Archivio January, 2011

La spanatura delle zezze


SessoIl mio spacciatore di donne allucinogene mi ha detto che questa è l’ultimo grido. Costa più delle altre ma è una botta anziché. Pago e porto a casa. L’ho scartata come si fa con una donna normale. Non arrivo manco in camera da letto per la voglia che c’ho. Inizio a leccarla sul collo.
In effetti ha un gustore diverso dalle solite. Continuo a leccare passando la lingua nella spanatura delle zezze. Sento già stimotevoli risulti. Le schiaffo la ligna in bocca e bascolo. Lei risponde con un vortice sgombrabudella. Mai sentito ‘ste strane balordiglie qui, e ché di ipnostiche ne ho collaggiate un colmo.
Li lì penso che è tagliata male ‘sta qui. Che una donna tagliata male si sà che ti avvica al creatore. Però ‘sti riflessi passano subito se ormai stai nel porcozozzone. E non ce la fai a tirarti indietro. Scendo giù con la ligna sulle cosce. La pelle di questa donnallucinogena è setiscia anziché. Ho tutti i sensi che mi bucchiano alla porta del cervefalo.
Le pianto la ligna come un traforatore nella sorgia. Sa di prugna co’ lo zucchette. Mi sento come se uno scolondino mi risuccia e vuol portarmi dall’altra parte del tombiolo. Ogni lesciata di sorgia è come un’orchestra che mi strimpona nelle udicchie. Voglioso voglio sentire cosa provo se mi schigio più nello spozzo. Mi inficco con tutto il faccio nel pertuco nero.
Mi sembra di stare sulle massigne russe, a duecento all’ora sento il vento sperigliarmi gli zazzelli. Mi parte la brocca al giro del capovicchio della santissima fine. Esco dal pertuco nero tirando di colpo indietro il faccio. Mi tolgo le mutaghe e infilo il pizzo nella sorgia. Me ne sono fappate tante in vita mia ma come ‘sta qui mai anziché. Botte a gogol! Me ne sparago.
Ormai sbappato, lei ne approvede e s’aggriglia al mio pizzo. Mi sento che mi pocchia come fossi un avangaro e mi sembra di sentire che consugo dai piedi, come una pagliaretta. A ogni sua pocchiata penso che le cose si mettono in malazia. Mi appara che lei mi risuccia dentro di se. Le mie zambe tramuscono in celvere. Li lì anche lei risuccia in preda a un sparagamo. E mi consudo come un mozzicolo al vento.

Nel fango


soldatino indianoIn ufficio era stata una giornata da dimenticare, di quelle che iniziano con il sogno di tornare a casa e finiscono allo stesso modo. Il capo era stato insopportabile, come al solito del resto. In effetti la giornata era stata proprio uguale a tutte le altre. Aveva anche piovuto, cosa che accadeva spesso essendo novembre, l’aria era umida e fredda e le foglie bagnate ricoprivano la strada. A un certo punto smise di camminare. Quella pozzanghera aveva qualcosa di speciale. Forse si trattava della perfetta forma rotonda che la rendeva simile a un disegno, fatto sta che non poté farne a meno: il bambino sopito da anni nel suo petto balzò fuori come fosse niente, si impossessò delle sue gambe e lui si ritrovò a fare un bel salto dentro la pozzanghera. Splash. Non fece in tempo a provare fastidio per i pantaloni bagnati però, né per la voce della moglie dentro la sua testa che lo rimproverava, perché lo stupore grazie a Dio ebbe subito la meglio. La pozzanghera era più profonda di quanto si aspettava, molto più profonda. I suoi piedi andavano giù senza fermarsi, finché le ginocchia furono immerse, poi il bacino, il collo, infine la testa. Andava giù dolcemente con il fango morbido che gli avvolgeva il corpo. Poi i suoi piedi toccarono il fondo. Intorno a lui era tutto marrone e spesso, non vedeva nulla e sentiva solo il plof plof dei suoi movimenti.

Quando qualcosa di piccolo e veloce gli sgusciò in mezzo alle gambe pensò subito a uno scarafaggio. Istintivamente arricciò le dita dentro ai mocassini e per un istante si immaginò circondato da centinaia di piccole creature schifose, che del resto avrebbero avuto molto più senso di lui in quel posto. Ma non ci mise molto a capire. Bastò lo scocco della piccola freccia.

Lo conosceva benissimo quel suono: infinite volte, molto tempo prima, le sue orecchie di bambino lo avevano sentito, e non si stupì affatto quando iniziò pure a distinguere il rumore degli zoccoli dei minuscoli cavalli, al galoppo intorno alle sue caviglie. Guardò giù senza muovere i piedi di un millimetro, non vedeva granché ma gli occhi iniziavano piano piano ad abituarsi al fango. Distingueva appena quelle figure al galoppo, completarne le sagome però non gli fu difficile: quelle immagini erano chiuse dentro la sua testa da sempre, fu come ripescarle impolverate dentro a un baule ritrovato in soffitta. Riconobbe i segni dipinti sui piccoli volti – quelli del sentiero di guerra – e le penne sistemate intorno alle teste sul laccio di cuoio che ricordava esattamente così, orlato di frange. E così era laggiù che erano finiti. Per tutti quegli anni in cui lui era stato adulto, quegli esserini si erano rincorsi nel fango, al di sotto della strada, qualche metro più giù della sua vita.

Mantenne una rispettosa immobilità e restò in ascolto: i cowboy dovevano arrivare da un momento all’altro, era sicuro che presto avrebbe sentito gli spari. Si udì un flebile tonfo,  la ventiquattrore vibrò leggermente nella sua mano destra. La sollevò all’altezza della faccia, sembrava tutto a posto ma come ci passò sopra l’altra mano si accorse che qualcosa ci si era conficcato dentro, come uno spillo. Lo estrasse ed esaminandolo con le dita capì che si trattava di una freccia. La borsa era nuova e lui stava per arrabbiarsi, ebbe l’istinto di schiacciare quei mostriciattoli con il piede. Si arrabbiava sempre anche con i suoi figli quando giocavano intorno alle sue cose, una volta gli avevano spruzzato la giacca dell’ufficio poggiata sulla poltrona con la pistola ad acqua e lui aveva urlato molto, e poi aveva dovuto cambiarsi tutto il completo.

Ma ecco un primo sparo, seguito dal galoppo e dalle urla inconfondibili dei cowboy. Si bloccò e si accucciò il più possibile sulle gambe senza spostare i piedi per godersi lo spettacolo da vicino: lo scontro era il momento che preferiva e non se lo sarebbe perso per nulla al mondo. La posizione certo era scomoda, e lui si sentiva ridicolo con le gambe piegate e i piedi larghi. Tuttavia, trovarsi in fondo a una pozzanghera presentava innegabilmente alcuni vantaggi: in mezzo al fango non poteva vederlo nessuno.

Da bambino era spudorato, le guerre che si svolgevano sotto al tavolo di casa sua se le godeva seduto per terra a gambe incrociate o addirittura sdraiato. La madre lo guardava perplesso stare ore a fissare il pavimento ma lui se ne fregava. Adesso non avrebbe avuto il coraggio nemmeno di abbassare lo sguardo se quello che stava accadendo laggiù fosse capitato nel suo salotto o sotto la scrivania dell’ufficio. In mezzo al fango, però, non poteva vederlo nessuno.

Il capo indiano diede il segnale della ritirata. Si sarebbe potuto pensare che si trattasse della resa, invece niente affatto. Il capo tribù era il suo preferito, con la doppia fila di penne gialle e bianche, e lui conosceva in anticipo ogni sua mossa. La ritirata in realtà era solo un diversivo: gli indiani fingevano di ritirarsi per poi attaccare i cowboy alle spalle. Gli indiani ruotarono intorno alla sua caviglia sinistra e si rimisero sul sentiero nella direzione opposta.

Ormai nel fango riusciva a distinguere i cappelli dei cowboy uno per uno. Sfortunatamente proprio sul più bello dell’attacco alle spalle, la pelle iniziò a tiragli sul viso. Il fango, da morbido e avvolgente, si stava facendo via via più secco. Muoversi gli era sempre più difficile e anche la possibilità di vedere attraverso la terra opaca stava diminuendo. Stava restando intrappolato nel fango arido. Capì che doveva andarsene in fretta. Sollevò un piede e si rese conto che il terreno, più duro, adesso era in grado di sostenere il suo peso. Iniziò a salire come su una scala invisibile. Si sollevava sul piede destro e poi velocemente spostava il peso sul sinistro, prima che l’altro sprofondasse. Così facendo, lentamente, come in un sogno, riuscì a raggiungere la superficie. Quando tirò fuori la testa, la pozzanghera si era quasi trasformata in terreno asciutto. Giusto in tempo tirò fuori l’ultimo piede. Si fermò esausto sul marciapiede a respirare, mentre si accorgeva che un sole molliccio ondeggiava tra lo strato indistinto di nuvole bianche. Le strade erano completamente asciutte e il vento spazzava le foglie secche.

Si alzò in piedi, il fango era diventato terra incrostata sui suoi vestiti. Provò a smuoverla, lentamente iniziava a sgretolarsi da sola mano a mano che si asciugava

Quando arrivò a casa, nel salotto c’erano tutti. I bambini si rincorrevano. La moglie lo guardò neanche fosse un fantasma.

-  Sono inciampato tesoro, e sono finito in una pozzanghera. Vado subito a lavarmi.

Lei non disse una parola mentre lo guardava allontanarsi.

- Papà…. Ma cos’hai qui?

Il bimbo era dietro di lui.

- Ma papà… È una freccia! –

Il piccolo aveva estratto qualcosa dietro la sua gamba

- Certo tesoro – ridacchiò la madre – è una freccia degli indiani.

Il bambino teneva esultante la piccola freccia tra i ditini.

Il padre si abbassò, poggiò a terra le ginocchia e guardò il bambino negli occhi.

- Esatto. È proprio una freccia degli indiani. Non è molto difficile vederli sai? Sono sicuro che si nascondono sotto al divano.

Soldatini


Se li riguardava, lì sul tavolo, quelli che erano stati i suoi uomini. Non era un’idea originale, lei lo sapeva. Lo sapeva di averla ereditata da Bukowski, l’idea che gli era venuta a un certo punto della sua vita di restringerli, dopo che li aveva presi, riportarli alle dimensioni di una carota, di quelle piccole però.
Se li guardava, lì stesi sul tavolino, tutti immobili, ormai, senza vita.
Ma non era importante, che non fosse una idea non originale. Ora che erano lì, minuscoli, si trattava di capire cosa farne.
Dei soldatini, di quelli di plastica, in pose gloriose ed eroiche, con fucile ad armacollo, o sull’attenti.
Cosa farne, dunque, di questo plotoncino? Dapprima le era venuto in mente, ora che lei era grande, enorme, e loro minuti, minimi, di passare le giornate a contarli e ricontarli, come le pecore quando si vuole dormire.
Non erano tutti immobili, si rese conto a un certo punto; uno di quei soldatini ancora scalciava inutilmente, lì sul tavolo scivoloso, nel vano tentativo di tirarsi su – ovviamente, oltre che ridotti, erano anche ammaliati, e incapaci di vita propria, questo era da darsi per scontato.
Cosa farne: aveva pensato di farne una collana da portare sempre con sé, come perle o ciondoli da infilare ciascuno a una certa distanza dall’altro. Ecco, vedi che bella collana, avrebbe detto: questi sono i miei uomini, qualcuno aveva anche delle qualità, ma ora sono qui, tutti attorno al mio collo.
Poi le venne in mente una fantasia più gustosa.
Andò di là in cucina, mentre l’ultimo soldatino sopravvissuto continuava a dibattersi. Tornò con una specie di spillone da calza, e cominciò dal primo, dal più vecchio, dal suo primo amante. Lo infilò nello spillone; poi passò al penultimo, senza esitazioni, poi ancora all’altro soldatino, finché lo spillone non fu quasi pieno.
Rimaneva quello ancora vivo. Lo prese in mano: il suo agitarsi forsennato gli dava il solletico ai polpastrelli. Lo guardò con un sorriso. Gli parlò.
- Allora, qual era, qual era quella tua famosa frase?
Dal soldatino uscì un mezzo sospiro, che lei non faticò a interpretare: “sono i baci, sono gli odori e i sapori, nell’amore, che danno di più la dipendenza.
Come le era piaciuta, quella frase, come le era sembrata significativa, quando lui era alto come lei, e le circondava con le braccia il corpo, e ne sentiva il fiato acidulo sulla pelle fredda del viso.
Ora, detta da quel soldatino, era stupida, volgare, banale.
Infilzò anche lui, ultimo, uccidendolo.
Ecco: lo spiedo era pronto, finalmente.
Gli odori e i sapori, sono quello che dà maggiormente dipendenza, confermò però, con un sorriso, mettendo lo spiedo sulla brace.