacere di un risotto all’onda al profumo di caffè, leggero, cremoso, burroso direi, senza stonature o prevalenze. Nuoto sicuro fra le onde e il piacere che ne ricavo è del tutto simile al suo, quando per preparare la bocca a un’altra portata, ci baciamo appassionatamente col rispetto che di deve a un’opera d’arte fatta in casa. Mi bacia ancora, la bacio, siamo sapidi e dolci all’unisono ma io, curioso e indagatore, la tocco un po’ più, l’annuso, la cerco di più e infine trovo fra i suoi glutei il profumo dei funghi porcini e del pinot bianco tipici di una sella di vitello alla Orloff, un secondo piatto di una bellezza devastante. Non c’è parola per descrivere la cavalcata che seguì questa scoperta, l’intensità della mia penetrazione e del suo godere ritmato e perfettamente bilanciato col mio. Avevamo lo stesso appetito e la stessa inestinguibile fame di averci, in senso del tutto letterale, uno dentro l’altro. Delicatamente, poi, riprendiamo a guardarci negli occhi e prepariamo un brindisi di mezzo pasto, iniziando a bere le nostre effusioni al sapore di dolcetto di Dogliani, del 2004, cantina Einaudi. Seguono ancora baci e abbracci e carezze. Le cerco le cosce, le gambe e le ginocchia arrivando fino a leccare le snelle caviglie e le dita dei piedi, uniche e diverse tra loro ma che celano fra alluci e mignoli un contorno di focaccine con farina integrale al cavolo nero e radicchio trevigiano. Godimento ulteriore e rilassante. Figuriamoci il dolce, fantastico inebetito. Non è certo una donna da perdersi in una preparazione qualunque penso e, mentre la prendo, ci prendiamo, mai domi, appassionati, euforici e allegri come due ragazzi al primo appuntamento in pizzeria, ecco arrivare alle pendici del suo monte di venere, una mousse di marron glacés al rhum così delicata da richiedere un bis. Le nostre bocche accese si colmano di tanta finezza e continuano a cercarsi e a mordersi come se il piacere non dovesse finire mai. Ma purtroppo arriva anche per la cucina l’ora di chiusura. C’è da rigovernare per apparecchiare un altro splendido pasto. Mentre comincio a vestirmi riassaporo mentalmente tutta la cena e mi chiedo se siamo davvero arrivati a un’equa perfezione o se, invece, manca ancora qualcosa. Lei invece è già pronta. E’ radiosa, brillante, felice di aver avuto così tanto successo, ma mentre la guardo sul pianerottolo in attesa dell’ascensore, d’un tratto capisco. La chiamo, le corro incontro, la stringo a me e, baciandola, bevo dalle sue labbra il fernet branca stile “inverno” con una parte di fernet, due di aperol e due di acqua tonica con cremolatina ghiacciata, che chiude la serata decisamente alla grande. Puoi andare adesso, amore mio. La prossima volta cucino io.
Gatto dalla pelliccia bianca foltissima. I suoi peli sono così lunghi da coprirgli totalmente le zampe e il muso, e così spessi e morbidi che si possono tranquillamente definire vere e proprie setole. Ciò che fa impazzire di gioia più d’ogni altra cosa questo curioso felino (anche più delle moine e del dar fastidio ai pesci rossi nelle vaschette) è tuffarsi tutto il giorno in qualsiasi recipiente pieno di acqua e detersivo, nuotarci un po’ dentro, uscire e cominciare a strascicarsi come uno cencio per tutto il pavimento. A chiunque abbia appena acquistato questo tipo di micio si consiglia, prima di uscire di casa, di non lasciare mai in giro secchi con dentro liquidi e detergenti odorosi. Le possibilità di trovare al rientro il pavimento invaso di schiuma sono davvero molto alte. Ultima cosa: il miciovileda detiene da sempre il prestigioso titolo di gatto più pulito del mondo.
L’androlycos è del tutto simile a un lupo, ma nelle notti di luna piena si trasforma. Il pelo morbido e lucido gli cade a ciuffi a partire dal dorso, lasciando in evidenza un’epidermide biancastra e vulnerabile. Una forza irresistibile lo costringe alla posizione eretta e subito dopo perde la possibilità di orientarsi in assenza di luce. E’ penoso vederlo vagare nei boschi di cui era signore fino al sorgere della luna: lo stesso essere che correva fiero e veloce ora arranca e inciampa nelle radici degli alberi. L’olfatto finissimo scompare e diventa preda dell’incertezza e del timore. La sua sofferenza è enorme e allora si rivolge alla luna per gridarle contro il suo dolore. Ma al posto dello struggente ululato che gli apparteneva, dalla sua gola ora emerge un urlo sgraziato: Porca miseria ladra!
- Eppure che bel cucciolo che era! – disse Alice, appoggiandosi a un ranuncolo e facendosi vento con una delle sue foglie.
Mauro, ciao. Come ti va? Che combini? Senti, scusa se taglio i soliti convenevoli, ma devo assolutamente raccontarti di un posto. Ci sono stato lunedì sera. Fenomenale, sul serio. Mettiti comodo e leggi: ti piacerà. Dalle parti della fermata metro Manzoni c’è questo palazzo vecchio, basso, con file di pietre bugnate al primo piano. Al cancello vedi solo una targa di ottone. “Sapore di te” a caratteri gotici, in rilievo. E null’altro, né numeri di telefono, né orari di apertura. A fianco, una telecamera nascosta in un cespuglio, sotto una piccola tettoia di cotto. Un amico aveva fatto il mio nome ai gestori: mi sono presentato da solo, come da accordi. Ho suonato e per un po’ c’è stato silenzio, come se mi stessero valutando. Una voce ha chiesto le mie generalità. Gliele ho date. Ho aspettato qualche minuto lì fuori mentre stampavano il contratto. Se sbirci dall’inferriata vedi solo un innocuo sentiero di mattoni con una doppia fila di fiaccole ai lati. Anonimo, discreto, silenzioso. Mi hanno scortato in una specie di anticamera, dove avrò firmato duecento fogli, peggio che in banca. Ho dato una scorsa al contratto: la direzione nega responsabilità per malattie o lesioni, il cliente accetta le condizioni estreme dell’esperienza, elencate nei particolari. Ho stretto la mano di questo giovane biondissimo, inguainato nel suo frac, incassando il suo bel sorriso e ricambiando con il mio. Ci ho messo un po’ prima di arrivare alla sala, fra mobili dall’aria costosa, tende di velluto rosso e tappeti, illuminazione soffusa e un sottofondo sussurrato per solo pianoforte, che fa tanto ristorante di lusso. Mentre mi avvicinavo saliva il rumore di posate e il vociare, finché non sono riuscito a distinguere i tavoli e la gente. Non puoi capire quanta, Mauro: era tutto pieno. Il menu è splendido: c’è una sezione di piatti laziali alla voce “Per i pavidi”. Non mi ci sono manco soffermato. La roba forte viene dalla quarta pagina in poi. Il titolo è “Incontri” e c’è una piantina della sala con i numeri degli altri tavoli. Mi hanno dato un cordless con cui avrei potuto chiamare altri commensali e metterci d’accordo per una mutua esplorazione. Inizi a capire, no? Vorrei conoscere il genio che ha avuto quest’idea. Ma la vera specialità del posto era all’ultima pagina: “Sapore di te”. Immaginati il foglio, giallo e ruvido, una specie di pergamena, e questa scritta nel mezzo: “tu, il nostro piatto forte”. Mentre sorseggiavo il calice di prosecco offerto dalla casa, si è avvicinata una cameriera con i capelli a caschetto. Ho indicato la scritta, senza parlare. Dieci minuti dopo mi hanno messo davanti questo piatto fondo di porcellana, colmo fino all’orlo di un liquido denso e fumante. La cameriera ha elencato gli ingredienti: patate, uova, farina e un monte di spezie. Proprio in fondo alla lista, il colpo di teatro. Tre etti abbondanti di pezzi di vetro. Devi credermi, non invento balle. Ero sul punto di applaudirli.
La lucertola è scappata via da un pezzo, ma la coda è lì e continua a muoversi. Perché i maschi sono così idioti e mio fratello è il re degli idioti? Stamattina nel cortile c’erano dieci lucertole sane e ora ci sono dieci lucertole handicappate. Mi asciugo le lacrime mentre i cacciatori-di-lucertole mi ridono in faccia. Ho una gran voglia di fargliela pagare. Soprattutto a mio fratello. La coda non vuole smettere di muoversi e mi chino a guardarla; è così bella, di un verde intenso con tanti puntini gialli e verde più chiaro. Sembra disperata: si contorce da una parte e dall’altra. Vorrebbe scappare, io credo. Ma non è più sorretta dal corpo della sua lucertola e non può andare da nessuna parte. Ma vorrebbe, io so che vorrebbe tanto andarsene. Sono ancora inginocchiata quando vedo Dino, mio fratello, che si china a prenderla. Ora me la agita davanti alla faccia nell’intento di farmi schifo; gli altri ridono a crepapelle. Vedo tutto quel verde che si muove e cerca di scappare dalla sua mano, ma lui tiene la povera coda ben stretta fra pollice e indice. Allora apro la bocca e gli mordo le dita, così è costretto a mollarla. Mordo la mano di Dino con tutta la forza che ho e lui la molla, molla la coda nella mia bocca. Prima di chiudere gli occhi vedo la sua faccia da scemo, con gli occhi sgranati e la mascella calata. Ora gli idioti non ridono più. Con gli occhi chiusi sento quella piccola mutilazione muoversi più lentamente contro la mia lingua, fino a placarsi. Sento il sapore dell’erba e del trifoglio di cui sono piene le aiuole del cortile. E sento il sole che ha assorbito in questa mattina così limpida e calda. Mi sembra di sentirlo sulla pelle, come se fossi un po’ lucertola anch’io. E sento il sapore fresco del vento che muove i trifogli. Ecco, ora è ferma del tutto. Riapro gli occhi e non sono più lucertola. Sono la sorella di Dino. Allora gli sputo in faccia saliva e coda di lucertola. Gli idioti ridono a crepapelle.
Tutti pensano che la vita da vivi sia difficile. O almeno lo pensano fino a che non sono morti. In verità è la vita da morti a essere dannatamente complicata, altro che pace eterna. La vita dopo la morte: un lungo viaggio ultraterreno. Ultraterreno, sicuro, ma verso dove? Non sapete rispondere, vero? E sapete perché? Perché non c’è risposta. Pensate che per viaggiare ho ancora la mia bici da corsa con me. “Cosa vuoi che sia la morte, quando c’è lei non ci sei tu e quando ci sei tu non c’è lei”: mica vero. Tanto per cominciare io ci sono e come, se no non vi starei raccontando della mia situazione. Da quando in qua i morti raccontano? Non so dirvi se sia una caratteristica di tutti i defunti, sono piuttosto nuovo della categoria. Lo so, lo so, non insistete, siete così prevedibili voi che vivete da vivi: volete sapere come mi sono ritrovato in questo mio nuovo stato. È così strano: quando qualcuno muore tutti si chiedono “come è morto?” per arrivare alla conclusione che l’evento si sarebbe potuto evitare. Se proprio non si riesce a evitarlo, ci sono pur sempre le assicurazioni sulla vita. Il problema non è come si muore, il problema è che si è morti. La domanda giusta è: “e adesso che è morto, che farà”? Il vero casino, ve lo ripeto perché non siete convinti, non è il morire, ma la condizione di defunti. Da morti non si sa dove andare, non si sa cosa fare. Mi accorgo di non aver ancora soddisfatto la vostra curiosità, banale, ma plausibile: come sei venuto a mancare? “Aprile è il più crudele dei mesi” qualcuno ha scritto, costringe la terra morta a risvegliarsi. Che simpatico quello scrittore: aprile è il più crudele dei mesi perché dovrebbe costringere il ciclista alla revisione accurata del suo mezzo. L’acqua, il ghiaccio, la ruggine sulla catena, ti dimentichi di passare regolarmente il lubrificante protettivo. Poi arriva aprile: ah, che bello sentire di nuovo il tepore nell’aria.
Nell’epoca del touch screen, tutto è touch screen. Telefoni, elettrodomestici, tv, libri, riviste, macchine e aerei sono comandati tramite touch screen. Semplicemente puoi far atterrare un Boeing senza sforzo fisico, con la dolce pressione di un polpastrello sul tasto. Le uniche nemiche del touch screen sono le caccole. Se hai l’abitudine di scaccolarti c’è il forte rischio che per premere un comando alla svelta, perché non hai il tempo di lavarti le dita o quantomeno strofinartele sui jeans, lasci a quelli dopo di te una caccola che col tempo si incrosterà su un comando importante.
Andiamo a mettere qualcosa sotto i denti