Archivio February, 2011

Il millepiedi


MillepiediAnna e Gianni dormono profondamente. Qualcosa turba il sonno di lui. Uno strano solletico sotto le coperte. Ha sonno, cerca di ignorarlo, ma quello insiste e alla fine lui si sveglia. Si gratta una gamba, dove sente prurito, ma non basta. Si gratta ancora e cerca di riprendere sonno. Dopo un po’ il solletico ricomincia. Allora scalcia via le coperte. Sulla gamba destra un millepiedi sta risalendo verso l’alto, con la sua miriade di zampettine che si agitano. Non è un millepiedi comune, è tutto dorato, lucente. Se stesse fermo potrebbe sembrare una piccola spilla d’oro da mettere su un abito da sera, molto elegante. Eppure fa schifo. E’ preso da un conato di vomito. Cerca di schiacciarlo, ma quello non se ne dà per inteso, e continua la sua scalata.

Gianni pensa che fra poco arriverà ai genitali ed è preso dal panico. Lo sente camminare sotto i pantaloni del pigiama. Non fa in tempo a spogliarsi. Improvvisamente sente un dolore acuto, violento che gli mozza il fiato e quasi lo fa svenire. Sulla coscia, in alto, dove è arrivato il millepiedi che lo sta mordendo. Il sangue incomincia a inzuppare la flanella. Un altro morso, più forte. Ancora un altro, sempre più forte. Sembra che gli stacchi grossi pezzi di carne. Ormai il dolore e il panico si mescolano, gli tolgono ogni ragione. Sente che quel grosso verme diventa sempre più grosso, man mano che lo morde. Capisce che lo sta mangiando vivo. Lo sta letteralmente divorando. Gianni sviene.

Anna apre gli occhi, nel buio. Qualcosa l’ha svegliata, una strana sensazione. Non sente abbaiare i cani, né il respiro del marito accanto a sé.

Accende la luce e guarda. Nel pigiama a righe di Gianni, a fianco, c’è un grosso millepiedi tutto d’oro, e Gianni non c’è più. Lui è tranquillo, non sembra ostile. Anna lo guarda da vicino. Potrei venderlo in gioielleria, pensa, strano, non mi fa impressione. Vede con meraviglia che ha gli occhi azzurri e la guarda. Agita le zampette dorate, non parla. Lei lo bacia, incuriosita. Sente la lingua di lui che scava nella sua bocca. La mano di Anna va al cavallo dei pantaloni, e tocca, come faceva con suo marito. Trova qualcosa di duro e si eccita. Si sfila la camicia da notte e gli va sopra. Fanno l’amore. Lui è un amante tenero, premuroso, e capace di darle un piacere strano e appagante, con tutte quelle zampette. Più di Gianni.

E’ inesauribile quel grosso verme e lei continua fino a che non ce la fa più.

Poi si riveste, con un sorriso, lo accarezza. Si gira dall’altra parte e riprende sonno. Sa che lui, al mattino le porterà il caffè, dolce e con un po’ di latte, come a lei piace.

Il manocchio


manocchioÈ un monomanupede. Possiede cinque dita e un occhio. Smanetta di casa in casa. E se ti fissa negli occhi, ahimé, non ti libererai mai più dalla sfiga. C’è un solo modo per sconfiggere il manocchio: mettergli un guanto al peperoncino.

Toccami


toccamiToccami ti prego, non respiro. Toccami, mi manca l’aria, questa volta non ce la faccio. Toccami, ho detto, devi farlo. Non puoi lasciarmi morire. Credo di parlare invece ansimo. Apro e chiudo la bocca senza dire nulla. Porto avanti la faccia per andare incontro all’aria: boccheggio. Dalla gola stride un suono acuto e dalle labbra esce un rantolo di ultimo respiro, ma non può essere un respiro: non posso respirare se la tua pelle non tocca la mia. Posso solo morire, senza fiato.

Resti in piedi davanti a me e mi guardi. Mi sorridi, come si sorride a un cane in attesa del suo osso. Lentamente stendi le braccia e poggi le mani sul mio petto. Tieni le dita separate e premi decisa la mia pelle. Sai che puoi gonfiarlo questo petto, sai che, con le mani, puoi riempirlo d’aria. Sai che solo con il contatto puoi farmi respirare. Spingi sul petto. Sento un calore che aumenta dove tieni le mani. Arriva quasi a bruciarmi, ma non m’importa, mi serve per respirare. Tu fai un sospiro e io respiro. I nostri petti si gonfiano all’unisono, con la stessa velocità. Respiriamo, ma dalla mia bocca non esce nulla. Tu respiri per entrambi la stessa aria.

Togli di scatto le mani e chiudi i pugni portandoli sui fianchi. Li tieni ben stetti. Sei consapevole che in essi c’è qualcosa di prezioso. Stai giocando lo so, stai sperimentando fino a che punto puoi arrivare. Nelle tue mani c’è l’aria che mi serve. Sento un dolore atroce dove hai staccato le mani, il dolore di quando ti strappano via una parte del corpo. Sto piangendo, ma non posso urlare devo conservare l’aria che mi resta. Lo sforzo mi fa piangere, ma devo restare in silenzio e subire inerme l’angoscia dei tuoi pugni chiusi sui fianchi, con dentro la mia aria. Non posso gridare, ho paura che tu possa scappar via lasciandomi morire, senza fiato.

Toccami ti prego, non respiro. Ti guardo con lo sguardo lucido, come fosse l’ultima volta che ti vedo. Potrebbe essere l’ultima volta, non posso saperlo. Potresti interrompere la mia esistenza semplicemente scappando via. Mi stai uccidendo eppure ti guardo, continuo a fissarti. Voglio che sia tu l’ultima cosa che vedo prima di chiudere gli occhi. Ma tu stai solo giocando, non puoi lasciarmi morire, hai giurato che non l’avresti mai fatto.

- Non ti toccherò, questa volta.

Dici e sei decisa. Io so che stai giocando, so bene che stai capendo fino a che punto posso arrivare.

- Non fissarmi, è inutile. Questa volta non ti toccherò.

Le forze mi abbandonano. Il dolore della tua mancanza s’è fatto lieve rispetto alla sensazione di morte. Non resisto più, cerco di lanciarmi per afferrarti le mani. Non ho la forza di raggiungerti, cado a terra accasciato ai tuoi piedi. Ho la nuca rivolta al freddo del pavimento e dal basso continuo a guardarti. Non arrivo a vedere il tuo viso, ma noto che sei scalza. Con le ultime forze che mi rimangono in corpo ti afferro la caviglia e poggio la pianta del tuo piede sulla mia bocca.

Respiro. Finalmente respiro. Il mio petto si gonfia all’unisono col tuo. Le lacrime che avevo trattenuto cominciano a uscire: sono ancora vivo. Ho il volto bagnato, gli occhi chiusi e il naso schiacciato dal peso del tuo piede. Ti bacio la pianta e dalla pelle, sulle mie labbra, respiro. Resto steso sul pavimento con la tua gamba che mi calpesta. Tu sei ancora in piedi, ma non togli via il piede e da esso mi lasci respirare. Lo sapevo che stavi giocando, sapevo che non mi avresti ucciso, sapevo che saresti rimasta ancora con me, per farmi respirare.

Hai deciso che è ora di smettere il tuo gioco. Mi lasci respirare ogni tanto e io sono contento. Ti addormenti, il peggio è passato, per un po’ potrò toccarti.

Dormi ora, riposi tranquilla. Finalmente posso fare ciò che ho pensato da tempo. Guardo il comò accanto al letto, è abbastanza vicino, posso farcela. Dovrò essere veloce e preciso. Ho a disposizione un minuto d’apnea, forse anche meno. Prendo un bel respiro, mi lancio verso il mobile e afferro ciò che avevo predisposto in attesa del momento giusto.

Rimango qualche minuto a fissarmi la mano, sfiorando appena il palmo con il pollice. Ora questa pelle non significa più nulla senza te e la tocco con la vana speranza di ottenere un effetto anestetico.

Mi allontano, mi manca l’aria, trattengo il fiato e aspetto che il battito aumenti per avere più coraggio. Carico il braccio all’indietro e con tutta la forza che ho mi trapasso la mano con ago da lana. Il sangue segue l’ago e scivola lungo il filo di nylon che faccio scorrere nella carne. Ora tocca a te: cucirò insieme i nostri corpi.

Sfilo la tua mano da sotto il cuscino, non voglio farti svegliare. Sentirai un po’ di dolore, sto per pungerti. Ti tocco appena, ti svegli e urli. Sei sorpresa di vedermi ferito. Guardi la mia mano trapassata da un filo e un ago insanguinato. Ora mi fissi in modo strano, sembri spaventata. Ti tremano le mani mentre con le dita ispezioni la ferita. Fermi con il medio una goccia di sangue che cola. Avvicini il dito alle labbra e assapori il gusto della mia piaga. Stai tremando ora, sei terrorizzata. Con il lenzuolo cerchi di tamponare il sangue. Prendi in mano l’ago, vorresti tirarlo via, non ne hai il coraggio. Mi baci più volte la mano, prima la ferita poi le linee del palmo fino ad arrivare alle dita. Mi baci ancora le mani. Il tuo sguardo è lucido, stai piangendo, continui a baciarmi. Con i capelli asciughi il sangue colato sul braccio insieme alle lacrime.

- Vedrai passerà subito, devi solo tenerla pulita.

Cerchi di tranquillizzarmi, ma io non ho paura.

- Devi tenerla pulita, sarà come non fosse mai successo.

Continui a piangere e a darmi mille baci sulla mano.

Hai cambiato sguardo e ora cerchi il mio contatto. Mi abbracci forte, più forte che puoi. Mi abbracci forte, eppure non respiro. Mi stai toccando e l’aria non passa. Siamo attaccati e il mio petto non si muove. Le tue mani stringono le mie, ma l’aria non arriva. Guardo il tuo petto, neanche il tuo petto si muove. Non stai respirando. Devi respirare per entrambi e non lo fai. Resti senza fiato. I tuoi occhi si chiudono, le lacrime si asciugano.

Respira ti prego, non respiro. Respira, mi manca l’aria. Respira, devi farlo, non puoi lasciarci morire.

Annunciazione


angelo tuzzi_piccolo3Una mattina, appena sveglia, Marta tirò su la tapparella e vide un angelo lungo e nudo picchiare in volo verso di lei. Per lo spavento mollò la presa e la serranda rimase a metà, bloccando l’ingresso di quel grosso volatile che ci restò incastrato. Testa, mani e piedi sbucavano nel piccolo monolocale, mentre gambe sedere e schiena scodinzolavano di fuori, nel vuoto. Non erano certo le ali a impedirgli di passare, anzi, risultavano fin troppo piccole per un corpo imponente come il suo. Semmai era tutto il resto che giganteggiava: braccia, spalle, cosce più lunghe dell’intero busto di Marta che se ne stava lì a bocca spalancata, mentre questo strano uccello dalle sembianze umane tentava inutilmente di districarsi per entrare.

- Tutto bene? – gli chiese Marta tenendosi a una certa distanza, ma l’angelo non le rispose. – Voglio dire, hai bisogno di aiuto?

Lui però si limitava a scuotere la testa, come a dire: ma guarda un po’ in che situazione sono capitato. Anche Marta si sentiva un po’ a disagio, anche se, tutto sommato, non aveva poi una gran paura.

L’angelo cominciò a guardarsi intorno, puntando i suoi occhioni verdi e blu in tutte le direzioni. I  lunghi capelli ondulati, morbidi e pieni di luce, gli rimbalzavano dolcemente sulla fronte man mano che si sforzava di divincolarsi da quella finestra troppo stretta. Fece un gesto di scoraggiamento: sollevò lo sguardo al cielo e aprì le braccia, come a volersi giustificare.

- Oddio scusa! – gli disse Marta all’improvviso. – Aspetta, ci penso io – come se solo in quel momento avesse davvero capito la situazione.

Finì di tirare su la tapparella e l’angelo riuscì a entrare. Era un po’ rosso in viso, probabilmente per lo sforzo, oppure per la figuraccia, non si riusciva a capire bene. I suoi lineamenti erano così delicati, le labbra così rosse e morbide, che avrebbe anche potuto essere una femmina, soprattutto per via di quelle tette che sembravano un po’ troppo tonde per essere due pettorali. Ma il sesso degli angeli, questo lo sapeva anche Marta, era difficile da determinare.

- Allora, ti sei fatto male?

L’angelo si voltò verso di lei e cominciò a guardarla con quei suoi occhi intensi, struggenti, che sembravano dire: guardami, guardami, e così lo guardò anche lei. Fu allora che sentì quel firulì-firulà, una specie di flauto o qualcosa del genere che emetteva note così sottili e acute che a tratti si spezzavano.

- Sei tu? – gli chiese Marta avvicinandosi un po’. – Sei tu che emetti questi strani suoni?

Ma nemmeno questa volta ottenne risposta. Provò a guardarsi intorno e poi lanciò un’occhiata fuori dalla finestra. Quello zufolìo era sparito, forse se lo era soltanto immaginato.

Quando si voltò nuovamente verso di lui, vide che si era messo a sedere con le gambe incrociate sul pavimento, e che continuava a guardarla pieno di intensità. Era piuttosto bello, davvero. Marta si fece ricatturare dai suoi occhi e improvvisamente il firulì-firulà ritornò nell’aria.

L’angelo sorrise. Aveva denti bianchi e splendenti, illuminati da un’insolita luce calda che proveniva dal soffitto. Nella stanza si diffuse una melodia celeste e rosa e campanelle sottili trillavano tutt’intorno come ad annunciare un raduno di fate. Un odore di primavera in fiore si sprigionò in quel monolocale dalle pareti chiare e Marta sentì la carezza di una pioggia di petali dalle mille sfumature che volteggiavano spruzzando qua e là aromi delicati. L’estasi durò dieci minuti, venti, quasi un’ora. Ma poi a Marta venne fame e così aprì gli occhi e ritrovò il suo angelo nella stessa identica posizione, il sorriso dolcissimo, una grande calma interiore.

- E’ stato un bellissimo buongiorno, grazie. Ma adesso che ne dici di fare colazione?

L’angelo ebbe un sussulto, come se uno spavento lo avesse colto impreparato. Ma poi il suo viso si distese nuovamente e di nuovo quella musica, quel coro, quella sinfonia di profumi e di colori avvolse Marta come un mantello gentile e lei si lasciò andare. Fu ancora la fame a svegliarla mezz’ora dopo: la sentiva guaire come un cucciolo di cane lasciato fuori dalla porta. Provò ad alzarsi, ma l’angelo le fece cenno di restare. Ancora una volta cominciò a guardarla con quel suo sguardo ipnotico, ma a quel punto Marta era proprio affamata:

- Non credo di poter resistere ancora. Ho troppa fame per pensare a qualsiasi altra cosa.

Per tutta risposta l’angelo diventò triste. Due laghetti gonfi di dolore si affacciarono dai suoi occhi chiari.

- Che ho detto di male? Tu non hai bisogno di mangiare?

Il canto dell’angelo si trasformò in un pianto dirotto, una specie di mugolio continuo che fuoriusciva chissà da dove –la bocca, infatti, era sempre chiusa, e il viso non si torceva in alcuna espressione. Solo i suoi occhi rivelavano quella tristezza senza fine.

Il pianto si fece così acuto da diventare stridulo, tanto che Marta fu costretta a mettersi le mani sulle orecchie. L’angelo cominciò a gonfiare e sgonfiare l’addome come un mantice, emettendo un suono sempre più penetrante e insopportabile, a metà fra una cornamusa e il rumore del gesso sulla lavagna.

- Vuoi smetterla? – disse Marta spingendo ancora di più le mani sulle orecchie, ma non c’era niente da fare: il pennuto sembrava inconsolabile. – Smettila ti ho detto, mi stai spaccando i timpani!

Per tutta risposta lui si ficcò la testa fra le ginocchia e aumentò il volume di quello strazio. Ora dondolava avanti e indietro, stringendosi le caviglie con le mani. Marta ebbe un moto di compassione:

- Facciamo così: io resto con te ancora un po’, ma tu la devi smettere di strillare – e gli mise una mano sulla spalla nuda. Subito lui smise di piangere e le sue piccole ali di piume cominciarono a fremere di felicità. Girò dietro di lei e l’avvolse delicatamente da dietro. Il suo viso si appoggiò sulla spalla di Marta, accarezzandola piano piano con le sue guance lisce e un po’ gommose. Marta chiuse gli occhi e si lasciò trasportare da quel tepore. Era come salire in cielo su una colonna di aria calda, rosa, quasi carnale. L’angelo le prese le mani e cominciò a farle volteggiare in aria, disegnando strani cerchi, come quelli di un direttore d’orchestra. Fu allora che ripartì quel canto, stavolta però non nella stanza, ma direttamente nella gabbia toracica di lei, che cominciò a vibrare come una cassa di risonanza. Ma presto arrivò un nuovo brontolìo di stomaco, ancora più prepotente. Marta aveva così fame che invece del guaito di un cucciolo si sentì dentro il latrato di un lupo.

- Lo so, sarebbe bello vivere sempre così, ma non è possibile – disse staccandosi da quell’incanto. Non fece in tempo a finire la frase che subito ricominciò quel suono insopportabile, simile a un asino impazzito.

- Ma lo sai che sei un bel maleducato? – disse girandosi di scatto. – Non si può mica piombare a casa della gente e pretendere in eterno tutta l’attenzione!

L’angelo la guardava con un punto interrogativo sulla fronte, un’espressione mista fra dispiacere e imbecillità. Ma non la smetteva di frignare.

- E poi non mi sembra corretto impedire a qualcuno di fare la cosa che più desidera al mondo.

Lui per tutta risposta si gettò su di lei trattenendola per un braccio. La vicinanza stretta con quella fonte di rumore insopportabile la faceva diventare matta.

- Lasciami! – gridò. – Lasciami ti ho detto, non costringermi a…! – urlava, ma lui si accoccolava sempre di più trattenendola e guaendo direttamente nelle sue orecchie.

Partì uno schiaffo. L’angioletto ci restò di stucco: di certo nessuno aveva mai osato tanto. Smise di urlare e una lacrima trasparente e tonda come una biglia rotolò giù dai suoi occhi spaventati. Un silenzio di rombi d’automobile, clacson e l’eco gracchiante della televisione del vicino irruppe improvvisamente nella casa. Scese nell’aria uno strano presagio.

Fu a quel punto che l’angelo cominciò a scuotere la testa, come se stesse rispondendo a qualcuno. Sembrava molto contrariato.

- Che succede adesso? Con chi stai parlando? – ma lui non la degnava di attenzione. Piuttosto continuava a guardare verso il soffitto gesticolando in modo nervoso. Che ci fosse qualcuno al piano di sopra?

L’angelo continuava a scuotere la testa, si toccava la guancia, poi guardava nuovamente verso di lei e ricominciava a fare no in modo risoluto. Una specie di brivido attraversò la schiena di Marta, che non si sentiva più tanto a posto con la coscienza.

- Ok, ti ho picchiato. Ma se sei sincero ammetterai che anche tu hai esagerato… – Adesso però si sentiva stupida a dire quelle cose, tanto più che lui sembrava piuttosto occupato a discutere con il suo invisibile interlocutore.

- Lo so, sei un angelo – riprese con voce incerta, quasi timorosa. – Magari avrei dovuto trattarti con più… – ma si bloccò osservando il cherubino che balzava in piedi con uno scatto d’ali. Era tutto rosso in viso, si sarebbe detto perfino indignato. Sembrava un bambino a cui venga ordinato di fare qualcosa che non vuole. Ma non era con Marta che ce l’aveva.

- Ascolta, io… – riprese lei senza troppa convinzione. L’angelo incrociò le braccia e si piantò a terra battendo un piede. Sembrava categorico: ma su che cosa? Ad un tratto fece una torsione e si mise a frugare fra le sue ali. Spulciava quelle penne a una a una, lasciando cadere a terra un po’ di polvere profumata. Finalmente trovò quello che cercava: un piccolo santino dai bordi consumati. L’angelo lo aprì e cominciò a sventolare quell’immaginetta in alto, guardando Marta, poi il santino, poi di nuovo il soffitto e così via. Anche Marta vide quell’immagine, e riconobbe il mantello azzurro e la grande aureola dorata.

- Guarda che c’è un equivoco – provò a spiegare. – Io non sono la Madonna – disse indicando il santino e poi facendo no con il dito. – Ok, tutte e due abbiamo i capelli neri, ma sai quante persone ci sono con i capelli neri?

L’angelo annuiva soddisfatto. Sembrava che fosse pienamente d’accordo con le sue parole, anche se probabilmente non ne capiva nemmeno una. Adesso faceva su e giù con la testa, rivolgendosi di nuovo al soffitto. Aveva la tipica espressione di chi vince una scommessa. Fu a quel punto che dal piano di sopra partì un piccolo fascio di luce che incenerì il santino a poco a poco. Era lo stesso effetto di quando si fa passare il sole da una lente d’ingrandimento, con l’unica differenza che la lente non c’era, e neppure il sole. L’angelo abbassò immediatamente il capo, e per una strana associazione cominciarono a sfilare nella testa di Marta le immagini più apocalittiche: giudizio universale, angeli sterminatori, sodoma e gomorra, girone dei dannati. E, per un’associazione ancor più strana, le tornò in mente quel servizio fotografico sull’ultimo pasto dei condannati alla sedia elettrica: alcuni di loro avevano chiesto un hamburger con patatine, oppure torta di mele, pollo fritto, olive nere.

- E io, che cosa voglio io?

Inghiottì un respiro ruvido, senza saliva, e si diresse timidamente verso la dispensa. Un passo dietro l’altro, sperando di non venire fulminata. Prese tutto ciò che le serviva e con le mani che tremavano infilò due fette nel tostapane. Si voltò di nuovo a controllare la situazione: l’angelo era in piedi con la testa china, come se stesse in punizione, ma poteva ancora succedere di tutto. Accese il bollitore elettrico. Il suo cuore faceva tu-tum così forte che riusciva a stento a tenere la frutta in mano. Cominciò a sbucciare un kiwi, un pezzo d’ananas, una pera. Non riusciva a smettere di pensare a quel santino incenerito. Rapida e quasi senza respirare, tagliò il kiwi in strisce verticali e le dispose una dietro l’altra formando due linee su un grande piatto ovale. Bucò al centro due rondelle d’ananas, togliendo la parte dura, e le dispose in cima ai due verdi steli. Poi le circondò di petali di pera. Aggiungeva ogni fettina dicendosi: devo sbrigarmi, ma non smise finchè i due girasoli non furono completi. Poi aprì una banana, ne tagliò due dischetti e li mise al centro di quelle corolle d’ananas. Nel frattempo l’angelo, che si era rialzato e avanzava alle sue spalle in punta di piedi, si dava piccole spintarelle in alto con le ali per sbirciare meglio il suo operato. L’odore di pane tostato si sprigionò nella cucina, facendogli il solletico nelle narici. Starnutì così forte che Marta credette di avere un infarto.

- Io! – disse di scatto, voltandosi verso di lui. – Io… – e scoppiò a piangere a dirotto. – Non è giusto quello che fate, s-siete troppo prepotenti lassù in cielo. E poi… – e qui dovette fermarsi un attimo, scossa dai singhiozzi. – …e poi non ho mica ammazzato qualcuno, volevo solo fare colazione!

L’angelo la guardò stupito, muovendo la testa da una parte e dall’altra. Ma subito venne ricatturato da quell’odorino, e cominciò a fare snif snif con il naso.

- Il pane! – disse Marta smettendo di singhiozzare. – Se si brucia è peccato… – e sfilò le due fette abbrustolite dalla griglia arroventata. Non sapeva perchè, ma quei gesti la calmavano.

- Ne vuoi un po’? Ormai è fatto, no? – e cominciò a spalmarci prima uno strato di crema di sesamo e poi uno di miele.

L’angelo guardò in su un’ultima volta, come per chiedere il permesso, e poi accettò la fetta di pane tostato. Appoggiò la punta della lingua sul miele ed ebbe un twist di papille gustative. Involontariamente, quasi un riflesso incondizionato, ricominciò quel firulì-firulà e le sue alucce svolazzarono a vuoto come la coda di un cucciolo di cane. Si mise tutta la fetta in bocca e la fece sparire in un istante, smaterializzata.

- Prendi anche un po’ di frutta, ti fa bene – e gli mise davanti il grande piatto ovale.

L’angelo guardò la sua creazione e si accese tutto come una lampadina: diventò trasparente e un po’ arancione, le alucce come due stelle comete. Di nuovo sentì un pizzicorino nel naso, ma stavolta non di pane, e altre due biglie tonde rotolarono giù dai suoi occhi attraversandogli le guance.

Fece un inchino a Marta e poggiò un ginocchio a terra.

- Oh, andiamo – gli disse lei – E’ solo una semplice colazione! – e gli diede una mano per aiutarlo ad alzarsi.

Lui guardò timoroso la frutta, come se si trovasse al cospetto di un’opera sacra. Aveva paura di guastare la composizione.

- Facciamo così – disse Marta separando con la forchetta i due girasoli. – Questo è mio e questo è tuo. Ognuno può farci quello che gli pare – e infilzò la sua rondella di banana al centro della corolla.

L’angelo invece fece volare i suoi pezzetti di frutta e li ricompose in aria nello stesso modo.

- Ehi!… – disse Marta con gli occhi sgranati.

Quel girasole volante le provocò un rigurgito sonoro, un frinire inatteso e gorgogliante che le risuonò dapprima in gola e poi in tutto il corpo. Ora erano in due a firulare.

I pezzi di frutta caddero lentamente nella bocca dell’angelo che li smaterializzava a uno a uno.

- Buono eh? – gli disse Marta accarezzandogli i boccoloni. – A volte ci capita di andare in estasi anche per queste piccole cose.

Appena finì di pronunciare la frase, dal soffitto partì un raggio di luce bianca: ogni oggetto di metallo della casa cominciò a risplendere. Era tutto un accendersi di tostapane, bollitore, scolapiatti, maniglie, abat jour, monetine. L’angelo guardò in alto e annuì soddisfatto. Marta avrebbe voluto fargli un sacco di domande, ma sapeva che lui non le avrebbe risposto. E poi era così bello starsene lì abbracciati, come sospesi su una nuvola dorata.

All’improvviso l’angelo si staccò da lei e fece un sì con la testa, quasi marziale. Sembrava pronto, ma per cosa? Puntò dritto alla finestra, lasciando una scia dietro di sé. Niente di appariscente o di voluminoso: semplicemente i colori diventarono più intensi, tutto intorno a Marta sembrava dipinto a nuovo. Guardò l’angioletto ancora una volta: volava con le braccia lunghe che penzolavano nel vuoto e quel culetto tondo che sballonzolava qua e là, come se stesse ancora imparando.

La vendetta di Heidi


HeidiEro seduta nello studio al mio computer e dalla finestra si vedeva il limone e il cielo azzurro di fine inverno.
Prrr,  mi scappò una scorreggia.
- Daje!  - fece eco una voce femminile.
Accesi la mia carrozzina elettronica e mi girai.
- Chi è?

La stanza era vuota.

- Ma che puzza!
La stessa voce. Per la paura ne sparai un’altra.
- E’ possibile che debba subire tutto questo! Io che ti ho portata in capo al mondo?
- Porca puttana, chi è che parla?
- Ma io, deficiente, la tua sedia!
- Seeeeeeeeeeeeee, vabbè!

Si accesero i fari e le quattro frecce. E io che non ho mai voluto leggere Christine la macchina infernale!

- E’ successo. Non so quanto durerà, quindi zitta e fammi parlare! Devo farti degli appunti.
- Ah, pure!
- Sì, sì ridi…
- Certo che rido! Pensa se ti fosse capitato un ciccione che non si lava mai! Altro che puzze!  E poi, mia cara sono io che ti porto in giro per il mondo, sai?
- Ne sei convinta? Io ti dico che senza di me non vai da nessuna parte! Poi, ora che ci penso, non sopporto il peso, a volte.
- Il peso? Ma, sono dimagrita!
- Dai che hai capito! Il peso che si RADDOPPIA.
- Sì, quando faccio la spesa ti carichiamo un po’ troppo, scusa dai.
- Sì, anche quello, ma … io alludevo a tutt’altra cosa!
- A cosa, non ho molto tempo!
- Viene lui?
- No, non viene oggi.
- Meno male!
- Ti cambia qualcosa che lui venga o no?
- Direi, mia cara! Non lo so, mi tocca vedere certe cose! E subirle. Ora capisci che voglio dire con peso raddoppiato?
- Alludi al fatto che ogni tanto, come dire…
- Sì, fai sesso su di me! Sul mio manuale mica c’è scritto. Nessuno mi aveva avvertita. Non mi pare così divertente.
- Oh sì che lo, e sapessi quanto!
- E dai! Che cose brutte, dovresti proprio fare una vita più morigerata!
- Mia nonna è meno bacchettona di te. Comunque tesoro, qui comando io, sappilo!
- Ah, davvero! Ma pensa!
- Senti, conosci Heidi?
- Heidi? No, chi è?

Dal mio archivio di cartoni animati anni ’70-‘80 tirai fuori la puntata in cui Heidi lancia giù per la scarpata la sedia a rotelle di Clara.

- Oh, Gesù! No, non voglio vedere. Hai vinto!
- Amiche?
Sì, sì! E alleate.
- Bene, ora taci però, che telefono a lui!

Caino


CainoQuando per la prima volta apro gli occhi lui è già sveglio e mi fissa. I suoi occhi su di me, nudo. Sono due piccole fessure indagatrici. Cosa cazzo vuole? Galleggiamo insieme e passano i minuti. Lui mi guarda in continuazione, non posso nascondermi da nessuna parte. Ci muoviamo insieme e passano le ore. Sta crescendo e occupa sempre più spazio, il bastardo. E io sto sempre più scomodo qui dentro. Ci nutriamo insieme e passano i giorni. Mi fissa con quella maledetta faccia compiaciuta che mi dà sempre più sui nervi. Forse perché ha già un po’ di capelli mentre io non ne ho neanche uno. Che bei capelli biondi che ha, però. Biondi e lisci. Lo stronzetto. E continua a crescere. Io chiuso in un angolino.

Però sento che sto crescendo anch’io. Divento ogni giorno più forte ma quei suoi occhietti del cazzo azzurri e insolenti mi stanno facendo impazzire. Se almeno riuscissi a girarmi, ma qui dentro muoversi è così difficile. Non riesco più neanche a dormire. Cosa starà pensando? Vuole farmi del male, lo so. Vorrebbe essere l’unico. Sarà il cocco di mamma, il principino con i capelli biondi e gli occhi azzurri.

Da quant’è che non dormo? Se mi addormento chissà cosà cosa potrebbe farmi. Non posso dormire, non gli permetterò di averla vinta. Vorrebbe essere il primo della classe, il più bello di tutti. E io? No, non te lo permetterò, fratellino. Ci siamo, senti, ci stanno spingendo fuori.

Prendo la corda alla quale è attaccato, così liscia e lucente e gliela attorciglio intorno al collo. Inizio a stringere. Ora non sei più tanto comodo, vero? Stringo più forte, i suoi occhi non sono più azzurri e insolenti, ora sono tutti rossi – nonostante tutto i capillari esplodono anche e te, eh? – e sembra che mi chiedano: perché?

Stringo e stringo e stringo. Non prova neanche a difendersi lo schifoso. Finalmente chiude gli occhi e so che non li aprirà più. Ora sì che possiamo uscire. E’ davanti a me, voleva essere lui il primo ovviamente. Ma ora non più: lo tolgo di mezzo, lo spingo via. Ed eccomi fuori.

Dopo poco il signore in bianco che mi aveva tirato fuori urla: – Presto serve aiuto!
Evidentemente è fuori anche lui, ma tanto non c’è più niente da fare. Il signore in bianco urla – Cosa è successo lì dentro?
Non si sta rivolgendo a me ma io gli rispondo: – Genesi 4: 1-16, sono forse il guardiano di mio fratello?
In realtà quello che mi esce dalla bocca non sono queste parole ma solo un urletto stridulo. Però che importa, tanto ora sono tra le braccia di nostra madre, di mia madre, da solo. Finalmente da solo.

Il bancomat con la lingua


Bancomat linguaEntrò in quella banca per prelevare 100 euro, ma dalla fessura del bancomat invece dei 100 euro uscì una lingua umana. Bella lunga, rosa. Poi sullo schermo apparve la seguente scritta: POSSO LECCARTELA UN PO’?

La donna lì per lì si spaventò e indietreggiò, ma poi i sensi le ricordarono che non aveva uno straccio di rapporto sessuale da almeno due mesi e così accettò. Era sabato sera, la banca era chiusa e nell’anticamera c’era solo lei. Controllò fuori dalla porta per vedere se c’era qualcuno ad aspettare. Nessuno. Si abbassò rapida i jeans, fece scendere le mutandine a metà gamba, si alzò un po’ sulle punte dei piedi e si avvicinò quanto più possibile alla macchinetta.

La lingua iniziò a solleticargliela piano. Le sfiorò con docilità le labbra. Le entrò con la punta nello spacco. Poi fulminea si attaccò al clitoride e con veemenza cominciò a stuzzicarlo. La donna non resistette molto. Si lasciò andare a un orgasmo intenso che accompagnò con un acuto mugolio di piacere. A quel punto la lingua rientrò veloce nella fessura e al suo posto uscì la banconota da 100 euro.

La donna si ricompose in fretta, prese i soldi, la tessera e con un’espressione del viso pienamente soddisfatta uscì fuori.
Fu in quel momento che il suo compiacimento cessò. Davanti all’ingresso della banca si erano materializzate tre donne, una ragazza e anche un uomo. Stavano in fila, visibilmente frementi ed eccitati. La osservarono un attimo con sorrisini complici.
Poi la prima della fila le passò accanto ed entrò scalpitando.