Archivio September, 2011

La fresca sur maraggio


S’arriggerava ‘na fresca a ‘na ferraglia. Trizzicava i pedi ritti pe’ mira er maraggio. Pria della fresca un fresco la strizzava pe’ le cicce. Er mare scialacquava su la chiggia e il mamarcone ondeggiava sulla rotta. A n’ tratto il fresco glie porpone:
- Arrappate alle mano, famo l’aereoplano!
Ma la fresca timidosa l’anfratto la paventa, dice:
- Io c’ho trimone, nun è che annaspo il baffo?
- Nun te pija parella! – glie fa tonnato a triglia, – Nun raggio er vivo ar vento, fidate der fresco!
Così che fresco e fresca palavano sul maraggio come che il mamarcone fosse n’aquilaccio.

L’anfratto finì in fratta, col fresco impitonato. Pria de trombolà addosso an sasso inghiacciolato.

0-0-10. Dov’è la difesa?


L’estate stenta ancora a presentarsi a Londra, mentre la primavera balla il suo consueto valzer di pioggia, freddo e fango. L’Inghilterra sembra il maggior produttore di fango sulla faccia della terra. Soprattutto sui campi di calcio sparsi per il paese. Tonnellate di fango che impediscono di far girare la palla in modo preciso, veloce, efficace. Un delitto per gli schemi di gioco di Sandor Ferezy, l’allenatore ungherese che in Inghilterra chiamano “L’italiano”. Ha passato moltissimi anni ad allenare nel nostro Paese, senza vincere alcun titolo. Nessuno scudetto, né Coppa Italia, né tantomeno coppe internazionali. Sandor Ferezy è l’allenatore meno titolato al mondo, eppure le sue squadre sono state amate, ammirate, studiate dai tanti appassionati. L’unico incoveniente è che non riescono a conquistare la vittoria finale. Ci arrivano vicino, ma perdono sempre la partita decisiva. In questo Sandor assomiglia al suo maestro, il serbo Bruno Paletic, che con il suo fantasmatico schema di gioco, un solo difensore in compagnia del portiere più nove attaccanti, aveva illuso tanti tifosi in giro per il mondo. Senza poi vincere niente. Famosa la finale di Coppa dei Campioni giocata al Bernabeu di Madrid il 27 maggio del 1980, quando la squadra allenata da Paletic, la Stella Rossa di Belgrado, concluse il primo tempo in vantaggio per tre a zero sull’Amburgo guidato da Franz Krakauer, chiamato il “cecchino di Lubecca” (qualcuno, nei giorni precedenti il big match, aveva tirato fuori delle vecchie storie risalenti alla Seconda Guerra Mondiale). Paletic alla ripresa del gioco, malgrado il presidente della Stella Rossa gli chiedesse di modificare il suo leggendario 1-0-9 mandando in campo qualche centrocampista per difendere il risultato e vincere la coppa, scelse di presentare la stessa formazione. Anzi, con quegli inconfondibili occhi rosso acceso, ammonì i suoi giocatori di non arretrare, nemmeno di un centimetro, il loro raggio d’azione.

- Io voglio ancora fare gol!!! – gli urlò dietro il grande Bruno, mentre salivano le scalette dello spogliatoio per iniziare il secondo tempo, che si rivelò fatale per l’allenatore serbo. La Jugoslavia era ancora sconvolta dalla morte del suo Condottiero, il Maresciallo Tito e una vittoria calcistica le avrebbe per qualche momento risollevato l’anima. Ma i giocatori jugoslavi vennero trafitti dai contropiedi dei tedeschi che trovarono delle praterie in mezzo al campo, soprattutto il grande Kevin Keegan che con la sua chioma riccia volava indisturbato nella metà campo avversaria, offrendo assist e dispensando gol. Il portiere serbo per la disperazione prese a pugni l’attaccante dell’Amburgo, Horst Hrubesch, una specie di panzer tedesco con la pancia piena di birra, il quale nel frattempo aveva avuto il tempo di segnare due goal. La ripresa si chiuse cinque a quattro in favore dell’Amburgo. Le telecamere dell’Eurovisione, dopo la fine della partita, inquadrarono a lungo il viso vitreo di Paletic, immobile dentro la panchina dello stadio, con il presidente della Stella Rossa che tentava di avventarglisi contro, disperato all’idea di non aver potuto dedicare la vittoria di Coppa al Maresciallo Tito (e quindi, di conseguenza, di non poter diventare un eroe della Patria). Dovette intervenire addirittura la Guardia Civil per portarlo via. Fu allora che l’allenatore serbo chiese asilo politico, dato che a Belgrado lo aspettavano i famosi ultras della Stella Rossa per appenderlo a testa in giù da uno dei lampioni di Piazza della Repubblica. Nel corso degli anni Paletic è stato anche accusato di aver favorito con quella sconfitta la dissoluzione della Jugoslavia. Il povero allenatore serbo è stato costretto a darsi alla clandestinità. Qualcuno, ma la notizia non è stata confermata, l’ha visto allenare dei ragazzi alla periferia di Helsinki, alcuni anni fa, con un modulo di gioco addirittura più offensivo del suo 1-0-9. Lo 0-0-10. Uno schema che al mondo ha praticato soltanto l’allenatore brasiliano Valdos Marana, il “pazzo di Rio de Janeiro”, all’inizio degli anni settanta. Anche Marana non ebbe fortuna e venne cacciato da tutte le squadre che aveva allenato. Lo 0-0-10 rimane comunque un incredibile sfida di gioco che neanche Sandor Ferezy ha avuto il coraggio di tentare. Almeno per il momento. Significherebbe che tutti i giocatori dovrebbero stazionare per tutto il tempo della partita nell’area avversaria, lasciando il portiere a sbrigarsela da solo. Non è un caso che proprio il portiere del Botafogo allenato a quel tempo da Marana, Cesar Dos Grandos de Nenè de Vasco de Amado detto “Pino”, venne colpito da infarto da stress, quando vide improvvisamente sbucargli addosso l’intera squadra avversaria. I suoi compagni, nell’occasione, erano quasi tutti a terra con i crampi alle gambe. Marana venne accusato di aver provocato, con il suo gioco dissennato, l’infarto del povero “Pino”, che trascorse più di un mese in ospedale sotto stretta osservazione. Il portiere del Botafogo, in quei giorni, era preda di incubi feroci durante i quali urlava a squarciagola:
- La difesa… dov’è la difesa? – passò il resto della vita in un manicomio di San Paolo a chiedersi dov’erano finiti i suoi compagni di squadra. Valdos Marana, che alcuni già chiamavano “assassino”, venne esonerato dalla società. Non allenò più. Morì poverissimo in una favela vicino Rio, scrivendo a mano su un quaderno alcuni nuovi schemi di gioco. La leggenda tramanda che l’allenatore brasiliano avesse perfino previsto la totale assenza in squadra del portiere. (…)

La testa a posto


Ho fatto una cavolata, come sempre. Non avrei dovuto farla, ma l’ho fatta. Mi sono infilato una Colt M19 in bocca e ho tirato il grilletto. La scatola cranica è scoppiata in mille pezzi, il sangue è schizzato sulle pareti e brandelli di cervello sono sparsi sul pavimento o appiccicati alle maioliche del piano cottura. Perché l’ho fatto non saprei dirlo. Ho agito d’istinto, senza pensarci troppo, come sempre.
- Mettici la testa nelle cose – dice sempre mio padre e io la testa ‘sta volta ce l’ho messa davvero. Temo di aver capito male.

Comunque il danno è fatto. Il mio corpo è uno spettacolo penoso. Se ne sta sbracato su una sedia con le braccia appese alle spalle, una pozza di sangue sotto i piedi, la bocca aperta verso l’alto e la calotta cranica completamente mancante.
- Non hai dignità – dice mio padre e a vedermi così non ha tutti i torti.

Non mi resta che fare ciò che ho sempre fatto invano: cercare di rimediare. Ne ho passate tante, supererò anche questa. Rimetterò tutto a posto anche ‘sta volta.

Mi metto subito a lavoro. Prendo una ciotola e la riempio di acqua tiepida. Con una pezza ripulisco le macchie di sangue sul muro. E’ ancora fresco e viene via bene. Strizzando il panno nella bacinella si forma una torbida acqua rossa, perfetta per ospitare la mia materia grigia. Inizio a raccogliere da terra i pezzi sparsi del cervello. Sono viscidi e gelatinosi. Fanno un po’ schifo, come tutte le cose che servono per vivere. Nell’operazione di raccolta mi aiuto con un grosso forchettone da cucina con il quale infilzo i pezzi più gommosi. Metto tutto nella ciotola e do una bella girata. Poi mi avvicino al mio cranio bucato. Do una bella pulitina per togliere tutti gli sfilacci di sangue e colo dentro la poltiglia di acqua calda e cervello.

Guardando il pavimento mi rendo conto che ho perso molto sangue. Non posso lasciare il mio corpo completamente all’asciutto. Apro il mobile dei liquori e stappo il miglior Barolo della cantina. Lo assaggio, ne apprezzo l’odore, quindi lo verso nella testa dove c’è il cervello. Del resto non è la prima volta che un buon vino rosso prende quasi interamente il posto del mio sangue. Non mi resta che raccogliere tutti i pezzettini di scatola cranica sparsi nella stanza e attaccarli insieme con la colla acrilica, come si fa per il coccio o la porcellana. Infine chiudo il tutto con uno scolapasta capovolto e abbondante nastro da pacchi assicurandomi che la testa resti ben sigillata.

Mio padre sarebbe molto fiero di questo bel lavoretto. Ho fatto tutto giusto. Sono stato preciso e attento. Sono stato un bravo artigiano, come mio padre.

Voglio andare da lui, mostrargli orgoglioso il mio lavoro e dirgli: “Guarda papà, ho messo la testa a posto!”

Non c’è corrispondenza tra desiderio e imprecazione


Una ragazza rimorchia una trans e finiscono a letto. La ragazza fa alla trans un lavoro di mano. Su e giù, sfrega e strapazza, strofina e smammella e dal pene anziché lo sperma zampilla fuori del fumo come da una pipa. Il fumo inizia a disegnare sopra di loro un omone dai tratti orientali con le braccia conserte.

La ragazza sbalordita dall’apparizione guarda la trans. La trans, dopo essere venuta, è rimasta in estasi con gli occhi bianchi e un sorriso fiabesco.

L’apparizione, con voce potente e sicura, dice:

- Comandami! Esaudirò il tuo più grande desiderio! Qual è il tuo più grande desiderio?

- Oh cazzo! – esclama la ragazza alla visione del magnifico genio.

- Cazzo sia! – tuona il genio senza dare il tempo alla ragazza di ritrattare e chiarire che non c’è corrispondenza tra desiderio e imprecazione.

Il genio svanisce in uno sciame di lucciole che danzano intorno alla ragazza. La ragazza trema, il letto trema, la stanza trema. Al posto della vagina la ragazza si trova un pene.

La ragazza si guarda il pene, poi guarda la trans svegliarsi. La trans fa un sorriso monello, si avvicina e prende in mano il pene della ragazza; vuole ricambiare il favore. La ragazza sente su e giù, sfregata e strapazzata, strofinata e smammellata e dal pene anziché lo sperma zampilla fuori del fumo come da un camino. Poi la ragazza in preda a un orgasmo da fiaba sviene.

Al suo risveglio la trans è ancora lì, con il solito sorriso monello e la vagina in bella mostra.

La bambina del ciliegio


Le vide penzolare dall’albero, due gambe piene di graffi come le sue. Guardò la bambina mentre si faceva cadere a terra. La pelle scintillava di sudore sotto l’ombra luminosa del ciliegio. Poi lei risalì sull’albero con sicurezza, stendendosi e rannicchiandosi su se stessa.

Le braccia e le gambe nude si graffiavano a ogni salita e discesa, ma lei pareva non accorgersene, concentrata nella raccolta delle ciliegie. Luca rimase a guardarla per lunghi minuti, inginocchiato dietro a un muretto.

Da quando aveva scoperto il ciliegio all’inizio della primavera, non aveva mai osato scalarlo. La bambina invece continuava a salire e a scendere, senza paura. Arrivata su uno dei rami più alti lo chiamò. O almeno così parve a Luca.

Non sentì proprio una voce, ma un fischio. Luca rabbrividì e la bambina lo chiamò di nuovo. Ancora quel fischio. Perfetto. Fu allora che si avvicinò all’albero e guardò i rami più bassi cercando una via per salire. La bambina gli tendeva la mano. Fissò quelle dita. Sottili. Non era possibile che potesse aiutarlo a sollevarsi sul primo ramo. Guardò le mani tese e le afferrò. Il suo primo istinto fu quello di tirarla giù dall’albero, ma fu lei che, con forza inaspettata, lo issò su. Fece appena in tempo ad afferrare un ramo e a rimanere in equilibrio.

Lei lo incoraggiò, sfiorandogli una spalla, e lui, senza guardarla negli occhi, cominciò a salire. Dapprima infilò il piede destro tra i rami più bassi, dove all’inizio della primavera aveva visto un nido. Poi, più su, con il piede sinistro. La bambina guidò le sue mani sui rami che offrivano il giusto appiglio. Ora toccava a lui continuare. Ancora il piede destro. Poi il sinistro.

Luca ebbe la tentazione di guardare in basso, ma un rumore in alto gli fece cambiare idea. La bambina si era voltata a guardarlo e lui ne aveva visto gli occhi, così neri da non poterne distinguere le pupille. Tremando, ricominciò ad arrampicarsi. Imitava i movimenti di lei. Prima i piedi e poi le mani. Afferrava i rami, quelli più resistenti all’appiglio.

Quando si sedettero insieme, in alto, Luca sentì l’odore delle foglie misto a quello più acre del suo sudore e di quello di lei. Si voltò a guardarla. Lei afferrava le ciliegie e le portava alla bocca. Le inghiottiva senza masticare. Poi, come rispondendo a un segnale, si spostò su un altro ramo e ricominciò a cercare, scuotendo la testa e scostando i capelli dalla fronte. Gli occhi le brillavano sotto le ciglia scure.

Lui la seguì. In piedi, l’uno accanto all’altra, raccolsero ciliegie e le mangiarono, fino a quando Luca non cominciò a sentirsi stanco.
- Fermiamoci – disse e si sedette sul ramo. Desiderò addormentarsi con la testa poggiata sulla spalla della sua nuova amica. La bambina emise ancora un fischio. Le labbra erano socchiuse in un sorriso, mentre il vento ne scompigliava i capelli. Luca prese dalle tasche le ciliegie che non era riuscito a mangiare e voltò lo sguardo alle gambe che sfioravano quelle di lei, immobili.

Lei si avvicinò e, chinando la testa, cominciò a mangiare dalle mani di Luca, afferrando i frutti con la bocca. Poi, finite le ciliegie, cominciò a leccargli le mani. Con i denti iniziò a saggiare la consistenza delle dita, infine addentò un lembo di pelle tra il pollice e il palmo e tirò, muovendo la testa da destra a sinistra. Poi da sinistra a destra. Luca gridò. Lei lo teneva fermo premendogli la testa contro il petto e impedendogli di muovere le braccia. La pelle della mano si lacerò e lei sollevò la testa, continuando a muoverla a scatti. Le palpebre si aprivano e chiudevano sopra gli occhi senza pupille.

Prima di svenire, Luca sentì il rumore di un ramo che si spezzava e un miagolio prolungato.

Quando riaprì gli occhi, trovò accanto a sé un gatto, la pelliccia ritta sulla schiena arcuata. La bambina si era allontanata, accovacciata su un altro ramo. Gli parve piccola, le spalle curve e tremanti. Le braccia e le gambe piene di graffi. Le palpebre serrate.

Luca leccò le gocce di sangue non ancora rappreso sul palmo della mano destra, prima di cominciare a scendere. Un passo alla volta, come lei gli aveva insegnato. Levò lo sguardo in alto, prima di saltare giù dall’ultimo ramo e vide un merlo spiccare il volo dal ciliegio.
Il suo fischio gli parve perfetto.

Sono un uomo cieco e solo


Sono un uomo cieco e solo. In estate soffro come non mai. Qui non c’è nessuno, o meglio, ci sono solo bestiacce come ‘sta cazzo di zanzara. Non va via. Plana senza che io riesca ad abbatterla. Sparo le ciabatte ritrovandole poi nel tostapane, nel water, in ghiacciaia. Ho tentato l’elettrica paralisi con la racchetta dei cinesi, che però mi sono dato su un piede rompendo entrambi. Ho acceso zampironi, dei cannoni elicoidali senza il trip cannabinoide. Ho provato con i gingilli a ultrasuoni, ma danno fastidio solo a me che ho l’udito già buono di suo, amplificato dalla cecità. Alla fine ho chiuso casa con le zanzariere e mi sono trasferito.
Ora mi telefona, da casa mia, per molestarmi con ronzii osceni e frequenze suadenti.
Ne approfitto e mi masturbo.

Giorgio e il drago


E’ sera, pisolo sul divano con una ceres in mano quando la gattaiola sbatte. Chiamo Giorgio e lui si affaccia con qualcosa in bocca. Cattura sempre strane bestiole. Caccio un urlo e lui molla; la preda va a rintanarsi sotto una sedia. Pare una quaglia spennata verde con la testa di lucertola. Mi avvicino e quella erutta scintille e fumo. La sedia prende fuoco. Verso la ceres per spegnere e la bestia va a lappare tutta contenta. Vado al frigo a prenderne un’altra e Giorgio ne approfitta e si avventa di nuovo. Lottano sul pavimento, ma lo strano è che il micio non soffia ma fa le fusa e nel parapiglia si arrapa e sguaina il suo spadino. Poi trafigge il drago che in estasi emette cerchi di fumo. In imbarazzo vado via. Quando torno sonnecchiano sul divano. Provo a sedermi, ma il drago espira fumo nero. Ora è un inferno, sempre di corsa tra frigo e divano con un vassoio di friskies e ceres in una mano e un estintore nell’altra.

Tappo, amore mio!


La maggior parte li preferisce alti e slanciati, ma io ho amato solo te. Sei stato unico per me ed eravamo talmente uniti da formare un unicum. Durante la mia vita, sempre insieme a te, mi hanno lodata, stimata, tenuta sul palmo della mano, ammirata, ma anche trasferita, a volte semplicemente scansata. Mi hanno perfino etichettata, una volta. Mi hanno anche rinchiuso al buio, ma io con te non ho mai avuto paura. Fino alla sera di quella festa, quando, mentre tutti erano felici, tu sei saltato via all’improvviso. Da allora, senza te, la mia esistenza è così vuota e sento che non ho più alcun valore. Il tuo distacco vorrei dimenticarlo con un’ubriacatura perenne del mio Champagne.

Casa Fantareale a Pisa


Da venerdì 21 a domenica 23 ottobre la Casa Fantareale si teletrasporterà al Pisa Book Fest 2011 per seguire e coccolare Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi e la nuova full immersion sul romanzo. Infatti Enrico e Paolo terranno nelle sale del festival il laboratorio intensivo “Come si scrive un romanzo” (titolo di uno dei più fortunati manuali di Omero Editore con interventi di Murakami, King, Auster, Vargas Llosa, ecc.).

L’obbiettivo è quello di cominciare a immaginare una storia, cercare un abbozzo della propria voce narrativa adatta per raccontarla e infine scrivere un possibile incipit. I migliori saranno scelti da una giuria di scrittori (Flavio Soriga, Luciano Marrocu e Gustavo Pratt) e letti di fronte al pubblico del festival.

Il corso


“Come si scrive un romanzo: riflessioni ed esercitazioni attorno alla forma narrativa più lunga”

Obiettivo finale e pratico del laboratorio è la stesura dell’incipit del proprio “possibile” romanzo da parte di ognuno dei partecipanti.


Programma


Venerdì 21 ottobre: ore 10
Colazione omerica con cappuccino, torta e brioche. Per conoscersi e fare il pieno di zuccheri.

Venerdì 21 ottobre: ore 11-13
Letture e influenze. Cosa cerchiamo in un romanzo? C’è un romanzo sul quale torniamo sempre? Perché e cosa ci insegna?
Cominciare. Le molle per far scattare l’idea di un romanzo. Ricerche sì, ricerche no prima di iniziare a scrivere.

Venerdì 21 ottobre: ore 15-18
Struttura e trama. Quanto bisogna sapere della trama prima di cominciare a scrivere.
Cosa deve riuscire a fare un primo capitolo.
Bisogna preparare uno schema della storia e, se sì, quanto fedelmente va seguito.
Come si decide chi racconta la storia.
La struttura di un romanzo è una scelta oppure capita e basta.

Sabato 22 ottobre: ore 10-13
Cos’è che rende un personaggio irresistibile e come si fa a conoscere i propri personaggi.
Cosa rende buono un buon dialogo.

Sabato 22 ottobre: ore 15-18
Durante la revisione del testo cosa bisogna tagliare. Quali sono le cose più difficili da tagliare.
A che punto della scrittura si capisce che quello che si sta scrivendo è un romanzo e come si fa a capirlo.
Cosa ci vuole per dare un finale soddisfacente a un romanzo.
Quando si capisce di aver finito un romanzo.

Domenica 23 ottobre: ore 10-13
Ultime revisioni degli incipit dei primi capitoli dei romanzi degli allievi.

15-16:30
Lettura finale e commenti.
Suggerimenti e incoraggiamenti da parte di scrittori affermati.

16:30-18:00
Incontro con Flavio Soriga, Luciano Marrocu e Gustavo Pratt “Ricette di stile”.

Costi e modalità di iscrizione


Il corso prevede un costo di iscrizione di 200 euro.
Il numero massimo di partecipanti è 20.

Per iscriversi al corso inviate il modulo omerico a eventi@pisabookfestival.com

Scarica qui il Modulo Omerico

Sito PisaBookFest 2011.

Scambio di capitali


Mio padre alcune settimane fa ha attaccato su una parete del suo studio qui a casa un’enorme cartina geografica sulla quale ha appuntato centinaia di bandierine; tante quante sono le capitali nel mondo. Davvero, non ne manca una. Ognuna di queste bandierine riporta stampato sopra il nome di una capitale e ognuna è appuntata, ovviamente, nel suo stato d’appartenenza. Ora non chiedetemi cosa abbia spinto mio padre a fare tutto ciò e tanto meno come e dove si sia procurato tutte quelle bandierine. Non lo so.

Comunque, approffitando di essere solo in casa, e spinto soltanto dalla pura voglia di fare al mio vecchio un piccolo, stupido e gratuito dispetto, entro nello studio, mi avvicino alla cartina e stacco un paio di bandierine. Scelgo quelle di Roma e Madrid. La prima la sposto in territorio spagnolo, la seconda in quello italiano. Poi me ne vado dallo studio, prendo il giubbotto e soddisfatto esco a fare le mie cose.

Appena apro il portone del palazzo rimango immobile sulla soglia e strabuzzo gli occhi. Davanti a me, invece della mio caro pezzo di via Tiburtina, dove abito da più di trent’anni, c’è una strada completamente diversa: con gente diversa, palazzine diverse, auto diverse, sole diverso, cielo diverso e atmosfera diversa. Insomma, è tutto diverso.

- Scusi – chiedo inebetito a un tipo che in quel momento mi passa davanti – ma che succede? Dove siamo? E dove sono andate a finire l’edicola del signor Oreste e la macelleria del signor Claudio?

Il tipo mi guarda perplesso senza rispondere.

- Scusi ha capito che ho detto? – insisto – Dove siamo? In Italia giusto? A Roma, sulla Via Tiburtina, no?

Il tipo finalmente, sempre perplesso, si decide a parlare.

- Italia? Roma? Via Tiburtina? –  ripete con accento spagnolo – No amigo.  Este es Spagna. Este es Madrid. Este Calle Mayor.

A quel punto ciò che prima avevo avvertito solo come un vago presentimento diventa certezza assoluta.

Risalgo a casa e mi precipito di nuovo nello studio, ma proprio mentre sto per staccare le bandierine per rimetterle nei loro paesi di competenza, ecco che mi torna alla mente il ricordo della vacanza ad Amsterdam che ho fatto qualche mese fa con un mio amico. In un attimo mi rivedo chiaro davanti agli occhi il quartiere a luci rosse e tutte quelle stupende ragazze affacciate in vetrina; soprattutto Katiusha, una russa da mozzare il fiato che così gentilmente, e a prezzo ragionevole, mi aveva accolto per un’oretta nel suo piccolo rifugio di piacere.

L’agitazione che avevo diventa subito un ricordo lontano. Lascio la bandierina di Roma in territorio spagnolo, poi stacco dai Paesi Bassi quella di Amsterdam e la metto in Italia al posto di quella di Madrid che a sua volta sistemo nei Paesi Bassi al posto di quella di Amsterdam. Poi esco di nuovo.

- Katiusha, sto arrivando! – grido eccitato mentre scendo le scale come un fulmine, a due a due.

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