Archivio May, 2011

Coi piedi per terra


imagesI problemi hanno un peso. Lo sapeva bene lui che camminava piegato a tavolino, i piedi che affondavano nell’asfalto e gli occhi che tiravano a strusciare la terra.

Un giorno gli cascò un problemino dalla tasca. Quello rimbalzò per terra qualche passo più avanti. Lui stava per raccoglierlo senonché nel piegarsi in avanti gli cascò dalla schiena un problema un po’ più grande e un’altro più grande ancora. Presero a scivolargli problemi come frutta da una cesta rotta.

Scoprì di essere diventato più leggero. Senza il peso di quei problemi caduti si sentiva più dritto sulla schiena, riusciva a camminare più veloce e a vedere meglio davanti a sé.

Provò, tanto per confermare la sua intuizione, a disfarsi di un problema un po’ più grande che gli aveva sempre puntellato i reni. Era vero. Decise di scaricare a terra tutti i suoi problemi.

Diventava leggero, leggerissimo, più buttava via i problemi e più si sentiva sollevato. I piedi non toccavano più terra e fluttuava in aria come un pallone.

Quando si liberò dell’ultimo problema si trovò nello spazio. E lì rimase. Finché non capì di avere il problema di tornare giù. Quando lo comprese precipitò a picco schiacciato dal peso dell’universo.

Parolacce


parolacce- ROMPIPALLE! – gridò di colpo mentre si faceva la barba, ma soprattutto, senza nessun motivo e contro il suo volere. Le labbra gli si erano mosse da sole, e la voce era uscita fuori senza il suo comando. Il bizzarro evento naturalmente gli procurò subito una certa inquietudine, che diventò pura angoscia poco dopo, quando un altro corposo – ROMPIPALLE! – gli uscì automatico dalla bocca. La prima spiegazione che si diede, di getto, fu di essersi svegliato con addosso una qualche strana malattia (contratta chissà come, dove e quando) che gli faceva gridare parolacce a dispetto della sua volontà. Poi, proprio mentre si accingeva a valutare altre ipotesi, ecco che il cellulare in soggiorno iniziò a squillargli. Lui sapeva bene chi era: sua moglie che, come tutte le mattine, lo stava chiamando per avvisarlo che era arrivata al lavoro. Questa volta però fece squillare il cellulare più del solito, indeciso se rispondere o meno. Alla fine decise di farlo, e così, accompagnato da un bruttissimo presentimento, con la schiuma da barba ancora sul viso, uscì dal bagno.

- Prontociaoseiarrivata?

- Sì amore, ma… va tutto bene?

- Sìtuttobenealloracisentiamopiùtardi!

- Ma perché parli così veloce?

- Nienteèchestofacendotardiallavoroevadodicorsa!

- Tardi al lavoro? Ma sono le otto! Sei in orario come sempre!

Ciò che temeva si concretizzò in quel momento. La parolaccia arrivò netta, chiara, altisonante.

- PUTTANA! – sbraitò feroce dentro la cornetta.

Per alcuni, interminabili secondi ci fu solo silenzio; rotto poco dopo dal tombale click del telefono di lei. La richiamò subito, sicuro che poteva ancora rimediare a quell’assurdo virus dialettico. D’altra parte lui la sua donna sapeva come prenderla e doveva rimediare subito per non farle venire strane idee. Richiamò. Il telefono dall’altra parte si sollevò e poteva sentire il respiro affannoso di lei, in piena crisi nervosa. La loro storia era appesa a una frase. La prossima che lui avrebbe pronunciato. Lui si creò il vuoto mentale, si concentrò al punto da sentirsi tirare tutti i nervi del collo, prese fiato e disse:

- Amore, volevo dirti che per me sei sempre stata una grande e unica …. … PUTTANA!

- CAZZO! CAZZO! CAZZO! CAZZO! CAZZO! – imprecò allora rabbioso, realizzando tristemente che di quei cinque cazzi solo il primo lo aveva detto di sua spontanea volontà.

Cominciò a girare per casa come un ossesso. Con la moglie era finita, ma ora doveva pensare anche al lavoro. Non poteva presentarsi in quelle condizioni. Che fare?, si chiese a quel punto in preda ad un improvviso attacco di pianto, mentre dalla sua bocca continuavano a uscire senza controllo, e ormai sempre più frequentemente, i più svariati improperi. Alcuni ora li declamava anche in lingue straniere. Alla fine, con l’angoscia ben oltre il limite di sopportazione, decise di fare una cosa. L’unica, la più logica nelle sue condizioni: si mise un pezzo di nastro adesivo sulla bocca, si vestì, prese le chiavi della macchina e corse dal dottore.

Dal dottore però non ci arrivò mai. Appena uscì dal portone del palazzo attraversò come un folle la strada e un auto lo prese in pieno. Quando l’autista lo soccorse la prima cosa che fece (e non con poco stupore) fu toglierli il pezzo di nastro adesivo dalla bocca: aveva gli occhi morenti, e gli restavano ormai pochi respiri a disposizione. Pochi, ma sufficienti per consentirgli di congedarsi dal mondo con un bisbigliato, incontrollabile:
- Vaffanculo!

La professoressa Magliulo e le sciammalughe


sciammalughe- Dimmi, figlia, che si’ venuta a fare? Che si’ venuta e dimanda’ alla Sora Dinara?

Con questa frase fu accolta Anita Magliulo, insegnante di lettere alla scuola media di Artena e rigorosamente pendolare, dalla vecchia rugosa che le aveva aperto la porta della stamberga. Aveva faticato per arrampicarsi nel viottolo ripido, affannando e pensando a ogni passo che non era dignitoso per una donna colta come lei recarsi da una fattucchiera. A ogni passo aveva pensato di voltare le spalle e tornare indietro ma non aveva avuto il coraggio di voltare le spalle alla possibilità, remota, remotissima, di riappropriarsi del marito da un anno uscito di casa senza ripensamenti. Lei, donna di cultura e laureata con lode, aveva messo in atto tutte le sue arti, se di arti si poteva parlare, senza alcun risultato se non quello di incrinare maggiormente quel poco di relazione slabbrata che era rimasta tra loro. Adesso Stefano, che abitava nello stesso condominio di Roma, quando la vedeva da lontano cambiava strada o s’infilava in un negozio.

- Buonasera signora, sono Anita Magliulo e insegno… – disse con l’intento di mostrare alla donna che con la sua erudizione era pronta a scovare l’inganno pozioni e sortilegi.

- Nen g’emborta gniente a Sora Dinara chi si’! Manco glio nome e glio cognome… tutte li cristiane so’ figlie di Dio… ma che si’ fatto, figlia, che si’ tutta arrovolata?

Contemporaneamente la donnetta le aveva fatto strada nell’unico stanzone della casa, aveva preso una sedia e l’aveva posta accanto a quella che aveva lasciato per andare ad aprire. Accanto alla sedia c’erano dei broccoli, uno scolapasta e un coltellino di ferro. Sedettero di fronte al camino.

- Assettate figlia e sbrovola glio cannarone.

A questo punto Anita Magliulo non poté fare altro che scoppiare in lacrime. E non capiva se la ragione fosse ancora il mal d’amore o l’antro in cui stava per buttare al vento anni di studio e di professione. Le pareti erano nere di fumo, c’erano attaccate gabbiette fatte con cannucce, ossicine di animali, attrezzi di ferro affilati, immagini sacre annerite, qualche padella e alcuni cespi di radici di chissà quale pianta.

La vecchietta la tolse dall’imbarazzo.

- Che te piagni bella della Sora Dinara? Allora è l’ammore… lo so’ capito.

- Una collega mi ha detto che lei può fare miracoli… – balbettò Anita per blandirla ma stranamente rassicurata dalla dolcezza della vecchina.

- Miracoli… Sora Dinara fa quello che se po’ fa’… quello che ‘nze po’ fa’ Sora Dinara nun lo sa fa’.

E, riprendendo il lavoro coi  broccoli e il coltellino, la incoraggiò ad iniziare.

- Parla che te sto a sentì.

Quando Anita ebbe finito quel poco che aveva da dire, Sora Dinara si alzò e andò a prendere una gabbietta dal muro, poi si diresse al lavabo a prendere qualcosa che ficcò con forza nella gabbietta lasciandola nel lavabo.

- Figlia… Sora Dinara te dice che se po’ fa’. Ma prima me devi dì: a quell’omo tuo che ce si dato? Ce si data più la parte de sopra o più quella de sotto?

- Ma, non capisco…

- Me lo devi da dì perché si nun è chiaro la sciammaluga nun se compone. Allora ce si data più la parte de sopra? O più quella de sotto?

- Credo quella di sopra… – fece Anita che non voleva immaginare il significato di quello che la vecchia voleva sapere ma che in realtà era chiarissimo. Il fatto è che Anita col marito aveva sempre fatto sfoggio delle sue qualità intellettuali, convinta che affermassero il suo diritto di essere amata. Certo, gli aveva dato anche la parte di sotto in tre anni di matrimonio, ma non se la sentì di entrare in particolari con la megera. Invece chiese con garbo cosa intendesse per “sciammaluga”.

- Sciammaluga è quell’animale che se porta la casa dietro… comme la dite voi romani?

- Lumaca? – tentò Anita.

- Oh, brava figlia! Allora, si ci si data troppa capa aglio marito tuo, dobbiamo aricompone la sciammaluga… prendi qua! – e, presa la gabbietta dal lavabo, tornò verso Anita porgendogliela.

- O mio dio! – Anita sospirò quando vide il rospo costretto nella gabbia.

- Mo’ te dico quello che devi da fa’e lo devi fa’ sette volte, sette sciammalughe e sette bocconi!

Sora Dinara spiegò per filo e per segno ad Anita come eseguire il rito e la convinse della certezza dell’esito. Solo per questo Anita si fece forza e prese la gabbia, solo per questo prese anche l’involto che la vecchia le consegnò, un pacchettino di carta di pane umida.

- Qua ce so le sciammalughe. Ce ne so messa quarcheduna de più… caso mai una te se more… ma ricorda: solo sette!

Poi la vecchia fece le ultime raccomandazioni, le fece ripetere le istruzioni, compresa una formula magica antica e collaudata, e l’accompagnò alla porta.

- Te saluto figlia! E bbona fortuna!

Fece qualche gesto agitando con le braccia lo scialle nero, facendo svolazzare una polverina scura. Ciò parve ad Anita una danza scaramantica, magica, un cenno propiziatore. Tornò a scuola perché aveva lezione fino all’una e mezza, e nascose la gabbietta col rospo e il mucchietto di lumachine nel suo cassetto in sala professori, sperò di trovare tutti ancora vivi all’uscita.

Appena rientrata a casa si preoccupò di rinfrescare gli smorti animali mettendoli a bagno in una bacinella nella vasca da bagno. Le lumache erano dieci e tutte vispe. Il rospo le guardava con ingordigia, le parve, ma non si occupò più di loro fino alla sera, un tranquillo sabato sera qualunque. Preparò un angolo in cucina: tovaglietta per non sporcare, qualche tovagliolino per potersi pulire la bocca, una bibita fresca e dolce se avesse avuto bisogno di cambiare sapore. In effetti la cosa che più la preoccupava era quella che riguardava il trancio che doveva subire la sciammaluga, che, secondo le istruzioni di Sora Dinara, doveva avvenire rigorosamente coi denti della protagonista della fattura. Fece delle prove con un wurstel e notò che, se teneva indietro la lingua e sputava subito non avvertiva alcun sapore, solo un lieve aroma. Se poi tratteneva anche il respiro quell’aroma diventava trascurabile. Era giunto il momento: pose la gabbietta col rospo sulla tovaglietta e le chiocciole in una coppetta da macedonia.

“Il lavoro più difficile sarà con la prima” – pensò prendendo l’ ignara lumaca. Batté sul guscio il fondo della bottiglia di aranciata, bastò un solo colpo per incrinarlo. Quindi sbucciò l’invertebrato con cura come faceva con le uova sode di cui era ghiotta e prese tra due dita il corpicino inerme. Chiuse gli occhi, trattenne il respiro e agì mettendo la chiocciola in bocca dalla parte della coda. Quando sentì gli incisivi penetrare il corpo del mollusco ebbe un conato di vomito che trattenne con uno sforzo di volontà. Premette con forza pensando che per le successive lumache sarebbe stato opportuno dare maggiore rincorsa al morso perché i denti penetravano a fatica e, nonostante trattenesse il respiro, un saporaccio di terra mista a un vago aroma di alga marcia le invase il palato e le guance. Si aiutò con le dita per strappare la parte anteriore che si staccò con poco sforzo: sputò la parte posteriore sulla tovaglietta e finalmente respirò.

Aveva l’affanno e le labbra viscide di muco, per questo si pulì freneticamente con un tovagliolino di carta. Dovette bere un lungo sorso per non svenire. Respirò ancora. Il rospo la guardava fisso, i grandi occhi sporgenti color rame erano inquietanti e famelici. Prese il pezzetto di coda dalla tovaglietta e lo appiccicò tra due cannucce della gabbietta, vicino alla testa del rospo.  La lingua lunga del rospo la sfiorò prima che avesse tirato indietro la mano e si riavvolse istantaneamente col didietro della lumaca. Poi la guardò esattamente come prima, come se non fosse avvenuto nulla. In quell’istante Anita ricordò la formula magica e la pronunciò con le lacrime agli occhi, lacrime di rabbia per la sua devozione a Stefano.

- Gnente capa e tanta fregna… Glio marito nun se n’grugna!

Fatto, tutto a puntino, come aveva detto la megera. Prese fiato qualche secondo e ricominciò da capo, l’esperienza con la prima lumaca non le dava maggiore disinvoltura, anzi, fece fatica a superare il disgusto che la faceva rabbrividire e sudare. Ripeté il rito per sette volte senza pensare, come una macchina mangia lumache, poi corse in bagno a vomitare. Si buttò sul letto stremata, non aveva più forze e tutto le girava intorno. Nessuno doveva sapere, nessuno. Ormai era quasi mezzanotte, non ce la faceva a togliere i resti disgustosi dalla cucina, lasciò tutto com’era, gusci rotti, e sciammalughe a metà in compagnia delle tre superstiti e del rospo finalmente saziato. Domani, domenica, si sarebbe liberata degli avanzi e degli orribili animali.

L’indomani uscì presto, approfittando del giorno festivo, con la busta di un negozio di biancheria intima appesa al braccio: vi aveva nascosto il rospo prigioniero e la tovaglietta con lumache vive, quelle dimezzate, i tovaglioli e la bottiglia vuota di aranciata.

Azionò  col piede il saliscendi del cassonetto, appena si sollevò il coperchio lanciò dentro la busta col suo contenuto segreto.

- Cra!cra! – si sentì forte appena lanciò la busta dentro ma non trasalì per l’invocazione ma per una voce familiare che le diceva qualcosa.

- Ti aspettavo, volevo parlarti.

Era Stefano che sorrideva imbarazzato.

A un altro “Cra!” soffocato si guardarono  smarriti.

- Cosa hai detto?- fece Stefano.

- Nulla, ma non fa niente, andiamo su da me.

Entrando nel portone deserto Anita pensò che questa volta non l’avrebbe fatto ‘ngrugnare glio marito, avrebbe lasciato la capa fuori dalla porta per un paio d’orette.

Budapest


ponte budapestLa storia che sto per raccontarvi si svolge a Budapest. Io a Budapest non sono mai stato, per me è solo una sensazione, solo un’immagine presa dagli atlanti. La singolarità delle due città che la formano, Buda e Pest, separate dalla striscia azzurra del grande fiume Danubio, riunite in un’unica entità da una manciata di ponti. E proprio un ponte, uno di questi ponti sul Danubio, è il luogo più importante di questa breve storia. Non chiedetemi il suo nome però, perché il nome non l’ho mai saputo. A Budapest non ci sono mai stato, ve l’ho detto.

Era mattina presto, al principio dell’inverno, e pochi fiocchi di neve venivano portati a spasso da un vento sottile. Il dottor Biro attraversava un grande ponte in ferro. Che il ponte fosse in ferro è l’unico riferimento che posso dare per chi di voi conosca la città. Ovviamente non so se andasse da Buda a Pest o da Pest a Buda. Quello che so per certo, invece, è che il dottor Biro aveva una gran fretta e che sotto un braccio teneva una voluminosissima cartella in pelle, chiusa a malapena con lacci di stoffa e piena zeppa di disegni, che agitava quasi militarmente avanti e indietro, avanti e indietro, al ritmo dei propri passi.

La fretta e il vento lo spingevano verso l’Ufficio Brevetti, il dottor Biro faceva il glorioso lavoro di inventore e aveva finalmente messo a punto un’invenzione secondo lui geniale: non avrebbe certo salvato l’umanità, diceva, ma era certo che il suo lavoro sarebbe stato molto apprezzato in tutti e cinque i continenti. Le sue gambette corte e tozze sfioravano appena la neve sul selciato, erano loro a guidare la sua testa, già immersa nei trionfi futuri della sua straordinaria invenzione.

Dall’altra parte del fiume, quasi contemporaneamente, un’altra persona aveva imboccato lo stesso ponte. Non staremo certo a discutere se andasse da Pest a Buda o da Buda a Pest: quello che ora ci interessa sapere è che era sullo stesso ponte e sullo stesso lato della strada del nostro Biro. E in direzione opposta. Sax, questo il nome dell’altra persona, era un omone grande e grosso, un professore belga che si trovava a Budapest da poche settimane, e che ancora non aveva imparato a conoscere la città.

Il professor Sax, in maniera del tutto accidentale, era un inventore anche lui e, è difficile crederci ma è così, anche lui stava andando all’Ufficio Brevetti con una nuova e rivoluzionaria invenzione. Veramente cercava di andarci: trovandosi in un quartiere completamente ignoto aveva sbagliato strada e, al contrario di Biro, budapestino purosangue, o come si chiamino gli abitanti di Budapest non lo so, si stava dirigendo nella direzione sbagliata. Con gli occhi alla ricerca di un impossibile punto di riferimento, impacciato dall’enorme cappotto sufficiente per un inverno siberiano e la mani rattrappite su dei precari contenitori che solo lui chiamava cartelle, si accorse del piccolo e distratto dottor Biro solo quando lo investì in pieno.

Su quel ponte del Danubio smise per un attimo di nevicare: a cadere ora erano manciate di fogli fittamente disegnati. I due, piuttosto seccati ma molto civili, non se la presero più di tanto: “Pardon”, esclamò dispiaciuto il professor Sax, cominciando a raccogliere i suoi disegni, mentre il dottor Biro borbottava qualcosa di incomprensibile per Sax (credo “mi scusi lei” in ungherese) e si dava da fare per raccogliere i propri. In pochi attimi riuscirono a recuperare tutto, si salutarono civilmente e ognuno riprese la propria strada.

L’incontro fra questi due grandi uomini, e la nostra storia, finiscono qui, dove sono cominciati, in una nevosa mattina ungherese, su un ponte sconosciuto. Loro non si sarebbero mai più incontrati, neanche all’Ufficio Brevetti di Budapest, dove il dottor Biro arrivò subito dopo il piccolo incidente col professor Sax, e dove invece quest’ultimo arrivò scortato da una guardia municipale, quando il primo era già da un pezzo davanti a una generosa porzione di gulash.

Nessuno dei due avrebbe mai saputo niente dell’altro, insomma, e leggendo ognuno il nome dell’altro sui giornali mai lo avrebbe ricollegato a quel trascurabile episodio a cavallo del Danubio. La singolarità di questa storia, o almeno quello che a me colpisce di questa storia, è proprio questo invece. Che per un tempo brevissimo in un luogo ben determinato, sono entrati in contatto, casualmente, senza conoscersi e senza riconoscersi, due uomini, due inventori, due geni tutto sommato, che, se non le nostre vite, sono riusciti a cambiare molte nostre abitudini. Riuscireste infatti a immaginare una moderna orchestra senza il rivoluzionario birofono, la cosiddetta tromba a sfera? O riuscireste a pensare alla moderna scrittura, senza la ormai insostituibile penna sax, con la sua estremità ricurva e i comodi tasti per dosare gli inchiostri?

Vecchietti


vecchietti … gli stessi vecchietti che hai visto alle poste a lamentarsi della fila e urlare guerra e alzare i bastoni in segno di protesta come fucili che se potevano sparare li avrebbero puntati su clienti e addetti postali e li avrebbero ridotti in pappa da dentiera; gli stessi vecchietti che hai visto alla fermata urlare guerra perché l’autobus arriva in ritardo e alzare i bastoni in segno di protesta come fucili che se potevano sparare li avrebbero puntati sull’autobus e ridotto in pappa da dentiera; gli stessi vecchietti che hai visto in metropolitana urlare guerra a chi non gli cede il posto e alzano i bastoni in segno di protesta come fucili che se potevano sparare li avrebbero puntati sul malcapitato e ridotto in pappa da dentiera; gli stessi vecchietti che hai visto urlare guerra al pizzicagnolo che nel prosciutto c’è troppo grasso e alzare i bastoni in segno di protesta come fucili che se potevano sparare li avrebbero puntati sul pizzicagnolo e ridotto in pappa a dentiera; gli stessi vecchietti che hai visto urlare guerra al dottore perché le medicine non bastano e alzano i bastoni in segno di protesta come fucili che se potevano sparare li avrebbero puntati sul dottore e ridotto in pappa da dentiera; quei vecchietti hanno smesso di urlare e minacciare, li ho visti ai giardinetti, si sono riuniti e parlavano e confabulavano, e ho saputo che così anche i vecchietti in ogni giardino di paese, di città, di metropoli si sono riuniti e parlavano e confabulavano e deciso di fare cassa comune e di ribellarsi; tutti quei vecchietti ora alzano quelli che da lontano sembrano i soliti bastoni ma invece sono fucili veri e sono carichi di piombo e marciano a passo di dentiere TAC TAC TAC, e sono dietro l’angolo.

In un interno semplicemente molto stretto


sonniferiUn distinto signore sulla settantina si rivolge, con cortesia, al giovane farmacista intento a sistemare il bancone:

- Vorrei del veleno. Se possibile molto forte.

Il giovane farmacista lo guarda interdetto.

- Scusi, come ha detto?
- Ha sentito bene. Vorrei del veleno.
- Mi perdoni, ma noi non vendiamo del veleno qualsiasi.

Il distinto signore rimane in silenzio. Il giovane farmacista allunga di scatto la mano in segno di sfida.

-Mi dia subito la ricetta.
- Non pensavo ci fosse bisogno della ricetta.
- Mi perdoni, ma a cosa le serve?
- E’ per mia moglie.

Il giovane farmacista si ferma per un attimo.

- Mi perdoni?
- Sì, mi serve per uccidere mia moglie.
- Ah, capisco e per quale motivo?

Il distinto signore, per nulla imbarazzato, gli risponde.

- Sono semplicemente stufo.

Il giovane farmacista si allontana e, subito dopo, ritorna al bancone con una scatolina in mano, il distinto signore lo guarda e poi esclama:

- Veleno? Immagino.
- No, si tratta di sonniferi.
- Mia moglie dorme benissimo.
- Semplicemente penso che le convenga usare dei sonniferi.
- Per quale motivo, mi scusi?
- Potrà sempre dire che si è trattato di un suicidio.
- Grazie, accetto con piacere il suo consiglio.
- Faccio solo il mio lavoro.
- E lo fa bene.

Il giovane farmacista guarda fisso negli occhi il distinto signore e subito esclama:

- Schiacci almeno dieci pasticche, poi le metta in un bel frullato.
- Mia moglie non beve il frullato.
- Allora, le metta nel caffè.
- Mia moglie non beve il caffè.
- Allora, le metta nel succo di frutta.
- Mia moglie non beve il succo di frutta.
- Allora, gliele metta direttamente in bocca.
- Tritate o intere?
- Intere, ovviamente.
- Ma in questo modo si strozzerà.
- Mi perdoni, questo è semplicemente il mio consiglio, non sono certo io che devo uccidere mia moglie, lei è già morta.

Il distinto signore, compiaciuto, esclama:

- L’ha uccisa? Immagino.
- No, è morta d’infarto.
- Così giovane, mi dispiace.
- Aveva 79 anni.
- Sposata per soldi? Immagino.

Il giovane farmacista, leggermente risentito, esclama:

- Ma come si permette!

Il distinto signore si guarda attorno con calma e asserisce:

- A proposito, complimenti per la farmacia, è sua?
- Ora, sì.
- Ancora, complimenti vivissimi.

Il distinto signore allunga la mano ma la ritrae in fretta. Un attimo di silenzio e subito il giovane farmacista aggiunge:

- C’è da dire che ora la mattina devo prepararmi la colazione, da solo.
- Ah però.
- C’è da dire che ora devo prepararmi anche il pranzo, da solo.
- Ah però.
- C’è da dire che ora devo preparami anche la cena, da solo.
- Ah però.
- C’è da dire che ora devo farmi anche le pulizie, da solo.
- Ah però.
- C’è da dire che ora devo anche stirare, da solo.
- Ah però.
- C’è da dire che ora devo anche provvedere ad altro, da solo.
- Ah però.
- C’è da dire che ora devo pensare anche ai miei tre figli, da solo.
- Ah però.
- Qui, quo, qua.
- Come dice?
- Qui, quo, qua; si chiamano qui, quo, qua.
- Qui quo qua?
- E mia moglie non sta qua.
- Non sta qui con qua, quo, qui.
- Cambiato idea, immagino?

Il distinto signore, senza nemmeno rispondere, riprende il discorso appena interrotto:

- Quindi metto le pasticche, ovviamente intere, nella bocca di mia moglie, una alla volta?
- Se preferisce le può inserire anche tutte insieme.

Il distinto signore riprende a parlare:

- Quindi le divarico la bocca e le metto dentro i sonniferi, tutti insieme.

Il giovane farmacista esclama in modo professionale:

- Cerchi, ovviamente, di farglieli schiacciare con i denti in parti molto piccole, s’intende per l’assorbimento.
- Proverà dolore?
- Mi perdoni, sono semplicemente sonniferi.

Il distinto signore continua il suo discorso:

- In effetti mi chiedevo se mentre le tengo la bocca aperta e le infilo le pasticche, tutte insieme, e poi gliele faccio schiacciare, forte con i denti, premendo sulla testa e sotto il mento, lei sentirà del dolore?
- Non credo che importi.
- Sa, sono solamente stufo, non arrabbiato.
- Capisco.
- Siamo sposati solo da un anno ma viviamo in un interno semplicemente molto stretto.

I due interlocutori per un istante si guardano senza parlare e subito dopo il giovane farmacista esclama:

- Comunque penso sia meglio frullare tutto.
- Abbiamo solo un tritacarne.
- Allora, non resta altra possibilità che aprirle la bocca e farle masticare tutte le pasticche con forza.
- Per cortesia, mi dica almeno come posso spalancarle la bocca senza farla soffrire.
- Con le mani, delicatamente.
- Sgradevole.
- Usi una mano per aprirle la cavità orale e con l’altra le copra gli occhi.
- Non credo di esserne capace.

Il giovane farmacista interviene subito:

- Allora, prenda un divaricatore.
- Prenderò sicuramente un divaricatore.
- Buon per lei.
- Quanto costa?

Il giovane farmacista, senza esitare, risponde:

- Non vendiamo divaricatori.

Il distinto signore riprende il discorso ancora una volta interrotto:

- Insomma, quanto tempo ci metterà a morire mia moglie?

Il giovane farmacista subito risponde:

- Dieci, forse dodici ore.

Il distinto signore stupito, esclama:

- Quanto tempo ha detto?
- Dieci, al massimo dodici ore.
- Chi tempo non ha non aspetti il tempo che ha.

Il giovane farmacista si ferma per un attimo a riflettere e poi afferma:

- Le spari.

Il distinto signore risponde indignato:

- Sono obiettore.
- La strangoli.
- Non sono abbastanza forte.
- La impicchi.
- E’ alquanto pesante non penso che il soffitto reggerebbe.
- Accenda il gas.
- Non mi sembra giusto consumare energia.
- Chi energia non ha non sprechi energia.

Il distinto signore senza esitare:

- Va bene, mi dia i sonniferi.
- Ben detto.
- Quanto pago?

Il giovane farmacista porge distrattamente al distinto signore il pacchetto di sonniferi e aggiunge con un modesto sorriso tra le labbra:

- Nulla.

Il distinto signore compiaciuto:

- Non se ne trova più di gente come lei oggigiorno, la ringrazio vivamente.

Sta per voltarsi e uscire dalla vecchia farmacia quando si accorge che il giovane farmacista è sul punto di telefonare ed esclama leggermente alterato:

- Mi perdoni, cosa sta facendo?

Il giovane farmacista serenamente risponde:

- Ovviamente, chiamo la polizia.
- Metta giù il telefono o mi costringerà a uccidere anche lei.

Il giovane farmacista, senza battere ciglio, gli risponde:

- In questo caso le servirà un altro pacco di sonniferi.

Poi  apre di scatto un cassetto sotto il bancone e di colpo, allungando il braccio verso il distinto signore, dice:

- Eccoli.

Il distinto signore chiede:

- E questi quanto costano?
- Venticinque sterline.

Il giovane farmacista e il distinto signore si guardano per un attimo senza proferire parola.

Poi il distinto signore asserisce:

- La rispetto ed è per questo che la lascerò vivere.

Il giovane farmacista aggiunge:

- La rispetto anche io ed è per questo che la lascerò andare.

Entrambi, stingendosi la mano, esclamano:

- Che caro!
- Che caro!

Il distinto signore saluta con cortesia il giovane farmacista, già intento a sistemare i farmaci sul bancone e, con la sua scatolina in mano, esce dal negozio per fare ritorno a casa.

Io e il mondo dei mega animali


uomo gattoAnche i giorni più comuni nel loro piccolo possono riservare qualcosa di straordinario. Sono uno studente come tanti. La mattina mi sveglio alle dieci credendo sia l’alba. Mando a quel paese la sveglia e già che ci sono gli operai giù al cantiere. È dalle 8 di mattina che martellano quel cazzo d’asfalto.

Appena svegli, si sa, non è il momento migliore per parlare quindi mando a cagare anche mia zia che sceso dal letto inizia a elencarmi i suoi nuovi dolori. La playlist della giornata vede al terzo posto un dolore al ginocchio, al secondo il solito mal di testa e al primo…(rullo di tamburi)…mal di schiena. Dopo un applauso generale fanculizzo mia zia e vado in bagno.

Il mio dolce bagno. Potrei da grande diventare un progettista di bagni: bagni divertimento, bagni d’ufficio, bagni per bambini e bagni per sane ore di sesso. Potrei inventare un gabinetto con leggio traforato in alluminio, un gabinetto con lettore mp3, un gabinetto insonorizzato (questo costrebbe) oppure un gabinetto con un cuscino adattabile a ogni tipo di sedere. E che ne dite di un microfono impermeabile da mettere nella doccia con tanto di registratore? Se non volete essere denunciati non cercate di copiare le mie invenzioni: potrei incazzarmi.

Ritorniamo al nostro bagno. La finestra è aperta. La tenda azzurrina dona alla stanza un atmosfera celestiale. Chissà se Gesù va in bagno su in paradiso? Avrà gabinetti fatti di luce. I suoi peti (per essere delicati) risuoneranno di melodie angeliche come i cori della chiesa. Gli angeli porteranno in grembo la sua merda fatta della stessa sostanza delle nuvole. Alleluia. Alleluia.

Mi abbasso i pantaloni e le mutande. Dicono che quando ti svegli con l’uccello duro vuol dire che hai una vita sessuale piena…ma chi spara queste stronzate?!

Mi siedo sul gabinetto (ci vorrebbe proprio il mio cuscino anatomico), la fredda ceramica vaporizza il calore della notte creando una condensa proprio intorno ai miei genitali. Se il mio sedere fosse stato più caldo si sarebbe creata una mini nuvola con tanto di pioggia e temporali. Invece non succede niente. Che palle!

Ok, ora è il momento del parto: liquido e materiale. Cinque minuti tutti fuori. Meglio dei vigili del fuoco. Sono libero. Più leggero. Potrei camminare nelle verdi valli con l’andatura da drogato alla Heidi, insieme alle pecorelle che mi sorridono a ogni minchiata che sparo. Peccato che vivo in una città di merda: se mi mettessi ora a correre sulla strada, beh, il primo camion sarebbe mio.

Scarico l’acqua. Mi alzo. Mi rivesto. Mi giro. Ho sempre la perversa tentazione di vedere il mio risultato, o almeno i resti dopo l’alluvione. Sembra tutto pulito. Tranne un piccolo particolare. Piccolissimo ma davvero impressionante. Una piuma.

È lì che galleggia su quella piccola vaschetta d’acqua. Solitaria. Grigia. Con i bordi neri. Tiro di nuovo lo scarico. Rimane lì. Non ha paura. Io invece ne ho tanta. Anche se il terrore la fa da padrone, l’igiene urla a gran voce. Pantaloni e mutande sfiorano di nuovo il pavimento. Due passi e sono sul bidè. Due movimenti e la mano impiastricciata di sapone è li che pulisce tra palle, orifizio e… la coda (una coda?!). Come diavolo è possibile? Vado più giù con la mano. È davvero una coda. Pelosa e lunga. Si muove ma non credo di comandarne i movimenti. Questa mattina sta diventando particolare. Mi alzo. Le palle, il sedere e la CODA sgocciolano ancora bagnati. Non c’è tempo per asciugarli. Chiudo la porta del bagno liberando dall’ombra lo specchio che si cela. Questo non è possibile! Non ci credo! Non ho fumato! Non ho bevuto!

La figura che mi guarda non è quella solita. Peli bianchi coprono tutto il corpo. Le braccia le gambe sono più che altro zampe. Lunghe e muscolose. Mi guardo le mani. Quasi quasi vomito! Le unghie sono diventante artigli, i polpastrelli piccoli cuscinetti morbidosi (non fa ridere, ma quasi). Ora lo sguardo si alza, fermandosi sul volto. Devo aver fumato per forza! Dalla testa sono spuntate due piccole orecchie triangolari. Gli occhi grandi e gialli mi osservano in modo  minaccioso. Il naso e la bocca si sono fusi in un simpaticissimo muso schiacciato con tanti baffi qua e là. Sono un mega gattone! E dire che li odio. Una storia in più da raccontare.

Esco dal bagno correndo per il corridoio. La mia velocità è strepitosa. Perdo subito il controllo e vado a schiantarmi contro il muro. Mi rialzo intontito. Entro in cucina. Sopra al tavolo un mega piccione arrostito! Ecco di chi era la piuma. Il piccione è davvero grande. In parte è stato mangiato. In parte è vivo. Muove la testa chiedendomi perdono. Io muovo la testa chiedendomi cosa mi fossi potuto fumare la sera prima. Povero piccione non sa cosa sto passando. Posso essere stato io a fare tutto ciò? A questo punto credo sì.

Esco dalla cucina. Mia zia è lì che mi guarda. Anche lei è diversa dal solito. Corna lunghe e arrotolate. Un barbetta sotto il mento. Mugugna. È una mega capra.

- Che ci fai così conciato? Ma ti sei visto?

- Fanculo capra!

Con un artiglio recido la sua tenera gola. Il sangue sgorga a spruzzi colorando di un rosso acceso le pareti del salotto. Il contrasto con il divano bianco è meraviglioso.

Lascio morire la capra in santa pace, apro la porta di casa. Corro per le scale. Apro la porta del palazzo. Corro verso la strada, stranamente silenziosa. Le macchine sono ferme. Senza conducente. Parcheggiate. Ammaccate. In collisione. E le persone? Dove sono tutti quanti?

Faccio un balzo. Wow! Ora si che sarebbe bello giocare a pallavolo. Potrei essere ignorante quanto vorrei. Schiacciare in faccia al libero e urlargli SFIGATO! Ma ora non è il momento. Magari oggi pomeriggio ad allenamento. Salto su un tetto. Osservo la città.

È un miraggio. Un dipinto. Un’illusione. Una visione fantastica. Qua e là per i marciapiedi, per le strade, per i negozi, mega animali camminano tranquillamente, senza la minima preoccupazione. Sembra Alice nel paese delle meraviglie senza Alice, senza coniglio con orologio, senza regina di cuori e senza quel drogato del cappellaio matto. Diciamo che non sembra Alice nel paese delle meraviglie più che altro Paura e delirio a Las Vegas. Un grand’insieme di visioni senza senso logico. Mega tartarughe. Mega polli. Mega cerbiatti. Mega topi. Mega vermi. Mega zanzare. Mega castori. Impallidito e felice scendo dal tetto. I polpastrelli attutiscono il colpo rendendomi l’asfalto una soffice distesa di materassi.

Corro verso i mega animali. Voglio parlargli. Voglio ascoltare le loro storie. Il loro risveglio. Qualcuno mi segue. Mi giro. Una folata di alito caldo mi smuove i baffi. Una mandibola del diametro di un metro mi si apre davanti al muso in tutta la sua maestosità. Una lingua altrettanto grande assapora il mio pelo. La saliva lava le mie orecchie. L’essere mi morde. Il suo morso sembra una trappola per orsi. Mi strappa i muscoli. Gli arti. Il sangue sgorga da ogni ferita. Divento un insieme di pezzi di gattone rosso. Rosso come il mio nuovo salotto. La zia capra sarà ancora viva?! Chi se ne frega! Mi mangia. Sono dentro la sua bocca. Mi affetta con i canini. Mi mastica con i premolari e molari. Oramai sono una sudicia poltiglia. Mi deglutisce. Ora aspetto di bruciare tra i suoi succhi gastrici. Cazzo mi  sono dimenticato dei mega cani!

G. e “L’origine del mondo”


origine del mondoG. fa il custode notturno nel Museo d’Orsay di Parigi, dove è esposto l’Origine del Mondo di Gustave Coubert. G. va pazzo per quel dipinto, per quel corpo di donna. Quella vagina così realistica, quei fitti peli pubici, quelle gambe carnose, quel ventre rotondo, quel capezzolo che si intravede appena sotto la veste bianca, lo fanno regolarmente fantasticare in modo molto sconcio. G. quando fa i giri di perlustrazione indugia sempre una decina di minuti davanti a tale opera. E G., anche stavolta, sta per indugiare: come sempre si avvicina al quadro, come sempre punta la torcia sulla tela, e come sempre, davanti agli occhi, ecco che gli si presenta il solito spettacolo. Le braccia della donna sono appena spuntate da sotto la veste e con le mani si sta coprendo il sesso. G. non si lascia impressionare però. Sono anni, dal primo giorno che le ha messo gli occhi addosso, che la donna si comporta puntualmente in quel modo; e ormai sa perfettamente cosa deve fare, anzi, cosa deve darle, affinché torni nella sua solita posa. G. sfila dalla tasca una banconota da 50 euro e l’avvicina al dipinto. L’istante dopo, più veloce di un lampo, una mano della donna esce dalla tela, agguanta i soldi, rientra, e li nasconde sotto la veste. Il gioco è fatto: la donna riporta sotto la veste anche braccia e mani, e con il sesso di nuovo all’aria aperta, torna nella sua posizione abituale.

- Eh bellezza mia, tu prima o poi mi manderai sul lastrico! – osserva a quel punto, ironico, G., mentre  procede con l’apertura della cerniera dei pantaloni.

Dialogo con una zanzara


zanzaraÈ mattino. Quel che resta della notte è solo un segno di cuscino che va dall’alluce fino all’estrema punta dell’orecchio destro (non chiedetemi il perché) e un lampione mezzo illuminato che ancora non è stato avvisato dell’avvenuta alba. E non chiedetemi nemmeno perché i miei occhi, aprendosi lentamente, scorgono una figura leggiadra e alata che mi fissa.
Morta.
Quella che adesso è una zanzara stecchita, una volta era una creatura aggraziata che succhiava il sangue alla persone. Nella peggiore delle ipotesi era solo una di quelle che si divertiva a ronzarti attorno all’orecchio per non farti dormire, prima di nascondersi non appena tu avessi provato ad accendere l’abat-jour. Io la immaginavo come una zanzarina burlona, timida, innocente. Magari una bimbetta che ancora non era in grado di succhiarti via il sangue ma si divertiva a stuzzicarmi e fare i dispetti.
Con ancora un occhio chiuso, una voce mi risuona nell’orecchio.

- Ehi tu. Zì, tu con l’occhio chiuzo. Mi zpieghi perché zono morta?
- Ma tu non sei morta! Anzi, parli. Sei dunque viva, che felicità.
Ero davvero contento per la tenera zanzarina che poteva ancora parlare e forse svolazzare qua e là, gaia e festante come meritava.
- Ma ze zono zenza ali, come pozzo ezzere viva? Zi può zapere coza zai facendo con quella mano? Zai fermo, caz…

La povera zanzara non riuscì a terminare la sua frase. Povera. Era riuscita a sopravvivere quei pochi attimi in cui era stata zitta. Poi la sua voce fastidiosa mi fece capire quanto in realtà odiassi le zanzare che vengono a rompere quando uno dorme beatamente nel suo letto. Per un attimo mi chiesi anche cosa volesse dire e mi rammaricai di non averle fatto terminare la frase.
“Caz?” Forse voleva dire casa, forse caso, invocando magari lo strano destino a cui stava andando incontro. Non ci pensai più.
Mi rimisi a dormire cercando di dimenticare le mie colpe nel sonno, non curante della mia mano d’assassino insanguinata. Non passò molto prima che sentissi nuovamente un fastidioso “zzzzzzzzzzz”. Non era una zanzara stavolta: ero proprio io che emettevo quel rumore e, non ancora addormentato ma non più sveglio, sentivo il mio stesso russare. Mi girai sul fianco e vidi una grande mano che si avvicinava sempre di più a me.
Pensando al destino e all’ironia della sorte, e guardando la mia di mano – ancora insanguinata – capii che “caso”, probabilmente, non era la parola che aveva detto la povera zanzarina prima che la spiaccicassi al muro.
- Ennò, caz…