Un uomo stressato che non aveva tempo e voglia di spendere soldi per un analista si comprò un libro di Autoipnosi fai da te. Decise subito di svolgere il primo esercizio di rilassamento che recitava così:
Rilassa le gambe. Distendi i muscoli; dalla punta dei piedi in su. Rilassa i muscoli del ventre, dello stomaco, del petto; poi i muscoli della schiena, delle spalle e del collo. Abbandona le braccia. Calma il viso. Impiega tutto il tempo necessario per assaporare la benefica sensazione di un rilassamento profondo. A poco a poco sentirai il tuo corpo più leggero. Stai entrando in uno stato di ipnosi che diventerà sempre più intenso. Sempre più intenso. Sempre più intenso.
Cadde in trance. Si sentiva come se qualcuno lo avesse avvolto in una coperta riscaldata. Pensò con beatitudine che aveva fatto bene a comprare quel libro; i suoi problemi di stress erano risolti già con il primo esercizio. Bastava svolgerlo e il gioco era fatto.
Il telefono squillò. Si sentì costretto a uscire dall’ipnosi. Ma qualcosa non andava, non ci riusciva. Sentiva bene il telefono squillare sul tavolino a fianco del divano, ma il corpo era diventato un sasso: non rispondeva più ai comandi.
Durante il tempo della trance il telefono squillò prima a sprazzi, poi sempre più insistente. Niente, lui non riusciva a muovere neanche un ciglio. Era sempre rinchiuso nel sonno. Il telefono continuava a squillare. Di tanto in tanto suonavano al citofono e anche alla porta. A scandire il tempo ci pensava la sveglia, che trillava tutte le mattine alla stessa ora e voleva solo dire che era in trance da molti giorni.
Il telefono squillava, la sveglia suonava per giorni e giorni finché sentì forzare la porta di casa; seguivano urla disperate. Riusciva a distinguere bene le voci dei suoi che lo chiamavano, lo muovevano, lo schiaffeggiavano, gli buttavano acqua in faccia, ma lui poteva rispondere solo dal pozzo del suo sonno.
Presto sentì che lo stavano infilando in un posto stretto, sentiva gente piangere e distingueva bene i singhiozzi di ogni parente e amico. L’ultimo suono che udì fu un tonfo legnoso e chiodate; poi giusto qualche sbatacchio e il silenzio pieno.
Lì si rese conto che prima di lasciarsi addormentare avrebbe dovuto continuare a leggere il libro e soprattutto il capitolo “Come si fa a uscire da una trance”. Questo pensiero e il fatto di non sentire più rumori lo agitò molto. Decise così di svolgere ancora una volta l’unico esercizio di rilassamento che aveva imparato. E si addormentò dentro il suo sogno.
Il telefono squillò dentro la stanza ovattata di piacevole silenzio. L’uomo, un medico in camice bianco, rispose.
Il treno delle nove arrivò puntuale. Era un mattino nuvoloso. Tirava un vento forte e gelido.
C’era una volta una bellissima principessa di nome Flora. Venne alla luce una mattina di primavera. L’aria era tiepida, allietata da melodiosi gorgheggi…
Lo schianto fu terribile. Il rumore fragoroso lacerò l’aria tutto attorno nel momento stesso in cui il cofano del motore si accartocciò su se stesso, con la stessa facilità con cui si rompe un giocattolo. Gli specchietti retrovisori laterali volarono come pallottole sparate. Non ebbero però la tragica grazia del guidatore, che la forza dell’impatto aveva sollevato dal sedile, rompendo il meccanismo della cintura di sicurezza e sfondando il vetro in un frastuono fin troppo teatrale. I frammenti danzavano dappertutto intorno al corpo ancora in caduta libera sul quel che restava del cofano ripiegato. Che scherzo terribile, quella cintura e quegli airbag così lenti a partire. Alla passeggera del sedile anteriore s’era già rotto l’osso del collo fintanto che s’aprì il suo airbag. E ora la testa giaceva scompostamente, sempre puntata in direzione del guidatore sbalzato fuori, lo sguardo inanimato, fisso come in un rimprovero nel suo ‘Mi hai abbandonata’. Distanti, lontani, dimenticati l’uno all’altro. Peccato, sarebbero potuti diventare una famiglia felice. Erano partiti così bene, sembrava proprio che loro ce la potessero fare a restare insieme, e invece no: un’altra coppia divisa alla fine di quei venti minuti.