Archivio August, 2011

Io non sono una strega


Prima del rogo un processo informale, informale per tutti meno che per lui, il pretino bianco e stretto, seduto tra gli inquisitori. Lui ci crede che è bene bruciare quella giovane strega che fa male agli altri e che brucia nei suoi sensi fino a farlo sentire esplodere. E’ sua la colpa del turbamento che lo assalì la prima volta che la vide, bruna e carnosa, stretta negli abiti laceri. Dritta davanti ai suoi inquisitori dice: io non sono una strega, poi puntando lo sguardo fisso su di lui aggiunge: i miei carcerieri mi violentano.

Bianco di poco sangue, stretto nell’abito talare come dentro a un cappio, sente il fuoco della passione bruciarlo dentro.

Un momento di eternità: lei brucia lui e lui, in una mattina di ottobre brucia lei. Il corpo desiderato scompare dietro la nebbia di fumo densa come la sua passione annientata.

Li ha rincontrati tutti i suoi inquisitori, tutti e tre, compreso il pretino stretto e bianco. E’ lì nel suo letto e fanno l’amore, accesi entrambi dallo stesso mai placato desiderio di lui. E’ bello fare l’amore con un desiderio represso da tanto, pensa la strega che, mentre gli infila il coltello nella gola, sussurra: io non sono una strega.

Domopak


Non aveva chiuso occhio quella notte, l’ennesima di guardia in ospedale.

Il trauma cranico l’aveva impegnata in sala operatoria per quattro ore e poi era arrivata un’altra urgenza nel reparto spinali. Si era buttata a letto tardissimo, disturbata alle sei dalle voci degli infermieri che iniziavano il giro letti.

Sul tetto, il ticchettio distinto della pioggia di un temporale estivo, che di solito odiava, ma quella mattina – chissà perché – ne amava il rumore.

Quando allungò il braccio per cercare l’interruttore della luce, Lucia avvertì un grave impaccio nell’articolazione delle dita. “Cristo, ho fatto un ictus!” fu il primo pensiero, subito fugato da una scoperta ben più inquietante. Realizzò presto, infatti, che la mano era una massa omogenea, un po’ appuntita, capace solo di movimenti grossolani; la sensibilità era conservata, ma la fine motilità inesistente.

Abbandonata quell’appendice inutile sul materasso, Lucia restò distesa sul letto.

Si sentiva gonfia in modo abnorme, come se fosse gravida di 10 figli e per quanto si sforzasse non riusciva a flettere il capo per osservarsi, non trovando alcun punto d’appoggio.

Con la luce opaca che filtrava dal corridoio, riusciva a vedere il soffitto e  le pareti screpolate della clinica: a destra gli armadietti in metallo che sembravano dismessi da vecchie palestre; a sinistra il poster ormai consumato di lupo Alberto, che non riusciva più nemmeno a far ridere; di fronte, il crocefisso stereotipato di plastica che era uguale in tutti i letti di tutte le camere e forse di tutti gli ospedali d’Italia.

Mentre la pioggia continuava a cadere, un raggio di luce attraversò le tapparelle socchiuse e la illuminò per qualche istante rendendo evidente la sua nuova, inconfutabile realtà di cetaceo viscido ed enorme.

Era un ammasso compatto di adipe rivestito da una pelle lucida come domopak di alluminio.

La cute, umida e di colore ceruleo, era coperta di fitte goccioline perlacee che assumevano riflessi iridescenti. Gli slip erano scivolati in basso fermati, nella loro discesa, da una protuberanza che sembrava una pinna; il reggiseno di pizzo si era completamente lacerato e i brandelli, rimasti sul ventre, seguivano il ritmo del respiro.

In un istante rivide i molti pazienti deliranti, psicotici, con alterata percezione del proprio corpo, allucinazioni più o meno complesse che per anni erano passati nel suo ambulatorio.

“Forse è un sogno” – pensò – “forse ieri ho assunto per sbaglio ketamina in rianimazione”. Forse.

Contrasse i muscoli addominali e, nel tentativo di uno slancio, scivolò pesantemente planando sullo scendiletto con un tonfo violentissimo che scosse il pavimento. Alle grida della caposala, entrata col passepartout, tutti accorsero nella stanza del medico di guardia.

Per terra un animale enorme, forse una balenottera, accennava a movimenti scoordinati e boccheggiava. Lo spettacolo surreale di un cetaceo spiaggiato su un pavimento bianco di un ospedale bianco che puzzava di disinfettanti era reso raccapricciante dalla biancheria intima lacerata  e disseminata per terra.

Lucia sentiva tutti i commenti, anche quelli bisbigliati sottovoce (“povera Lucia, era così brava, ma ultimamente sembrava stressata”; “che disgrazia! dopo la morte del marito lavorava solo, le dicevo sempre di ridurre i ritmi e trovarsi un fidanzato… era così bella”; “poveretta, guarda come si è ridotta; e pensare che voleva prendere un’aspettativa, ma il primario non gliel’ha concessa perché siamo in sotto organico”; “chissà cosa penserebbe se si vedesse! Lei, che non arrivava a 50 chili e che ora è un pachiderma debordante”; “certo che il reggiseno era raffinato! Ma dico io, vieni di guardia con la lingerie di marca?”).

L’avrebbero portata via a forza, come i pazienti dei trattamenti sanitari obbligatori. Non avrebbe più avuto la capacità di parlare, come migliaia di pazienti con ictus. Non avrebbe più avuto l’uso degli arti, come il ragazzo con trauma spinale della notte appena trascorsa.

Avrebbe avuto una veste diversa: color argento, invece che bianco, forse più elegante del camice – riuscì a sorriderne drammaticamente al pensiero.

Si sentiva circondata dagli sguardi spaventati dei colleghi di sempre, coi quali aveva condiviso tanto lavoro, vita e risate. Claudio, Anna, Luca, Elena, Antonio e tutti gli infermieri. Li vedeva con la coda dell’occhio, attoniti. Più del suo corpo, pesava ora il loro silenzio, che era un muro invisibile, invalicabile, ma tangibile come il disagio.

Mentre la trasportavano fuori, un portantino esclamò
- La balenottera va in acquario: codice rosso! Attivate l’anestesista.

I pensieri all’improvviso si immobilizzarono, i rumori divennero un ronzio di fondo incomprensibile, lo sguardo restò inchiodato sulla fontana all’ingresso della clinica. Non c’era più odore di ospedale, di disinfettanti, di amuchina: non c’era più nessun odore. L’arsura in bocca era priva di gusto e il cielo non era più cielo, ma solo un enorme, omogeneo, lenzuolo azzurro. Lucia si concentrò, contrasse forte i muscoli pettorali e mosse le pinne anteriori.

Come un blocco di metallo


Ripresi i sensi nel retro del supermercato, sapevo che ero lì per via del rumore del tritacartoni che di tanto in tanto s’attivava, mia madre non faceva altro che lamentarsene: ci esploderà in faccia, diceva, ci devasterà la casa. Ne dubito, le rispondevo. Avrei voluto gridare, chiamare aiuto, invece me ne restavo muto, gettato a terra come un sacco d’immondizia, abbandonato come un’auto allo sfasciacarrozze. Non avevo neanche la forza di riaprire gli occhi. Bastardi! Chiunque fosse stato. Perché se l’erano presa con me? Sentivo la pancia gelata, qualcosa di profondo, come se avessi ingoiato un grosso blocco di metallo, avvertivo anche il rumore di un venticello delicatissimo, mi sentivo addirittura penetrato da questo soffio sottile eppure la sensazione di freddo derivava da qualcos’altro. Devo essere paralizzato, pensai prima di perdere di nuovo i sensi.
Mi risvegliò una voce potentissima, che non ricordavo di avere mai sentito prima: “ALZATI ACTARUS, VIGLIACCO”, ancora più sorprendente fu la mia voce che uscì repentina, non lo feci neanche finire: “ALABARDA SPAZIALE”, dissi, riaprii gli occhi, rividi il mondo come fissato nel flash di una fotografia col mio ginocchio destro in primo piano. Lo feci secco al primo colpo, purtroppo rovinò proprio sulla casa.

Polemica fra stoviglie


Camminai lungo il viale scarsamente lampionato che si snodava fra macchie squadrate di verde e le unità di quella che un architetto spastico e volubile aveva pensato come città giardino.

Tornavo fischiettando in bici dal convegno, tenutosi in città, sull’imprescindibile ruolo della morale nelle favole di Esopo e di stampo esopico.

Arrivai al cancello della mia villetta, tutta nel verde, come si addice all’ecofilia di uno scrittore.

Lo aprii e cercai di non scivolare sul selciato, cosa difficile data la pioggia di tutta una giornata e che quasi inciampavo nelle mie stesse occhiaie, tanto erano lunghe a causa della sera precedente: avevo dormito malissimo. E da allora non ero stato proprio lucidissimo.

Già dopo tre metri di danza cubista da pattinatore assonnato, proprio sul portone, le grida mi colpivano come fruste. Mi diressi subito in salotto. E mi accorsi che Giovanna, la domestica, distrattamente o forse solo immoralmente, dopo aver pulito le stoviglie le aveva riposte con un metodo tutto suo, che per l’archetipica incapibilità ricordava quello secondo cui Stephen King inventa le trame.

Voglio dire, non è difficile: così come le vocali vanno con le vocali e le consonanti con le consonanti (tranne la y e la w, dalle tendenze mignottesche), allo stesso modo le porcellane vanno con le porcellane e i legnacci da polenta col set da polenta.

Invece Giovanna, che è forse per la stoviglia cosmopolita, ha messo tutto nella cristalliera del salotto. E quindi litigavano, scodella e piatto, talmente forte da far tremare i flûte, da sbaragliare i bicchierini da sei once. La ciotola di Limoges rivendicava la sua nobiltà intrinseca, esternata anche dalla ricercatezza nei suoi tatuaggi blu e oro. Il piatto di legno ribatteva che lei non smuove mai nulla. La ceramica diceva che in questo sta la nobiltà, il privilegio della delicatezza, che viene sfruttata solo nei galà, e più per essere guardata che per abbassarsi a servire qualcosa a qualcuno.

Il piatto parlava di purezza dei lavori sporchi. Diceva di costare poco e produrre tanto. È lui a nutrire i lavoratori, a portare la polenta ai boscaioli, ai muratori. È senza fronzoli.

La ceramica rimase nel suo freddo distacco. Chissà quale peccato ha ereditato il povero piatto, si chiese in stereofonia la porcellana, chissà quale tara giudiziaria, per essere costretto a sporcarsi di continuo, a perpetuare la grettezza, lo scarso spessore che fu dei piatti (o zuppiere) genitoriali.

Il legno non ci vide più: con la base ben aderente sulla mensola, si scagliò contro la ciotola facendole attraversare tutta l’anta di cristallo e sparpagliandola ovunque.

Ora, demagogia a parte, quella ciotola costava un patrimonio. Mentre lei lamentava la scompostezza dei suoi pezzi, io decisi la punizione per il piattaccio. Lo prestai come pitale al vecchio di fronte.

Lo trovai dopo due giorni, che spuntava dal cassonetto a sospirare una libertà persa. Il vecchio tornato dall’edicola mi spiegò che s’impregnava troppo facilmente dei suoi umori, e per altro era concavo e lui più che una vescica aveva un boiler da ufficio.

Tutta la cosa lì per lì mi sembrava ovvia, ma poi ci ho ragionato per tutto il giorno. Che senso aveva tutto ciò? Questi giorni non possono non avere un senso. Ho sprecato un pezzo di esistenza?

Dopo due ore di insonnia mi stappai. Urlai al vecchio, che pur non essendo un filosofo studiava i classici. E quello con un secchio d’acqua in mano mi rispose:

-La morale è che o prendi le ciotole dei cani o prendi contenitori di metallo o plastica. Guarda qua! E fu la notte di sonno più bella e bagnata di sempre.

Animali d’estate


Quando eravamo piccole io e mia sorella trascorrevamo ore a fantasticare sul nostro animale inventato. Mai avrei immaginato che a quarant’anni ne avrei incontrato uno. Per forza che non l’avevo mai notato. Se mai lo intravidi, fra le fronde di un albero, nel buio della notte, lo scambiai di sicuro per un gufo con le sue zampette da pollo, il corpo paffuto e gli occhioni gialli.

Nell’avvistare l’ampiezza alare delle sue estremità di pipistrello rotearmi sulla testa avrò di certo urlato e, con le mani fra i capelli, sarò corsa il più lontano possibile. Tutt’ora, se mi imbattessi nelle orme delle sue tre unghie, impresse sulla spiaggia di mattina presto, lo crederei senza dubbio un gabbiano.

Invece, io e mi sorella, ce l’eravamo sempre immaginato con zampe da uccello, testa di gatto e con il corpo affusolato avvolto in un gran pannolone, chiuso con il velcro, proprio sotto all’ombelico. Magari le ali ce l’aveva pure dietro la schiena, ma noi l’abbiamo sempre disegnato di fronte.

Artemio Trombin ha visto la luce


All’una di mattina del ventiquattro maggio il letto numero sedici del reparto di medicina dell’ospedale “Mario e Pippo Santoanastaso” di Grantortello era occupato da Artemio Trombin di professione fabbro in pensione. Motivo del ricovero:  infarto del miocardio dovuto al sovrappeso associato al dolore straziante per la prematura perdita del suo amato iguana Karl Marx.

Nel letto a fianco riposava Giuseppe Folletti detto “Brugola”, di professione idraulico, elettricista, a volte pittore. Motivo del ricovero: intossicazione alimentare dovuta a una non meglio precisata quantità di grappa di pioppo ingerita la sera stessa e  prodotta in casa dallo stesso Folletti.

Il Trombin era stato ricoverato il giorno precedente. L’occlusione arteriosa lo aveva colpito a tradimento durante l’ora di pranzo ed era crollato, come ciccio morto cade, finendo con la faccia dentro la terrina di gnocchi al ragù fatti in casa; di fronte lo sguardo impietrito e un po’ schifato della moglie.

Portato a terra dal secondo piano con la gru di un camion da traslochi, era stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso con gli gnocchi ancora fumanti dentro il taschino della camicia e non si era più ripreso.

Lo avevano successivamente trasferito nel reparto di medicina e ora, Artemio Trombin fabbro in pensione, disteso sul letto, vestito come un paggetto gigante, con un paio di pantaloni del pigiama, azzurri, di due taglie più piccoli, una canottiera con intarsi di ragù sul ventre rotondo, giocava la sua drammatica partita con la morte.

Alle due del mattino la morte vinse per uno a zero.

Non c’era nessuno vicino a lui quando accadde e, d’altro canto, i decessi in ospedale sono all’ordine del giorno (anche in cantiere ma questa è un’altra storia). Ma se qualcuno fosse stato presente si sarebbe accorto del momento in cui veniva esalato l’ultimo respiro se non altro per il fatto che, un istante dopo la sua dipartita, il corpo di Artemio Trombin di professione fabbro in pensione, era sospeso in aria a circa un metro dal letto.

Quando Marisa Perelli, infermiera neodiplomata al suo primo incarico, un quarto d’ora dopo entrò nella stanza, non si avvide subito dello strano evento che si stava verificando in quel momento sul letto numero sedici; anche perché la stanza era immersa nel buio e la Perelli era immersa nel rincoglionimento da sonno. Di conseguenza, l’ignara novizia, si diresse spedita verso il letto del Folletti con la flebo di fisiologica in mano. Appena accesa la luce ebbe un sussulto nel  trovarsi davanti il Brugola seduto sul letto con lo sguardo fisso, catatonico, che puntava all’altro lato della stanza.

Dopo aver inutilmente tentato di ravvivare il paziente scuotendolo più volte come una maracas, l’infermiera si girò per cercare di capire cosa attirasse tanto l’attenzione del Folletti.

Nel trovarsi di fronte il Trombin-dirigibile, l’infermiera Marisa Perelli infermiera neodiplomata al suo primo incarico, venne ad assumere, per uno strano caso di osmosi catatonica, la stessa espressione inebetita del Brugola seduto al suo fianco.

Dopo circa due minuti di stand-by il cervello della Perelli ricominciò lentamente a inviare blandi segnali al resto del corpo che le consentirono di uscire meccanicamente dalla stanza e avviarsi verso l’ufficio dove si trovava la collega intenta a seguire la replica della puntata tremilaseicentosette di “Frittelle”, la soap opera più vista del momento.

Entrata nell’ufficio l’infermiera, esprimendosi solo con consonati, fece capire, con qualche difficoltà, a Bianca Storti la sua anziana collega, di seguirla.

La Storti, seccata per dover abbandonare la sua soap opera preferita e per non aver avuto un rapporto carnale con nessuno tra animali vegetali o minerali, negli ultimi sei anni, si diresse verso la stanza, preceduta dall’amica.

Affacciandosi alla porta smadonnando, guardò prima in cagnesco il Folletti che oramai stava seduto nella posizione del loto in contemplazione e poi si rivolse in direzione dello sguardo di quest’ultimo, imbrugolendosi di colpo anch’essa.

Le ci volle circa un minuto per riprendersi (meno della collega per una valida questione di anzianità) dopo di che, sbalordita, si avvicinò al corpo fluttuante del Trombin e lo toccò senza però provocare nessun spostamento sostanziale da parte del fabbro volante. A quel punto, riprese ormai in mano le redini della propria psiche, la Storti si ricompose tornando ad assumere, almeno parzialmente, un atteggiamento professionale. Prima di tutto decise di verificare le condizioni del Trombin. Salita su una sedia, armata di stetoscopio e sfigmomanometro, constatò l’avvenuto decesso del paziente; poi, con fare deciso, ordinò alla Perelli di salire sull’altra sedia, di appoggiarsi sul corpo sospeso e di premere verso il basso con tutta la forza che una neodiplomata con contratto part-time può imprimere.

Dopo diversi tentativi  falliti di riportare il corpo nella sua sede naturale e dopo aver escluso la proposta della collega di aggiungere tre materassi  sul letto per mimetizzare l’evento e lasciare che se la sbrigassero i colleghi del turno successivo, Bianca Storti decise che l’unica cosa da fare, per quanto estrema e pericolosa, fosse quella di svegliare il medico di guardia.

Sentendosi chiamare dolcemente il dottor De Tommaso, cardiochirurgo di provata esperienza con l’hobby dell’origami, si alzò lentamente, si sistemò alla bell’e meglio, si mise la giacca, prese la borsa e, ancora assonnato, salutò cortesemente l’infermiera avviandosi verso la porta per tornarsene a casa.

Fu a quel punto che l’infermiera Storti gli fece notare che erano le tre e un quarto del mattino e che lo aveva svegliato in quanto si era verificato un piccolo problema di nessuna importanza con  il paziente del letto numero sedici.

Il dottor De Tommaso, giustamente paonazzo e inferocito, cominciò a inveire nei confronti della poverella accusandola di incompetenza e di non conoscere il regolamento il quale prevede che:  a meno di catastrofi naturali di bibliche proporzioni, partita della nazionale di calcio in diretta da un altro continente o festa con possibilità palesi di accoppiamento, un medico di guardia non va mai svegliato.

L’infermiera, titubante ma sicura (mah!), chiese al medico di seguirla e mentre questi la minacciava di ritorsioni nei confronti della famiglia, si avviarono verso il letto numero sedici. Il De Tommaso entrò sbraitando nella stanza e vedendo  il Trombin-pallone galleggiare sopra il letto, forte della sua decennale esperienza e della freddezza che si addice a un cardiochirurgo di fama internazionale, svenne.

Quando, cinque minuti dopo lo risvegliarono, il dottore non riusciva a credere ai suoi occhi: un paziente, oltretutto morto senza preavviso, fluttuava a un metro circa di altezza sopra il suo letto senza permesso contravvenendo a tutte le regole dell’ospedale.

La prima cosa che il De Tommaso fece fu quella di controllare la cartella clinica perché così si addice a un vero professionista, dopodiché, con la velocità di una prostituta che fugge da una retata, diagnosticò al Trombin una forma estrema di aerofagia la quale, impedendo la fuoriuscita di gas dal corpo, lo portava ad essere più leggero dell’aria.

A quel punto l’infermiera Perelli che, mentre ascoltava la diagnosi immaginava i genitori del De Tommaso disperarsi per i soldi gettati e le ferie sacrificate allo scopo di far studiare il figlio, fece notare che il corpo del paziente, essendo questi deceduto, non avrebbe potuto trattenere del gas ma, anzi, rilasciarlo.

Il medico, voltandosi di scatto con sguardo diabolico e carbonizzandola sul posto, le fece notare a sua volta che i genitori avevano speso fior di quattrini e rinunciato alle ferie per anni pur di farlo studiare e quindi non era prevista nessuna  forma di incompetenza nel suo agire; si trattava di aerofagia e la cosa finiva lì. Rimaneva il problema di riportare il corpo nella sua giusta allocazione.

Nel frattempo, come da prassi, l’infermiera Storti aveva contattato il prete per l’estrema unzione mentre il Folletti, ripresosi dallo choc iniziale, era disteso sul letto circondato da una collana di aglio di poco chiara provenienza recitando il Padre Nostro e l’Ave Maria alternati in sequenze da dodici con la Bibbia in una mano e il Corano nell’altra, perché è sempre meglio abbondare che deficere.

Quando Don Mario, cappellano dell’ospedale nonché ex missionario presso la chiesa di Nostra Signora delle Insolazioni a Miami, entrò nella stanza, vedendo il corpo del Trombin galleggiare coperto da un lenzuolo si fece prontamente il segno della croce e pronunciò alcune parole incomprensibili riguardo a un non meglio precisato demone avicolo distraendo il Brugola e facendogli perdere il conto dei Pater Noster, prontamente sostituiti con considerazioni più o meno veritiere sulla presunta attività lavorativa della madre del parroco.

Donna Mirella, moglie del Trombin, anch’ella avvisata prontamente dall’infermiera, giunse nel momento in cui veniva impartita l’estrema unzione con apposito innaffiatoio a collo lungo, per ovvi motivi. Nel vedere il marito morto e volante esplose in un pianto disperato e venne colta da malore immediatamente soccorsa dalla Perelli la quale le riempi le tasche di oggetti pesanti recuperati al volo, allo scopo di zavorrarla (nel dubbio …).

Alle sei e trenta circa del mattino, mentre il dottor De Tommaso pensava a piombare la salma, donna Mirella pensava che il vestito buono per il funerale si trovava in lavanderia, don Mario recitava le orazioni su un bignami di Penthouse, le infermiere inzuppavano fette biscottate nel caffellatte e il Brugola pensava a che numero potesse corrispondere il morto volante nella smorfia napoletana, il corpo di Artemio Trombin di professione fabbro in pensione, emise una scorreggia da guinness dei primati fonando i capelli del parroco, immediatamente seguita da un rutto di undici secondi netti modulati in Do minore e si riadagiò sul letto sottostante.

I presenti osservarono e ascoltarono la scena sbalorditi e proprio mentre il dottor De Tommaso si preparava ad accogliere i complimenti per la diagnosi inequivocabile, gli occhi di Artemio Trombin di professione fabbro in pensione, si aprirono.

Si guardò lentamente intorno, un po’ stupito dalla presenza di tutta quella gente nei pressi del suo letto, poi, accortosi della moglie le disse:

- Sai, ho fatto un sogno stranissimo. Ero stanco e affamato in un luogo che non conoscevo. Poi, ad un certo punto, in lontananza, è apparsa una luce bianca che mi invitava ad andare verso di lei, solo che…

- Solo che, cosa? – ribadì la moglie.

- Solo che ero troppo stanco e debole per muovermi, non riuscivo a raggiungerla… per quanto mi sentissi attratto. Poi, d’improvviso…

-D’improvviso?- ripeté don Mario, che già prospettava la pubblicazione di un libro dal titolo “La luce esiste l’ha vista un mio amico”.

-D’improvviso- riprese Trombin- la luce è venuta verso di me, lentamente. Oh, se tu avessi potuto vederla, era così bella, così dolce, così chiara, intensa, profumata e mi si è fermata davanti, proprio qui- disse indicandosi il viso.

-E tu? – chiesero tutti all’unisono, in preda all’ansia di ricevere la sacra rivelazione.

-E io… l’ho mangiata.

Il castorto


Non può non parartisi davanti, anzi di lato, un castorto. Ha due occhi uno più basso e uno più alto, due orecchi, uno a destra e uno al centro, quattro zampe, una per punto cardinale. Il pelo è folto in alcune zone del corpo raso in altre ed è completamente glabro in altre ancora. Abita i corsi d’acqua nei pressi dei quali raccoglie rami, foglie e detriti che ammonticchia in una sorta di diga del tutto inutile perché non raggiunge mai la riva opposta. A volte però incrocia un’altra costruzione sconclusionata con sopra un altro castorto impegnato nella medesima operazione. Se il castorto è di sesso opposto e se i due riescono a trovare le rispettive gonadi si accoppiano. Più spesso si fanno male.

Alivi fritti e frise cunzate


Chiuse la porta in modo brusco perché capissero che era seccato. Dalla cucina si spandevano odori di soffritto, vapori di verdure cotte e aromi invadenti. Santo amava tutt’altro: l’odore degli scaffali di legno massello, dei libri ben rilegati, dei rivestimenti in pelle e stoffa pregiata. Aveva vinto la sua scommessa: avvocato, a Milano. Con il paese d’origine aveva tagliato i ponti, con gli amici calabresi aveva tagliato i ponti; ora sbatteva la porta davanti agli odori paesani, alla cucina tradizionale della sua terra. Non che avesse malanimo verso Rosina, Vincenza e Adele, le tre zie sorelle della mamma che erano salite fin lì, ma tutto quel lavorio di soffritti e sformati era insopportabile in casa, e soprattutto inopportuno. Solo tre porte più avanti, in fondo al corridoio, c’era la stanza della mamma morente e bisognava averne rispetto. Si entrava in silenzio nella penombra. L’odore era quello, discreto e inconfondibile, dei saponi antisettici, degli inalatori balsamici, delle salviette all’acqua di rose.

Da sei giorni la  donna non apriva più gli occhi: pallida, scavata in viso respirava a fatica, come se le narici tentassero di catturare, disperatamente, le ultime gocce d’ossigeno. Sei giorni scanditi dal gorgogliare sottile della bombola, nella sua stanza; sei giorni scanditi dal ribollire impetuoso delle pignatte, in cucina. Santo non ricordava più quale delle tre zie fosse la maggiore e quale l’ultima nata, ma questo contava poco: erano tanto anziane. Anziane ma irriducibili. Zia Rosina, la più invadente, lo inseguiva per casa con piatti di cibo fumante in mano:
- Santuccio, ti devi sostenere, forza!

A nulla erano serviti i suoi rifiuti sempre più perentori, lei lo guardava con quegli occhi piccoli ravvicinati, scuoteva la testa e batteva in ritirata, ma per poco. Ultimamente si appostava nel corridoio per tornare all’attacco con nuove proposte:
- Forza Santuccio, un po’ ti devi sforzare!
Non era più al sicuro nemmeno nel suo studio, la zia Rosina bussava mestamente ma in continuazione alla porta. Era esausto, cominciava a odiarle.

Vestite di nero, erano arrivate in treno con una scatola contenente le scarpe e il vestito per l’ultimo viaggio della sorella. Solide lavoratrici, esperte ai fornelli, assistevano la mamma e cucinavano, cucinavano, cucinavano. Ma per chi? Perché mai? In casa non c’era più verso di meditare, di dire una preghiera, di congedarsi da una persona amata come Dio comanda, perché le tre vegliarde procedevano incuranti con la loro cucina.

Alla sera del settimo giorno, Santo, affranto ed esausto, avendo l’impressione che la madre stesse peggiorando, chiamò il prete per l’estrema unzione. Quando Don Nicola arrivò, nella camera silenziosa si diffuse un lieve profumo di incenso e i due iniziarono a pregare sommessamente. Nella solennità del momento, improvvisamente, la porta della cucina si spalancò e vapori potenti proruppero nella casa. Odori indimenticati di “alivi fritti” e di “frise cunzate” invasero l’ingresso, il salone, lo studio e si diffusero inarrestabili per il corridoio. Le tre zie entrarono di prepotenza, una dopo l’altra, nella stanza della sorella dove il prete si stava ormai congedando. La zia Rosina cercò di infilare un rosario nelle mani della morente, mentre la zia Vincenza cercava di aggiustare i cuscini dietro la sua testa e la zia Adele pettinava i capelli scomposti.

Santo ebbe un moto di insofferenza, spalancò la finestra  e si avvicinò alle sorelle per allontanarle, quando la madre aprì gli occhi, si guardò intorno smarrita, tirò su la testa e disse:
- Santo, ho fame.

Le mani di Maria


E’ ormai da alcuni mesi che non entro più al pub. Tento di sbirciare i movimenti all’interno, per quel po’ che mi consente la visuale dalla panchina accanto all’ingresso. Per il resto immagino: il banco in cui spillano la birra, la macchina del caffè, i piatti con gli stuzzichini.

Ci ho passato una vita là dentro: a sbevazzare birra rossa, ad ammiccare e a sbavare dietro i fondoschiena delle ragazze che passavano da quelle parti. Quelle stesse giovani paesane che prima non mi degnavano di uno sguardo – e sicuramente mi detestavano per le battute e per il ventre dilatato dalle troppe birre – ora si fermano a salutarmi, quando mi vedono accanto alla panchina. Mi accarezzano, mi coccolano: emettono striduli gridolini di gioia che avrei trovato piacevoli sino a poco tempo fa, ma ora le frequenze troppo alte mi irritano i timpani. Ma quello che mi fa incazzare di più è il non poter ricambiare le carezze, per paura di ferire i loro bei visini. E sono costretto a limitarmi a tirar fuori la lingua con voluttà, in risposta ai loro sguardi. Ora che sono Bobo, il cane beagle di Sandro, mio amico di infanzia.

Ho saputo tutto da lui, su dove ero andato a cacciarmi. Io non ricordo niente ma glielo ho sentito raccontare un sacco di volte: rientravo da una cena, parecchio cotto, e per evitare di travolgere un grosso cane, sono andato a schiantarmi contro una quercia. Io, crepato sul colpo; i miei amici praticamente illesi. So solamente di essermi ritrovato senza braccia e a quattro gambe, ma soprattutto a chiedermi come avrei potuto, senza mani, impugnare il mio boccale preferito.

Di smettere di fumare non ho risentito. I primi giorni da Bobo provavo ad annusare i mozziconi ancora fumanti, gettati sul marciapiede: disgusto totale, tanto da farmi arricciare comicamente le narici.

Quello che mi manca sono le mani di Maria, la ragazza del pub, mentre impugnano la leva della birra alla spina. Già da allora avrei voluto annusarne a fondo il loro profumo: mani piccole, dita corte e paffutelle. E a me pareva che quelle mani conoscessero i segreti del rubinetto della felicità. Spillavano la birra con leggeri colpetti, avanti e indietro. E, se ti andava bene, sfioravi le tue dita con le sue mentre ti consegnava il boccale. Fremevi per quel contatto e già pensavi a ordinare la prossima birra. Ed ero convinto che prima o poi anche lei avrebbe provato quel fremito. Ma ora che sono Bobo…

Per il resto è routine. Sandro, oltre che buon amico di infanzia, lo scopro un ottimo padrone. Mi nutre bene – inizialmente le crocchette che detestavo furono sostituite da quelle poliproteiche alle cosce di pollo – e cura minuziosamente la mia salute e la mia igiene personale. Guaisco di gioia se la sera si presenta con il guinzaglio delle occasioni importanti: so già che c’è musica nel giardino del pub. Piccoli concertini che, nonostante il fastidio di qualche hertz di troppo, mi divertono. Una volta un chitarrista blues semifamoso ha addirittura chiesto di fare una foto con me. Dovevate vedere l’invidia dei paesani.

Oggi è la notte di ferragosto, illuminata da una luna così piena da non farmi dormire. Sto qui, fuori dalla mia cuccia, a fare ombra ai rombetti della rete metallica che mi circonda. Fa caldo e ogni tanto ululo, pensando alle rosse medie che si starà facendo il maremmano che ho scansato quel giorno. Spillate dalle mani di Maria…

Un altro


Era andato in ufficio, ma al suo posto c’era un altro.

Era andato a prendere la figlia a scuola, ma un altro era passato a prenderla.

Era tornato a casa, la chiave non girava nella serratura. Suonò il campanello e gli aprì sua moglie che era sposata con un altro. Il suo cane, cioè il cane dell’altro, lo morse a una gamba.

Era andato a casa dai suoi genitori, ma gli chiusero la porta in faccia. Aveva fatto in tempo a vedere la foto all’ingresso: in mezzo a mamma e a papà c’era un altro.

Era una situazione senza senso e l’unico modo per uscirne era quello di gettarsi da un ponte altissimo.
Morì sul colpo e nell’altro mondo andò subito da Dio per chiedere spiegazioni.
Ma Dio non era Dio. Era un altro.

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