Archivio July, 2011

Richiesta di amicizia


facebookHo appreso quello che c’era da sapere. Ora voglio di più. Ma ho bisogno del tuo consenso. Ho visto la tua foto: hai un bel corpo, il tuo profilo è aperto ma non sono ancora tuo amico. L’approccio via messaggi è meno invasivo: entro nelle tue grazie, ti fidi di me ed è fatta. Diventare amici è una condizione necessaria.

- Ciao.
- Chi sei?
- Blue Light.
- Un bel nome, ma non è il tuo vero nome, giusto?
- E’ un nome che mi somiglia.
- Quanti anni hai?
- Non ne ho.
- Dai, non scherzare, quando sei nato?
- Un minuto fa.
- Dunque sei del Leone.

Parli di segni zodiacali, sei una che crede all’astrologia, una come te fa al caso mio, non dovrò combattere molto per convincerti.

- Tu sei dei Pesci?
- Sì, affinità cinque stelle.

Riempi di faccine sorridenti la risposta. Ma sì, ridi. Il riso è un antidepressivo naturale e io ho voglia di divertirmi. Aiuta a superare i brutti momenti. Ma non è ancora un brutto momento.

“Vorrei essere un sogno che senza anelli naviga.” La descrizione del tuo stato mi è piaciuta ma è stata la tua foto a intrigarmi. Quella con gli occhi truccati di nero. Sto per scriverti cosa mi piace di te – perché me lo hai appena chiesto – ma un calo di tensione risucchia i dati, resetta la connessione, cancella la tua pagina.  Ma ti ritrovo, sì che ti ritrovo, ho memorizzato l’indirizzo. Accedo: sei ancora lì e hai voglia di sapere.

- Allora, cosa ti piace di più?
- Tutto. Sei perfetta.
- Ti piacerei di più se fossi bionda?

Sei ingenua piccola, ti fai mille problemi sull’essere carina: hai due braccia, due mani, due gambe, due piedi, un corpo per tenerli insieme, una testa per comandarli. Non è il colore dei tuoi capelli che mi interessa, né il tuo vestito troppo corto, ma tutto quello c’è sotto.

- Ti piace il cinema?

Continui con le domande da primo appuntamento e in fondo è come uscire insieme per la prima volta. Conosco bene la mia natura controversa, così distante dalla realtà che le ragazzine della tua età sognano. Non sono io quello che cerchi, ma te lo lascio credere. Inizi a fidarti di me. Non ti mostro il mio volto, ti spiego che “per il momento preferisco così” e non ti offendi anzi mi inviti a guardare le altre tue foto e mi chiedi di commentarle.

- Non posso, – ti spiego – non sono abilitato ai commenti, non sono ancora tuo amico.

Se accetti la mia amicizia il gioco è fatto. Ma sei una dura, più di quanto credessi.

- Inviami un messaggio.

E allora navigo di nuovo fra le tue foto. Le ho già viste, ma mi piace, mi piace che ti piace fare le smorfie, mangiare la pizza con le amiche, correre in riva al mare. Non hai un ragazzo o forse sì, è coperto da una toppa in quella foto in cui stringi un orsetto fra le mani.

- Relazione complicata?
- E tu? Sei impegnato?
- In questo momento… sì, con te.

Non mi rispondi, non subito.

- Ti piacerebbe diventare mio amico?
- Non aspetto altro
- Mostrami la tua foto allora.

Non ti rispondo, non subito. Ma il mio desiderio sta crescendo. La voglia di entrare nella tua vita mi sta coinvolgendo a tal punto che potrei mostrarti il mio vero volto ma è matematico, non saresti più così interessata a me. E allora ci provo, gioco sporco, la faccio finita.

- Se accetti la mia richiesta di amicizia saprai tutto di me.
- Ok.

La tua risposta è concisa, il passo è breve. La nostra conoscenza non avrà limiti, potremo navigare l’uno nella vita dell’altro. Senza divieti. Saremo liberi di fare quello che vogliamo. Sono libero di fare quello che voglio. Le tue dita sulla tastiera stanno cercando di dirmi qualcosa e il momento è propizio.

Ti scivolo dentro, da sotto le unghie. Risalendo le falangi raggiungo la spalla, costeggio il collo e affondo nella schiena, diramandomi nei tessuti attraverso il midollo. Inseguo i tuoi nervi e tiro dritto sul cuore. Un fremito ci avvolge: il tuo grido è lancinante ma si spezza a mezz’aria diventando il mio respiro. Un ritmo sostenuto sorprende le mie orecchie, annuso la vita gonfiando il petto e la pancia mentre la bocca inumidisce la lingua. Alzo le braccia per vedere le mani, mordo le dita per sentirle mie.

Il mio sguardo si accende di un azzurro elettrico, me lo dice lo specchio al di là del monitor. La stanza è un insieme di forme e di colori li vedo per quello che sono, non una fila di uno e di zero. Tutto è tangibile, tutto è da esplorare basta alzarsi e intraprendere il viaggio.

Arturo, cane suicida


arturo cane suicida- E’ suo un cane marrone, di stazza media? Il cane suicida…

- Cane suicida? Io ho un labrador… è giallo… e poi scusi, ma lei chi è?

Richiamai quel numero e mi rispose il canile municipale. Arturo, cane suicida. Non me lo sarei mai immaginato.

L’ultima immagine che avevo di lui risaliva a tre mesi prima, quando gli comunicai che mi sarei trasferito per lavoro. Non che dovessi chiedere il permesso a un cane per andarmene, ma Arturo era l’unico essere che mi sarebbe veramente mancato e a cui, forse, sarei mancato. E da quel giorno, nella mia mente, Arturo si era cristallizzato nel suo sguardo fiducioso, nell’eterna attesa di un mio pronto rientro per la passeggiata delle sette.

Ma le cose, se non sempre sono come sembrano, mai sono come le ricordiamo, e ora Arturo era un cane suicida.

Era lì, silenzioso, dentro quella gabbia, perso nel suo sguardo assente.

Ma la cosa che mi lasciò sbalordito fu il fatto che non mi riconobbe. Come lo tirarono fuori dalla gabbia iniziò a seguire quel dannato guinzaglio che gli legarono al collo, e se è pur vero che dall’altra estremità del guinzaglio c’ero io, avrebbe potuto seguire chiunque lo trascinasse fuori da quel posto. Ero convinto che se avessi legato quel guinzaglio alla coda di un gatto, il mio Arturo avrebbe seguito docilmente quel gatto, portandosi dietro come unico bagaglio tutta quella rassegnazione che non gli riconoscevo.

Ascoltai distrattamente il veterinario che faceva mostra dei suoi saperi e dei suoi consigli, la mia attenzione era rivolta interamente ad Arturo e al modo in cui avrei potuto ristabilire un contatto con lui. Lo abbracciai, ma era distante dalle mie carezze, quasi indifferente.

Rispettai il suo silenzio, così mi congedai dal veterinario, feci salire Arturo in macchina e partimmo. Non sapevo dove portarlo, così decisi di rispettare un impegno che avevo preso con lui e che avevo rimandato per troppo tempo: una gita al mare.

- Dai Arturo, non è mai troppo tardi per riprendere le vecchie abitudini, reagisci! Fatti una bella nuotata che ti passa tutto; ora ci sono io, sono tornato!

Non feci in tempo a levargli il guinzaglio che subito corse verso la riva, si buttò in acqua e iniziò a nuotare. Che qualcosa in lui era cambiato lo percepii subito. Fu quell’improvvisa obbedienza ad allarmarmi, ancora più del fatto che non nuotava come era solito fare, su e giù per la riva in cerca di un mio sguardo complice. Puntò invece dritto verso il largo. Buttai via chiavi e telefono, mi strappai le scarpe e mi tuffai in acqua.

- Cazzo Arturo, non hai nessuna pietà di me? Ti vuoi ammazzare sotto i miei occhi?

Non glielo avrei permesso, fosse l’ultima cosa che avrei fatto.

Ma non era facile. Forse il contatto con l’acqua gelida lo risvegliò dal torpore in cui era piombato, perché da quando era entrato in acqua Arturo aveva iniziato a nuotare con una vigoria da cane da salvataggio. Ma a essere salvato questa volta doveva essere lui.

- Arturo, torna qui! – urlai, ma non mi ascoltava.

Mi parve chiaro che se avesse continuato così non lo avrei più raggiunto.

Dopo qualche minuto mi fermai un attimo, un po’ per rifiatare, un po’ per calcolare la distanza che mi separava dalla riva e dosare le energie per il ritorno.

Intanto Arturo sembrava volare sulle zampe e vederlo correre così velocemente verso la fine della sua vita mi faceva male. Arturo era un gran cane, più di un amico, era la mia famiglia.

Continuai a nuotare non calcolando più la distanza che mi separava dalla riva ma quella che mi divideva da Arturo. Se quella doveva essere la mia fine, avrei voluto dividerla insieme a lui.

Ma nuotare non era facile, non con quella corrente.

Ben presto iniziai a essere esausto, ad avere freddo e paura. Più avanzavo e più affondavo nella paura e nei ricordi. Il tremore del mio corpo dettava il ritmo del mio pianto, finché stanco urlai istintivamente:

- CALZINOOO!

Calzino.

Non pattino – anche se ne avrei avuto bisogno – o mattino – chissà se ne avrei più rivisto uno. Calzino. Una parola semplice, banale per chiunque, ma non per noi due. Calzino nel nostro vocabolario aveva un significato esatto, il più importante: calzino significava che doveva riavvicinarsi a me, che quello che aveva fatto non andava bene, che non lo accettavo. Come quando mi rubava i calzini appunto e poi scappava via per casa con il suo bottino, e io dicevo  calzino, sia che si trattasse di un calzino che di un pattino o di un mattino.

Lo so, non era la cosa più intelligente da dire, né la più logica, ma era la nostra.

Funzionò.

Infatti Arturo si fermò. Si girò, puntò il suo muso verso di me e indirizzò i suoi occhi nei miei. In quel preciso istante mi riconobbe, ne sono certo, e forse vide nei miei occhi il suo riflesso, come io vidi nei suoi il mio. Eravamo l’uno lo specchio dell’altro e rispecchiavamo i nostri rispettivi cambiamenti. Poi invertì la rotta e iniziò a ridurre la distanza che ci separava. Ma anche lui cominciava a essere stanco e iniziò ad arrancare. Ora Arturo avanzava con la sola forza delle zampe anteriori.

Cercai di non rendere vano il suo sforzo, raccolsi tutte le mie forze residue e trascinai qualche bracciata. Ma ero stanco, troppo stanco, non riuscivo neanche a chiudere la bocca e iniziai a bere acqua salata. Arturo non mollava, si avvicinava lento ma deciso. Vederlo così concentrato mi fece ridere di gioia, o almeno credo, ormai ridevo e piangevo allo stesso modo. Mancava poco, questo era certo, ma Arturo era vicino. Lo capii perché sentii l’odore del suo pelo, che puzzava dell’odore più buono del mondo, il suo.

Quando fu abbastanza vicino, quella massa di pelo mi si gettò addosso. Ci abbracciammo e io affondai il mio viso sul suo pelo e dissi:

- Bravo Arturo, ce l’hai fatta, sei tornato.

Assieme ad Arturo tornò anche un residuo di lucidità. Era evidente che stavamo affogando, e non solo nel nostro ritrovato amore. Ma non ero spaventato. Non avevamo un’infinità di scelte, anzi. Erano ridotte a due: potevamo proseguire e andare dall’altra parte del mare, oppure potevamo tornare a riva. Tuttavia, raramente mi sentii così libero. Eravamo io e lui, ed eravamo di nuovo insieme. Andare o tornare pensai, e poi lo dissi.

- Che facciamo Arturo, andiamo o torniamo?

Arturo mi fissò immobile, pensieroso. Poi si mosse e io lo seguii.

La mia nuova ragazza


cucina cannibaleStefania era la mia bellissima moglie. Sarebbe piaciuta alla mia nuova ragazza, Giulia. Giulia viene a cena da me, stasera. Voglio farle una sorpresa. Ma oggi sembra impossibile mantenere una certa suspense culinaria nell’ambiente. Il tegame pesante borbotta sui fornelli lucidi dalle forme futuriste. Mescolo il trancio sul fuoco al ritmo di un tango sparato da una radio latineggiante che ho messo sulla mensola del camino.

Poi il programma s’interrompe per pubblicizzare dell’aria fritta ma senza grassi. Ne approfitto per cambiare stazione e chinarmi sulla graticola.

Ho giusto il tempo di girare gli spiedini senza ustionarmi troppo quando bussano alla porta. Un poncho verde sotto una melanzana emotiva mi chiede se voglio aderire a una campagna per GreenPeace. Cerco qualcosa da dire quando la donna in verde butta un occhio in cucina. Potrebbe essere un’amica di Giulia, potrebbe rivelarle cosa stia cucinando e quindi consigliarla o meno sul mantenere questa storia con me, sul venire o no a questa cena. Allora bollo la ragazza con la mia risposta d’emergenza:
- Sto decimando la progenie umana, così che il resto della Terra possa ridistribuire le risorse.

Torno in cucina, apro il forno. I vapori caldi che si snodano densi fra carne e patate mi saltano agli occhi. Chiudo, è tutto a posto. Bussano di nuovo. Un piccoletto, con vestito da genio e voce da stronzo, illustra i nobili fini del Movimento Zeitgeist, che è una roba altisonante per dire “meno soldi e più risorse all’economia mondiale”. Mi chiede cos’è questa nebbiolina e il forte odore che l’accompagna. Bollo anche lui con la risposta standard di cui sopra.

Vado ad aprire la finestra della cucina che dà sul salice. Al posto del capellone vegetale trovo una deformità degna di un tossico Dalì. È un naso schiacciato contro la finestra. Dietro di lui il mio vicino che blatera qualcosa, guardando il tegame. Schizzo fuori, sul cortile, prendo il mio amico per il braccio, gli poggio una mano sulla spalla e lo volto verso il suo giardino spettinato chiedendogli perché lo trascura occupandosi di me. Lui è preoccupato per me.
- Hai superato la cosa di Stefania?

Il mio vicino è così giovane e già così compassionevole. Certo che ho superato la morte di Stefania. Il trucco è abbandonarsi completamente in un solo passatempo. Guarda qua: sto cucinando. Lui mi chiede cosa, di preciso. Voglio fare colpo su Giulia, quindi mento, snocciolando i vari modi per rosolare un sarchiapone.

Il vicino torna ai suoi obblighi botanici con fare dubbioso. Non ho il tempo di pensarci quando sento qualcuno toccarmi alle spalle. Sto per colpirlo col minimo della violenza, con una sorta di karate molto zen. È l’antennista che zampetta sul tetto da stamattina, me n’ero completamente scordato. Si è autoinvitato a cena, in ragione delle mie finanze disastrate. Gli firmo una cambiale e lo sfanculo.

Sto girando il sugo per le polpette quando suonano per la terza volta. Mi sento un tirassegno di contrattempi indiscreti. Non reggo e sbotto tutto insieme. Schianto il mestolo sul pavimento, vado ad apirire scalciando come un toro, e lascio straripare il fiume di parole:

- E va bene, avete vinto. La sorpresa è finita, contenti? Ho squartato mia moglie e la sto cucinando all’argentina.

Alla porta è Giulia, terrorizzata. Balbetta. Le pupille esplose. Quello che mi salta addosso è un cubo di tofu tremebondo. Lei scappa sullo scemare delle mie parole, finendo con l’essere da tutt’altra parte quando riesco a dire

- Scusami.

Merda. Mi ero scordato di avere una ragazza vegana.

Farsi cancellare dalla pioggia non fa male


Sagoma gessoLa sveglia sul comò segna le 03.00 del mattino. Sono passate quasi ventiquattr’ore dal delitto e dal sopralluogo della scientifica sulla scena del crimine. La scena del crimine è la camera da letto di un appartamento signorile. La vittima è una donna sui trentacinque anni, uccisa per strangolamento. Il corpo è stato trovato a terra, sul parquet, vicino al letto, in posizione supina. Lì, in quel punto preciso, dovrebbe esserci la sua sagoma di gesso. Ma la sagoma di gesso non c’è. Pochi minuti fa s’è alzata da terra, e ora siede ai piedi del letto, triste, perché le manca il suo cadavere. Le manca terribilmente. Adesso si troverà in qualche asettico obitorio, pensa la sagoma malinconica, disteso su un lettino allineato ad altri lettini di altri cadaveri, coperto da un lenzuolino bianco, con solo i piedi fuori e una targhetta attaccata all’alluce a indicarne generalità e causa di morte. Ancora se la sente ben chiara nella testa, la voce del medico legale che poche ore prima ordinava a qualcuno di portare via il corpo. O quella del commissario che chiedeva a qualcun altro informazioni sulla vittima. E poi tutto quella confusione, quel vociferare, quel rumore di passi avanti e indietro di poliziotti e uomini della scientifica.

La sagoma di gesso, sempre più angosciata, si stringe forte per qualche minuto la testa tra le mani. Poi si alza dal letto. Alzandosi sposta alcune lettere segnaletiche disposte sulla scena. Si china e le rimette a posto. Quindi si volta, esce dalla stanza e inizia ad andarsene in giro confusa e triste per la casa. Entra in cucina, nel bagno, nella camera degli ospiti e infine nel soggiorno. Lì si ferma. Si avvicina a una finestra. Fuori piove. Molto. La sagoma poggia il contorno bianco della sua testa sul vetro umido. Sì, mi sento davvero inutile e vuota senza il mio cadavere sdraiato sopra di me, torna a ribadire a se stessa con dentro un senso di solitudine diventato ormai un peso insopportabile; così insopportabile quel peso che di colpo, in maniera del tutto naturale, il temporale le appare come un bellissimo modo per liberarsene.

Senza starci a ragionare tanto apre decisa la finestra e fa qualche passo indietro. Sta per lanciarsi, quando si sorprende lei stessa, per un istante, a pensare alla faccia che farà quel commissario quando tornerà (semmai tornerà) sulla scena del crimine e non la vedrà più distesa sul parquet, né in nessun altro angolo della casa. E cosa potrà mai pensare quando vedrà tutte quelle impronte di gesso sparse per il pavimento, e che finiscono proprio lì, in prossimità della finestra, che naturalmente troverà aperta. Ma come ho già detto, questi pensieri attraversano la sua testa solo per un istante.

La sagoma fa un respiro profondo, e con uno scatto rapido, fa quello che deve fare. Lo sapevo, pensa tranquilla poco dopo esser balzata fuori, farsi cancellare dalla pioggia non fa male.

Risveglio


zombieEra morto soffocato. Lo spuntino di mezzanotte a base di olive piccanti gli era stato fatale. Aveva aspettato che il resto della famiglia andasse a dormire per godersi una maratona di film di Tarantino. Le Iene in versione integrale che avevano trasmesso era tutt’altro che integrale e la rabbia di aver aspettato inutilmente fino all’una di notte gli aveva mandato una grossa oliva di traverso. Un’agonia. Nel timore di svegliare o spaventare moglie e figlio, era morto in silenzio.

Quello che non ricordava era di essere tornato a letto, di essersi spogliato e messo a dormire.

Per fortuna in casa adesso non c’era nessuno, si era preso un giorno di ferie per la maratona di film e Arianna era uscita per accompagnare i loro figli a scuola. Poi sarebbe andata al lavoro. Quindi aveva tutto il giorno per esaminare la situazione.

Era sicuro di dover provare qualcosa di forte e spiacevole per quella situazione assurda: tipo paura, rabbia, disperazione. Avvertiva queste emozioni ma come attraverso un vetro opaco. Sarà l’effetto della morte, pensò. Un alito di tristezza lo raggiunse quando si chiese come avrebbero reagito Arianna e i bimbi alla sua morte. Gli avrebbero fatto un funerale?

Poi si immaginò chiuso nella cassa e lo raggiunse la prima vera emozione da quando era morto: il panico. Lui era sveglio, cosciente; non potevano chiuderlo in una cassa. E se lo avessero cremato? In fondo lo aveva scritto nel testamento. No, doveva fare qualcosa, aveva bisogno di pensare. Decise di non restare a casa, gli serviva un posto tranquillo dove riflettere. Il parco vicino al fiume sarebbe stato perfetto, durante le mattine feriali era deserto, al massimo qualche vecchietta col cane.

La sua immagine allo specchio non gli sembrava peggio del solito. Era sempre stato pallido e alle sue occhiaie nessuno faceva caso. Meglio così, pensò, non gli sarebbe piaciuto assomigliare a uno di quei morti viventi che si vedono in tv. Tutti rotti, zoppicanti e sempre affamati di carne umana.

Si preparò la colazione ma scoprì di non avere fame. Nemmeno sete. Lasciò la tazza di latte caldo e uscì. Lo preoccupava la sua sopravvivenza a lungo termine. Gli zombi nei film fanno sempre una brutta fine. Sempre con la testa spappolata. E se poi, nonostante la testa spappolata, non fosse morto definitivamente? Sarebbe finito a vagare incosciente con un moncherino di cranio al posto della testa?

C’era uno strato di ghiaccio sui vetri delle auto parcheggiate. Ma non sentiva freddo. Si fermò davanti a un tabaccaio in cui non entrava da quando aveva smesso di fumare. Il negoziante, un immigrato arabo dallo sguardo spento, lo fissava da dietro al bancone. Entrò, in fondo era morto e poteva pure ricominciare a fumare senza preoccuparsi troppo. Sperava che la nicotina avesse ancora quell’effetto rilassante che ricordava. Si avvicinò al bancone e provò a chiedere un pacchetto di sigarette. Dalla sua bocca non uscì un suono. Anche un gemito di frustrazione gli si bloccò in gola. L’oliva. Aveva ancora l’oliva bloccata nella trachea. Si sentì perso. Come avrebbe potuto nascondere la sua condizione senza parlare, senza poter nemmeno far finta di respirare. Uscì dal negozio camminando all’indietro. Il tabaccaio continuava a guardarlo senza espressione.

Cercò di tossire, di liberarsi da quella ostruzione. Doverlo fare senza dare troppo nell’occhio, non fu facile ma dopo qualche tentativo sputò l’oliva mortale sul palmo della sua mano. Alzò lo sguardo verso il negoziante che continuava a fissarlo inespressivo. Un pacchetto di sigarette era comparso sul bancone ma non riusciva a distogliere l’attenzione da quello sguardo. Spento. Senza vita. Era sempre stato così? Javhed, se ricordava bene il nome, non gli era mai sembrato molto vivace ma oggi era davvero… davvero…

La parola giusta gli arrivò come una frustata di ghiaccio. Era morto. Molto morto. Era morto come lui, ma in qualche modo era anche diverso. Poteva avvertire una specie di ferocia celata dietro quello sguardo spento, una scintilla che gli bruciava dentro quando gli occhi nocciola si spostavano per un attimo su qualche passante vivo fuori dal negozio. Fortuna che sono morto, pensò. Afferrò il pacchetto di sigarette, lasciò dieci euro sul bancone senza aspettare il resto.

Con le sigarette in una mano e un accendino nell’altra si avviò in direzione del parco. Allora c’erano altri come lui in giro! Doveva temerli o doveva considerarli suoi alleati? Iniziò a guardarsi intorno senza sapere nemmeno cosa cercare. Passò davanti a una fermata dove una dozzina di pendolari aspettavano l’autobus. Tutti ignorarono il suo passaggio tranne un paio: un tizio tracagnotto in giacca e cravatta con l’aspetto da impiegato tipo e una ragazza che assorta su un libro girato sottosopra. Superò il gruppo chiedendosi perché quei due lo avessero guardato. Si voltò e i due lo stavano ancora osservando. L’alito dei pendolari si condensava nell’aria fredda al ritmo del loro respiro. Dalla ragazza e dall’impiegato non usciva vapore. Morti? Fece per tornare indietro, subito l’impiegato distolse lo sguardo facendo finta di controllare qualcosa sul telefonino mentre la ragazza gli fece un lieve cenno di no con la testa e si dedicò al libro. Lui si avvicinò lo stesso. La ragazza era la più vicina. Provò un semplice:

– Ciao.

Era agitata. Alcuni pendolari cominciarono a voltarsi verso di loro. Gli sembrò che si muovessero al rallentatore. Lei lo prese per un braccio.

- Ehi, ciao! – Gli disse col tono di chi incontra un vecchio amico. Lui si lasciò trascinare lontano dalla fermata. Dopo qualche decina di metri, fermi davanti a un supermercato chiuso lei gli sussurrò feroce:

- Ma sei completamente scemo ad andare in giro così? Ci farai finire male tutti!

Era confuso, qualcosa dentro di lui si scosse. Perché lo aggrediva così? Come si permetteva?

- Sei nuovo vero? Guardati. -  gli prese la testa tra le mani e la girò in direzione della vetrina – E datti una calmata.

Quando vide il suo riflesso capì che sul viso aveva ancora l’espressione di terrore che aveva preso dal tabaccaio. Gli ci volle una certa concentrazione per coordinare i muscoli facciali in quella che sperò fosse un’accettabile espressione neutra.

- Così va meglio. Non possiamo farci scoprire.

La sensazione delle mani di lei sul viso era inebriante e distante allo stesso tempo. Continuò a sentire un formicolio sulle guance anche dopo che lei le aveva tolte. Non c’era rabbia, né bramosia di alcun genere negli occhi di lei.

- Grazie – le disse.

- Non fa niente. Capita a tutti i primi tempi, però devi stare attento.

- Sono morto ieri sera, non so che fare.

- Imparerai, lo fanno tutti. Resta sempre tranquillo, non ti arrabbiare e tieni lo sguardo basso. I vivi, se facciamo così, non ci notano.

Poi lo salutò e lo lasciò a domandarsi se anche i morti si innamorano.

Continuò a camminare sovrappensiero fino a quando sentì il rumore della ghiaia sotto le suole. Era arrivato al parco, proseguì lungo il sentiero fino a una panchina sulla riva del fiume. Ci aveva portato anche i bambini in quel parco, a loro piaceva far finta di essere pescatori. Fino al giorno in cui Arianna gli aveva detto che non voleva che i figli giocassero con gli ami da pesca perché si sarebbero potuti far male. Lui l’aveva rassicurata, in realtà facevano finta di pescare perché non metteva gli ami ma solo delle palline di pane sul filo. “Ma il fiume è pericoloso e potrebbero annegare” aveva ribattuto lei e gli aveva proibito di portarceli.

Sentiva la tristezza per quella vita persa, una tristezza lontana e ovattata. Arianna non era più importante. Neanche i bambini erano importanti. L’unica cosa importante era rimanere interi fino a… Fino a quando? Si chiese. Fino a cosa? L’abbaiare stizzoso di un cane lo riportò al presente. Un barboncino lo stava caricando. Doveva essere sfuggito a qualcuno. Si guardò in giro: nessuno. Il cane si fermò a pochi passi continuando ad abbaiare e ringhiare. Ma perché ce l’aveva con lui? Provò un approccio, aveva sempre funzionato. Si accovacciò e tese la mano

- Ehi calma! – fece in tempo a dire prima che la piccola belva si lanciasse in avanti piantandogli i denti nella mano. Con l’altra mano assestò un ceffone sul muso del cane che guaì e mollò la presa. I canini gli avevano bucato il palmo della mano. Notò che non sanguinava. Un istante dopo il barboncino tornò alla carica.

Cominciò a correre, si sentiva ridicolo ma si rendeva conto che ogni ferita era un cartello con scritto “Questo è morto” e lui doveva passare inosservato. Era veloce il maledetto e non lo mollava. Il fiume! Anche se fosse affondato lui non poteva certo annegare e se anche il barboncino si fosse gettato, magari con un po’ di fortuna, sarebbe finito in qualche gorgo. Si tuffò.

Riguadagnò la riva dopo un paio di chilometri non lontano da casa. Anche se era fradicio le uniche volte che qualcuno lo aveva guardato strano era bastato un “Sono caduto nel fiume” per tornare anonimo. Tutti continuavano a ignorarlo come prima, solo che adesso in più era zuppo e anche morto.

Davanti casa fece per infilare le chiavi nella toppa quando la porta si aprì. Arianna era tornata in anticipo. Lo guardò sgocciolare sul pianerottolo più scocciata che altro.

- Che è successo?

- Sono caduto nel fiume.

- Ho invitato Marta a cena. – posò due buste di spesa in terra. – Viene anche suo marito.

Lui si diresse in bagno e cominciò a togliersi i vestiti fradici. Si mise qualche goccia di attaccatutto su uno dei buchi fatti dai morsi del cane e avvicinò i lembi di carne. Aspettò qualche secondo. Teneva. Perfetto. Ripeté l’operazione anche per gli altri buchi. Dalla cucina gli arrivò la voce di sua moglie.

- Lo so che Daniele non ti piace ma Marta è un’amica. Resisterai?

Aveva sempre pensato che quello era uno stronzo, un amorfo qualunquista col QI di un vaso di petunie e la vitalità di un bradipo impagliato. Curiosamente adesso trovava la prospettiva di vedere Daniele stimolante, forse per confrontarlo col suo stato di morto recente.

- Posso farcela, sarò tranquillo.

- Grazie. – gli si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia – Ma sei gelato, non è che ti sei ammalato? - poi senza neanche aspettare la risposta – I bimbi dormono dai miei e domani li portano loro a scuola.

Lui passò il resto del pomeriggio sul divano mentre la moglie spadellava furiosamente fino a quando suonò il campanello. Andò lui ad aprire la porta. Tutti i centodieci chili di Marta si riversarono irruenti ad abbracciare Arianna tra gridolini e risatine. Lui guardò Daniele, ammirando la scorta di cibo che aveva sposato poi, ignorati dai vivi, si salutarono come viene spontaneo tra morti. Con indifferenza.

Singhiozzo


singhiozzoGli venne il singhiozzo. Trattenne il fiato come si fa di solito. Hic, hic, hic. Prese un bicchiere d’acqua e bevve a sorsetti in modo da rilassare il sistema nevoso simpatico. Hic, hic, hic. Inghiottì un cucchiaino di zucchero. Era un rimedio di sua nonna. Hic, hic, hic. Su Internet trovò un rimedio scientifico: “Premete con un dito all’interno dell’orecchio senza andare in fondo, così da arrivare alle ramificazioni del nervo vago”. Hic, hic, hic.

Pensò a uno spavento improvviso. Eh, ma avercelo quando serve… Tirò fuori la lingua e stimolò il palato superiore della bocca. Una volta l’aveva visto fare a un suo amico. Hic, hic, hic. Ancora Hic, hic, hic.

Hic, hic, hic e hic, hic, hic finché il singhiozzo non lo uccise mentre mangiava un sandwich tonno e carciofi. Il risucchio gli aveva cacciato nel polmone destro un carciofo appena masticato. Prima di morire l’uomo si spaventò molto. Constatò, mentre perdeva conoscenza, che anche quel forte spavento (nonché estremo rimedio per il singhiozzo) era inutile.

Lo trovò il sabato seguente la filippina. Il cadavere era riverso a terra, i resti del sandwich al suo fianco. La filippina si avvicinò per verificare se l’uomo fosse ancora vivo. Hic, hic, hic. La filippina si spaventò e singhiozzando scappò via.

Un paio di giorni dopo ci fu il funerale. Da dentro la bara si sentiva hic, hic, hic. Il prete fece finta di niente. Tanto sotto terra non si sente.

Tagli di carne


carne umanaNon mi abituerò mai all’opulenza cromata di questi appartamenti; la luce rimbalza ovunque sulle poltrone, sugli specchi, i vetri tiffany, sui gioielli, per ficcarsi dritta negli occhi. Una luce che mi acceca, mi stordisce, come neanche il dolore della carne dilaniata sa fare. Sono in piedi, davanti a un semicerchio di gente ordinata e ben vestita. Sono tutti dritti e composti, come i grissini che hanno in mano, nonostante siano molti e abbiano fatto scale e scale per vedere me e il mio assistente-agente.

La sola cosa che qui ritrovo dei miei musei dalla purezza spoglia sono i dolcevita e gli occhiali minimalisti di questi intellettuali dell’ultima ora che reclamano la loro fetta di me, non come spunto di riflessione su ciò che è normale, ma come status symbol.

Il mio assistente apre con mimica giullaresca un panno, forse fatto con la pelle di quelle che erano le mie braccia. Il pubblico orgasma vedendo il contenuto: lame che vengono prese e sciabolate su di un ferro perché siano taglienti. Sotto gli stridii passa una cameriera in lattice nero. Mi guarda sorridendo: per quanto belle le sue occhiaie sono meno profonde delle mie. Aspetta il mio permesso perché il banchetto cominci. Do il permesso.

Lei tenta un inchino, che il suo collare di cuoio soffoca a metà. Poi distribuisce inossidabili vassoi ovali. Ai lati di ognuno ci sono posate. E le fette di limone, immancabili anche se non ho mai capito perché. Forse battericida, forse per avere dell’asprezza.

Io ne bevo il succo: è un antiemorragico.

Il mio assistente profetizza le mie geremiadi, poi con guizzi tentacolari mostra le terrine di cannella, tabasco, rafano, e tutti i condimenti con cui potranno assaggiare me, Asura, regina della performance art. Sì, è presuntuoso, ma non troppo distante dal vero.

All’origine fu Marina Abramović: solo a lei ero devota. Nel suo personale cenozoico l’artista serba giocava a ferirsi con i coltelli, con il dovere quasi morale di ripetere gli stessi spasmi, gli stessi squarci. Poi si è evoluta, affidando il suo corpo vivo al pubblico, munito ora di grimaldelli di piacere, ora di strumenti di dolore. Ma poi, poi non si è spinta oltre il suo limite. La performance art è un’attitudine: l’artista e la sua evoluzione sono l’opera. È il confine dell’estremo.

Io sono passata oltre, conoscendo il mio assistente, il doganiere ultimo. Lui che ora mi taglia, sollevando quel poco di pelle che rimane sull’attaccatura delle braccia al mio busto per poggiarla sul vassoio metallico. Io sono ferma, come un manichino che va consumato. Solo una leggera torsione della testa per guardare in terra. Voglio che notino come i miei capelli henné e le mie gote s’intonino con il rosso della moquette, ravvivato dal sangue. Sono anestetizzata: non lamento dolore, ma comincio a mugolare la litania: le norme di sicurezza sono scritte nel sangue. Lui sta per tagliare anche il grasso, per il palato dei critici cannibali.

Quando avviene: ho la nausea. I miei sensi sono appannati, ma è come se lo spigolo del tavolo mi entrasse nello stomaco. Non è la vista delle mie fibre, dei muscoli nudi. È altro. Capisco cosa mi acceca: le esibizioni private feriscono la mia libertà. Per tutto questo tempo mi sono annientata, recisa, dandomi in pasto al pubblico solo per il loro piacere e non per il mio, pensando che la loro gioia fosse la mia. Sbagliavo. Sto male. Mi stanno usando.

Lo dico al mio assistente. Lui non si scompone, posate in mano e un tovagliolo come bavaglino. Insisto di voler smettere: è la mia vita, la mia carne. Lui lascia cadere le posate, mi urla contro il male che può fare un pubblico tradito. Io rivoglio il mio passato, il mio io, le redini della mia vita. Rivoglio le mie braccia. Sono una donna e non carne inanimata da disossare. Mi volto, calcio il tavolo contro la vetrata che dà sul nulla. Mi getto senza un lamento. La sicurezza è scritta nel sangue. Ma non muoio. Produco solo un suono spugnoso tipico dei tessuti sofferenti. Il pubblico mi ha preso anche la vita.

Ciao bella


ciao bellaMani mi toccano e mi sollevano, tocchi di farfalla che percepisco appena sulla pelle. Sono nuda, qualcuno mi ha tolto il vestito bianco a fiori. Erano ranuncoli gialli, continuano a cadere dall’alto verso la vertigine. La gente si sporge dalle finestre e dalle terrazze per afferrarli ma niente, piovono inesorabilmente sui miei occhi chiusi.

Le mani parlano di ferie – Vado alle Canarie, a Fuerteventura – le parole mi feriscono le orecchie,  non posso chiuderle. Altre mani parlano di gelato, tre palline di nocciola mi perforano il cervello.

Le mani mi sfiorano e si parlano

- Mi sostituisci tu ? Hai già lavorato in terapia intensiva?

- Da un anno, questa da quanto è in coma?

- Da sei mesi, più o meno.

- Che ha fatto?

- Dal terzo piano, per uno che non si è mai visto…

Se ne vanno.

- Ciao bella.

E’ il vuoto, il battito del cuore percuote le ossa, il flusso del sangue è un sibilo, la voce di mamma un’onda incessante che mi culla in acqua. Smetto di respirare.

Non posso smettere di respirare. Ho un tubo in gola.

Una bambola rotta su un materassino liquido, non fosse per quel suono continuo come  goccia su un lavandino. Le mani lo chiamano ‘monitor’ e la teiera che fischia sul fuoco ‘allarme’. Ecco che arriva, così forte e spaventoso che le palpebre si aprono nel bianco solare. Non c’è altro.

Qualcuno è intorno

- Bella, ti accendo la musica, così ti fa compagnia.

“Ti prego no!”

La voce si infrange contro un muro, devo imparare a parlare o a trasmettere una preghiera, voglio solo  silenzio. Quella “cosa” irrompe nell’aria. La musica è nausea, è un tuono insopportabile, è rumore di vetri rotti. La musica era la mia vita. Prima di te. Prima del vuoto. Prima di aprire la finestra e fare un passo nell’aria. Prima che il vento soffiasse via i ranuncoli dal mio petto e dalle mie gambe,  ma per un attimo è stato come volare .

Una bambola rotta ferma su una nuvola.

Le mani pettinano i miei capelli

- Dicono che aveva del talento, che peccato!

Le altre mani tagliano le mie unghie

- Guarda come crescono, crescessero a me così! Ma qualcuno viene a trovarla?

- Lui no, il maestro sì; ogni giorno, da mesi, viene con quello strumento e suona vicino al letto, come se sentisse… mah!

Se ne vanno

- Ciao bella.

E’ il nero.

Urlo in silenzio, è un urlo come una galleria infinita senza aria e senza uscita. Dal fondo arriva un suono, piano, poi sempre più presente:  è la mia viola, riconosco il profumo del legno di rosa, le corde che cantano accarezzate dall’arco ma non è un canto, è un’eco straziante, confusa, assordante, fa male. Le palpebre si aprono nel bianco solare, qualcuno è vicino, sento il suo respiro.

- Ciao Francesca, a domani.

Sono sola, continuo a cadere, è una caduta verticale senza fine. Non c’è  terra da toccare, non c’è rete , non ci sono le tue braccia. Le mani mi chiudono in un telo e mi sollevano in alto, lo chiamano ‘il cambio’.

- Mettiamola giù, e un po’ in ordine, il principe si è degnato …

- Bè l’hai visto?

- Non bene, ha  la mascherina e il camice, tra un po’ entra.

“Alla buon’ora!…Tanto…”

Smetto di respirare, non posso smettere di respirare.

Una bambola difettosa da buttare. Vorrei potermi guardare allo specchio e vedermi con i suoi occhi.

Entra, è vicino, lo sento, si muove, mi gira intorno, non parla, non mi tocca. E’ un’assenza. E’ la mano che non mi ha fermato, sono gli occhi dietro la mia nuca un attimo prima di cadere, è lo sguardo altrove.

La botola


botola- Ho fame!

Quella voce mi svegliava tutte le mattine. Era infantile, melliflua. Aveva un timbro strano, come un rimbombo ovattato, riflesso fra sogno e risveglio, che non sai se l’hai sentito davvero o stai solo ascoltando a occhi aperti gli echi delle tue elucubrazioni oniriche.

Era da due anni che abitavamo in quella casa. Una grande soffitta e un giardino meraviglioso facevano di quel posto la realizzazione dei nostri desideri. Il sole entrava ovunque e i locali, ampi e ariosi, ti davano la sensazione di vivere in altri tempi.

Ma quella voce…

- Ho fame!

Chiesi a Norma se la sentisse anche lei e cosa ne pensasse. Lei mi guardò attraverso l’angolo della credenza, sul cui ripiano in marmo di Carrara stava spalmando marmellata di pesche su delle fette di pan carré.

- I vicini… – sussurrò, con un’alzata di spalle.

- Ma abitano a cinquanta metri!

- Qualche sistema di tubature, o le fogne.

Norma era fatta così. E forse aveva ragione. Pensai potesse trattarsi di uno di quei fenomeni dei quali non sospetti l’esistenza finché non ne senti parlare alla tv o su internet.

Quella domenica mi svegliò verso le cinque.

- Ho fame!

Fissai il soffitto immerso ancora nella semioscurità: ombre danzavano davanti ai miei occhi.

Andai in solaio a mettere un po’ d’ordine e fu dopo circa un’ora che vidi la botola. Non ci avevo mai fatto caso prima. Né io, né Norma. Si trovava fra la parete di fondo del solaio e la soffitta: probabilmente era un altro sgabuzzino e nessuno s’era accorto della sua esistenza. Forse perché per molto tempo quell’ambiente era stato riempito di cianfrusaglie e non lo frequentavamo spesso.

Salii su un cassone e tentai di aprire la botola, ma non cedeva. Sconsolato, stetti a fissarne le ante di legno grezzo.

Decisi che vi avrei dato una scorsa nel pomeriggio. E me ne dimenticai.

La notte dopo mi svegliò alle tre.

- Ho fame!

Mi buttai giù dal letto. Più che spaventato, ora ero arrabbiato e dovevo chiarire una volta per tutte quella storia.

Mi diressi subito verso la cantina: se la voce proveniva dal basso, avrei studiato un sistema per insonorizzare il tutto. Quando entrai nell’interrato, accesi l’unica lampadina che pendeva dal centro del soffitto ed ebbi un sobbalzo: un grosso cassone era caduto dal ripiano di cemento su cui era appoggiato, sfasciandosi. Imprecai. Una prima volta, per il danno in sé e per il lavoro che mi aspettava, ma subito dopo per un’altra ragione: se quel cassone era caduto durante la notte o la sera prima, doveva aver prodotto un botto simile a un’esplosione e io e Norma non avevamo sentito niente del genere. La cantina aveva mura spesse ed era quasi isolata dal resto del fabbricato. Quindi, la misteriosa vocina non poteva provenire né dalle fogne, né dai tubi di drenaggio.

Ormai non avevo più sonno e decisi di andare in soffitta e provare ad aprire quella botola.

Fu proprio quando le fui di fronte che mi accorsi che era socchiusa. Mi parve di avvertire una leggera brezza e un tanfo sottile provenienti da lì dentro. Mi allungai e d’istinto spalancai le ante.

Lo scricchiolio mi fece sobbalzare: un pugno di polvere mi invase gli occhi. Era buio pesto all’interno.

- Ho fame! – disse la voce.

Proveniva dal fondo buio della botola.

Con estrema attenzione mi arrampicai e penetrai in quel vuoto. Dall’oscurità una vaga evanescenza mi venne incontro. Repentina. Velocissima.

Mi sentii avvolgere da qualcosa che cominciò a stringermi con forza. Non sentii dolore, era come se fossi nella morsa di un vuoto d’aria o di una creatura invisibile.

Adesso sono ancora qui, nel buio. Ho perso qualsiasi percezione temporale.

Non riesco a muovermi, non so che luogo sia. Solo un’oscurità senza fondo e, lontano, come una galassia informe, come un quasar vagamente luminescente…

…una botola.

E sapete una cosa?

- Ho fame!

La piramide del passerotto


passerottoL’uomo uscì dall’auto ed estrasse da un fodero un modernissimo fucile finemente cesellato, con scene di caccia talmente accurate da poter distinguere il ghigno del cacciatore che spara e lo sguardo del cervo terrorizzato assalito dai cani. Un’opera d’arte, unica e letale. La cosa a cui teneva di più al mondo. Prese dalla tasca il tesserino venatorio e con bella calligrafia tracciò una croce sul giorno corrispondente. Quella fu l’ultima concessione alle leggi degli uomini. Caricò il fucile e quando lo richiuse questo emise una nota argentina, una specie di campanella che avvisava l’universo che da quel momento si sarebbe ripreso il posto che gli spettava di diritto in cima alla piramide alimentare. Si vide riflesso nella vernice nera della sua auto, si sentì bello e invincibile. Sorrideva mentre si dirigeva verso i filari di vite, quando un suono stridulo lo fece girare di scatto. Vide un passerotto minuscolo sul cofano della sua auto intento in una specie di danza razzolante. Preoccupato che gli potesse graffiare il cofano urlò contro il passerotto. Quello lo fissò, alzò di scatto la coda e rilasciò sulla sua auto una cacatina degna di un piccione. L’uomo represse a stento l’istinto di sparargli, a quella distanza avrebbe disintegrato mezza auto, ma quel passero doveva morire. Col viso contorto dalla rabbia sussurrò:

- Ok, piccolo bastardo, stai fermo lì che ti vengo a tirare il collo!

E cominciò ad accucciarsi sulle gambe e ad avvicinarsi il più possibile. Il passerotto si accorse di quell’uomo con lo sguardo assassino che gli veniva incontro, piegò la testolina per  vederlo meglio, con le alucce scostate dal corpo pronte alla fuga. Con un balzo l’uomo tentò di schiacciarlo ma il passerotto schivò il colpo e volò via, lasciandolo col cofano abbozzato e la mano dolorante e sporca di sterco. A quel  punto la bestia prese il sopravvento e mandando a fanculo migliaia di anni di evoluzione, l’uomo cominciò a roteare il fucile a mo’ di clava facendosi spazio tra la sterpaglia verso l’ingresso al casale dove si era rifugiato l’uccellino. Credendolo finalmente in trappola, si precipitò sulla soglia per impedirgli di uscire ma  perse l’equilibrio cadendo verso il basso.

Appena riprese i sensi si rese conto che era caduto sulle scale di una cantina e adesso si ritrovava con il petto dolorante sui gradini e i piedi impigliati nei rovi. Di fronte a lui c’era il suo fucile, poggiato in equilibrio tra due sassi e lo teneva curiosamente sotto tiro. Questo fatto assurdo e riprovevole dal punto di vista venatorio non lo spaventò, anzi gli confermò quello che aveva sempre saputo: e cioè che quel fucile aveva un’anima. Infatti cadendo avrebbe potuto sparargli uccidendolo ma non lo aveva fatto. Con il cuore colmo di riconoscenza l’uomo tentò di accarezzarlo per farsi perdonare per l’uso improprio che ne aveva fatto, ma riuscì solo a sfiorarlo, trattenuto com’era per le gambe da quell’intrigo di rovi.

I raggi di un sole prossimo al tramonto illuminavano la scena dandogli un’aura epica, e in quell’idillio irruppe con un frullar d’ali il passerotto che si posò sul calcio del fucile e continuò a saltellare fino all’impugnatura dove era raffigurato il cacciatore che abbatteva il cervo. Fu allora che sembrò accorgersi dell’uomo sdraiato a terra davanti a lui con gli occhi iniettati di sangue. Il passerotto però fu distratto da qualcosa di familiare che stava nella parte bassa del fucile. Fece un paio di saltelli e raggiunse quello che dal suo punto di vista assomigliava a un vermetto impettito. Così comincio a saggiarlo con colpetti via via più decisi. L’espressione dell’uomo cambiò dalla rabbia al terrore puro. Quello che sembrava un vermetto impettito per il passerotto, per il cacciatore non era altro che il grilletto del suo fucile. Tentò di togliersi dalla linea di tiro alzandosi sulle braccia, offrendo però un bersaglio maggiore.

Ci fu un’esplosione e il cacciatore vide alzarsi davanti a lui una miriade di piccole piume. Per un attimo sorrise. Il fucile in piena autonomia venatoria doveva aver fatto il suo dovere spappolando quel passerotto infame che pretendeva di invertire i ruoli della caccia. Quando il cacciatore realizzò che le piume svolazzanti erano uscite dall’imbottitura della sua giacca, il passerotto era già entrato nel foro lasciato dai pallini del fucile per pizzicargli il cuore col suo beccuccio delicato. Un cuore, purtroppo per il passerotto, tutto rovinato.

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