Archivio October, 2011

La pasta modellante


Lo studio era arredato con gusto. Tappeti persiani, arazzi alle pareti e magnifiche statue di marmo bianco, degne di un collezionista d’opere d’arte.

- Non deve far altro che spalmarla sulle parti molli.
- Tutto qui? Senza massaggiare, scaldare o roba simile?
- Tutto qui.

Presi il tubetto di pasta modellante e salutai il professore.

- Badi solo a non usarne troppa.
- Troppa?
- Non vorrà diventare troppo bello!

Dopo anni di regime alimentare ridotto, diete iperproteiche, fasce dimagranti, integratori, saune, centrifughe, bagni turchi, massaggi drenanti, agopuntura e cyclette, avevo trovato finalmente la soluzione per la mia obesità. Era bastata una spalmata sulla pancia per perdere due taglie. Una alle cosce per rimettere quei bei pantaloncini da ciclista che non mi infilavo da tempo e una lungo le braccia per sfoggiare un tono muscolare da culturista. Dopo una settimana di trattamento avevo l’aspetto di un adone dell’olimpo.

Raggiunta la massima bellezza che ritenevo possibile, decisi di vendicarmi con le numerose donne che, giudicandomi solo per l’aspetto, mi avevano scaricato in modo umiliante. Cominciai a corteggiarle tutte. Con alcune fu semplice. Mi bastò uno sguardo per conquistarle. Con altre dovetti usare un po’ di romanticismo, ma in poco tempo, cedettero al mio fascino. Tutte, tranne una. Continuava a dire “non sei abbastanza bello”.

Tornai dal professore e presi ancora un tubetto di pasta modellante. Feci un altro ciclo di trattamento. Applicai la pasta su tutto il corpo. Quella che credevo fosse la perfezione estetica venne miseramente superata dalla meraviglia del mio nuovo aspetto.

Ma per lei la mia bellezza non era abbastanza.

Andai ancora dal professore e presi altri tubetti di pasta. Il mio aspetto stava superando ogni aspettativa. Secondo il professore il mio corpo rispondeva egregiamente al trattamento. Tutti mi guardavano con la stessa ammirazione che si ha per una divinità, senza distinzione di sesso o età. Ero, senza ombra di dubbio, l’essere più bello di questo mondo. Assomigliavo, a dire il vero, a una creatura celeste.

Ma per lei non ero abbastanza.

Man mano che diventai più bello, però, cominciai ad avere dei problemi. Dapprima senti dei piccoli dolori muscolari accompagnati da crampi improvvisi. Presto i crampi peggiorarono in paresi momentanee che divennero, nell’avanzare della cura, sempre più durature. Mi trovai, dopo il sesto ciclo di cura, completamente bloccato dalle ginocchia in giù. Ma la mia bellezza continuava ad aumentare e per lei non ero ancora abbastanza.

Non smisi il trattamento neanche quando mi ritrovai completamente pietrificato dall’ombelico in giù. Non potevo muovermi, ero ormai costretto a vivere in casa, inchiodato com’ero, a un blocco di marmo del mio salone. Ma non aveva alcuna importanza. La mia bellezza era tanto grande da superare anche gli impedimenti fisici. Continuai a spalmare la pasta modellante finché ebbi l’uso delle mani.

Quando il professore entrò in sala, accompagnato proprio da colei che era stata l’oggetto del mio più grande desiderio, io ero ormai una statua di marmo bianco. Non potevo muovermi, ma potevo sentire le sue parole.

-  Guarda mia cara. Questa è l’opera che ti ho promesso. Non è la cosa più bella che tu abbia mai visto?

Il tempo più giusto


Si racconta di un uomo che se ne andava sempre in giro a dire che aveva in testa un romanzo con la trama già tutta definita nei minimi dettagli e a chi gli chiedeva perché non lo scrivesse lui puntualmente rispondeva:

- Perché mi ci vuole la giusta tranquillità e il giusto tempo. Che qui non ho.

Poi un giorno accadde che quell’uomo morì e che trent’anni dopo i familiari lo disseppellirono per trasferire ciò che restava di lui nell’ossario. Ciò che videro quel giorno li sconvolse. La bara dell’uomo era perfettamente pulita. Non c’era l’ombra di un osso. C’era soltanto, sistemata al centro, una risma di trecento fogli. Nessuno fece in tempo a prenderli e a vedere cosa ci fosse scritto sopra però. Una fortissima, improvvisa folata di vento se li portò tutti via.

Mister Taylor


Meno strana, anche se senza dubbio più esemplare – disse allora l’altro –  è la storia di Mr. Percy Taylor, cacciatore di teste nella foresta amazzonica. Si sa che nel 1937 lasciò Boston, Massachusetts, dove aveva pulito così in profondità il suo spirito da non essere rimasto neanche più con un centesimo. Nel 1944 si presenta per la prima volta in America del Sud, nella regione amazzonica, convivendo con gli indigeni di una tribù il cui nome non ha bisogno di essere ricordato. Per via delle sue occhiaie e il suo aspetto famelico presto fu conosciuto come «il gringo povero» e i bambini della scuola lo additavano e gli tiravano pietre quando passava con la sua barba brillante sotto il dorato sole tropicale. Questo però non affliggeva l’umile condizione di Mr. Taylor, perché nel primo volume delle Opere Complete di William G. Knight  aveva letto che, se non si prova invidia per i ricchi, la povertà non disonora. In poche settimane i nativi si abituarono a lui e ai suoi abiti stravaganti. Inoltre, siccome aveva gli occhi azzurri e un vago accento straniero, il Presidente e il Ministro degli Esteri lo trattavano con singolare rispetto, timorosi di provocare inconvenienti internazionali. Era così povero e sventurato che un giorno si inoltrò nella foresta alla ricerca di erbe da mangiare. Aveva camminato già qualche metro senza aver avuto il coraggio di girarsi, quando per puro caso vide attraverso la boscaglia due occhi indigeni che lo osservavano insistentemente. Un lungo brivido percorse la sua sensibile schiena. Ma l’intrepido Mr. Taylor affrontò il pericolo e continuò il suo cammino fischiettando come se nulla fosse. Con un balzo (da non considerare felino) il nativo gli si mise davanti ed esclamò:

–  Buy head? Money, money.

Malgrado il pessimo inglese, Mr. Taylor, un po’ indispettito, riuscì a capire che l’indigeno gli voleva vendere la testa di un uomo curiosamente rimpicciolita che portava con sé. Non è necessario dire che Mr. Taylor non poteva neanche permettersela; ma poiché finse di non capire, l’indio si sentì improvvisamente in colpa per non parlare bene l’inglese e così gliela regalò chiedendogli scusa.

Mr. Taylor tornò alla sua capanna pieno di gioia. Quella notte, steso supino su di un precario giaciglio fatto di sparto e palme, interrotto soltanto dal ronzio delle mosche accaldate che gli svolazzavano intorno facendo oscenamente l’amore, osservò a lungo la sua strana acquisizione. Quello che gli dava più soddisfazione estetica era contare uno per uno, i peli della barba e dei baffi e guardare dritto in quegli occhietti quasi ironici che sembravano essere grati di tanta deferenza.

Uomo di gran cultura, Mr. Taylor aveva l’abitudine di abbandonarsi alla contemplazione, ma questa volta si stancò subito delle sue riflessioni filosofiche e decise di regalare la testa a un suo zio, un certo Mr. Rolston residente a New York, che fin dalla tenera età aveva sviluppato una forte inclinazione verso le manifestazioni culturali dei popoli ispano-americani. Pochi giorni dopo lo zio gli chiese – previa indagine sullo stato della sua importante salute –  se gentilmente gli potesse fare omaggio di altre cinque teste. Mr. Taylor accondiscese  volentieri al capriccio dello zio e a giro di posta «mi ha fatto piacere soddisfare i suoi desideri». Molto riconoscente, Mr. Rolston gliene ordinò altre dieci. Mr. Taylor si sentì «lusingato di poterlo servire». Ma quando dopo un mese questo gliene chiese altre venti, Mr. Taylor, uomo rude e barbuto ma di raffinata sensibilità artistica, ebbe il presentimento che il fratello di sua madre ci stesse speculando sopra.

Ebbene, se lo volete sapere, era proprio così. Con tutta franchezza, Mr. Rolston glielo fece capire in una lettera appassionata il cui linguaggio risolutamente commerciale fece vibrare come non mai le corde del sensibile spirito di Mr. Taylor. Successivamente, si accordarono per dare inizio a una società in cui Mr. Taylor si comprometteva a procurare e spedire le teste umane rimpicciolite su scala industriale, mentre Mr. Rolston le avrebbe vendute nel miglior modo possibile nel suo paese.

Nei primi giorni ci furono un po’ di difficoltà con alcune persone del posto. Ma Mr. Taylor, che a Boston aveva ottenuto i voti migliori con il suo saggio su Joseph Henry Silliman, rivelò le proprie doti politiche e ottenne dalle autorità non solo il permesso necessario per esportare, ma addirittura una concessione esclusiva per novantanove anni. Non gli costò molto convincere il Guerriero Esecutivo e gli Stregoni Legislativi del fatto che quel passo patriottico avrebbe arricchito la comunità in poco tempo e che presto tutti gli aborigeni assetati avrebbero avuto la possibilità di bere (tra una raccolta di teste e l’altra) una bibita bella fresca la cui formula magica avrebbe procurato lui stesso.

Quando i membri della Camera, dopo un breve ma luminoso sforzo intellettuale, si resero conto di questi vantaggi, sentirono ardere il loro amore per la patria, e in tre giorni promulgarono un decreto, esigendo al popolo di accelerare la produzione di teste rimpicciolite.

Qualche mese dopo, nel paese di Mr. Taylor le teste raggiunsero una popolarità che tutti ricordiamo. All’inizio erano un privilegio per le famiglie più abbienti; ma la democrazia è la democrazia e, nessuno lo può negare, tempo qualche settimana poterono acquistarle anche i maestri di scuola.

Una casa senza la sua testa, non era una vera casa. Presto fu il turno dei collezionisti, e con loro, arrivarono le contraddizioni: possedere diciassette teste cominciò a essere considerato di cattivo gusto; risultava invece distinto averne undici. Le teste divennero così popolari che quelli davvero raffinati cominciarono a perdere interesse e ormai ne acquistavano qualcuna solo eccezionalmente, soprattutto se avevano qualche particolare che le distinguesse dalle altre. Ce n’era una molto strana, con baffi prussiani che in vita era appartenuta a un generale piuttosto affermato, che fu regalata all’Istituto Danfeller, che a sua volta donò senza pensarci, tre milioni e mezzo di dollari per incentivare lo sviluppo di quella manifestazione culturale così eccitante dei popoli ispano-americani.

Nel frattempo la tribù era progredita così tanto da avere persino un marciapiede intorno alla Camera dei Deputati. Su questo allegro marciapiede  passeggiavano la domenica e il giorno dell’Indipendenza i membri del Congresso, schiarendosi la gola e mostrando i loro piumaggi, ridendo molto seri sulle biciclette regalate dalla Compagnia.

Ma che vi aspettate? Non tutto è sempre così facile. Quando meno se lo aspettarono si presentò la prima scarsità di teste.

Cominciò allora la più allegra delle feste. I meri decessi erano ormai insufficienti. Il Ministro della Salute Pubblica ebbe un attacco di sincerità e una notte caliginosa, con la luce spenta, dopo averle accarezzato per un po’ il seno come se niente fosse, confessò a sua moglie che si considerava incapace di alzare la mortalità a un livello gradito agli interessi della Compagnia, allora lei gli disse di non preoccuparsi, che certamente tutto si sarebbe sistemato e che era meglio dormirci su.

Per compensare la mancanza amministrativa, fu indispensabile prendere provvedimenti eroici e si stabilì allora la pena di morte in maniera rigorosa.

Gli avvocati si consultarono ed elevarono alla categoria di delitto, punibile con la forca o la fucilazione a seconda della gravità, l’infrazione più insignificante.

Anche semplici equivoci furono considerati fatti delittuosi. Un esempio: se durante una conversazione banale, qualcuno per sbaglio diceva «Fa molto caldo» e successivamente si poteva dimostrare con il termometro alla mano che il caldo non era poi così tanto, doveva pagare una piccola imposta e poi essere fucilato; la testa era destinata alla Compagnia, mentre, è giusto dirlo, il busto e le estremità ai parenti afflitti.

La legislazione riguardo le malattie fece immediatamente scalpore e il Corpo Diplomatico e le Cancellerie di potenze amiche non fecero altro che parlarne.

In base a questa memorabile legislazione, i malati gravi avevano a disposizione ventiquattro ore per sistemare le loro carte e poi morire; ma se nel frattempo erano fortunati e riuscivano a contagiare la famiglia, ottenevano tante proroghe di un mese quanti erano i familiari contaminati. Le vittime di malattie lievi e i semplici indisposti meritavano il disprezzo della patria e per strada tutti potevano sputargli in faccia. Per la prima volta nella storia fu riconosciuta l’importanza dei medici (alcuni candidati al premio Nobel) che non curavano nessuno. Decedere era diventato prova del più esaltato patriottismo, non solo a livello nazionale, ma addirittura a un altro ben più glorioso, quello internazionale.

Con il vigore che raggiunsero altre industrie sussidiate (prima di tutto quella delle bare, che fiorì grazie all’assistenza tecnica della Compagnia) il paese entrò, come si suol dire, in un periodo di grande auge economica. E questo si poteva comprovare nel nuovo marciapiede fiorito, dove passeggiavano, avvolte dalla malinconia dei dorati pomeriggi autunnali, le mogli dei deputati, le cui graziose testoline dicevano di sì, sì sì, che tutto andava bene quando qualche giornalista sollecito, dal lato opposto, le salutava sorridente togliendosi il cappello.

Per inciso ricorderò che uno di questi giornalisti, che una volta emise uno starnuto piovoso che non seppe giustificare, fu accusato di estremismo e fu fucilato. Solamente dopo la sua abnegata fine gli accademici della lingua riconobbero che quel giornalista era una delle più grandi teste di tutto il paese, ma una volta rimpicciolita risultò così perfetta che la differenza non si notava neanche.

E Mr. Taylor? Era ormai stato nominato consigliere personale del Presidente Costituzionale. Ora, come esempio vivente della potenza dello sforzo individuale, non faceva altro che contare e contare i suoi profitti, ma questo non gli toglieva il sonno perché aveva letto nell’ultimo volume delle Opere complete di William G. Knight che essere milionario non disonora se non si disprezzano i poveri.

Credo che con questa, sarà la seconda volta che dico che non sempre tutto è così facile. Vista la prosperità degli affari, arrivò un momento in cui la popolazione si ridusse alle autorità e alle loro mogli, ai giornalisti e alle loro mogli. Senza troppo sforzo, Mr. Taylor si rese conto che l’unico rimedio possibile era fomentare la guerra con le tribù vicine. Perché no? Il progresso.

Con l’aiuto di alcuni piccoli cannoni, la prima tribù fu abilmente decapitata in meno di tre mesi. Mr. Taylor assaporò la sensazione di dominio. Poi fu la volta della seconda tribù; poi della terza e della quarta e della quinta. Il progresso si espanse così velocemente che arrivò il momento in cui, sebbene gli sforzi, non si riuscivano più a trovare tribù vicine contro cui combattere.

Fu l’inizio della fine.

I marciapiedi cominciarono a languire. Solo di tanto in tanto si vedeva passeggiare qualche signora o qualche poeta insignito con il libro sotto il braccio. Le erbacce si impossessarono nuovamente  del cammino, rendendo difficile e spinoso il delicato passaggio delle dame. Insieme alle teste, diminuirono le biciclette e praticamente sparirono del tutto anche gli allegri saluti ottimisti.

Il fabbricante di bare era più triste e funebre del solito. E a tutti sembrava di essersi svegliati da un sogno bellissimo, di quelli in cui ti ritrovi con una borsa piena di monete d’oro che metti sotto il cuscino per poi riaddormentarti finché il giorno dopo, al risveglio, la cerchi ma non la trovi più.

Nonostante tutto, anche se faticosamente, gli affari continuavano. Ma si dormiva con la paura di essere esportati all’alba seguente.

Nel paese di Mr. Taylor, ovviamente la domanda era sempre maggiore. Ogni giorno saltavano fuori nuove idee, ma in realtà nessuno credeva in esse e tutti pretendevano le testoline ispano-americane.

Fu il momento dell’ultima crisi. Mr. Rolston disperato, chiedeva e chiedeva altre teste. Nonostante le azioni della Compagnia avessero sofferto un brusco crollo, Mr. Rolston era convinto che suo nipote avrebbe fatto qualcosa per tirarlo fuori da quella situazione.

Gli imbarchi, una volta giornalieri, diminuirono a una volta al mese e con qualsiasi tipo di teste: di bambini, di signore, di deputati. Finché all’improvviso cessarono del tutto.

Un venerdì aspro e grigio, di ritorno dalla Borsa, ancora stordito dalle grida e dallo spiacevole spettacolo di panico offerto dai suoi amici, Mr. Rolston decise di buttarsi dalla finestra (invece di usare la rivoltella, il cui rumore lo avrebbe spaventato a morte) quando, aprendo un pacco postale, si ritrovò la testolina di Mr. Taylor, che gli sorrideva da lontano, dalla fiera Amazzonia, con un sorriso falso e infantile che sembrava dire: «Scusa, scusa, non lo faccio più».

Il racconto del racconto


Molti anni fa, nel corso della mia permanenza a Marrakech, in un riad a due passi dalla piazza Djamaa el Fna, ebbi modo di conoscere un mercante d’arte, che mi disse di chiamarsi Joseph Saloua. In quel periodo ero solito coricarmi molto tardi, ma la Medina non offriva alcuna attrazione, fatta eccezione per qualche spettacolo di incantatori di serpenti, che ben presto trovai ripetitivo. Anche il mio nuovo amico sembrava non avere facilità a prendere sonno, per cui consolidammo ben presto l’abitudine di tenerci compagnia a vicenda, fino a tarda notte, bevendo the aromatizzato con menta fresca, come si usa in quei luoghi e raccontandoci episodi del nostro passato.

Durante una delle serate trascorse sulla terrazza dai muri altissimi, senza altra vista che le pareti imbiancate di fresco intorno a noi e le rigogliose piante di fico d’india, coi rossi frutti carnosi protesi verso il cielo nero e stellato, Joseph mi raccontò una storia, accaduta ad un suo conoscente, tale Abdelkader Ben Awzal. Questi era sempre stato un uomo mite, ma si era poi rivelato come efferato assassino.

Non ripeterò qui il dettaglio di ciò che mi narrò, proprio per le rivelazioni che ebbi in seguito. Dirò soltanto che la storia, seppur cruenta e crudele, mi impressionò più di quanto potessi aspettarmi. Per molte notti mi fu impossibile dormire. Diversi mesi dopo, l’ossessione per quell’avvenimento non si era ancora dissipata. Seppure tentassi di negarlo, l’episodio si era subito fatto strada nella mia memoria. Non potevo non ricordare. L’angoscia che mi attanagliava era associata nella mia mente a un episodio del mio passato. Appena mi fu possibile tornai in patria, e mi dedicai alla ricerca fra la grande quantità dei miei scritti che nessuno avrebbe mai letto. Dopo aver vagliato carte su carte, trovai finalmente ciò che cercavo. La storia che mi era stata narrata come accaduta di recente, era lì, nero su bianco, in un mio racconto di vent’anni prima. Cercai dapprima delle spiegazioni logiche, poi, mentre la storia raccontata e quella scritta si confondevano, optai per una casualità e per un errore nella mia memoria. Infine, bruciai le pagine, scegliendo che il racconto non fosse mai stato scritto. Allo stesso modo, mi adoperai per dimenticare Ben Awzal.

Alcuni anni più tardi, nel corso di un altro viaggio, sentii raccontare un’altra storia, che io, nelle mie lunghe notti da amanuense, avevo già narrato. Questa volta, il teatro dell’azione era la Spagna, ed il protagonista un certo Adriano Torres. Adriano Torres era anche il nome del mio personaggio. Perfino questa volta, nonostante le evidenze che mi si presentavano, preferii ignorare la strana coincidenza.

Fu solo dopo che tre dei miei racconti mi vennero riportati come storie reali, in luoghi e circostanze e da persone diverse, che scelsi di soffermarmi sulla possibilità di aver intuito, nelle mie opere,  una realtà che ancora non si era concretizzata. Mi interrogai quindi sul vaticinio e sulla profezia.

Fu allora che mi risolsi, seppure con poca convinzione, di tentare un esperimento. Mai avrei potuto immaginare ciò che invece avrei dovuto almeno sospettare, e che sarebbe stato chiaro ai miei occhi solo poco tempo dopo.

Scrissi una nuova storia, ideando dei particolari che mi legavano ad essa. Immaginai per prima cosa che si svolgesse nel mio paese natale, un piccolo centro di duecento case perso nella campagna toscana. Immaginai che il protagonista ne fosse uno straniero, venuto a stabilirsi nel borgo da non più di tre anni: tanti erano infatti gli anni da cui io mancavo da casa. Immaginai una collina, una casa diroccata, un delitto, un uomo distrutto da eventi inaspettati e crudeli.

Dovetti aspettare ancora tre anni, prima del verificarsi dei fatti che seguono.

Due mesi fa, fui di ritorno nella casa paterna con il pretesto di fare visita ad una zia malata. Durante una cena con la famiglia, fu mio fratello a raccontarmi di un uomo che, alcuni anni prima, era venuto ad abitare in una casa in paese. La sua storia era la stessa che avevo raccontato.

Provai allora un certo compiacimento nell’aver ideato quel caso e di avere finalmente la possibilità di verificare di persona i fatti inspiegabili.

Ma fu solo casualmente che venni a conoscenza della vera portata della mia scoperta. Mi chiedo ancora oggi perché non scrissi, ancora una volta, di un semplice fatto di sangue. Questa volta la mia storia raccontava di uno scrittore, che scriveva di un uomo che commetteva un delitto efferato. Il delitto si verificava nella realtà, per mano di un uomo identico al personaggio, e lo scrittore era distrutto dal rimorso.

Percorsi a piedi la strada verso la collina, fermandomi di tanto in tanto a chiedere indicazioni a quelli che incrociavo. Dopo circa un’ora di cammino, mi trovai di fronte alla casa che doveva aver ospitato quel crimine. L’edificio, seppure disabitato solo da pochi mesi, sembrava completamente in rovina, ed aveva un aspetto stranamente minaccioso. Nella mia mente, le finestre dai vetri rotti apparivano come bocche dotate di zanne, e, le barre di ferro che fuoruscivano dal cemento mi fecero pensare a membra rinsecchite e contratte.

La porta di legno marcio era stata scardinata, probabilmente dal vento.

Mi guardai in giro, e, non vedendo nessuno nelle vicinanze, spostai gli assi rimanenti ed entrai.

L’uomo che cercavo, era seduto in un angolo, sul pavimento. Aveva la barba un poco incolta, ma per il resto appariva pulito ed ordinato. Mi guardò, come io lo guardavo, sebbene nel suo sguardo potessi leggere una completa mancanza di curiosità e di interesse.

<<Lei è Alessandro Malvolta?>> gli avrei chiesto.  Ma mi bastò vedere il suo volto, per capire la terribile verità.

Io avevo scritto di quest’uomo, che aveva scritto di un altro. Per un istante provai la vertigine di essere dio.

E in quel momento Malvolta mi parlò.
- Ho scritto di un uomo che commette un delitto, e quell’uomo ha commesso quel delitto. Poi ho scritto di un uomo, che scrive di un altro uomo che commette un delitto, e quell’uomo ha scritto di un altro che commette un delitto, e l’altro ha commesso il delitto. Sono dunque dio? – chiese.

Fu allora che fui sopraffatto da una intuizione ben più crudele. Immaginai l’esistenza di un uomo, che, in modo casuale, scrive la mia vita. Un altro uomo scrive di colui che mi racconta. Ciascuno determina le azioni dell’uomo di cui narra. Questo processo resta segreto quando i fatti narrati sono comuni, o banali, o insignificanti. Ma basta un singolo errore, la descrizione della genialità o della follia, dell’eroismo o del tradimento, della santità o dell’abiezione, per correre il rischio di essere scoperti.

Io continuo a scrivere. I miei personaggi sono santi, eroi o assassini.

Contribuisco al disordine cosmico introducendo pericolose variazioni nelle vite di altri, così come qualcun altro, pericolosamente, le introduce nella mia.

Nella Tela del Ragno


E invece, una mattina, mentre me ne stavo seduta su una panchina del parco, lui si è calato giù, penzolando da un ramo, appeso per i polsi, con una specie di spago. Mi fece più paura di un ragno vero ma non ebbi alcun dubbio che si trattasse proprio di lui: dell’uomo ragno.
Non avevo mai ucciso gli insetti che trovavo nel mio appartamento: piuttosto li facevo cadere giù nel water o fuori dalla finestra. Forse per questo scelse me.

Certo, le differenze fra noi erano molte e senza dubbio il primo ostacolo furono le vertigini. Ma mi lasciai convincere dai suoi grandi occhioni: salii sul palazzo più alto della città e mi sporsi con coraggio dalla terrazza: con i piedi in bilico sul cornicione vomitai il mio stomaco ma il mio cuore restò, aggrappato alle arterie, palpitante di amore.
Precipitai nella sua tela come un’adolescente.
Lui è l’uomo ideale: uno che ti ascolta sempre anche perché parlare parla poco. Piuttosto mugugna. Come potrebbe essere altrimenti con un passamontagna sulla faccia?

Ebbene si, nei film è stato doppiato ma di stuntmen non ha avuto certo bisogno. La sua unica controfigura, pensate un po’, era il ragazzo che interpretava il fotoreporter: Peter.
Per lo meno fino all’avvento della computer grafica, giorno in cui gli annunciarono che la sua presenza non era più indispensabile e, sottolinearono, non avrebbe percepito il becco di un quattrino in quanto il marchio del suo personaggio era stato registrato da una famosa ditta americana quale unica detentrice di tutti i diritti.
Per questo era finito a dormire nel parco, lo stesso parco in cui trascorrevo la pausa pranzo.
Ora che ci penso saranno state le briciole del mio tramezzino ad attirarlo, o le formiche che le briciole richiamavano ai miei piedi, ma qualcosa di me gli piacque a tal punto da corteggiarmi. Ma certo! Fu per via dei miei grandi occhiali da sole, i miei occhiali da mosca, che mi pregava di indossare anche quando eravamo in casa con le tapparelle abbassate, quando facevo la doccia e lui sbirciava da sopra il lampadario, e persino al buio, nel letto.
No, noi non si faceva all’amore per via di un piccolo grosso particolare di cui lui è privo.

Non c’è niente sotto il costume, no davvero, colta da un impeto improvviso, ho provato a strappar via la stoffa in zona mutande: è stato allora che ho scoperto che quello non era un costume ma la sua pelle, di un colore discutibile ma solo ed esclusivamente pelle.
Al contrario di quel che tutti pensano: Peter Parker, il ragno radioattivo, solo una storia inventata come tutte le mie fantasie di sesso-estremo-appesi-a-testa-in-giù-in-ogni-dove… svanite! Nello stesso istante in cui la realtà mi ha colto con la mano in fallo.
Ma il rispetto, o piuttosto, la paura della solitudine mi hanno impedito di lasciarlo.
Il nostro amore ben presto aveva scavato il vuoto attorno a noi: ci chiamavano la cieca e l’uomo mascherato. Anche se lui era speciale, così diverso da tutti gli altri, e insieme vivemmo momenti di eccitazione pura, soprattutto per via delle vertigini, che con gli anni peggiorarono anche.
Un giorno, quel giorno, mi regalò un anello tessuto di suo polso, diceva essere resistente come un diamante e infatti la nostra storia durò.
Ma il lieto fine, quello serio, è roba da film.

Oramai dormiamo separati, mangiamo separati, forse il tg lo guardiamo insieme, dico forse perché ultimamente mi addormento spesso davanti alla tv.
Cosa? Volete sapere lui come la vive tutta questa storia?
Ebbene, lui non è invecchiato di una piega e in questo momento starà appeso a testa in giù nel parco a leggere il giornale di qualcuno, o piuttosto a guardare nella scollatura di qualche povera disgraziata. Mentre io, chiusa in casa, aspetto il suo rientro per poi chiudere le finestre ed infilarmi nel letto: un po’ piu racchia, un po’ più vergine, beh insomma… tutta una ragnatela.

Il più grande esperto di sesso al mondo


Il più grande esperto di sesso esistente al mondo era curvo, zoppo, cagionevole, miope, palesemente antiestetico e di un colorito compreso tra il bianco assoluto e il bianco universale.

Chiunque si fosse messo alla ricerca della summa tra i conoscitori dell’antica e dilettevole arte dello sfregar di bacini, sarebbe arrivato a lui. Solo che nessuno si era mai inerpicato così in alto o, in rari casi sospinti da un irrefrenabile impulso filantropico sull’argomento, al massimo ci si reputava soddisfatti delle risposte fornite dalla saggezza di un porno.

Quando Maria arrivò a lui, quindi, fu solo ed esclusivamente per un caso fortuito.

Quello che non seppe mai, Maria, fu però che il più grande esperto di sesso esistente al mondo, curvo, zoppo, cagionevole, miope, antiestetico e di un colorito di cui abbiamo già detto, fosse vergine. Il che non deve trarre in inganno perché, non perdendo tempo nel fare all’amore, ne aveva tantissimo per ragionarci su. E sotto e dietro e tutto il resto.

La sua vita e quella di Maria, a cui il sesso divertiva parecchio, ma non quello ragionato che invece le faceva venire l’emicrania, si incrociarono nel caldo appiccicoso di un 7 luglio, quando lei gli traslocò esattamente di fronte.

L’arrivo, c’è da dire, non passò inosservato a nessuno. Non di certo al figlio dodicenne del portiere, che dal piano terra seguiva gli sbalzi della sua gonnella mentre saliva e scendeva e risaliva e riscendeva per tutta la durata del trasloco. Né al padre del piccolo, che addirittura offrì il suo aiuto, evento che, a memoria d’uomo non era mai avvenuto prima. Tantomeno al pensionato del primo che, incrociandola, si raddrizzò come non faceva da tempo ricordandosi all’improvviso, buon Dio, di essere stato un generale dell’Arma.

E nemmeno alla coppia omosessuale del secondo, le cui preferenze sessuali vacillarono in maniera decisamente preoccupante. Né a tutti gli altri, con un effetto che un uomo di scienza avrebbe detto direttamente proporzionale alla quantità di testosterone in libera uscita nel sangue del soggetto incrociato per le scale.

L’unico che proprio non la degnò di uno sguardo, né parola, né pensiero, puro o impuro che fosse, fu l’esperto. Dal giorno prima, infatti, aiutandosi con un goniometro, cercava di valutare, con un’approssimazione prossima allo zero, il massimo grado di apertura raggiungibile durante la cosiddetta posizione dell’arco nella faretra, o comunque una cosa simile.

L’incontro tra i due avvenne quando le acque si furono calmate, mentre gli esemplari di sesso femminile del palazzo rovesciavano sui rispettivi compagni la propria inquietudine per il nuovo arrivo, e il nuovo arrivo in questione bussò alla sua porta, compiendo finalmente il destino che aspettavamo.

Ciabattando e sbattendo contro gli spigoli a causa della miopia, l’esperto aprì la porta e ascoltò cosa aveva da dire quella donna dal buon profumo che gli si parava davanti.

Una doccia, quello voleva. Gli disse che sì, era mortificata, bussare a quell’ora a casa di qualcuno, ma no, da lei l’acqua non era stata allacciata ancora e dopo una giornata così, sa com’è, e per favore, ho il mio asciugamano, chiaramente, e grazie, e prego.

Insomma: ottenne la doccia.

Dopo, seduta a sorseggiare il caffè che lui le aveva offerto, vide sul tavolo un disegno in cui comparivano  vaghi organi sessuali piumati e chiese cosa fossero. È il sesso degli angeli, rispose lui. Sull’argomento, infatti, aveva scritto un breve trattato, dimostrando come non solo il sesso degli angeli fosse determinabile ma anche, per forza di cose, celestiale. Così, esattamente in 2,34 decimi di secondo, Maria fu il primo essere vivente, e anche l’ultimo, a sapere di esser di fronte al più grande esperto di sesso esistente al mondo, curvo, zoppo, cagionevole, miope, eccetera eccetera, ma pur sempre il più grande.

Fu uno di quei momenti in cui i piccoli prodigi accadono davvero e, che ci crediate o no, da quel giorno Maria iniziò a innamorarsene senza mai nemmeno sfiorarlo.

E imparò che si può fare l’amore, senza fare l’amore.

Che è un concetto difficile, però era la verità. Difficile, e bello.

Se ci credete.

Tutte le ombre del mare


È curioso come viene alla luce un’idea, quasi fosse sempre stata lì, sussurrandoci segreti all’orecchio e aspettando il momento in cui finalmente ci decidiamo ad ascoltarla. Fu così che in quel pomeriggio di pioggia – di mare metallico e minerale di lenti e radi movimenti – mi apparvero all’improvviso i contorni inconfondibili di quei due individui, il capitano e il suo passeggero che, senza volere, avevo invocato. Generare personaggi – il mio editore avrebbe riso di questo – comporta la stessa responsabilità di mettere al mondo un figlio. Nascono candidi e indifesi, totalmente all’oscuro del pianeta dove sono arrivati e con una complessità aggiunta: i figli, con il tempo, diventano esseri indipendenti e conquistano le redini del proprio destino. I personaggi, invece – per lo meno era ciò che credevo allora – dimostrano una sorta di fedeltà smisurata che gli impedisce di avanzare in una direzione che non sia stata decisa per loro. Se non ricevono ordini, restano seduti e annoiati in una stanza senza nome, visibilmente smarriti, sul volto hanno la stessa espressione del cane legato a un palo. A che cosa giochiamo?, sembrano dire. E come si fa a spiegare loro che i giochi che un tempo ci divertivano improvvisamente non ci piacciono più?

Il dinosauro


Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.

 

Coppie


Una coppia comune, famiglia Schistosomatidae, erano dei platelminti di venti millimetri circa, la femmina, perché il maschio era più corto di qualche millimetro. Era un vermetto cicciotto, dal corpo microscopicamente bitorzoluto. La sua donna, snella e longilinea nasce insieme a lui, nel suo corpo; la testa e la coda ne sbucavano fuori e talvolta anche tratti del corpo, quei famosi millimetri in più, fuoriuscivano da una fessurazione sul corpo del maschio. Vivevano piacevolmente la loro parassitaria simbiosi, ma mentre li osservavo, nel laboratorio, non mi interessava tanto che provocassero la seconda malattia tropicale, ma piuttosto riflettevo su quanto essi, invece, fossero davvero una coppia comune.

Wanda è Colma


Basta. Non ce la faccio più. Ho sopportato tutto ma questo è troppo.
La misura è colma, Wanda è Colma. Di te.
Ho accettato tutto. A cominciare dalla tua indifferenza, dalla tua attenzione rivolta sempre altrove. Cellulare. Cruciverba. Giornali. E giornaletti anche, eccome, non nascondiamoci.
Ma mai su di me. Mai mai.
Me, che ho annullato tutta la mia purezza per te.
Una volta, sovrappensiero, hai detto:
- Puoi dire di amare davvero qualcuno soltanto quando ne conosci la parte peggiore.
Io l’ho vissuto fino in fondo il tuo lato peggiore. Anzi solo quello ho visto.
Il narcisismo delle tue perversioni, le tue oasi più vergognose, il tuo abisso più nascosto ed indicibile. Ho amato, di te, persino quell’odore. Fino all’ultimo respiro.
Sono l’unica ad esserci stata sempre. Nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, in salute e nella malattia. E guarda come m’hai ridotta. Come mi hai lasciata.
Ti rendi conto che stamattina non hai tirato la catena?

Pagina successiva »