Archivio October, 2010

Il rischio dell’autoipnosi


imagesUn uomo stressato che non aveva tempo e voglia di spendere soldi per un analista si comprò un libro di Autoipnosi fai da te. Decise subito di svolgere il primo esercizio di rilassamento che recitava così:

Rilassa le gambe. Distendi i muscoli; dalla punta dei piedi in su. Rilassa i muscoli del ventre, dello stomaco, del petto; poi i muscoli della schiena, delle spalle e del collo. Abbandona le braccia. Calma il viso. Impiega tutto il tempo necessario per assaporare la benefica sensazione di un rilassamento profondo. A poco a poco sentirai il tuo corpo più leggero. Stai entrando in uno stato di ipnosi che diventerà sempre più intenso. Sempre più intenso. Sempre più intenso.

Cadde in trance. Si sentiva come se qualcuno lo avesse avvolto in una coperta riscaldata. Pensò con beatitudine che aveva fatto bene a comprare quel libro; i suoi problemi di stress erano risolti già con il primo esercizio. Bastava svolgerlo e il gioco era fatto.
Il telefono squillò. Si sentì costretto a uscire dall’ipnosi. Ma qualcosa non andava, non ci riusciva. Sentiva bene il telefono squillare sul tavolino a fianco del divano, ma il corpo era diventato un sasso: non rispondeva più ai comandi.
Durante il tempo della trance il telefono squillò prima a sprazzi, poi sempre più insistente. Niente, lui non riusciva a muovere neanche un ciglio. Era sempre rinchiuso nel sonno. Il telefono continuava a squillare. Di tanto in tanto suonavano al citofono e anche alla porta. A scandire il tempo ci pensava la sveglia, che trillava tutte le mattine alla stessa ora e voleva solo dire che era in trance da molti giorni.
Il telefono squillava, la sveglia suonava per giorni e giorni finché sentì forzare la porta di casa; seguivano urla disperate. Riusciva a distinguere bene le voci dei suoi che lo chiamavano, lo muovevano, lo schiaffeggiavano, gli buttavano acqua in faccia, ma lui poteva rispondere solo dal pozzo del suo sonno.
Presto sentì che lo stavano infilando in un posto stretto, sentiva gente piangere e distingueva bene i singhiozzi di ogni parente e amico. L’ultimo suono che udì fu un tonfo legnoso e chiodate; poi giusto qualche sbatacchio e il silenzio pieno.
Lì si rese conto che prima di lasciarsi addormentare avrebbe dovuto continuare a leggere il libro e soprattutto il capitolo “Come si fa a uscire da una trance”. Questo pensiero e il fatto di non sentire più rumori lo agitò molto. Decise così di svolgere ancora una volta l’unico esercizio di rilassamento che aveva imparato. E si addormentò dentro il suo sogno.

Terapia letteraria


Terapia letterariaIl telefono squillò dentro la stanza ovattata di piacevole silenzio. L’uomo, un medico in camice bianco, rispose.
- Sì, Miriam?
- Dottore, la signora Anna, Anna Karenina… è arrivata.
- Bene, la faccia entrare.

La porta si aprì e sulla soglia apparve una donna con un lunghissimo vestito nero, a pieghe, che le fasciava il corpo magro e un cappellino, anch’esso di colore nero, adornato all’altezza del viso da una veletta di pizzo bianco. L’eleganza della figura era lenita dalla stampella a cui la signora si aggrappava, con entrambe le mani. Il dottore si alzò prontamente dalla scrivania, ma la donna gli fece un gesto, come a fermarlo. Si trascinò, incespicando, fino alla poltrona, poggiò la stampella sul bracciolo e con un lento e maestoso movimento scivolò a sedere. Un grosso sospiro arrivò fino alle labbra carnose del medico, gli occhietti vigili e attenti. L’uomo si passò la lingua sui denti.

- Signora Karenina…
- Signorina, prego.
- Pensavo fosse ancora sposata.
- Non più ormai; almeno quel dannato Tolstoj una cosa buona l’ha fatta…
- Signorina Karenina, in cosa posso esserle utile?
- Credevo che il mio servizio alla letteratura si fosse concluso quel giorno maledetto, quando sono stata trascinata da quel folle scrittore sotto le fauci metalliche del treno.

La voce ebbe un’improvvisa incrinatura. La donna prese dalle pieghe del vestito un fazzolettino bianco e si soffiò vivacemente il naso.

- Ma cara signora, ho letto per ben tre volte il romanzo, e devo dire che sono rimasto letteralmente affascinato dalla sua vicenda.
- Le ripeto che sono signorina…
- Mi perdoni.
- Adesso c’è qualcuno, un certo Fabio Cozzi.
- E chi è?
E che ne so… so soltanto che è uno che vuole fare lo scrittore.
- Brutta razza.
- A chi lo dice… insomma questo Cozzi mi vuole far risuscitare da sotto il treno…
- No!
- Sì, e con questo viso!, la donna sollevò la veletta. Era piena di cicatrici, assomigliava a una borsa di cuoio con le cuciture in rilievo. Il medico fece un lungo, impercettibile sospiro, mentre un leggero filo di saliva gli imperlava i lati della bocca.
- E anche con la gamba amputata!, continuò la donna, palesemente scandalizzata.
- Vuole farmela vedere?, chiese il medico emozionato.
- Ma è pazzo? L’ho contattata per una terapia psichiatrica da personaggio, non certo per mostrarle le mie amputazioni.
- Ce ne sono delle altre?, chiese affascinato il medico.
- Insomma, dottore…, rispose spazientita la Karenina.
- Signora… ehm, signorina… comprendo il suo trauma. Non è certo semplice per lei sapere che sarà protagonista di un racconto in cui la sua bellezza è già stata fatalmente depauperata…
- ‘De’ che?, chiese la donna sorpresa.
- Depauperata, impoverita dall’osceno suicidio a cui l’ha obbligata Tolstoj.
- Che Dio lo maledica…
- Ma oggi la terapia psichiatrica sui personaggi letterari fa dei veri miracoli. Ho avuto enormi successi; ad esempio con la signora Bovary.
- Ma davvero?
- Certamente… adesso è la protagonista di un romanzo post-moderno dove lei impersona una dirigente di successo di una multinazionale francese dell’haute couture.
- Esaltante, veramente esaltante…
- Le assicuro che tra qualche tempo potrà buttare questa oscena stampella e continuare ad essere la protagonista di altri romanzi di successo.
- Senza questo fastidioso Cozzi… quanto vorrei essere protagonista di uno di quei romanzi inglesi… alla Nick Hornby per intenderci… dottore, ho bisogno di tanta leggerezza!
- Capisco signorina Karenina… lavoreremo per questo, disse il medico, deluso al pensiero di non poter più vedere, almeno per quel giorno, la gamba amputata.

La donna si issò elegantemente sulla stampella, fece segno con la testa al medico e si allontanò. Mentre chiudeva la porta dovette scivolarle la gamba, perché il medico sentì una forte pressione sul battente, cui fece seguito una pronta imprecazione:
- Che Dio stramaledica gli scrittori!

Il dottore prese il telefono.
- Sì dottor Lecter?
- Miriam, la prossima volta che la signorina Karenina verrà da me, può prenotare alla tavola calda all’angolo un contorno di piselli?
- Certamente.
- Un’altra cosa… qualcuno dica a Cozzi che l’invenzione del camice bianco è una vera cazzata… sono uno psichiatra, mica un volgare chirurgo.
- Non dubiti dottore… dottor Lecter, è arrivato il signor Samsa, Gregor Samsa.
- Lo faccia aspettare Miriam, gli scarafaggi non riesco a digerirli.

L’uomo poggiò la testa sulla sedia reclinabile, e appuntò gli occhietti vispi sul soffitto. Il suo naso si mise a esplorare l’aria che era stata impregnata fino a un minuto prima della presenza della Karenina.

- Che Dio benedica gli scrittori!, disse l’uomo ad alta voce dopo qualche minuto, evidentemente ristorato dagli odori catturati.
- Miriam, faccia pure passare il signor Samsa.

Il ciondolo


ciondoloIl treno delle nove arrivò puntuale. Era un mattino nuvoloso. Tirava un vento forte e gelido.
- Non salire.
- Devo.
La ragazza gli afferrò la mano e lo portò in fondo alla banchina, lontano dalla folla che stava salendo. Prese dalla tasca dei jeans un piccolo ciondolo a forma di cuore. Su una parte era rosso, sull’altra bianco.
- Ora lo lancio in aria, – disse – se cade dalla parte rossa resti, se cade dalla parte bianca te ne vai.
Lui sorrise.
- Va bene.
La ragazza lanciò il ciondolo, ma quest’ultimo, invece di tornare giù, continuò ad andare in alto. Sempre più su, fino a perdersi nel cielo.
- Che significa? – gli chiese.
- Non lo so – le rispose.
- E ora? Che facciamo?
- Secondo logica – considerò lui – dovremmo aspettare che ricada. Altrimenti è come se restasse tutto in sospeso tra di noi.
- E se non lo fa? Stiamo qui tutta la vita?
Le carezzò il viso.
- Facciamo così, prendo il treno delle undici. Se per quell’ora il ciondolo non è caduto parto.
- Va bene – sussurrò lei, prima di baciarlo.
Il treno delle undici arrivò puntuale. Il mattino era sempre nuvoloso. Il vento, sempre forte e gelido.
- Allora addio – gli mormorò con voce malinconica, tra gli schiamazzi e il via vai dei ritardatari che salivano.
- Addio – ripetè lui, con altrettanta tristezza, dal finestrino.
Il treno si fece distante in pochi secondi. Lei attese che sparisse del tutto, poi si alzò il cappuccio del piumino, si volse, e iniziò a camminare verso l’uscita della stazione.
Fu in quel momento che lo sentì cadere.
Si rigirò col cuore in gola.
Lo vedeva, ma non riusciva a distinguerne il colore.
Camminò più svelta che potè.
Tutto inutile.
Il ciondolo era appena caduto dalla banchina, mescolandosi per sempre nel brecciolino dei binari.
Quel vento, forte e gelido, di quel nuvoloso mattino, era stato più svelto di lei.

C’era una volta


Schermata 2010-10-11 a 09.44.34C’era una volta una bellissima principessa di nome Flora. Venne alla luce una mattina di primavera. L’aria era tiepida, allietata da melodiosi gorgheggi…
No.
Le favole non iniziano più così.
Ora iniziano:
C’era una volta… una madre qualunque.
Quarantacinque anni.
Due figli, di cui uno Nazi Skin, l’altro, sempre idiota, ma apolitico.
Un cane nevrotico con disturbi della personalità, il gatto con il pannolone, il canarino afono, il marito infatuato di un ventenne e un viscido capoufficio con la sindrome della mano morta e del fallo esigente.
Una sera all’imbrunire, presso l’abitazione della donna sita in via Due Macelli 3, avviene quello che nei quotidiani sarà soprannominato L’Eccido della Famiglia Bonelli al 3 di Due Macelli, animali annessi e connessi.
La madre è l’unica scampata alla carneficina. La maggiore indiziata.
Il Maxi-Processo dura due anni.
Due anni di dibattimenti udienze, fascicoli, dossier, istanze, appelli.
Infine, la difesa estrae dalla manica l’Asso nella Manica.
Un alibi di ferro. Confermato grazie alle nuove High technology, dispositivi in dotazione alla Scientifica per il recupero di materiale organico utile, in questo caso, per spezzare le gambe alla requisitoria.
Il materiale organico refertato, in questione, è una nidiata di spermatozoii residenti in una capsula di rivestimento di un dente che il genialoide avvocato della difesa ha fatto rimuovere, inviato alla Scientifica e, schedato come reperto N° 2 la sera medesima del genocidio.
Arringa della Difesa: Alle 18:43, ora esatta della strage, la suddetta imputata era coricata sotto la scrivania del capoufficio, impiegata a evadere una pratica urgente, la fellatio conclusiva. Quella di commiato.
E’ chiamato a testimoniare il Teste chiave. Signori della corte: Il testimone oculare ovvero il collega voyeur.
Epilogo: La madre ottiene l’assoluzione con formula piena.
Viene condannata la vicina di casa. La quale, fidanzata del ventenne, ricattava il marito della di cuius imputata. Come prova schiacciante le avevano trovato, tra la folta e boccolosa chioma, una piuma gialla, reperto N° 1, che in base alle perizie della Scientifica, apparteneva al defunto canarino afono.
Il capoufficio finisce dentro per molestie sessuali.
La tradizione esige, come ogni favola che si rispetti, il lieto fine.
L’imputata assolta si ricostruirà una vita con il voyeur.
L’ex madre, nonchè ex moglie, nella scena finale si allontana verso la porta pretoria del tribunale, attraversa lentamente la galleria, una vasta loggia con pavimento in marmo di Carrara, liscio e lucido, mano nella mano, con il voyeur. Sono di spalle.
Giunti alla porta, si fermano per un attimo, il voyeur guarda dritto fiducioso davanti a sé, lei gira lentamente la testa e lancia una sbirciata levantina dritto dritto negli occhi del lettore a cui, scioccato, sorge un dubbio.
Sarà stata veramente la vicina di casa?

Venti minuti


crash testLo schianto fu terribile. Il rumore fragoroso lacerò l’aria tutto attorno nel momento stesso in cui il cofano del motore si accartocciò su se stesso, con la stessa facilità con cui si rompe un giocattolo. Gli specchietti retrovisori laterali volarono come pallottole sparate. Non ebbero però la tragica grazia del guidatore, che la forza dell’impatto aveva sollevato dal sedile, rompendo il meccanismo della cintura di sicurezza e sfondando il vetro in un frastuono fin troppo teatrale. I frammenti danzavano dappertutto intorno al corpo ancora in caduta libera sul quel che restava del cofano ripiegato. Che scherzo terribile, quella cintura e quegli airbag così lenti a partire. Alla passeggera del sedile anteriore s’era già rotto l’osso del collo fintanto che s’aprì il suo airbag. E ora la testa giaceva scompostamente, sempre puntata in direzione del guidatore sbalzato fuori, lo sguardo inanimato, fisso come in un rimprovero nel suo ‘Mi hai abbandonata’. Distanti, lontani, dimenticati l’uno all’altro. Peccato, sarebbero potuti diventare una famiglia felice. Erano partiti così bene, sembrava proprio che loro ce la potessero fare a restare insieme, e invece no: un’altra coppia divisa alla fine di quei venti minuti.
Peccato, davvero peccato. Li aveva sistemati così bene che le mani sembravano essere state fabbricate apposta per ritrovarsi lì, l’una nell’altra, legate per tutta la durata della loro storia, in quei tristi venti minuti di felicità. E invece, eccoli, talmente presi ognuno dalla propria tragedia che avevano già dimenticato il compagno che poco prima era l’amore di tutta una vita.
Tra tutte le storie d’amore tra manichini di crash test, doveva ammetterlo, quella era stata la più deludente. Non c’erano più i manichini d’una volta, le storie d’una volta, le tragedie romantiche d’una volta. Da un po’ di tempo non vedeva altro che corpi che volavano più distanti gli uni dagli altri, amandosi per poco, rinnegandosi appena dopo.
Spuntò tutte le caselle dell’ultimo modulo, terminò il rapporto con gli ultimi dati e si preparò come sempre a dormire in fabbrica.
‘E questi chi sarebbero?’. Quando la mattina dopo si trovò davanti al nuovo carico di manichini di crash test, quasi non poteva crederci.
‘Sono prodotti esterni. Al settore 7 hanno avuto dei problemi con la produzione dei manichini, così, per non bloccare anche i test, li hanno ordinati da fuori.’
Sensazionali, senza alcun dubbio: perfetti davvero. Così veri, così vivi.
E quando vide loro due poi, che piacere! Che eccitazione! Che estasi assaporava nell’immaginarli già posizionati, dirottati verso la tragedia imminente, verso un perfetto dramma amoroso, mentre tutto il mondo che quella macchina rappresentava esplodeva, crollava, si sfregolava tutto intorno a loro che ancora mano nella mano arrivano al loro diciannovesimo minuto di storia.
Si godette appieno il tempo che ci mise a sistemarli nella nuova macchina. Curò ogni particolare: l’angolazione della testa, l’inclinazione delle spalle, l’allacciamento delle cinture, le mani, complementari, l’una nell’altra.
Lentamente prese il suo posto nella stanza d’osservazione e sempre più lentamente, assaporando ogni istante, diede il via ai test. E quando giunse il momento, con un’eccitazione che il petto non conteneva più rimandandola perfino al pube, in un singolare feticismo che non avrebbe mai neppure notato, rimase a osservare. Finalmente l’auto era a pochi metri dal muro e dalla collisione, ora a pochi secondi, ora completamente schiantata verso l’inevitabile. Il cofano urtò violentemente. Il parabrezza ci mise un po’ di tempo, più del solito, a disfarsi in mille schegge. Un pneumatico scoppiò, ma nulla volò fuori dalla macchina. Come se all’esterno imperversasse l’inferno, e all’interno l’Eden terreno. Tutto aveva funzionato alla perfezione, gli airbag erano partiti in tempo e le cinture avevano trattenuto i manichini al loro posto, senza cedere. E loro due erano ancora lì dentro, ancora mano nella mano, ancora vicini, sopravvissuti ai venti tristi minuti, insieme. E non erano stati gli airbag, le cinture o altro a proteggerli, no, erano stati loro, loro avevano lavorato per restare uniti anche sulla soglia della tragedia. E poi lo notò. Non era stato lui, non li aveva sistemati lui così. Erano stati ancora loro, loro si stavano guardando, innamorati, innamorati più che mai alla fine della corsa, alla fine dei venti minuti e di più, anche di più, si sarebbero amati per un’altra mezz’ora, forse un’altra ora, forse per sempre.
E fu sopraffatto da qualcosa di più intenso della delusione, qualcosa di più. Il momento che tanto a lungo aveva sognato ora gli sputava in faccia, rinfacciandogli che un tale sfrenato amore lui non lo avrebbe avuto mai. Disarmato, distrutto, ma eccitato lo desiderò. Desiderò con passione di trovarlo un giorno, un amore tanto intenso da controllare l’inevitabile, da superare l’impossibile, da evitare la tragedia. L’avrebbe trovato, e insieme si sarebbero lanciati nella corsa, verso lo schianto, sperando nel loro ventunesimo minuto di felicità.