Archivio May, 2010

Il film


peso dell'animaSi svegliò di colpo.

Di fronte a lui la televisione, rimasta accesa, trasmetteva un film che conosceva già.

Di fianco a lui, sul lato destro, disteso, immobile, un corpo che conosceva già. Il suo.

 - Sono morto? – si domandò.  

Fu proprio il film a suggerirgli cosa fare per darsi una risposta.

Si alzò, andò in bagno, si pesò.

21 grammi.

Risposta chiara. Scese dalla bilancia e tornò in camera. Restò qualche minuto in piedi davanti alla tv.

- Proprio un bel film – sussurrò.

Poi lanciò un ultimo sguardo al suo corpo nel letto, aprì la finestra, e volò via.

E lei che disse, Viskovitz


pappagalliCon Ljuba fu amore a prima vista. Era la più bella pappagalla dei Caraibi. Così andai da lei senza pensarci su. Senza tanti preamboli, la guardai negli occhi e le dissi:
- Ti amo.
- Ti amo – mi rispose.
Fu l’inizio di una grande passione. Il nostro nido d’amore era la giungla intera, il folle ardore della gioventù ci bruciava sotto le penne e il cielo tutto non bastava a contenerlo. Si cantava, si ballava, ci si amava al ritmo della rumba. Poi un giorno mi decisi e le chiesi:
- Vuoi sposarmi?
- Vuoi sposarmi? – ribatté.
- Certo amore mio.
- Certo amore mio – rispose lei.
Così io costruii il più bel nido dell’arcipelago e vi trascorremmo la nostra luna di miele. Tenendola ben stretta le dissi:
- Vorrei tanto dei piccoli.
Mi rispose che li voleva anche lei. Ne nacquero due, tesori di ragazzi, mai una parola di disaccordo, mai disobbedienti, sempre pronti a ricambiare il nostro affetto.
Che cosa si poteva desiderare di più dalla vita?
Qualche imprevisto. E così cominciai a vedere quell’altra pappagalla. Un giorno lo confessai a Ljuba.
- Ho un’amante – le dissi.
- Ho un’amante – mi rispose.
- La mia si chiama Lara – continuai.
- La mia si chiama Lara – mi rivelò.
Che dirvi? Ci restai di sasso. Mia moglie con la mia amante. Detto così poteva sembrare quasi una buona notizia, ma fu presto chiaro che quel triangolo non poteva andare avanti. Così andai da Lara e le dissi:
- Scegli, o me o lei.
- Lei – mi rispose.
Allora andai da Ljuba e posì anche a lei l’aut-aut:
- O me o lei!
- Lei!
- Accidenti a te – le dissi.
- Accidenti a te – rimbeccò.
Ero arcistufo di esser preso in giro da quei ritornelli. Possibile che la vita seguisse trame così superficiali? Come si poteva andare avanti di quel passo? Nella disperazione decisi di chieder consiglio a una mente illuminata, un pappagallo che si era guadagnato fama di maestro di saggezza e di guida spirituale.
- Maestro – sbottai, – cosa possiamo fare per ottenere risposte meno scontate, per sfuggire a questo tran tran, a questa mediocrità? Mi dica, maestro, cosa dobbiamo fare?
- Fare – rispose il saggio.

Se mi ami


se mi amiSe mi ami, rubalo.
Io l’amavo.
E l’ho rubato.
Il foulard nel negozio del centro, l’ho sfilato con un solo gesto rapido dal collo del manichino e ho rubato quei fiori al chiosco fuori dal cinema.
- Posso comprarli.
- Non sarebbe la stessa cosa.
Ho rubato arance, occhiali da sole, collane.
- Se mi ami ruba. 
E  io rubavo.

- Se mi ami, devi farlo.
Io l’amavo.
Mi sono tuffato da quello scoglio alto più di trenta metri a strapiombo sul mare, ho corso con l’automobile verso il passaggio a livello col treno che si vedeva già arrivare, ho portato la pistola alle tempie e ho premuto il grilletto dopo aver fatto ruotare il tamburo.

- Se mi ami devi farlo.
Ho picchiato, combattuto contro uno o più uomini insieme.

- Sono stanca di te. Se mi ami, devi cambiare.
Io l’amavo.
E sarei morto piuttosto che vederla andar via.
Avevo fatto tutto per lei. L’avrei fatto ancora.

- Come vedi sono cambiato – le ho detto seduto di fronte a lei in un tavolino del bar del centro.
Lei mi guardava.
I miei nuovi capelli, i miei nuovi vestiti.
Scuoteva la testa.
Si è alzata ed è corsa via.

Mi sono voltato verso lo specchio sulla parete che avevo alle spalle.
Adesso sì, che sarebbe stata sempre mia.
Ho sorriso al mio nuovo volto, al mio nuovo corpo.
Identico a lei.

Ali


piccioneL’altra mattina, mentre sorseggiavo un caffè bollente, mi è caduto l’occhio sulla ringhiera del balcone. C’era appollaiato un piccione, di quelli sporchi di città.  Li ho sempre odiati i piccioni. Ma questo era diverso. Zoppicava vistosamente sulla zampetta destra e si muoveva saltellando goffamente, guardandosi intorno con aria impaurita.

Per un istante sono tornato bambino. Il pettirosso ferito sul davanzale della finestra, la mia sorpresa nel vederlo incapace di volare, la scatola delle scarpe e la bambagia, gli stecchini che avevo preparato per  curarlo. Il secondo giorno il pettirosso aveva smesso di lamentarsi, “è guarito mamma, è guarito, vieni a vedere, si è addormentato!”. Quanto ho pianto quel giorno.

Ho riaperto gli occhi e il gesto è stato rapidissimo: ho preso il retino nello sgabuzzino e in un attimo il pennuto era intrappolato. Ora ti curo io – mi sono detto.  Si è dimenato poco, giusto il tempo di tiragli il collo. Ho adagiato la  bestia  sul tagliere della cucina, ho preso il coltello del pane e gli ho staccato con due colpi netti le ali. Allora ho praticato due piccoli fori su ciascuna ala, ho fatto  passare  il fil di ferro in ognuna di esse e, una volta unite da questo telaio rudimentale, ho lasciato giusto lo spazio centrale per incastrarci sopra il telecomando.

Ho scelto il posto più importante della casa: troneggiante sopra la televisione con le ali aperte. Mi sono attardato un altro po’ nel guardarlo e l’ho adagiato sul tavolo della sala e, poggiandoci sopra le mani a conca, gli ho soffiato sopra il mio alito caldo, ancora aromatizzato al caffè. Il telecomando è rimasto immobile.

Il  primo movimento l’ho visto con la coda dell’occhio all’ala sinistra. L’estremità si è piegata in dentro, poi si è aperta cominciando a sbattere freneticamente, mentre l’altra ala è rimasta paralizzata. Il telecomando ha cominciato ha girare in tondo, su se stesso, mulinellando intorno al tavolo e producendo una piccola nuvola di penne impazzite, buttando all’aria fogli, matite, riviste, e quant’altro ci era poggiato sopra. Poi anche l’altra ala si è risvegliata,  e il telecomando  prima ha prodotto un  convulso spostamento d’aria come fosse una gallina che cerca goffamente di spiccare il volo, poi pian piano ha cominciato a muoversi. Superato il bordo è caduto però giù in picchiata sul pavimento e, come tutti i telecomandi che cadono, all’urto ne è seguita l’espulsione delle due pile, che sono schizzate sotto al mobile della televisione e sotto al divano. Il telecomando si è arrestato e mi sono chiesto se la  botta  o la perdita delle pile non avessero corrotto la magia che lo aveva animato.

Ma subito dopo ha iniziato nuovamente a sbattere le ali sempre più forte, girando in tondo, e come un elicottero che ha appena avviato le sue pale,  si è alzato  da terra, cercando di stabilizzare il suo volo, finché non  è arrivato alla stessa quota della mia testa. 

I led rossi e verdi si sono accesi come fossero due vere luci di posizione e per alcuni istanti ho fantasticato che stesse comunicando con una torre di controllo immaginaria. Il telecomando dopo aver volteggiato sopra la testa si è abbassato di colpo, scendendo quasi fino ai miei piedi e rimanendo sospeso in aria a mezzo metro da terra, mentre le due ali ora avevano preso un ritmo più calmo ma costante. Di tutti i tasti, solo quello rosso dell’accensione lampeggiava ad intermittenza. Ho esitato qualche istante, poi incuriosito, mi sono chinato verso di lui e l’ho premuto.

Il mio corpo  e i miei vestiti si sono rimpiccioliti di colpo, trasformandomi in un omino alto sì e no trenta centimetri. Il telecomando allora si è abbassato ancora di più fino a toccare quasi terra.  Non ci ho pensato su due volte,  ho alzato prima una gamba e  poi l’altra e  mi sono  aggrappato a un’ala. Stabilizzatomi, ho premuto il tasto del volume e ci siamo alzati in volo, librandoci nella piccola sala del mio appartamento.

I mobili, visti dalla nuova prospettiva, mi sembravano enormi e, in fondo, il mio appartamento ora non era poi così piccolo. Dopo aver passato una buona mezz’ora a  prendere  dimestichezza con la strumentazione ho deciso di atterrare sopra una mensola della libreria per rimanere lì, in contemplazione, a guardare la casa, con la testa appoggiata alla proboscide di un orrendo elefantino in argento. Mentre osservavo con curiosità  il seno enorme di una statuetta in legno di una donna bantu, regalo equo e solidale della suocera, ho udito la chiave girare nella toppa.

Sulla soglia ho intravisto Elena, mia moglie, ho  fatto un passo per chiamarla, per dirle – amore guarda cos’ho scoperto, che ci importa di un figlio, sono  in grado di dare la vita e di trasformare la mia, anzi la nostra!

Ma sono inciampato sul telecomando e ci sono caduto sopra a braccia aperte, premendo simultaneamente tutti i tasti. Il telecomando ha prodotto un suono sinistro e sono stato avvolto da una scossa improvvisa. Sono rimasto così, impietrito a friggere, mentre dal telecomando fuoriusciva  un ronzio inquietante. Le gambe mi hanno abbandonato quasi subito, mentre ho avvertito che le mie braccia si stavano allungando e il mio corpo si stava fondendo in un tutt’uno con la plastica. Anche le mie dita erano arrivate a toccare le estremità delle ali. Dallo spavento mi sono agitato, ho provato a liberarmi dall’abbraccio melmoso, ma quello che sono riuscito a produrre è  stato solo un breve battito di ali. Ho tentato di urlare: “Elena, amore aiutami”, ma la mia gola ha prodotto solo un grottesco “craaa craaaa”.

Elena si è accorta della mia presenza, si è voltata verso la mensola, ma non mi ha riconosciuto. Anzi, impaurita, ha  afferrato la scopa e mi ha urlato contro: “sciò sciò brutta bestiaccia!”. Istintivamente  mi sono agitato per schivare i colpi e di conseguenza le ali si sono messe in moto. Ho buttato a terra la statuetta della donna bantu, che si è  rotta in due pezzi, e mi sono lanciato nel vuoto, cominciando maldestramente a volare e sbattendo contro tutti i mobili di casa, mentre mia moglie mi inseguiva con la scopa alzata.

La porta del terrazzo era ancora aperta e quella mattina ho spiccato il mio primo volo nel cortile.

Il mentegatto


mentegattoE’ un normalissimo gatto, con tutte le abitudini classiche della sua specie. Non ti accorgi che c’è qualcosa che non va finché non te ne trovi uno vicino. La distanza massima entro la quale il mentegatto è in grado di metterti in un mare di guai è di circa dieci metri. E non è facile girare sempre alla larga dai gatti, insomma.

Il mentegatto svela i tuoi pensieri. Metti che hai un appuntamento con una succosa femmina che hai rincorso per settimane e che alla fine ha accettato di passare la serata con te,  state passeggiando per strada diretti al ristorante parlando di ovvietà che servono a rompere il ghiaccio. Tutto sembra filare liscio finché, a un certo punto, sulla tua testa appare un classico balloon, come per i personaggi dei fumetti, il quale svela i tuoi pensieri in quel momento. E non è bello che la persona oggetto dei tuoi sogni  improvvisamente legga sopra la tua testa qualcosa del tipo “basta chiacchiere inutili andiamo a letto che voglio sfondarti!” .

Significa che uno di quegli stramaledetti esseri è nelle vicinanze.

Nessuno sa come sia iniziato tutto questo. Qualcuno vaneggia di un uomo che, stufo delle urla di una gatta in calore, l’abbia soddisfatta personalmente. Si parla anche di uno scherzo degli alieni. Mah.

La gente sta impazzendo. Decine di matrimoni fatti a pezzi, dipendenti licenziati, amicizie decennali distrutte in un attimo. Tutti guidano cercando di concentrarsi su qualunque cosa tranne che sulla guida. Non vi dico che gioia per i carrozzieri. Dove andremo a finire?

Il pucchione (edens cynaras della Tuscia)


pucchioneHo trovato il pucchione un sabato notte di settembre. Ero andata a fare una gita con alcune amiche, nel Viterbese: avevamo preso un casale in affitto nel bosco. E una notte, dopo essere tornate da un bagno caldo al Bullicame, restammo a cazzeggiare sul patio del casale, circondato dagli alberi, a centellinarci in sei una bottiglia di vino rosso e a girarci una canna.
Stavamo bene.

Il pucchione era già lì che ci osservava da dietro un castagno. Alcune ebbero paura di vederlo. Ma io no. Sentii subito che era buono e che saremmo diventati amici.

Non potevo non portarmelo a casa. E meno male che al tempo già abitavo per conto mio. I miei non mi avrebbero mai permesso di tenerlo nella mia stanzetta, nella casa dove vivevo con loro.

Ora son passati 10 anni. E il pucchione vive ancora con me. Abbiamo preso una casa più grande, dove c’è il giardino. E sicuramente lui si sente più a suo agio, anche perché in linea d’aria ci siamo avvicinati un po’ alla zona del Viterbese, dove è nato, forse.

Qui c’e odore di muschio, e durante il giorno fanno sempre due gradi in meno del centro città.

Non posso pensare a una vita senza di lui. Anche se insieme non è che facciamo grandi discorsi. Lui fa spesso il solito verso “Ba-bbè!” ma quando è arrabbiato invece non dice niente ed entra in un mondo tutto suo, e il suo muso tondo e paffuto, diventa lungo lungo e il cornetto bellissimo al centro della sua fronte diventa sporgente e minaccioso.

Il pucchione può sembrare quasi un uomo da lontano. Ma non è un uomo, è un pucchione. E’ molto peloso. Ha un manto di pelo nero sparso a caso su tutto il corpo, ma la parte più pelosa è il petto, e d’inverno, mi piace addormentarmici sopra.

Poi ha del pelo morbido, più rado, sulle spalle e sulla schiena, che si trasforma in un piccolo mantello di ali,  talvolta, che gli occorre per volare. Non vola sempre, però, perché non può. Lo fa solo qualche volta. Quando è talmente buono ma talmente buono per qualche giorno, che dalla leggerezza spicca il volo…

Mangia solo carciofi il pucchione. E per farlo stare bene ho messo una piantagione di carciofi in giardino. Ne ho cotti tanti tanti e ho comprato un congelatore nuovo per contenerli tutti, quando, una volta finita la stagione dei carciofi, non ce ne saranno più. Ma anche quelli nel congelatore finiranno, e ho tanta paura che finiscano i carciofi.

Perché ho paura che il pucchione se ne vada e mi lasci sola… e io senza il pucchione come faccio?

La fine del mondo e il paese delle meraviglie


ombra(…) Proprio così, camminavamo trascinandoci dietro la nostra ombra. Ma quando ero arrivato nella città – quella in cui mi trovavo ora – avevo dovuto lasciare la mia in deposito al Guardiano del cancello.
- Non può portarla con sé nella città, – mi aveva detto l’uomo. – Deve scegliere: o l’abbandona, o rinuncia a entrare.
L’avevo abbandonata.
Il Guardiano mi portò in uno spiazzo vuoto di fianco al cancello. Alle tre del pomeriggio, il sole disegnava nitidamente la mia ombra sul terreno.
- Stia fermo, – mi ordinò. Poi estrasse di tasca un coltello, infilò la punta acuminata della lama sotto l’ombra, e dopo aver armeggiato per qualche minuto la staccò infine con destrezza dal suolo.
Lei ebbe un breve tremito, come se volesse fare resistenza, ma alla fine si lasciò fare e si accasciò su un banco senza forze. Separata da me aveva un’aria molto più miserabile di quanto avessi pensato, sembrava spossata.
Il Guardiano ripiegò la lama del coltello. Per qualche secondo io e lui guardammo l’ombra disgiunta dal corpo al quale apparteneva.
- Come si sente? – mi chiese lui. – Strana sensazione, vero, venir separati? Non serve a nulla un’ombra. E’ solo un peso morto.
Io mi avvicinai alla mia vecchia compagna.
- Scusami, ma per qualche tempo dobbiamo restare lontani l’uno dall’altra, – le dissi. – Non era mia intenzione, ma le cose sono andate così, non ci posso far nulla. Devi portare pazienza e restare qui da sola per un po’.
- Cosa significa per un po’? Fino a quando?
- Non lo so.
- Secondo me, presto te ne pentirai, – aggiunse lei con un filo di voce. – Non saprei spiegarti il perché, ma non mi sembra una cosa giusta separare una persona dalla sua ombra. Penso che sia un errore, che siamo venuti nel posto sbagliato. Le persone non possono vivere senza la loro ombra, e le ombre senza le persone non esistono. Eppure noi siamo divisi e continuiamo a vivere. Non può essere, c’è uno sbaglio da qualche parte. Non sei d’accorto?
- E’ vero, è una cosa innaturale, lo ammetto, – risposi. – Ad ogni modo questo posto non è mai stato naturale. E se si sta in un posto innaturale, non si può far altro che adattarsi alla sua innaturalezza.
La mia ombra scosse la testa. – Questi sono solo ragionamenti. Io non so cosa farmene. So solo che l’aria di qui è nociva. E’ diversa da quella degli altri posti. Non avrà un buon influsso né su di me né su di te. Non avresti dovuto abbandonarmi. Finora siamo andati d’accordo noi due, no? Perché mi hai lasciato?
In ogni caso era troppo tardi. Ormai la mia ombra era staccata da me.
- Appena mi sarò sistemato, verrò a prenderti, – le dissi. -E’ solo una soluzione temporanea, non durerà per sempre. Vedrai che torneremo insieme.
Lei fece un lieve sospiro, poi alzò su di me uno sguardo vacuo, privo di vivacità. Erano le tre del pomeriggio e il sole ci illuminava entrambi. Io senza la mia ombra, lei senza la sua radice. (…)

Un altro racconto russo


corista(…) La storia verteva su un coscritto della Division Azul spagnola che combatté nella Seconda Guerra Mondiale sul fronte russo, più concretamente nel Gruppo di Eserciti Nord, in una zona vicina a Novgorod.

Il coscritto era un sivigliano tappo, magro come uno stecco e con gli occhi azzurri, che per uno scherzo del destino finì per ritrovarsi in Russia. Lì, non si sa come fosse cominciata, qualcuno gli disse coscritto vieni qua o coscritto fa questo o fa quello e al sivigliano rimase in testa la parola coscritto, ma nella parte oscura della testa, e in quel luogo così vasto e desolante, con il passare del tempo e gli spaventi quotidiani si trasformò nella parola corista. Non so come avvenne, si suppone che fosse scattato un meccanismo infantile, un ricordo felice che attendeva la sua opportunità per tornare.

Di modo che l’andaluso pensava a se stesso nei termini e negli obblighi di un corista anche se coscientemente non aveva idea del significato di questa parola. Ma in qualche maniera, e questa è la cosa curiosa, a forza di pensarsi corista divenne un corista per davvero. Durante il terribile inverno del ’41 diresse il coro dei canti di Natale mentre i russi facevano a pezzi quelli del Reggimento 250. Nella sua memoria quei giorni sono pieni di rumore (rumori secchi, costanti) e di un’allegria sotterranea e un po’ sfocata. Cantavano, ma era come se le voci arrivassero dopo o perfino prima, e le labbra, le gole, gli occhi dei cantori molte volte scivolavano attraverso una sorta di fessura di silenzio, in un viaggio brevissimo ma ugualmente strano. (…)

Dalla finestra


uomo zanzaraIl ragionier Casoria abitava sul quarto pannello di vetro dell’ala nord della finestra. Di fronte a lui, sul terzo pannello, abitava la signorina Anniballe.

- Signorina, - stava dicendo il ragioniere – lei oggi è particolarmente bella!
- Non m’infastidisca, - lo rimbrottò lei, – vada a ronzare altrove!

Il ragioniere contemplò sconsolato il bel visino di lei, le sue alette fini che parevano fatte di carta velina, il suo pungiglione piccolo e aggraziato.
- Non le piaccio proprio? - chiese il ragioniere.

Non era per niente bello, lui, e vestiva anche male: indossava un consunto cappottino marrone che non si levava mai, e una sciarpetta di lana che, diceva, lo proteggeva da una sinusite cronica. Le sue alette erano piccole e tozze, e il suo pungiglione goffo e sgraziato.

- Ma si è visto? - si limitò a dire la signorina Anniballe.
Bisogna anche dire che mentre la signorina Anniballe teneva il riquadro di vetro dove abitava pulito come un cristallo, tanto da mostrare nitido il bel panorama che si stagliava fuori dalla finestra, il ragionier Casoria trascurava il suo riquadro al punto che le macchie di unto formavano una spessa patina opaca. Era chiaro che anche questo, oltre al resto, disgustava la signorina Anniballe.

- Signorina, - esclamò d’un tratto il ragioniere - lei non mi ama. Non mi stima nemmeno. Mi reputa un mediocre, un vile. Ma io le dimostrerò quanto valgo!

Si alzò in volo con una luce di leggera follia negli occhi, mentre io dal mio riquadro di vetro nell’ala sud, cercavo di fermarlo.
- Ragioniere, non faccia sciocchezze! - gli urlavo sottovoce, – Torni qui!
Ma il ragioniere non mi sentì. Si diresse in volo verso la grassa zanzara madre che, sbracata sulla sua poltrona preferita, fumava una sigaretta aromatizzata alla menta, lasciando cadere sciattamente la cenere sulla moquette del salotto.

- Ora basta! - stava dicendo la zanzara madre, con la sua voce sempre troppo forte. La zanzara figlio, stesa sul divano, non alzò gli occhi dal libro che stava leggendo.
- Mi hai sentito? – ripeté la zanzara madre rivolta a suo figlio. – Adesso piantala! E’ ora di mettersi a studiare.
- Che palle che sei, mamma! - disse la zanzara figlio.
- Niente parolacce con me, carino! – esclamò la zanzara madre.

Nel frattempo, il ragioniere Casoria aveva ronzato silenziosamente fino a posarsi sul bracciolo della poltrona della zanzara madre.
- Cosa fa, ragioniere: torni indietro! - gli gridai.
- Davvero, torni indietro! - gli disse anche la signorina Anniballe, molto agitata.
Ma il ragioniere non ci ascoltò. Risalì lungo il bracciolo, fino a saltare delicatamente sopra il grosso avambraccio della zanzara madre.
- Mi guardi, ora! – gridò rivolto alla signorina Anniballe.
- La scongiuro, torni indietro! - disse lei, ma lui non sentiva.

Liberò il suo rozzo pungiglione dal cappotto marrone e lo appoggiò sulla pelle della zanzara madre.
- Mi guardi bene – ripeté.
Sollevò con decisione il pungiglione, chiuse gli occhi e lo precipitò con forza nel braccio. Non fece in tempo ad affondarlo nella pelle, che subito partì il colpo deciso della zanzara madre. Lo spostamento d’aria lo sollevò involontariamente, evitandogli di rimanere schiacciato.

- Mioddio! - mormorò la signorina Anniballe.
Il ragioniere Casoria si ritrovò a mezz’aria senza capire bene cosa era successo. Sorrideva confuso e spavaldo verso la signorina Anniballe.
- Mi guardi - ripeté, mentre un secondo colpo della zanzara madre si abbatteva su di lui, mancandolo di pochissimo.
- Scappi, la prego. -  sussurrò la signorina Anniballe, e solo allora il ragionier Casoria sembrò accorgersi del pericolo. Svolazzò velocemente fino ad atterrare sulla parete dietro alla poltrona, più in alto che poteva, quasi all’attaccatura del soffitto.
- Dammi qua! – gridò la zanzara madre, strappando il libro dalle mani di suo figlio.
- Ehi, ma che diamine… – cominciò la zanzara figlio, mentre sua madre scagliava con forza il libro. Nel volo il libro si aprì e si schiantò proprio nell’angolo dove si era rifugiato il ragioniere Casoria. La signorina Anniballe sobbalzò. Il libro, dopo l’impatto sulla parete, cadde rumorosamente a terra.

Sulla quarta di copertina campeggiava la foto di una zanzara magra dallo sguardo triste, che indossava una bombetta.
- Beccata! – gioì la zanzara madre.
- Mamma! Guarda cosa hai fatto! - protestò la zanzara figlio, recuperando il suo libro da terra e posandolo aperto sul tavolo. Il povero ragioniere Casoria giaceva senza vita appiccicato sulla prima pagina del libro, proprio al termine del primo rigo che diceva: ‘Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme essere umano’.

La signorina Anniballe volse lo sguardo fuori dal suo limpido riquadro di vetro e cominciò a singhiozzare.

La confessione


confessionale- Padre mi confessi perché ho peccato.
- Dimmi figliolo.
- Mi piace scrivere…
- Figliolo questo non è pecca…
- Mi lasci finire padre, per favore. Dicevo, mi piace scrivere, ma mi piace anche uccidere. Ho ucciso molte persone. Tante quanti sono i miei racconti.
- E quanti racconti hai scritto?
- Quarantanove padre, ma poco fa ho finito il cinquantesimo. Si intitola la confessione.

L’uomo si alzò, estrasse dalla tasca del cappotto la pistola, mirò alla finestrella bucherellata del confessionale e sparò, fino a scaricare il tamburo.

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