L’altra mattina, mentre sorseggiavo un caffè bollente, mi è caduto l’occhio sulla ringhiera del balcone. C’era appollaiato un piccione, di quelli sporchi di città. Li ho sempre odiati i piccioni. Ma questo era diverso. Zoppicava vistosamente sulla zampetta destra e si muoveva saltellando goffamente, guardandosi intorno con aria impaurita.
Per un istante sono tornato bambino. Il pettirosso ferito sul davanzale della finestra, la mia sorpresa nel vederlo incapace di volare, la scatola delle scarpe e la bambagia, gli stecchini che avevo preparato per curarlo. Il secondo giorno il pettirosso aveva smesso di lamentarsi, “è guarito mamma, è guarito, vieni a vedere, si è addormentato!”. Quanto ho pianto quel giorno.
Ho riaperto gli occhi e il gesto è stato rapidissimo: ho preso il retino nello sgabuzzino e in un attimo il pennuto era intrappolato. Ora ti curo io – mi sono detto. Si è dimenato poco, giusto il tempo di tiragli il collo. Ho adagiato la bestia sul tagliere della cucina, ho preso il coltello del pane e gli ho staccato con due colpi netti le ali. Allora ho praticato due piccoli fori su ciascuna ala, ho fatto passare il fil di ferro in ognuna di esse e, una volta unite da questo telaio rudimentale, ho lasciato giusto lo spazio centrale per incastrarci sopra il telecomando.
Ho scelto il posto più importante della casa: troneggiante sopra la televisione con le ali aperte. Mi sono attardato un altro po’ nel guardarlo e l’ho adagiato sul tavolo della sala e, poggiandoci sopra le mani a conca, gli ho soffiato sopra il mio alito caldo, ancora aromatizzato al caffè. Il telecomando è rimasto immobile.
Il primo movimento l’ho visto con la coda dell’occhio all’ala sinistra. L’estremità si è piegata in dentro, poi si è aperta cominciando a sbattere freneticamente, mentre l’altra ala è rimasta paralizzata. Il telecomando ha cominciato ha girare in tondo, su se stesso, mulinellando intorno al tavolo e producendo una piccola nuvola di penne impazzite, buttando all’aria fogli, matite, riviste, e quant’altro ci era poggiato sopra. Poi anche l’altra ala si è risvegliata, e il telecomando prima ha prodotto un convulso spostamento d’aria come fosse una gallina che cerca goffamente di spiccare il volo, poi pian piano ha cominciato a muoversi. Superato il bordo è caduto però giù in picchiata sul pavimento e, come tutti i telecomandi che cadono, all’urto ne è seguita l’espulsione delle due pile, che sono schizzate sotto al mobile della televisione e sotto al divano. Il telecomando si è arrestato e mi sono chiesto se la botta o la perdita delle pile non avessero corrotto la magia che lo aveva animato.
Ma subito dopo ha iniziato nuovamente a sbattere le ali sempre più forte, girando in tondo, e come un elicottero che ha appena avviato le sue pale, si è alzato da terra, cercando di stabilizzare il suo volo, finché non è arrivato alla stessa quota della mia testa.
I led rossi e verdi si sono accesi come fossero due vere luci di posizione e per alcuni istanti ho fantasticato che stesse comunicando con una torre di controllo immaginaria. Il telecomando dopo aver volteggiato sopra la testa si è abbassato di colpo, scendendo quasi fino ai miei piedi e rimanendo sospeso in aria a mezzo metro da terra, mentre le due ali ora avevano preso un ritmo più calmo ma costante. Di tutti i tasti, solo quello rosso dell’accensione lampeggiava ad intermittenza. Ho esitato qualche istante, poi incuriosito, mi sono chinato verso di lui e l’ho premuto.
Il mio corpo e i miei vestiti si sono rimpiccioliti di colpo, trasformandomi in un omino alto sì e no trenta centimetri. Il telecomando allora si è abbassato ancora di più fino a toccare quasi terra. Non ci ho pensato su due volte, ho alzato prima una gamba e poi l’altra e mi sono aggrappato a un’ala. Stabilizzatomi, ho premuto il tasto del volume e ci siamo alzati in volo, librandoci nella piccola sala del mio appartamento.
I mobili, visti dalla nuova prospettiva, mi sembravano enormi e, in fondo, il mio appartamento ora non era poi così piccolo. Dopo aver passato una buona mezz’ora a prendere dimestichezza con la strumentazione ho deciso di atterrare sopra una mensola della libreria per rimanere lì, in contemplazione, a guardare la casa, con la testa appoggiata alla proboscide di un orrendo elefantino in argento. Mentre osservavo con curiosità il seno enorme di una statuetta in legno di una donna bantu, regalo equo e solidale della suocera, ho udito la chiave girare nella toppa.
Sulla soglia ho intravisto Elena, mia moglie, ho fatto un passo per chiamarla, per dirle – amore guarda cos’ho scoperto, che ci importa di un figlio, sono in grado di dare la vita e di trasformare la mia, anzi la nostra!
Ma sono inciampato sul telecomando e ci sono caduto sopra a braccia aperte, premendo simultaneamente tutti i tasti. Il telecomando ha prodotto un suono sinistro e sono stato avvolto da una scossa improvvisa. Sono rimasto così, impietrito a friggere, mentre dal telecomando fuoriusciva un ronzio inquietante. Le gambe mi hanno abbandonato quasi subito, mentre ho avvertito che le mie braccia si stavano allungando e il mio corpo si stava fondendo in un tutt’uno con la plastica. Anche le mie dita erano arrivate a toccare le estremità delle ali. Dallo spavento mi sono agitato, ho provato a liberarmi dall’abbraccio melmoso, ma quello che sono riuscito a produrre è stato solo un breve battito di ali. Ho tentato di urlare: “Elena, amore aiutami”, ma la mia gola ha prodotto solo un grottesco “craaa craaaa”.
Elena si è accorta della mia presenza, si è voltata verso la mensola, ma non mi ha riconosciuto. Anzi, impaurita, ha afferrato la scopa e mi ha urlato contro: “sciò sciò brutta bestiaccia!”. Istintivamente mi sono agitato per schivare i colpi e di conseguenza le ali si sono messe in moto. Ho buttato a terra la statuetta della donna bantu, che si è rotta in due pezzi, e mi sono lanciato nel vuoto, cominciando maldestramente a volare e sbattendo contro tutti i mobili di casa, mentre mia moglie mi inseguiva con la scopa alzata.
La porta del terrazzo era ancora aperta e quella mattina ho spiccato il mio primo volo nel cortile.