Archivio March, 2010

Eros cai sitos – Amore e cibo


donna e ciboCi eravamo incrociati di sfuggita la prima volta in settembre. Un solo sguardo intenso e prolungato di quelli che ti restano appiccicati addosso e che ti danno appuntamento a una prossima volta senza fissare la data. Tu sei certo che capiterà. E anche lei. E infatti a metà novembre l’ho rivista anzi, ci siamo rivisti. Pochi attimi ma sufficienti a farci dire: ci conosciamo? Ma sì, forse ci siamo incontrati da Fulvia  qualche sabato fa, oppure all’inaugurazione della mostra di Mattotti. Eri in nero o sbaglio? Ride. Rido. Ghiaccio rotto mi dico e lancio: prendi qualcosa? ti va un aperitivo? E così, con nonchalance, ci accomodiamo in un piccolo bar con pochi tavoli e una cameriera sorridente e non sgualcita. Niente analcolici per favore ma due bitter campari con tre dita di minerale e una scorzetta di arancia e, se possibile, un piccolo snack. Certo signore, intuisce la cameriera, e ci lascia intenti a una reciproca contemplazione sfacciata quanto curiosa. Chiacchieriamo per un vago numero di minuti ma compreso nell’ora di prammatica. Il campari è finito ed è ora di andare, ma mentre scosto la sedia per farla passare ecco che quasi ci tocchiamo. Istintivamente le mie labbra accostano le sue guance come a cercare un bacio leggero. E subito mi avvolge un impalpabile e costante afrore di avocado guarnito di morbida crema di maionese sposata a tiepidi scampi appena intiepiditi nel loro brodetto. Un attimo, solo un attimo, poi le mie labbra si chiudono e la bocca e il palato tornano alle loro abituali usanze. Dunque, ormai ci siamo presentati, possiamo anche vederci per un cinema o una passeggiata o per un altro drink da me. Che ne dici? Dico che va bene. Aspetto una tua chiamata. Bene. Ci conto. Ciao. La cerco dopo una settimana. Ah, sei tu, che piacere sentirti. No, non ero occupata, stavo leggendo un libro. Domani? Sì, credo di sì, ma non prima delle sette. Devi darmi il tempo di fare una doccia dopo il lavoro. Bene. A domani allora. Arriva avvolta in un vestito che lascia alle gambe la parte migliore e al viso il resto di tanta bellezza. Ciao, è bello rivederti. Sono contento anch’io, ti ho pensato molto in questi giorni e più ti pensavo più avevo appetito. Curioso, non trovi? Curioso dici? Non direi proprio, e spalanca una risata a trentadue denti. Metto su un disco di Brassens e preparo gli aperitivi, questa volta leggermente meno alcolici e più fruttati. Va bene per te? Ma certo, qualunque cosa purché fresca e ben fatta. Due sorsi e ci troviamo uno nelle braccia dell’altra, senza fretta e senza forzature ma con la gentilezza che si conviene a due commensali di rango che aspettano il piatto ordinato. Le accarezzo le orecchie, le guance, le spalle e ritrovo i sapori di settembre ma poi scendo verso i suoi seni morbidi e ardenti avvertendo un aroma insistente che mi porta a leccare, a mordere, a baciare la sua pelle fino a un inguine lascivo per trovare, infine, il piacere di un risotto all’onda al profumo di caffè, leggero, cremoso, burroso direi, senza stonature o prevalenze. Nuoto sicuro fra le onde e il piacere che ne ricavo è del tutto simile al suo, quando per preparare la bocca a un’altra portata, ci baciamo appassionatamente col rispetto che di deve a un’opera d’arte fatta in casa. Mi bacia ancora, la bacio, siamo sapidi e dolci all’unisono ma io, curioso e indagatore, la tocco un po’ più, l’annuso, la cerco di più e infine trovo fra i suoi glutei il profumo dei funghi porcini e del pinot bianco tipici di una sella di vitello alla Orloff, un secondo piatto di una bellezza devastante. Non c’è parola per descrivere la cavalcata che seguì questa scoperta, l’intensità della mia penetrazione e del suo godere ritmato e perfettamente bilanciato col mio. Avevamo lo stesso appetito e la stessa inestinguibile fame di averci, in senso del tutto letterale, uno dentro l’altro. Delicatamente, poi, riprendiamo a guardarci negli occhi e prepariamo un brindisi di mezzo pasto, iniziando a bere le nostre effusioni al sapore di dolcetto di Dogliani, del 2004, cantina Einaudi. Seguono ancora baci e abbracci e carezze. Le cerco le cosce, le gambe e le ginocchia arrivando fino a leccare le snelle caviglie e le dita dei piedi, uniche e diverse tra loro ma che celano fra alluci e mignoli un contorno di focaccine con farina integrale al cavolo nero e radicchio trevigiano. Godimento ulteriore e rilassante. Figuriamoci il dolce, fantastico inebetito. Non è certo una donna da perdersi in una preparazione qualunque penso e, mentre la prendo, ci prendiamo, mai domi, appassionati, euforici e allegri come due ragazzi al primo appuntamento in pizzeria, ecco arrivare alle pendici del suo monte di venere, una mousse di marron glacés al rhum così delicata da richiedere un bis. Le nostre bocche accese si colmano di tanta finezza e continuano a cercarsi e a mordersi come se il piacere non dovesse finire mai. Ma purtroppo arriva anche per la cucina l’ora di chiusura. C’è da rigovernare per apparecchiare un altro splendido pasto. Mentre comincio a vestirmi riassaporo mentalmente tutta la cena e mi chiedo se siamo davvero arrivati a un’equa perfezione o se, invece,  manca ancora qualcosa. Lei invece è già pronta. E’ radiosa, brillante, felice di aver avuto così tanto successo, ma mentre la guardo sul pianerottolo in attesa dell’ascensore, d’un tratto capisco. La chiamo, le corro incontro, la stringo a me e,  baciandola, bevo dalle sue labbra il fernet branca stile “inverno” con una parte di fernet, due di aperol e due di acqua tonica con cremolatina ghiacciata,  che chiude la serata decisamente alla grande. Puoi andare adesso, amore mio. La prossima volta cucino io.   

Il micio vileda


micio viledaGatto dalla pelliccia bianca foltissima. I suoi peli sono così lunghi da coprirgli totalmente le zampe e il muso, e così spessi e morbidi che si possono tranquillamente definire vere e proprie setole. Ciò che fa impazzire di gioia più d’ogni altra cosa questo curioso felino (anche più delle moine e del dar fastidio ai pesci rossi nelle vaschette) è tuffarsi tutto il giorno in qualsiasi recipiente pieno di acqua e detersivo, nuotarci un po’ dentro, uscire e cominciare a strascicarsi come uno cencio per tutto il pavimento. A chiunque abbia appena acquistato questo tipo di micio si consiglia, prima di uscire di casa, di non lasciare mai in giro secchi con dentro liquidi e detergenti odorosi. Le possibilità di trovare al rientro il pavimento invaso di schiuma sono davvero molto alte. Ultima cosa: il miciovileda detiene da sempre il prestigioso titolo di gatto più pulito del mondo.

Androlycos


androlycosL’androlycos è del tutto simile a un lupo, ma nelle notti di luna piena si trasforma. Il pelo morbido e lucido gli cade a ciuffi a partire dal dorso, lasciando in evidenza un’epidermide biancastra e vulnerabile. Una forza irresistibile lo costringe alla posizione eretta e subito dopo perde la possibilità di orientarsi in assenza di luce.  E’ penoso vederlo vagare nei boschi di cui era signore fino al sorgere della luna: lo stesso essere che correva fiero e veloce ora arranca e inciampa nelle radici degli alberi. L’olfatto finissimo scompare e diventa preda dell’incertezza e del timore. La sua sofferenza è enorme e allora si rivolge alla luna per gridarle contro il suo dolore. Ma al posto dello struggente ululato che gli apparteneva, dalla sua gola ora emerge un urlo sgraziato: Porca miseria ladra!

 

Alice e il bruco


bruco- Eppure che bel cucciolo che era! – disse Alice, appoggiandosi a un ranuncolo e facendosi vento con una delle sue foglie.
- Oh, avrei voluto insegnargli dei giuochi se… se fossi stata d’una statura adatta! Poveretta me! avevo dimenticato che avevo bisogno di crescere ancora! Vediamo, come debbo fare? Forse dovrei mangiare o bere qualche cosa; ma che cosa? Il problema era questo: che cosa? Alice guardò intorno fra i fiori e i fili d’erba; ma non potè veder nulla che le sembrasse adatto a mangiare o a bere per l’occasione. C’era però un grosso fungo vicino a lei, press’a poco alto quanto lei; e dopo che l’ebbe esaminato di sotto, ai lati e di dietro, le parve cosa naturale di vedere che ci fosse di sopra. Alzandosi in punta dei piedi, si affacciò all’orlo del fungo, e gli occhi suoi s’incontrarono con quelli d’un grosso bruco turchino che se ne stava seduto nel centro con le braccia conserte, fumando tranquillamente una lunga pipa, e non facendo la minima attenzione né a lei, né ad altro. Il Bruco e Alice si guardarono a vicenda per qualche tempo in silenzio; finalmente il Bruco staccò la pipa di bocca, e le parlò con voce languida e sonnacchiosa:
- Chi sei? – disse il Bruco.
Non era un bel principio di conversazione. Alice rispose con qualche timidezza:
- Davvero non te lo saprei dire ora. So dirti chi fossi, quando mi son levata questa mattina, ma d’allora credo di essere stata cambiata parecchie volte.
- Che cosa mi vai contando? – disse austeramente il Bruco, – Spiegati meglio.
- Temo di non potermi spiegare, – disse Alice, – perché non sono più quella di prima, come vedi.
- Io non vedo nulla, – rispose il Bruco.
- Temo di non potermi spiegare più chiaramente, – soggiunse Alice in maniera assai gentile, – perché dopo esser stata cambiata di statura tante volte in un giorno, non capisco più nulla.
- Non è vero! – disse il Bruco.
-  Bene, non l’hai sperimentato ancora, – disse Alice, – ma quando ti trasformerai in crisalide, come ti accadrà un giorno, e poi diventerai farfalla, certo ti sembrerà un po’strano, – non è vero?
- Niente affatto, – rispose il Bruco.
- Bene, tu la pensi diversamente, – replicò Alice; — ma a me parrebbe molto strano.
- A te! – disse il Bruco con disprezzo. – Chi sei tu?
E questo li ricondusse di nuovo al principio della conversazione. Alice si sentiva un po’ irritata dalle brusche osservazioni del Bruco e se ne stette sulle sue, dicendo con gravità:
- Perché non cominci tu a dirmi chi sei?
- Perché? – disse il Bruco.
Era un’altra domanda imbarazzante. Alice non seppe trovare una buona ragione. Il Bruco pareva di cattivo umore e perciò lei fece per andarsene.
- Vieni qui! – la richiamò il Bruco. – Ho qualche cosa d’importante da dirti.
La chiamata prometteva qualche cosa: Alice si fece innanzi.
- Non arrabbiarti! – disse il Bruco.
- E questo è tutto? - rispose Alice, facendo uno sforzo per frenarsi.
- No, - disse il Bruco.
Alice pensò che poteva aspettare, perché non aveva niente di meglio da fare, e perché forse il Bruco avrebbe potuto dirle qualche cosa d’importante. Per qualche istante il Bruco fumò in silenzio, finalmente sciolse le braccia, si tolse la pipa di bocca e disse:
- E così, tu credi di essere cambiata?
- Ho paura di sì, signore, – rispose Alice. – Non posso ricordarmi le cose bene come una volta, e non rimango della stessa statura neppure per lo spazio di dieci minuti!
- Che cosa non ricordi? – disse il Bruco.
- Ecco, ho tentato di dire La vispa Teresa e l’ho detta tutta diversa! – soggiunse melanconicamente Alice.
- Ripetimi Sei vecchio, caro babbo, – disse il Bruco.
Alice incrociò le mani sul petto, e cominciò:
- Sei vecchio, caro babbo – gli disse il ragazzino -
sulla tua chioma splende – quasi un candore alpino;
eppur costantemente – cammini sulla testa:
ti sembra per un vecchio – buona maniera questa?
Quand’ero bambinello – rispose il vecchio allora
temevo di mandare – il cerebro in malora;
ma adesso persuaso – di non averne affatto,
a testa in giù cammino – più agile d’un gatto.
Sei vecchio, caro babbo – gli disse il ragazzino
e sei capace e vasto – più assai d’un grosso tino:
e pur sfondato hai l’uscio – con una capriola;
dimmi di quali acrobati – andasti, babbo, a scuola?
Quand’ero bambinello. – rispose il padre saggio,
per rafforzar le membra, – io mi facea il massaggio
sempre con quest’unguento. – Un franco alla boccetta.
chi comperarlo vuole, – fa bene se s’affretta.
Sei vecchio, caro babbo, – gli disse il ragazzino,
e tu non puoi mangiare – che pappa nel brodino;
pure hai mangiato un’oca – col becco e tutte l’ossa
Ma dimmi, ove la pigli, – o babbo, tanta possa?
Un dì apprendevo legge. – il padre allor gli disse,
ed ebbi con mia moglie continue liti e risse,
e tanta forza impressi – alle ganasce allora,
tanta energia, che, vedi, – mi servon bene ancora.
Sei vecchio. caro babbo, – gli disse il ragazzino
e certo come un tempo – non hai più l’occhio fino:
pur reggi in equilibrio – un pesciolin sul naso:
or come così desto – ti mostri in questo caso?
A tutte le domande – io t’ho risposto già,
e finalmente basta! – risposegli il papà:
se tutto il giorno poi – mi vuoi così seccare
ti faccio con un calcio – le scale ruzzolare.
- Non l’hai detta fedelmente, – disse il Bruco.
- Temo di no, – rispose timidamente Alice, – certo alcune parole sono diverse.
- L’hai detta male, dalla prima parola all’ultima, – disse il Bruco con accento risoluto.
Vi fu un silenzio per qualche minuto. Il Bruco fu il primo a parlare:
- Di che statura vuoi essere? – domandò.
- Oh, non vado tanto pel sottile in fatto di statura, – rispose in fretta Alice; – soltanto non è piacevole mutar così spesso, sai.
- Io non ne so nulla, – disse il Bruco.
Alice non disse sillaba: non era stata mai tante volte contraddetta, e non ne poteva proprio più.
- Sei contenta ora? – domandò il Bruco.
- Veramente vorrei essere un pochino più grandetta, se non ti dispiacesse, – rispose Alice, – una statura di otto centimetri è troppo meschina!
- Otto centimetri fanno una magnifica statura! – disse il Bruco collerico, rizzandosi come uno stelo, mentre parlava (egli era alto esattamente otto centimetri).
- Ma io non ci sono abituata! – si scusò Alice in tono lamentoso. E poi pensò fra sè “Questa bestiolina s’offende per nulla!”
- Col tempo ti ci abituerai, – disse il Bruco, e rimettendosi la pipa in bocca ricominciò a fumare. Questa volta Alice aspettò pazientemente che egli ricominciasse a parlare. Dopo due o tre minuti, il Bruco si tolse la pipa di bocca, sbadigliò due o tre volte, e si scosse tutto. Poi discese dal fungo, e se ne andò strisciando nell’erba, dicendo soltanto queste parole:
- Un lato ti farà diventare più alta e l’altro ti farà diventare più bassa.
“Un lato di che cosa? L’altro lato di che cosa?” pensò Alice fra sè.
- Del fungo, – disse il Bruco, come se Alice lo avesse interrogato ad alta voce; e subito scomparve.

Sapore di te


sanguinareMauro, ciao. Come ti va? Che combini? Senti, scusa se taglio i soliti convenevoli, ma devo assolutamente raccontarti di un posto. Ci sono stato lunedì sera. Fenomenale, sul serio. Mettiti comodo e leggi: ti piacerà. Dalle parti della fermata metro Manzoni c’è questo palazzo vecchio, basso, con file di pietre bugnate al primo piano. Al cancello vedi solo una targa di ottone. “Sapore di te” a caratteri gotici, in rilievo. E null’altro, né numeri di telefono, né orari di apertura. A fianco, una telecamera nascosta in un cespuglio, sotto una piccola tettoia di cotto. Un amico aveva fatto il mio nome ai gestori: mi sono presentato da solo, come da accordi. Ho suonato e per un po’ c’è stato silenzio, come se mi stessero valutando. Una voce ha chiesto le mie generalità. Gliele ho date. Ho aspettato qualche minuto lì fuori mentre stampavano il contratto. Se sbirci dall’inferriata vedi solo un innocuo sentiero di mattoni con una doppia fila di fiaccole ai lati. Anonimo, discreto, silenzioso. Mi hanno scortato in una specie di anticamera, dove avrò firmato duecento fogli, peggio che in banca. Ho dato una scorsa al contratto: la direzione nega responsabilità per malattie o lesioni, il cliente accetta le condizioni estreme dell’esperienza, elencate nei particolari. Ho stretto la mano di questo giovane biondissimo, inguainato nel suo frac, incassando il suo bel sorriso e ricambiando con il mio. Ci ho messo un po’ prima di arrivare alla sala, fra mobili dall’aria costosa, tende di velluto rosso e tappeti, illuminazione soffusa e un sottofondo sussurrato per solo pianoforte, che fa tanto ristorante di lusso. Mentre mi avvicinavo saliva il rumore di posate e il vociare, finché non sono riuscito a distinguere i tavoli e la gente. Non puoi capire quanta, Mauro: era tutto pieno. Il menu è splendido: c’è una sezione di piatti laziali alla voce “Per i pavidi”. Non mi ci sono manco soffermato. La roba forte viene dalla quarta pagina in poi. Il titolo è “Incontri” e c’è una piantina della sala con i numeri degli altri tavoli. Mi hanno dato un cordless con cui avrei potuto chiamare altri commensali e metterci d’accordo per una mutua esplorazione. Inizi a capire, no? Vorrei conoscere il genio che ha avuto quest’idea. Ma la vera specialità del posto era all’ultima pagina: “Sapore di te”. Immaginati il foglio, giallo e ruvido, una specie di pergamena, e questa scritta nel mezzo: “tu, il nostro piatto forte”. Mentre sorseggiavo il calice di prosecco offerto dalla casa, si è avvicinata una cameriera con i capelli a caschetto. Ho indicato la scritta, senza parlare. Dieci minuti dopo mi hanno messo davanti questo piatto fondo di porcellana, colmo fino all’orlo di un liquido denso e fumante. La cameriera ha elencato gli ingredienti: patate, uova, farina e un monte di spezie. Proprio in fondo alla lista, il colpo di teatro. Tre etti abbondanti di pezzi di vetro. Devi credermi, non invento balle. Ero sul punto di applaudirli.
- Per questo piatto non è solo importante – ha continuato la ragazza – quello che si mangia – e mi ha strizzato l’occhio – ma come si mangia.
Mentre ridacchiavo come un liceale al primo appuntamento, ha sollevato il cucchiaio che teneva appeso al collo, ha fatto il gesto di immergerlo per bene nella brodaglia, ha girato, raccomandandomi di “raccoglierne almeno qualcuno”, lo ha infilato per bene in bocca, scuotendo con movimenti circolari, per farmi capire il contatto, fondamentale, fra posata e palato. Ha poi fatto finta di masticare, consigliandomi di essere lento ma deciso, in modo tale che “il mio ingrediente personale” si amalgamasse davvero al resto della ricetta.
- E buon appetito – ha concluso.
Beh, Mauro, è stata una cosa dell’altro mondo. Alla prima sorsata almeno tre schegge mi si sono incastrate in bocca. Sai bene com’è: la fitta iniziale ti arriva al cervello e ordina di lasciare stare, di smettere. Ma la ragazza mi è apparsa a fianco e mi ha messo una mano sulla spalla. E’ rimasta per qualche minuto, mentre il sapore metallico del mio sangue si fondeva con le spezie, le patate, l’uovo, la farina e un bel po’ di gocce rosse si spandevano sulla tovaglia candida. Mi ha parlato, mi ha incoraggiato:
- Resisti e mastica – diceva – su e giù – e ancora.
Non so te, ma io un’assistenza simile non l’ho mai vista. Intanto il sapore, diavolo. Quella perfetta mescolanza di suggestioni: le scariche lancinanti che mi pulsavano nel cranio, il liquido denso che scendeva in gola. E cavolo, quel sentore di maggiorana e origano era perfetto con tutto il resto. Ma il nirvana, il picco, l’apoteosi è arrivata quando hanno iniziato a staccarsi pezzi di palato: è stato come se al resto si aggiungessero brani di un prelibato carpaccio di maiale, con una punta di affumicatura data dal liquido caldo e quello splendido retrogusto amarognolo che conosciamo così bene. Sorridevo come un idiota, poi all’improvviso è diventato tutto nero e sono svenuto.
Al mio risveglio, oggi, in ospedale, ho saputo che avevano arrestato in tempo l’emorragia e la ricostruzione della trachea ha avuto pieno successo. E’ andata bene anche questa volta, insomma. Mauro, fra un po’, quando mi rimetto in sesto, tieniti libero che ci voglio tornare con te. E mi raccomando, non fare il signor no come tuo solito. Vieni e basta. La vita è troppo breve per rinunciare a simili delizie.

Gusto


lucertolaLa lucertola è scappata via da un pezzo, ma la coda è lì e continua a muoversi. Perché i maschi sono così idioti e mio fratello è il re degli idioti? Stamattina nel cortile c’erano dieci lucertole sane e ora ci sono dieci lucertole handicappate. Mi asciugo le lacrime mentre i cacciatori-di-lucertole mi ridono in faccia. Ho una gran voglia di fargliela pagare. Soprattutto a mio fratello. La coda non vuole smettere di muoversi e mi chino a guardarla; è così bella, di un verde intenso con tanti puntini gialli e verde più chiaro. Sembra disperata: si contorce da una parte e dall’altra. Vorrebbe scappare, io credo. Ma non è più sorretta dal corpo della sua lucertola e non può andare da nessuna parte. Ma vorrebbe, io so che vorrebbe tanto andarsene. Sono ancora inginocchiata quando vedo Dino, mio fratello, che si china a prenderla. Ora me la agita davanti alla faccia nell’intento di farmi schifo; gli altri ridono a crepapelle. Vedo tutto quel verde che si muove e cerca di scappare dalla sua mano, ma lui tiene la povera coda ben stretta fra pollice e indice. Allora apro la bocca e gli mordo le dita, così è costretto a mollarla. Mordo la mano di Dino con tutta la forza che ho e lui la molla, molla la coda nella mia bocca. Prima di chiudere gli occhi vedo la sua faccia da scemo, con gli occhi sgranati  e la mascella calata. Ora gli idioti non ridono più. Con gli occhi chiusi sento quella piccola mutilazione muoversi più lentamente contro la mia lingua, fino a placarsi. Sento il sapore dell’erba e del trifoglio di cui sono piene le aiuole del cortile. E sento il sole che ha assorbito in questa mattina così limpida e calda. Mi sembra di sentirlo sulla pelle, come se fossi un po’ lucertola anch’io. E sento il sapore fresco del vento che muove i trifogli. Ecco, ora è ferma del tutto. Riapro gli occhi e non sono più lucertola. Sono la sorella di Dino. Allora gli sputo in faccia saliva e coda di lucertola. Gli idioti ridono a crepapelle.

Vita da morti


bici in voloTutti pensano che la vita da vivi sia difficile. O almeno lo pensano fino a che non sono morti. In verità è la vita da morti a essere dannatamente complicata, altro che pace eterna. La vita dopo la morte: un lungo viaggio ultraterreno. Ultraterreno, sicuro, ma verso dove? Non sapete rispondere, vero? E sapete perché?  Perché non c’è risposta. Pensate che per viaggiare ho ancora la mia bici da corsa con me. “Cosa vuoi che sia la morte, quando c’è lei non ci sei tu e quando ci sei tu non c’è lei”: mica vero. Tanto per cominciare io ci sono e come, se no non vi starei  raccontando della mia situazione. Da quando in qua i morti raccontano? Non so dirvi se sia una caratteristica di tutti i defunti, sono piuttosto nuovo della categoria. Lo so, lo so, non insistete, siete così prevedibili voi che vivete da vivi: volete sapere come mi sono ritrovato in questo mio nuovo stato. È così strano: quando qualcuno muore tutti si chiedono “come è morto?” per arrivare alla conclusione che l’evento si sarebbe potuto evitare. Se proprio non si riesce a evitarlo, ci sono pur sempre le assicurazioni sulla vita. Il problema non è come si muore, il problema è che si è morti. La domanda giusta è: “e adesso che è morto, che farà”? Il vero casino, ve lo ripeto perché non siete convinti, non è il morire, ma la condizione di defunti. Da morti non si sa dove andare, non si sa cosa fare. Mi accorgo di non aver ancora soddisfatto la vostra curiosità, banale, ma plausibile: come sei venuto a mancare? “Aprile è il più crudele dei mesi” qualcuno ha scritto, costringe la terra morta a risvegliarsi. Che simpatico quello scrittore: aprile è il più crudele dei mesi perché dovrebbe costringere il ciclista alla revisione accurata del suo mezzo. L’acqua, il ghiaccio, la ruggine sulla catena, ti dimentichi di passare regolarmente il lubrificante protettivo. Poi arriva aprile: ah, che bello sentire di nuovo il tepore nell’aria.
- Amore, stamattina vado a fare un giro in bici, ma per pranzo torno.
- Sì, caro.
- Ah, ricordati lo yogurt magro per Stella, non l’ho messo sulla lista.
- Va bene, ma stai attento mi raccomando!
Mi sono sempre chiesto che senso possa avere raccomandare sempre di stare attenti. Finisci per farci l’abitudine, le parole perdono il loro valore, anche se nel mio caso il valore l’avevano tutto, troppo. Il resto è cronaca: un incrocio alla fine del rettilineo, sono in anticipo sul Tir di latticini, che può circolare anche il sabato mattina, ma la catena si spezza nel bel mezzo dell’incrocio, perdo l’equilibrio, cado e mi sento avvolto di gomma, un po’ più calda dell’aria di inizio aprile, e non distinguo più le sensazioni del piede da quelle dell’ascella, senza neppure sentirne gli odori, se la cosa può consolare. Un istante dopo mi trovo a contemplare me stesso avvinghiato alla mia bici, ma per riconoscere il mio corpo devo ricorrere alla stessa fantasia di cui ebbi bisogno davanti a un quadro di Picasso per capire che stavo ammirando un nudo femminile. Dettagli importanti per un assicuratore in carriera come me: indossavo il casco, e lo indosso ancora, così come ho anche la bici che uso per spostarmi, ma adesso ha un non so che di spettrale. In confidenza, non riesco a togliermi il casco e neppure a scendere dalla bici. Il camion di latticini ci ha resi indivisibili, come la frutta dallo yogurt in un vasetto di yogurt alla frutta.  Poi le solite scene: la disperazione dell’autista, che dai numerosi “cogno” e “cabron”, (rivolti a  se stesso o a me?) intuisco essere iberico, la polizia, l’ambulanza, chiamata chissà a fare cosa, dato che, come osserva acutamente la guardia medica di turno “ormai la frittata è fatta”. Infine il dolore di mia moglie e di Stella. Mi invade la sorpresa di capire tutto insieme quanto sono importante per loro, quanto loro mi aspettassero. Non riesco a commuovermi perché mi agito e mi sbraccio e cerco di dirgli che io sono qui, che le vedo, ma che dannazione non trovo il modo di comunicarlo. Lo sapete benissimo: il problema della vita da morti e che nessun vivo ti vede. Intendo vivi in carne ed ossa, perché gli altri defunti non solo ti vedono, ma sembrano sapere tutto di te. Nessuno, ovvio sa dove andare né cosa fare, ma per sbeffeggiarti sono tutti maestri:
- Hai visto il nostro assicuratore, non si è assicurato abbastanza contro i camion!
Tutta invidia, ovvio che mi sono assicurato contro gli incidenti: mia moglie non avrà problemi a pagare il mutuo sulla casa e mia figlia l’università.
- Ehi tu, assicuratore, puoi star sicuro che qui ci rimarrai abbastanza! Adesso che non so cosa fare ho tutta la giornata da passare con la mia famiglia, così vicino come non c’ero mai stato. Mi pare di poter tornare dentro la mia vita di sempre, ma so per certo che non è possibile.  Sto perdendo tempo; ma cosa sto dicendo? Perdere tempo? Io ho già perso tutto il mio tempo e quello che ho non è il tempo, perché non so cosa fare, non so dove andare, se non continuare a zigzagare inseguendo i miei. Meno male che ho la bici fantasma sempre fedelmente in continuità con il mio fondoschiena: non riesco a star dietro all’auto di mia moglie o allo scuolabus di Stella, ma dopo un po’ le raggiungo sempre. Anche stasera le ho raggiunte: hanno già finito cena. Stella spegne la TV, strano.
- Mamma, preghiamo assieme per papà, non abbiamo mai pregato assieme per lui.  
In effetti non abbiamo mai pregato assieme a casa, anzi non abbiamo pregato neanche da soli.
- Sì, Stellina mia, se tu lo vuoi.
- Preghiamo perché papà vada in cielo.
Andare in cielo? Ma che vuol dire, come faccio ad andare in cielo con una bici e poi a fare cosa in cielo? Un momento… perché le ruote girano sempre più veloci? No, no, no, adesso non funzionano neppure i freni e le ruote sembrano turbine, ehi, ma sto volando…  Amore, Stella, smettete subito di pregare, l’assicurazione non copre incidenti aerei in bici… Amore, Stellaaaaaaa!

La dieta [Official video]


Racconto vincitore del Fantareale Slam Speciale Gusto 2010

Il problema del futuro


caccolaNell’epoca del touch screen, tutto è touch screen. Telefoni, elettrodomestici, tv, libri, riviste, macchine e aerei sono comandati tramite touch screen. Semplicemente puoi far atterrare un Boeing senza sforzo fisico, con la dolce pressione di un polpastrello sul tasto. Le uniche nemiche del touch screen sono le caccole. Se hai l’abitudine di scaccolarti c’è il forte rischio che per premere un comando alla svelta, perché non hai il tempo di lavarti le dita o quantomeno strofinartele sui jeans, lasci a quelli dopo di te una caccola che col tempo si incrosterà su un comando importante.
– Cos’è quella cosa sul bottone dell’atterraggio? – mi chiese il comandante.
– È una caccola, signore.
Il vizio del pilota precedente, un uomo con la pancia e l’occhio all’ingiù, era proprio quello di scaccolarsi e riporre il suo lavoro tutto in giro come a segnare il territorio. In quel caso il pilota precedente si era scaccolato anche poco prima di atterrare. Da lì al prossimo atterraggio quel tasto touch screen non si sarebbe più sfiorato. Il volo era un intercontinentale e sarebbe passato il tempo sufficiente perché la caccola si seccasse creando una corazza verde a protezione.
Il problema era mondiale. Infatti hanno inventato una contromisura efficace: un solvente a base di saliva di cane. Basta una spruzzata e la caccola si squaglia senza troppa scena.
– Prenda il solvente! – mi ordinò il comandante.
– È finito, signore. Erano tante le caccole che abbiamo tolto al decollo – risposi.
– Usi qualcosa di appuntito allora! Si sbrighi! Ci schiantiamo!
– Non viene via, signore – dissi mentre provavo a raschiare via la caccola con il distintivo da copilota.
– Cazzo! E allora cosa?
– Saliva di cane signore.
– Saliva di cane?
– Ci fanno la base per il solvente, signore.
– E dove cazzo troviamo un cane quassù?
– Non so, signore.
– Lei è un imbecille!
– Credo che l’unico modo sia provare a leccare la caccola, signore.
– Ecco! Bravo! Bell’idea! La lecchi!
– Io signore?
– È un ordine!
– Non credo di essere qualificato per questo signore.
– Se lo fa le darò una medaglia da eroe!
M’immaginai con una medaglia fatta di caccole sulla divisa. Nel frattempo una montagna ci veniva addosso.
– Sono lusingato signore. Ma mi disgustano i meriti facili.
– Lei è un imbecille! – mi disse il comandante spingendomi da un lato. Lo vidi stringere gli occhi e con la faccia inorridita leccare via la caccola.
Ci sono diversi tipi di eroe. Il mio comandante era un eroe dal retrogusto amaro.

Frasario essenziale per passare inosservati in società


ennio flaianoAndiamo a mettere qualcosa sotto i denti
un ottimo manicaretto
abbiamo visto il fondo della bottiglia
vino fatto come Dio comanda
poi schiacciammo un pisolino
ci demmo una rinfrescata
andammo un po’ a zonzo per il centro
un traffico infernale
al bar prendemmo il solito
cedemmo ancora alle lusinghe della gola
conosco io un ristorantino
andammo con una sola macchina
facemmo uno sgarro alla regola
poi a teatro per compiacere la mia signora
davano una commedia di cui non ricordo bene il titolo
il Miraggio? il Gabbiano? la Conchiglia? Insomma
il nome di uno stabilimento
sala piena come un uovo
un uragano di applausi
sembrava che dovesse venir giù il teatro
il lampadario
sì, passammo una serata coi fiocchi
a casa feci anche i miei doveri coniugali
mi abbandonai in braccia a Morfeo.

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