Archivio June, 2010

Il sordofono


sordofonoÈ un vecchio animale che risponde ai citofoni della città. Però è nato sordo e fa fare brutte figure ai padroni di casa. Non sente mai gli ospiti suonare e così si devono alzare sempre gli altri per aprire. Tutti lo insultano per questo, ma lui non si fa tanti problemi: non li sente.

Fantareale Slam REMIX


Una notte intera a suonare la chitarra elettrica


chitarra elettricaEro sola a casa e avevo finito di cenare. Fuori era buio. Ho sparecchiato e lavato i piatti. Poi mi sono messa letto. Non riuscivo a dormire. Ho acceso la luce sul comodino ma non prendevo sonno. Sentivo degli strani rumori venire da fuori. Come il raspare di un animale. Ho chiuso tutte le finestre e le persiane e sono corsa a letto trattenendo il respiro. La porta della stanza si stava aprendo e sentivo un tintinnio di unghie che graffiavano il pavimento. L’animale era lì davanti a me che mi fissava: aveva gli occhi verdi, grandi e lucidi, le orecchie appuntite, i denti lunghi e affilati di colore giallastro, il pelo nero e zampette da coniglio. Era grande quanto un cane. Non si muoveva. Mi guardava come se mi avesse conosciuto da una vita. Aveva cominciato persino a parlare. Però era permaloso e anche offensivo. Mi insultava, era un mostriciattolo che sapeva parlare ed era maligno. Non potevo farmi trattare così da una specie di volpe-cane-coniglio. Mi sono stancata. Ho cominciato a suonare la chitarra elettrica. Lo facevo sempre quando ero nervosa, quando non volevo più sentire nessuno. Mi sono sentita graffiare la schiena. Mi sono girata e quel mostriciattolo mi supplicava di smettere, gli dava fastidio il suono della chitarra elettrica. Allora ho smesso e non mi ha neanche ringraziato. Ha cominciato ad arrampicarsi sui mobili e a strappare le coperte, a staccare i poster dalle pareti, a tirare contro il muro le mie cose. Ho preso la chitarra e ho ricominciato a suonare. Si è fermato per un istante, ma io ero furiosa e continuavo a suonare. Suonavo più forte che potevo e ho cominciato a urlare, finché non mi sono calmata e ho smesso. Mi sono guardata attorno e c’era la finestra aperta. Lui stava lì che mi guardava. Così ho ricominciato a suonare e lui con un salto balzò giù dalla finestra. Il vento entrava e mi soffiava sulla faccia. Da dove era venuto quel mostriciattolo, come faceva a sapere tutto di me? Non l’ho più rivisto e anche la chitarra elettrica non l’ho più suonata.  

Il nientipico


nientipicoÈ un animale atipico. Non è simpatico a nessuno. Una volta è uscito con una nientipica, ma niente da fare. Il suo miglior amico è il vento, silenzioso e poco ingombrante. Da un po’ non si frequentano più come una volta. Il vento ha cominciato a uscire anche con la pioggia. Troppa gente per il nientipico.

 

L’orso igienista


orso igienistaNon mangia miele perché ha paura che gli si carino i denti. Non mangia il pesce perché teme che gli attacchi qualche malattia. Non va in letargo perché se dorme non può pulire la caverna e non va da nessuna parte senza i suoi guanti di lattice. Al posto del letto ha una barella. A colazione mangia due aspirine, a pranzo 7 moment e 8 bottiglie di sciroppo per la tosse. A cena si lascia andare e prende 20 moment act e 100 enterogermine. Dopo ogni pasto lava i denti per un’ora e disinfetta la caverna. La cosa che gli piace di più è catturare le prede, immergerle nell’amuchina e dopo averle pulite a perfezione lasciarle andare.

I rintocchi di mezzogiorno


duello westernUna strada, dritta e polverosa, che taglia il paese in due. Poche persone in giro. Una mamma tira per la mano il suo bambino, imponendogli una andatura frettolosa. Qualche passante si infila nel saloon tenendo gli occhi bassi, un altro accenna un paio di note con una armonica, ma desiste. Lo sceriffo Winston  osserva la scena soddisfatto dondolandosi sulla sedia, sotto il portico del suo ufficio. Gli abitanti non stanno volentieri a passeggio, e il motivo è semplice: hanno paura di lui, dello sceriffo Winston. La sua parola è legge, e talvolta la legge diventa prepotenza, e la prepotenza omicidio.

Lo sceriffo è tranquillo; oggi l’unica cosa che vuole ammazzare è il tempo, e così si concentra dalla sua postazione su eventuali forestieri e sull’orologio della chiesa, che si erge sul campanile. Avete capito bene. Un campanile con orologio. Non una di quelle chiesette da squallido villaggio messicano, con le pareti bianche scrostate dal sole ed una campana arrugginita  che suona solo ai funerali. No. In città c’è proprio un campanile con un orologio che segna le ore; un affare di un altro mondo. Nessuno si ricorda come sia finito nel west, ma c’è, ed è, o meglio era, il vanto della città. Il meccanismo è guasto da anni ma Winston controlla, di tanto in tanto – per evitare scherzi del destino – che le lancette rimangano ferme, inoccupate, incuranti persino dinanzi alle sollecitazioni del vento.

Si tratta di vita o di morte perché la regola è questa: niente orologio, niente duelli. Un tempo arrivavano da ogni parte delle terre selvagge per una sfida sotto il campanile. Sembrava meno triste essere impiombati avendo ascoltato un attimo prima i rintocchi di mezzogiorno,

L’ultimo duello Winston se lo ricorda bene: era un sicario a pagamento, i proprietari delle fattorie lo avevano assunto per uccidere lo sceriffo Wallace. Il difetto di Wallace? Non tollerava i cowboys ubriachi: li portava sotto il campanile, e bum, ne ammazzava due o tre alla volta.

Il rischio per i fazenderos era che nessuno volesse più lavorare per loro con uno sceriffo così intransigente nell’unica città dove si poteva bere un bicchiere.

Winston aveva solo finto di essere sbronzo sparando quattro colpi sull’orologio. Le lancette si erano bloccate a due minuti alle 12. Lo sceriffo era arrivato di corsa. “Conterò sino a tre”, aveva detto Winston, e pronunciando “Uno” aveva ucciso Wallace. Nessuno aveva reagito; solo il figlio della vittima aveva provato a impugnare la pistola del padre. Winston da dietro la schiena aveva tirato fuori un pugnale, e lanciandolo con naturalezza, come se fosse stato un colpo di pennello, ultimo tocco di colore su un quadro già pronto, aveva passato da parte a parte quella mano troppo piccola per impugnare una Colt Navy. Quel pomeriggio stesso, ciò che restava della famiglia Wallace aveva caricato i bagagli su un calessino. Qualcuno disse che probabilmente stavano tornando nel paese d’origine, una nazione lontana, dall’altra parte dell’oceano, da dove erano partiti per cercare fortuna. Ma il west era stato infame e traditore, con i Wallace.

Winston era stato scelto come nuovo tutore dell’ordine dai fazenderos, e come primo gesto solenne aveva battezzato la città. Notime, l’aveva chiamata. Un bel posto: niente orologio, niente guai.

E’ immerso in questi ricordi, Winston, quando vede un cavaliere – tutto vestito di nero, un pastrano che scende sino ai piedi, una mano guantata e l’altra no, come i pistoleros che non vogliono rischiare di perdere la presa sul calcio dell’arma –  avanzare lento conducendo al passo un bel pezzato. Winston si alza dalla sedia a dondolo e gli fa segno di fermarsi.

- Sei di passaggio?
- Dipende, risponde lo straniero.
- Da cosa?
- Da quello…

Il forestiero fa segno con la testa in direzione del campanile. Lo sceriffo prima guarda lui, poi in alto la torre della chiesa, poi di nuovo lui.

- Chi sei? chiede Winston.
- Ha importanza?
- Dipende, risponde lo sceriffo.

Lo straniero fissa la stella di latta.

- Sono un orologiaio.

E spinge il cavallo in avanti, fermandosi dinanzi al saloon dove spicca la scritta: camere e ragazze disponibili.
Winston quella notte non dorme. Cosa sia un orologiaio, esattamente, lui non lo sa. Ma che il tizio sia venuto per far ripartire quelle maledette lancette, questo è certo. Il giorno dopo, mentre il cavaliere sta facendo colazione, gli si siede di fronte.

- Vuoi aggiustare il campanile?

L’altro non parla.

- Non potrai. Tanti anni fa gli ho sparato quattro colpi calibro 45. Non troverai neppure una molla intera, ammesso che quel coso funzionasse a molle. Lo straniero finisce di mangiare, si alza per andar via. Winston gli afferra un polso.

- Non ce la farai. Farai meglio a tornare da dove sei venuto.

L’altro non si scompone.

- Lo sceriffo che ha paura di un orologiaio…non è una bella pubblicità.

Winston resta interdetto; lo straniero ha ragione. Meglio cambiare tattica.

- Ti do tre giorni, figlio di puttana.

L’uomo vestito di nero pensa: sei solo chiacchere e distintivo, ma trattiene la battuta, per evitare questioni di copyright. Si libera dalla presa dello sceriffo, con gentilezza si aggiusta il guanto che porta sulla destra, incamminandosi verso il campanile, il pastrano ben chiuso.

Da quel momento tutto si svolge con monotona sincronia. Il cavaliere fa colazione – la destra sempre coperta dal guanto, l’altra libera –  e sale sulla torre armato di attrezzi. Winston sistema la sua sedia a dondolo di fronte alla chiesa, e aspetta. Suda, e aspetta. Al tramonto il cavaliere scende, gli lancia uno sguardo e sorride notando la sua camicia fradicia di angoscia.

Il quarto giorno è il momento della verità. Tutto il paese aspetta di sentire i rintocchi di mezzogiorno, ma niente, nulla, silenzio assoluto.

- Non ci sei riuscito – sogghigna Winston sputando un grumo di tabacco sul pastrano dello straniero –  ora togliti dai piedi!

- Me ne andrò solo quando sarai morto, sussurra il cavaliere senza nome.

Winston ha la fronte imperlata: lui non è più quello di una volta, e l’altro è giovane, sembra uno svelto. Punta gli occhi sulla mano fasciata dal guanto: Winston è certo che l’avversario sparerà con quella. Prova a prendere tempo.

- Niente rintocchi, niente duello. E’ la regola di Notime.
- Vedi Winston, il mondo si divide in due categorie: chi porta la pistola, e chi un orologio.

E dicendo questo apre il suo pastrano. Sulla destra non ha il cinturone, ma una cordicella d’acciaio fissata a un occhiello del panciotto, che finisce dentro un taschino. Con un gesto lento, come se lo avesse studiato per anni, con due dita guantate estrae un aggeggio rotondo, cromato, che brilla come la stella di latta sul petto di Winston.

- Sai cos’è questo?- chiede il cavaliere.

Lo sceriffo non risponde.

- E’ un sistema a carillon. Ogni volta che batte mezzogiorno suona una musica.

Winston si passa la lingua sulle labbra. E’ un orologiaio, pensa, non può essere più veloce di me…
Il cavaliere apre la cassa. Una melodia dolce si impadronisce dello spazio fra i due uomini.

-  E’ l’ora - mormora il forestiero….

Quella sera sul Notime Evening Post, il cronista, nonché editore, stampatore, e strillone del giornale, scrisse: “Era sembrato a tutti di aver sentito un sol botto, tanto i due spari erano stati in simultanea. Winston, un buco all’altezza della stella di latta, è ricaduto sulla sua sedia a dondolo, gli occhi sbarrati, fissi sul campanile. Il forestiero si è liberato del pastrano. E’ stato allora che quanti si erano piazzati agli angoli della strada per sbirciare il duello hanno notato una strana imbracatura passare sulle spalle dell’uomo, sino all’avambraccio e la mano sinistra, dove era comparsa fulminea una piccola Derringer a due colpi. Quando lo straniero ha chiuso la cassa del carillon, la pistola è rientrata automaticamente dentro una piccola fondina fissata all’imbracatura, come se tutto il congegno dipendesse proprio dall’orologio. Grande è stata la meraviglia, quando, come ultimo gesto di disprezzo, il killer di Winston ha rivelato che la mano guantata era finta, tanto da buttarla addosso al cadavere. Due cuccioli se ne sono impadroniti, correndo e abbaiando all’impazzata, finalmente liberi di scorrazzare in una città che ha riconquistato il tempo di vivere.

Il pesce maiale


pesce maialeAdorava nuotare ma era così grasso che non ci riusciva. Decise di fare una dieta speciale mangiando solo alghe marine. Dopo due mesi divenne magro come un’acciuga e si buttò in acqua. Non avendo le forze necessarie per nuotare affogò.

Il pesceluce


pesce luceLa sua caratteristica è quella di illuminarsi quando vede arrivare un predatore. Quanti pesceluce saranno rimasti al mondo?

Fantareale Slam! Vacanze fantareali


vacanzefantarealiGiovedì 24 giugno 2010 ci sarà il prossimo Fantareale slam, sul tema “Vacanze fantareali”.
L’appuntamento è alle ore 21 ai giardini di Castel Sant’Angelo durante la manifestazione “Invito alla lettura”.
Per partecipare (e aggiudicarti il premio di 300 euro!) ti basta scrivere un racconto che mescoli vacanze e fantastico.

Vincitore della serata: Carlo Valenti con Vacanze Magiche.

Tutto può succedere


barbie e kenAll’inizio ero seduto in camera di mia sorella e guardavo Barbie che viveva con Ken posata su un centrino sopra il ripiano del comò. La stavo guardando e a un tratto mi accorsi che mi stava fissando. Anche Ken mi fissava. Forse non guardavano me, forse guardavano solo dove mia sorella voleva farli guardare. Mi alzai spaventato, curioso e sorpreso di quello che mi era appena accaduto. Andai verso la porta con passo veloce. Mi voltai e mi accorsi che lei non c’era più. Ero spaventato al punto che non riuscivo nemmeno a muovermi e l’unica cosa che mi sentivo capace di fare era quella di iniziare a guardarmi intorno, senza sapere se desiderare vederla di nuovo oppure no. Ma accadde la cosa più strana a dirsi. Mi ritrovai infatti a fissarla di nuovo, una figura troppo piccola, troppo perfetta, lucida e sorridente dissimile completamente da una vera donna.

Era vestita come si vede in tv: scarpe col tacco, gonna sopra le ginocchia e maglietta, su cui posavano quei bellissimi capelli dorati, contorno di un viso stupendo. I suoi occhi sembravano lenticchie sopra un naso troppo a punta e a una bocca troppo rossa per essere naturali. Le labbra si muovevano, la bocca si muoveva, stava per dire qualcosa, non so come, ma stava per farlo, quando d’improvviso la porta della stanza si aprì: era mia sorella che tornava da danza.

- Che fai in camera mia? – urlò ancor prima che potessi inventare una scusa che reggesse.

Fui costretto a uscire per ritrovarmi nella mia buia cameretta, solo e incredulo per quello che pochi attimi prima mi era accaduto.

- Non ti stressare – disse una vocina, – non stai sognando.
È stato solo in quel momento, quando rividi Barbie, risentii la sua voce pulita e riconobbi il suo fisico perfetto, fu solo in quel momento che mi convinsi effettivamente che stavo sognando.
- Che c’è, non hai mai visto una bambola parlare?
- No. Non mi è mai capitato.
- Beh, c’è sempre una prima volta. Questa è la tua, ma anche la mia. Fino ad ora non mi era mai capitato di dover parlare con un essere umano. Mi ostinavo a parlare con Ken; parlavo, parlavo e lui non rispondeva mai. È di poche parole, anzi a dire il vero, non ho mai sentito la sua voce. Sembra quasi morto, senza un’anima, come di plastica.

Non avevo parole e le uniche che avevo le scambiavo con una bambola. Sembravo un demente, e in quel momento la mia unica paura era che qualcuno mi vedesse.

- Ed è per questo che ti sei rivolta a me? Solo perché Ken non ti ascoltava?
- Sì, di tua sorella ne avevo le scatole piene. Non potevo certo andare a parlare con tua madre, tantomeno con la donna delle pulizie. Sono venuta da te perché eri l’unico che mi avrebbe capita e che non avrebbe cominciato a urlare.

Non le importò molto della mia faccia sbalordita quando mi disse che si era fatto tardi e che doveva tornare nell’altra stanza. Mi chiese solo di aprire la porta. Non arrivava alla maniglia.

I nostri incontri continuarono nei giorni. Quando mia sorella andava a danza Barbie piombava in camera mia. Arrivai a spostare appuntamenti con i miei amici per rispettare i suoi orari di visita. Nel frattempo mi ero pure sciolto. Non mi sorprendevo più nel vederla parlare, camminare e muoversi proprio come me. Iniziavo a stare bene con lei. Ad aspettare, davanti all’orologio che mia sorella uscisse di casa. Ero veramente felice. Ma poi arrivò l’autunno.

Mia sorella non giocava più con Barbie, non la trattava e non la controllava più come una volta. Probabilmente era per questo che io e lei riuscivamo a vederci. Ma era anche il motivo per il quale in quei primi freddi giorni d’autunno quando mia madre come ogni anno ci chiese di darle i nostri giochi usati per la parrocchia, Barbie venne scelta per essere data via.

- Me ne vado – mi disse un giorno.
- E dove?
- Dicono in parrocchia. E poi in un’altra famiglia.

Cominciai a ridere. Barbie faceva spesso scherzi imbecilli. Anche lei cominciò a ridere: rideva in modo diverso. Forzato. Un modo che mi fece capire che sarebbe andata via davvero. Stavo ridendo ma poi cominciai a piangere. Anche lei cominciò a piangere. Stavamo piangendo per l’ultima volta insieme.

Passarono i giorni, giorni pesanti, monotoni, tutti uguali. Mancava quel motivo, quello scopo che ogni mattina ti portava a svegliarti felice. Non uscivo più con gli amici, non mangiavo fuori. Stavo tutto il tempo a casa seduto sul letto a pensare a Barbie, a come mi mancava parlare e sfogarmi con lei. Ma un giorno mi decisi. Era tardi, quasi le sei, mi alzai dal letto dove ero stato seduto nelle ore precedenti. Andai in parrocchia, con l’unica speranza di ritrovare Barbie. La mia bambola.

Arrivai, chiesi, domandai in giro. La trovai seduta su un mobile proprio come la prima volta, accanto a Ken. Ero seduto nella piccola stanza della parrocchia e guardavo Barbie che era tornata a vivere con Ken posata su un centrino sopra il ripiano del comò. La stavo guardando e a un tratto mi accorsi che mi stava fissando. Non ci pensai più di tanto. Mi avvicinai, la presi, forse la rapii, la portai fuori, camminammo, vedevo la felicità nei suoi occhi e sentivo la mia nei miei. Quella e tutte le altre che vennero dopo furono le nostre “gite d’allegria”. Alla fine, quando ci eravamo detti ogni cosa, ogni secondo della nostra giornata, la riportavo in parrocchia, e il giorno dopo ricominciava tutto.

Esco con Barbie tre pomeriggi a settimana, la porto via da Ken. Mi esercito per il futuro.

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