Archivio November, 2011

Spettabile, Natale Babbo


Spettabile Natale Babbo,
Le scrivo questa mia all’approssimarsi delle Festività per sottoporLe la consueta lista dei regali ai quali avrei diritto per l’impegno profuso nel condurre più o meno in porto i 365 giorni canonici dell’anno 2011.
La mia lista sarà breve e concisa ma per favore, Natale Babbo, non faccia come lo scorso anno quando con scuse implausibili ha stravolto le mie richieste.
Il primo dono, caro Natale Babbo, lo vorrei solo per me.
Mi piacerebbe guidare per venti minuti la Ferrari di Alonso Fernando sulla pista di Fiorano, accompagnato al box dalla vecchia 500 rossa di Cordero di Montezemolo Luca, l’ex fidanzato della signora Fenech Edvige.
Alla fine del giro d’onore e col numero di telefono della summenzionata in tasca, mi allontanerei discretamente per un incontro a due di quelli che si fanno una volta sola. E il giorno di Natale mi sembra quello giusto.
Vorrei poi, ma questa cosa sono anni che la chiedo e Lei non se ne è mai curato, l’abolizione della legge di gravità, un assurdo giuridico che le plutocrazie mondiali impongono a tutti i popoli della terra senza interpellarli. Un vero sopruso al quale è ora di mettere fine.
Ci pensi: potrebbe lasciare in pace le renne e venire a fare le Sue commesse nuotando e facendo capriole nello spazio, ed entrare nelle case dalle porte e dalle finestre, in piedi o a testa rovesciata, invece di scivolare giù dai camini sbattendo il culo sui panettoni Bauli. E io potrei volare in cielo, in terra e in mare non solo con la fantasia ma anima e corpo insieme. Ha presente Miracolo a Milano? Ecco.
Il terzo dono mi piacerebbe condividerlo con la mamma. Sì, proprio la mia mamma.
Vorrei entrare con lei da Bulgari a via Frattina, prima che chiuda per fallimento e, con una scusa qualunque che solo Lei, Natale Babbo, è in grado di architettare, prendere la collana più bella e costosa che c’è ed uscire senza pagarla sotto il naso delle commesse e del direttore del negozio.
Poi la porterei a cena dal signor Beck Heinz all’Hilton Hotel e dopo un’affacciatina dalla splendida terrazza dell’albergo guarderei, con la mamma sotto braccio, i fuochi artificiali colorati che vanno a spegnersi nel Tevere.
Ecco Natale Babbo, la mia letterina finisce qui.
Non mi pare di aver chiesto cose impossibili o costose, ma se non volesse o potesse accontentarmi, La prego di astenersi dal fare sostituzioni arbitrarie e balzane come ha fatto lo scorso anno.
Non ho bisogno di sotto piatti per il panettone o di taglia torroni elettrici, né di spremi agli o affetta tartufi. Non saprei che farmene dell’Arbre Magique deodorante al muschio biodinamico o delle foderine della macchina con Titti e Silvestro che litigano per un cheeseburger.
La prego, se proprio non ce la dovesse fare, La dispenso, lasci stare.
Mi accontenterò del solito ceppo acceso davanti al camino, della mia poltrona Poang Ikea molleggiante, della vista delle monachine svolazzanti sopra al fuoco e del silenzio che la notte di Natale la fa da padrone. Il padrone meno funesto che io conosca.
Farò il Suo dipendente fino a mezzanotte e poi, cappelletto in testa e borsa dell’acqua calda in mano, m’infilerò nel letto stretto stretto al cuscino e piano piano aspetterò che Lei arrivi, finché le forze non mi mancheranno e crollerò addormentato nel più dolce dei sonni.

Un cordiale saluto e un caloroso

Buon Natale, Natale Babbo!

Allarme pediculus


La maestra si aggirava tra i banchi, dettando parole incomprensibili e sbirciando gli errori dei suoi alunni, quando lo vide. Grosso. Minaccioso. Fuori norma. Spiccava sui capelli di una bambina, un lendine delle dimensioni di una patata. Mai visto niente di simile. La maestra si azzittì di colpo e si guardò intorno barcollando. Scoprì con orrore che altri lendini alloggiavano sulle teste dei ragazzini. La bambina si sistemò il fiocco tra i capelli e, al contatto con quella presenza estranea, non mostrò alcun turbamento.

Colta da un improvviso fremito, la maestra si affrettò a dettare le ultime tre parole della lista “zigote, zizzania, zoster”, poi si recò alla lavagna e scrisse: Allarme Pediculus humanus capitis! Si ordina a tutti i genitori…

Il gesso strideva sull’ardesia.

Sentiva alle sue spalle un brusio risalire dall’ultima alla prima fila e appiccicarsi alla cattedra come un parassita. Con una piroetta isterica si girò su se stessa, temendo di confermare ciò che aveva appena intravisto con la coda dell’occhio.

Le teste dei bambini erano state inglobate in protuberanze grandi come uova di struzzo. Creature abnormi fremevano e sobbalzavano, ansiose di venire al mondo. Con una rapida sequenza di tonfi, perforarono gli involucri lasciando sul pavimento gusci vuoti e raggrinziti.

I giovani pidocchi si sgranchirono le zampe e un cupo ronzio s’innalzava oltre le loro teste grigiastre e translucide.

La maestra si avvicinò alla porta per tentare la fuga ma l’uscita fu prontamente bloccata da un pidocchio secco e lungo, dallo sguardo familiare. Se ne stava immobile, curvo nel suo esoscheletro bruno, con le zampe incrociate sull’addome.

- Sei già morta e ancora non lo sai!- disse arrotando le pinze.

La maestra riconobbe la voce rauca di Lucio Stregoli, il pluriripetente.

- Diamoci dentro!- urlò Bice Mariotti mentre si strappava il grembiule e lanciava in aria con i suoi uncini neri il quaderno accartocciato. – La lezione è finita!

La maestra brandiva la bacchetta.
– Via, luride bestiacce! Via! Via!

Accerchiata da quel branco ripugnante, voltava ossessivamente la testa da una parte ma quegli esseri erano ormai schierati. Una testuggine coriacea, compatta quanto un’antica legione romana.

Un tumulto infernale, un frenetico tramestio immondo e osceno avvolse l’aula.  La vecchia si voltò di spalle e fissò ancora per qualche istante la sua ultima frase alla lavagna: Allarme Pediculus humanus capitis…

Il banchetto si consumò rapido.

Quando alle 13:30 suonò la campanella e i bambini se ne tornarono a casa, qualcuno scoprì il corpo esangue della maestra, stritolato come un pidocchio.

L’apprendista


E’ già il 24 giugno del 2019. Non riesco a credere che sono già cinque anni che ho perso il lavoro. Assieme a tutto il resto. Ho provato a fare altri lavori in questi anni, ma non ne sono capace. Con tutta la mia laurea in Giurisprudenza da 110 e lode, con tutta la mia esperienza decennale nei tribunali non servo più a niente. Forse esiste ancora un dio. Oggi mi hanno offerto una possibilità a cui non speravo più. Mi faranno lavorare come manovale alla costruzione di certi edifici che stanno finendo nella zona nuova. Mi hanno detto che di solito prendono gente più capace di me, ma hanno bisogno di tanta manodopera.

Ormai lavoriamo già da alcune settimane. Io sto al muro che dà verso la città vecchia. Per fortuna i nostri familiari possono alloggiare direttamente qui con noi. Gli uomini lavorano alla costruzione, le donne stanno con i bambini. Lavoriamo dalle cinque di mattina alle dieci di sera, ma ci passano anche una specie di brodo caldo che si riesce a mangiare. Sono stanco, ma contento. Mia moglie e mio figlio stanno meglio qui.

I caporali ogni tanto portano altri manovali, oppure passano solo a controllare i lavori. Ci trattano come bestie… Qui a fianco a me c’era un uomo che fino a due anni fa faceva il commercialista. L’altro giorno si è ammalato, forse era allergico a qualche materiale che usiamo per impastare il calcestruzzo. Comunque sono venuti a prenderlo e l’hanno sostituito con un altro più giovane.

Non ho ancora capito a cosa servono questi edifici che stiamo costruendo, ma io non ci capisco molto. Qui non abbiamo giornali e tutto quello che sappiamo ce lo raccontano i caporali. Oggi abbiamo finito la parte in muratura e stiamo iniziando a montare delle serpentine di acciaio su tutte le pareti. Non so proprio cosa siano. Mi hanno fatto vedere come devo montarle e io lo faccio. Ci sono delle persone più capaci di me che montano anche delle centraline, o qualcosa del genere.

Mio figlio gioca sempre con l’unico giocattolo che gli è rimasto, un drago di gomma. Fa finta che i sassi siano delle piccole persone, e con il drago li cattura e glieli fa mangiare. Ieri ho provato a giocare un po’ con lui, ma mi sono addormentato sul pavimento. Mi dispiace tanto, davvero.

Credo che ormai manchi poco, abbiamo finito anche il tetto.

Le uniche aperture rimaste in questa specie di scatola di mattoni sono solo due porte, e a volte fa un caldo quasi insopportabile. Non sono un esperto, ma non capisco come faccia a circolare l’aria in edifici progettati così. E’ vero abbiamo montato anche delle ventole in alto, forse bastano quelle, non so. Spero che finito quetso edificio mi facciano lavorare anche ad altre costruzioni. In fondo credo di essermela cavata bene. E poi, credo che mi piaccia questo lavoro. Domani voglio provare  a prendermi una piccola pausa, se me lo permettono, vorrei fare un giro in città con la mia famiglia. Sono già tre settimane che lavoro ininterrottamente.

Oggi è successa una cosa assurda, una cosa inspiegabile. Non capisco, non capisco proprio. Ho provato a uscire e un caporale mi si è parato davanti con un fucile. Sì, con un fucile vero. Non capisco, non capisco cosa sta succedendo. Volevo solo uscire e lui me l’ha impedito. Mi ha detto solo di finire il mio lavoro. Ho paura. Ho paura per mia moglie e mio figlio.

Sono pazzi! Sono pazzi! Stanno murando le porte. Dio mio, sono dei pazzi! Abbiamo cercato di fermarli, ma siamo troppo deboli, e loro sono armati. Perché, perché ci stanno murando dentro? Dio mio, aiutaci. Aiutaci.

Si sono attivate le ventole in alto e ora si respira un po’ meglio. Sono due giorni che ci hanno chiusi dentro e non sappiamo che fare e cosa pensare. Prima sentivamo le voci dei caporali al di là del muro, ma ora c’è solo silenzio. Siamo sfiniti, dormiamo quasi sempre. Non riusciamo a fare niente per uscire da qui. Ci hanno lasciato ancora la luce elettrica, e ci danno da mangiare attraverso dei tubi. Continuo a scrivere, ma non so più perché lo faccio. Ho iniziato a pregare.

Oggi abbiamo sentito uno scatto, uno strano scatto e poi un ronzio che adesso non va più via. Ho capito da dove viene, sono quelle centraline da cui partono le serpentine di acciaio. Le ho toccate e sono diventate fredde.

Hanno iniziato a staccare la luce nelle stanze.

Non c’è più speranza per noi. Le serpentine sui muri si stanno ghiacciando.

Fa molto freddo.

Stiamo provando a scaldarci sotto una coperta con mia moglie e mio figlio. Lui ha ancora la forza di giocare con il suo drago di gomma e i piccoli omini.

Verifica che esiste


Fukaeri ci pensò su per un po’.

- Perché scrive romanzi, – chiese, senza nessun accento nella voce.

Tengo tradusse la frase in una domanda più lunga.

- Visto che la matematica per me è così piacevole, perché dovrei sforzarmi di scrivere romanzi? Non farei meglio a occuparmi solo di matematica? E’ questo che vorresti sapere?

Fukaeri annuì.

- Vediamo… La vita vera è diversa dalla matematica. Nella vita le cose non scorrono scegliendo il percorso più breve. La matematica per me è, come dire, troppo naturale. Assomiglia a un bellissimo paesaggio. Qualcosa che semplicemente sta lì. Non c’è bisogno di sostituire nulla. Nel mondo della matematica, ogni tanto ho la sensazione di stare a poco a poco diventando trasparente. E a volte mi fa paura.

Fukaeri continuava a guardare in faccia Tengo, senza mai distogliere lo sguardo. Come se spiasse in un appartamento vuoto con il viso incollato al vetro della finestra.

Tengo disse:

- Quando scrivo, usando le parole sostituisco il paesaggio che mi circonda con qualcosa che per me è molto più naturale. Cioè lo ricompongo. Solo così riesco ad accertare che questa persona chiamata “io” esiste davvero nel mondo. E’ un lavoro molto diverso da quello che faccio quando sono nel mondo della matematica.

- Verifica che esiste, – disse Fukaeri.

- Anche se non posso dire di riuscirci ancora bene, – disse Tengo.

Fukaeri non sembrava persuasa da quella spiegazione, ma non disse altro. Si limitò a portare il bicchiere di vino alle labbra. Quindi ne bevve un piccolo sorso senza rumore, come se succhiasse da una cannuccia.

- Se posso dirlo, anche tu, almeno a giudicare dai risultati, fai la stessa cosa. Traduci in parole i paesaggi che hai visto e li ricomponi. E così accerti la tua esistenza e il tuo posto nel mondo – disse Tengo.

Fukaeri fermò la mano che teneva il bicchiere, e rifletté qualche istante. Ma come era prevedibile non espresse la sua opinione.

- E di questo processo hai lasciato traccia in forma compiuta: la forma di un romanzo, – disse Tengo. – E se quel romanzo susciterà l’approvazione e l’empatia di molte persone, diventerà un’opera letteraria dotata di un valore oggettivo.

Fukaeri scosse la testa con decisione.

- La forma non mi interessa.

- La forma non ti interessa, – ripeté Tengo.

- La forma non ha significato.

- Se è così, perché hai scritto quella storia e l’hai inviata al premio per nuovi scrittori?

Fukaeri posò il calice di vino sul tavolo.

- Non l’ho inviata.

Tengo, per calmarsi, prese il bicchiere e bevve un sorso d’acqua.

- Cioè, vuoi dire che non hai presentato il tuo libro al premio?

Fukaeri annuì.

- Io non l’ho inviato.

- Allora, chi è stato a inviare un testo scritto da te alla casa editrice per candidarlo al premio?

Fukaeri si strinse leggermente nelle spalle. Poi rimase in silenzio per una quindicina di secondi. Quindi disse:

- Nessuno.

- Nessuno, – ripetè Tengo. Poi espirò lentamente l’aria attraverso le labbra socchiuse. “Accidenti, le cose non andranno per niente lisce. Proprio come pensavo”.

Sinfonia compiuta


Potrei raccontare – intervenne il ciccione con impetuosità – che tre anni fa in Guatemala un vecchio suonatore di organetto di una chiesa di quartiere mi raccontò che intorno al 1929 quando venne incaricato di schedare le carte di musica di Santa Maria della Mercede trovò improvvisamente degli strani fogli che si mise a studiare intrigato con l’affettuosa dedizione di sempre e siccome le annotazioni erano scritte in tedesco gli costò un bel po’ accorgersi che si trattava dei due movimenti finali della Sinfonia Incompiuta potendo ben immaginare la sua emozione nel vedere ben chiara la firma di Schubert uscì correndo agitato per strada a comunicare agli altri la sua scoperta ma tutti risposero ridendo che era impazzito e se per caso volesse prenderli in giro ma siccome lui era un maestro nella sua arte e sapeva con certezza che i due movimenti non erano meno eccellenti dei primi non si tirò indietro e anzi giurò di consacrare il resto dei suoi giorni a costringerli a confessare la validità del ritrovamento e quindi d’allora in poi si mise a cercare metodicamente tutti i musicisti del Guatemala ottenendo però risultati pessimi tant’è che dopo aver litigato con una gran parte di essi senza dire niente a nessuno e ancor meno alla moglie vendette la sua casa per trasferirsi in Europa e una volta a Vienna fu ancora peggio perché sostenevano che non era possibile che venisse un Leiermann guatemalteco a insegnare loro come rintracciare opere scomparse e meno che mai di Schubert i cui specialisti riempivano la città e si chiedevano cosa fossero mai andati a fare quei fogli tanto lontano fino a quando ormai quasi disperato e con i soli soldi del biglietto di ritorno conobbe una famiglia di vecchi ebrei che avevano vissuto a Buenos Aires e che parlavano spagnolo e lo trattarono molto bene e si innervosirono tantissimo quando si misero a suonare i due movimenti come gli aveva insegnato Dio sul loro pianoforte sulla loro viola e sul loro violino e quando infine stanchi di esaminare i fogli da ogni lato e di annusarli e di guardarli controluce davanti a una finestra si videro costretti ad ammettere prima a bassa voce e poi gridando sono di Schubert sono di Schubert! e scoppiarono a piangere avviliti l’uno sulle spalle dell’altro come se invece di aver recuperato i fogli questi si fossero smarriti in quell’istante e io mi ero sorpreso del fatto che sempre piangendo ma ormai più calmi e dopo aver parlato in disparte tra di loro e nella loro lingua cercarono di convincerlo strofinandosi le mani che i movimenti pur essendo così belli non aggiungevano nulla al valore della sinfonia nel suo stato attuale e che anzi si poteva addirittura sostenere che gliene toglievano poiché la gente si era abituata alla leggenda che Schubert li avesse stracciati o non avesse mai nemmeno provato a scriverli sicuro di non riuscire più a superare o uguagliare la qualità dei primi due e che il bello era pensare che essendo l’allegro e l’andante fatti in un determinato modo chissà come avrebbero potuto essere lo scherzo e l’allegro ma non troppo e che se lui avesse rispettato e amato davvero la memoria di Schubert la cosa più intelligente era consentire loro di mettere da parte quella musica in quanto ne sarebbe nata in seguito una polemica interminabile nella quale Schubert sarebbe stato l’unico perdente e pertanto convinto allora che non avrebbe mai ottenuto niente dai filistei e ancor meno dagli ammiratori di Schubert che erano pure peggio si imbarcò per tornarsene in Guatemala e durante la traversata una notte mentre la luna illuminava in pieno la spumosa fiancata della nave con la più profonda malinconia e stanco di lottare contro i buoni e contro i cattivi prese i manoscritti e li strappò uno a uno e ne buttò i pezzi in mare per assicurarsi che nessuno li avrebbe più trovati mentre – concluse il ciccione con un certo tono di afferrata tristezza – grosse lacrime gli bruciavano le gote e intanto pensava con amarezza che né lui né la sua patria avrebbero potuto rivendicare la gloria di avere ridato al mondo alcune pagine che il mondo avrebbe potuto ricevere con tanta allegria ma che il mondo con tanto senso comune aveva rifiutato.

Ultraveloce


Luce.
Interno, biblioteca.
Sono nel solito posto, nel solito angolo, nella solita posizione. Il libro di ieri, quello del giorno prima di ieri, quello che prendo da almeno una settimana.
Leggo. Sono in quel punto, in quella stanza, in quel momento in cui … lui, alto e bello le parla, le dice di volerla, di amarla, di poter fare di tutto pur di averla. Lei arrossisce e lui la guarda, le tocca i capelli, le sfiora le guance, lei arrossisce di nuovo…

- Che ne pensi?

- Eh? – io, a voce bassa.

- Che ne pensi?

Alzo appena gli occhi dal libro. Mi guardo attorno. Tutti leggono.

Continuo … ora lui la tiene stretta e le dice ti amo, lei non parla e lo guarda…

- Allora che ne pensi?

- Eh? – ripeto.

- Pensi che lui faccia bene?

Rialzo la testa da libro, mi guardo attorno, ma tutti leggono. Torno sul libro. Lei adesso lo guarda e lui cerca di…

- Insomma pensi che lui sia anche un po’ porco, un  po’ voglioso, tipo un po’ libidinoso?

Alzo di scatto lo sguardo e un signore distinto, seduto davanti a me, mi fissa. Di corsa torno sul libro. …lui cerca di prenderla e di baciarla…

- Oppure pensi che la ama e basta?

Fisso il libro e cerco di concentrarmi … lei si avvicina delicatamente…

- Ehi! Dico a te! Pensi che lei ora gliela dà?

Giro la testa e sussurro:
- Insomma… chi è?

Un tipo basso a fianco mi guarda, lo fisso un istante e poi punto ancora gli occhi sul libro.

- Io lo so che non gliela dà!

Faccio finta di niente.

- Lei non gliela dà e lui s’incazza! Allora lui la prende e se la fa in piedi, da dietro, poi lei si mette a urlare e arriva la polizia e poi l’arrestano e lei va dallo psicologo e alla fine s’ammazza.

- Ma insomma! – dico tra i denti.

- No, non è vero, lei non gliela dà, ma delicatamente lui la ama, poi la lascia, lei comunque ci va lo stesso dallo psicologo e alla fine l’ammazza.

- Insomma… basta!

- Guarda, in sincerità, la storia è che lei gliela dà solo quando si sposano e lui la ama per sempre, lei va dallo psicologo lo stesso e alla fine s’ammazzano entrambi.

- Bastaaa!!! – dico più forte.

- Shhhhhh!!! – e poi subito dopo – Silenzio!

- E’ da un po’ di tempo che ti tengo d’occhio sai, carina!

Allora penso “Ma chi è, dov’è, che vuoi?”

- Comunque il libro è una schifezza; è la solita storia banale, di un amore profondo, di sesso non consumato, la solita pappetta rinzuppata.

Continuo a pensare “E allora?”

- Sì, è la solita storiella da ragazzina che aspetta il principino.

Penso di nuovo “Eh? Che?!”

- Molto meglio roba un po’ più fortina, giornaletti  con sbattimenti, sesso a tre, a quattro, in gruppo, scambi di coppia, manette, corde, giochini vari, grugniti e mugolii!

“Ma che schifo!” penso ancora, mi agito sulla sedia. Una donna in fondo con gli occhiali appena calati sul naso mi squadra, io mi nascondo.

- Sì, ululati, oggetti piccoli, grandi, multiuso!

“Ma è uno schifo tremendo!”

- Lo sai che sei proprio carina!

“Eh!?”

- Sei molto carina!

Mi tocco i capelli. Il signore distinto mi fa un sorriso, abbasso lo sguardo e penso “Dici?”

- Dico sul serio sei veramente molto, molto carina!

“Grazie!”

- Sei la più bella qui dentro, sai?

“Ma dai smettila!”

- Sei fantastica!

“Dai, mi fai arrossire!”

- Tu li fai i mugolii?

Sobbalzo sulla sedia, la donna con gli occhiali mi osserva con insistenza.

- Ti piace  fare aùùù aùùùùùùù… ti piace, vero?

Mi agito ancora e penso “Ma, dico sei un maiale, un pervertito o cosa? E poi, a te che te ne frega!”

Mi guardo attorno veloce.

- Hai mai utilizzato tipo… oggetti per eccitarti!

Mi copro il viso e penso “Ma cosa vuoi, cosa vuoi da me!?”

- Beh… si fa così per parlare, insomma, io ti piaccio?

“Non capisco nemmeno chi sei, come fai a piacermi?”

Riguardo per un attimo la donna in fondo.

- Noooo, sei proprio fuori strada!

Mi giro e guardo il signore davanti.

- No!

Mi rigiro, e guardo il tipo basso.

- No, io sono alto.

“Cioè?”

- Cioè, sono in alto!

“Che? Che cosa?”

- Io sono su!

Guardo discretamente verso il soffitto.

- Più su!

Tendo la testa.

- Più su, ancora più su, senza eccitarti però!

“Smettila, pervertito!”

Guardo, fisso bene in alto e vedo la luce forte, sopra di me.

- Ecco, sì brava, sono il neon!

“Come?”

- Eh già, sono quello che t’illumina!

“Fantastico!”

- Fantastico un cazzo! Tu mi vedi neon,  n  e  o  n    neon   vero?

“Sì, ti vedo neon!”

- Ma io non sono un neon. In effetti io… sono un vibratore!

Continuo a guardare la luce in alto “Che?”

- Sì, sono un vibratore!

Alzo completamente la testa verso la luce “Bello mio, tu non sei un vibratore tu sei un neon!” penso.

- Se ti dico che sono un vibratore, sono un vibratore!

“Tu sei pazzo, ecco cosa sei: un pazzo!”

- Mai quanto te che parli con me che sono un neon, cioè un vibratore!

“Io parlo con te perché tu parli con me, altrimenti io con te non ci avrei mai parlato!”

- Insomma, sei tu pazza!

“Va bene, io sono pazza, ma tu non sei un vibratore.”

- Ecco, appunto. Non lo sono ma volevo esserlo!

“Sei neon e neon rimani” continuo a pensare guardando la luce.

- Mi vuoi fare arrabbiare per vedermi vibrare.

“Ma smettila, al massimo riesci a fare solo un leggera intermittenza.”

- Io non intermetto, io vibro!

“Tu intermetti!”

- No, io vibro!

“Intermetti!”

- Vibrooo!

“Ridicolo!”

- Bella, tu non sai chi sono io!

“Lo so, sei un neon!”

- Mi presento: mi chiamo ULTRAVELOCE. Sono il nuovo modello, ho sette velocità, dico: sette – nuove – splendide – velocità. E daiii vieni qui. Dai, ho detto, avvicinati. Devi aprire la mano, prendermi, andare sul tastino rosso in basso,  e poiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!!

“Maiale!”

- Sono solo un neon insoddisfatto.

“Un neon maniaco!”

- Sono solo un neon che voleva essere un vibratore, anale, vaginale, un fantastico vibratore e invece mi ritrovo neon, con cultura, ma sempre neon! Sai che me ne faccio di essere un neon. Io volevo vibrareeeeeeeeee….

Distolgo lo sguardo dalla luce, abbasso subito la testa e chiudo il libro.

- Portami, via con te!

Rialzo la testa e guardo in fondo la donna con gli occhiali continua a scrutarmi e penso “No!”

- Dimmi almeno che sono un vibratore!

“Non ci penso proprio!”

- Dai, dimmi che sono un vibratore e fammi grrrrrr.

Sbatto i pugni sul tavolo e il tipo a fianco sobbalza.

- Shhhhhhhhhhhhhhhh!

Dico forte: – Eh?

- Silenzioooooo!

- Mi fai grrrr? Dai fammi grrrrrrrrrrrrr!

Il signore davanti mi fa un altro sorriso, faccio finta di niente, guardo la luce e dico più forte:
- Va bene, sei un vibratore e grrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!!!

Mi fissano tutti.

- Ti piaccio, vero?

“Ma che dici?”

- Lo so che ti piaccio!

“Ma smettila!”

- Lo so, io vedo tutto dall’alto, un neon queste cose le sa!

Riapro il libro, cerco rapidamente  il segno e leggo … lui le avvicina le labbra e lei cerca di…

- Dai afferrami!

Leggo ancora  … lei cerca di allontanarsi ma lui la stringe a sé, con tutto il suo amore…

- Su avvicinati!

- Insomma! – dico forte.

Il signore distinto mi sorride di nuovo, io guardo verso l’alto.

- Tu leggi, io sono un vibratore luminoso è fantastico non trovi? Siamo un bella coppia!

- Smettila!

- Dai prendimi!

- Smettila!

- Dai ora, uuuu afferrami, oraaa daiiiii daidaidai!

Allora chiudo il libro.

- Che fai?

Mi alzo lentamente. Mi guardo attorno.

Il signore sorride sempre. La donna scruta ogni mio movimento. Il tipo rialza lo sguardo verso di me.

- Ma io…

Salgo lentamente sopra la sedia.

- Ma…

- E stai zitto un attimo!

Mi allungo.

- Che poi…

Mi allungo ancora un po’.

- Sai non vorrei che tu…

Vado verso la luce.

- E’ che io… sai in verità…

Allungo la mano.

- Volevo solo… essere… un vibratore…ultraveloce…

Buio.

Le analisi poetiche


La vena poetica sul braccio destro gli si era rigonfiata. Era bella, quella vena tutta nera, in rilievo, che gli partiva dalla spalla e correva giù fino al polso. In quella vena scorrevano centinaia di minuscole lettere d’inchiostro.

- Questa mi sembra una p! Questa una A maiuscola! Questa è una virgola! – esclamò contento come un bimbo, mentre usciva di casa per precipitarsi nel centro di analisi più vicino.

Il dottore riempì tre siringhe di letterine nere. La vena era tornata invisibile.

- Bene – disse il medico – i risultati fra due giorni.

Due giorni dopo la segretaria porse al poeta due cartelline bianche. Ne aprì una. C’erano dieci pagine con stampate dieci poesie. Aprì la seconda cartella. C’era una sola pagina e vi erano indicati i valori dettagliati delle dieci poesie.

Diede una scorsa veloce: il colore e la consistenza dell’inchiostro rientravano nei valori di riferimento, così come la qualità della grafia, del contenuto del lavoro, la quantità di punti, virgole, due punti, punti esclamativi, interrogativi e di sospensione. Solo il valore degli avverbi usciva un po’ fuori dai parametri, ma appena appena.

Il poeta pagò la segretaria, uscì e chiamò subito il suo editor.

- Salve! Ho una raccolta nuova di poesie! Le ho ritirate poco fa! – esordì su di giri.

- E allora? – ribatté l’editor sbrigativo.

- Allora, vorrei fargliele leggere.

- Mi dica, come sono i valori?

- Perfetti! Ho solo gli avverbi un po’ alterati, ma appena appena.

- E le pare poco! – esclamò l’editor stizzito – Lei sa benissimo come devono essere, per me, le analisi dei miei scrittori: perfette!

- Ma le ripeto sono appena appena…

- Non insista! La verità è che lei in questo periodo ha fatto di sicuro indigestione d’avverbi d’ogni tipo!

- Ma, effettivamente…

- Ci aggiorneremo al prossimo prelievo. Le do un consiglio: si dedichi a letture di opere dalla scrittura più asciutta ed essenziale. La saluto.

L’editor attaccò bruscamente, e il poeta rimase lì, immobile sul marciapiede, col cellulare in mano e la bocca aperta.

A ridestarlo fu il tamburellare leggero e improvviso di un dito sulla sua spalla. Si voltò. Era la segretaria che poco prima gli aveva consegnato i risultati.

- Mi scusi – gli disse – oggi sono leggermente distratta, ma solo leggermente. Non le ho dato la ricevuta. Tenga.

La situazione precipitò in un attimo.

Quel “leggermente” pronunciato dalla donna, vuoi per la rabbia che le parole del suo editor gli avevano messo addosso, vuoi per la delusione di avere tra le mani un lavoro che non sarebbe stato pubblicato, gli fece perdere del tutto la ragione.

- Leg-ger-men-te – sillabò con occhi deliranti – avverbio formato dall’aggettivo “leggero” e dal suffisso “mente”. Leg-ger-men-te…leg-ger-men-te… – continuò a cantilenare, mentre faceva cadere le analisi poetiche a terra, e sollevava le mani in direzione del collo della signora.

Il sogno


L’uomo si svegliò al mattino, e ricordò di aver sognato di essere un altro uomo. Raccoglieva frutti rossastri in un campo di theobroma. Nonostante l’ombra delle palme e dei banani, che proteggeva le piante basse, il sudore gli colava lungo le braccia e lungo la schiena. E gli colava dai capelli bagnati, sulla fronte, facendogli bruciare gli occhi.

Il sole gli aveva cotto la pelle, scura e arsa. Intorno a lui, altri uomini, scuri e arsi, lavoravano, instancabili, riempiendo ceste e sacchi di iuta. Poco distante, un guardiano gridava ordini facendo schioccare la frusta sulle schiene nude di quelli che gli capitavano a tiro, come monito, come esempio, sia per coloro che venivano sferzati che per gli altri. Nel sogno, a un certo punto, il guardiano si era rivolto all’uomo che lui era nel sogno, e gli era andato incontro, con aria minacciosa. Lo aveva colpito, e lui era caduto a terra. Era allora che si era svegliato.

Si alzò dal letto. Sua moglie era già in piedi, e la tavola era già apparecchiata. Si lavò il viso e le mani con acqua fresca, poi andò a sedersi con lei. Mangiarono frutta, e uova, e intinsero nel latte frittelle e pane dolce alle noci e all’uva passita. Quando furono sazi, tornarono a letto, e fecero l’amore. Poi rimasero lì, abbracciati, stretti l’uno contro l’altra.

Si addormentò, e sognò ancora di essere l’uomo nella piantagione di cacao. Aveva le braccia tese verso l’alto, e i polsi legati, assicurati ad una palma. Vedeva davanti a sé gli schiavi che lavoravano. Aprivano le cabosse raccolte, e ne estraevano i semi, trenta o quaranta, agglomerati da una mucillagine bianca, gelatinosa e zuccherina. Li stendevano fra enormi foglie di banano, in cui avrebbero fermentato per sette giorni.

Il corpo dell’uomo che lui era in sogno, doleva per le frustate che aveva ricevuto. Strinse i denti per non gridare a quelle che continuavano a piovergli sulla schiena, immobilizzato da quei legacci, senza che potesse neppure vedere in faccia il suo tormentatore.

Si svegliò di soprassalto. Sua moglie era ancora lì, addormentata, con la testa appoggiata sulla sua spalla, e lui, con un braccio, la cingeva. Era così bella. E lui la amava così tanto. Non aveva mai amato che lei. Ricordò quando l’aveva conosciuta e, poi, l’emozione di aver scoperto che il suo amore per lei era ricambiato. Ricordò il momento in cui lei aveva accettato di sposarlo e, poi, il giorno delle nozze. Ricordò il turbamento alla notizia del primo figlio, e, poi, degli altri figli. Li pensò, ad uno ad uno, quei figli ormai grandi. Ricordò tutta la sua vita, tutta la loro vita insieme, che era tutto ciò che avrebbe mai desiderato. Appoggiò le labbra sulla fronte della moglie, e la baciò teneramente. Poi, si addormentò di nuovo.

Nel sogno, i semi di cacao, già essiccati al sole, venivano tostati in grandi tegami di metallo, appoggiati su fuochi accesi. Intanto il guardiano stava preparando un cappio, appeso ad un ramo alto. Sotto il ramo, c’erano casse di legno accatastate. Slegarono le mani dell’uomo che lui era in sogno, e lo fecero salire su quel patibolo improvvisato.

Sui volti degli uomini, costretti ad assistere all’esecuzione, leggeva dolore e sgomento, ma anche una sorta di rassegnazione, un senso di ineluttabilità.

Cercò di svegliarsi, perché quel sogno lo inquietava. Cercò di tornare alla sua vita, al suo comodo letto, alla sua dolce compagna. Ma la consapevolezza di sognare non sembrava sufficiente a riportarlo alla veglia.

I grani tostati venivano ora macinati, in un mulino azionato dalla forza di molte braccia.

Il guardiano fece scorrere il cappio intorno al collo dell’uomo che lui era in sogno. Un uomo morto era nulla, se la sua esecuzione serviva da insegnamento ai vivi. Avrebbero rigato dritto tutti quanti, almeno fino a quando il prossimo schiavo non avesse deciso che voleva morire. Stava sognando, eppure le lacrime gli riempivano gli occhi, scivolando lungo il viso, fino a bagnare la corda. Che lo impiccassero dunque, se doveva essere quello a svegliarlo.

Il profumo del cacao, nero e corposo, riempiva l’aria.

Qualcuno colpì le casse, togliendogli ogni appoggio. Lui sentì che stava cadendo, e che la corda si tendeva intorno alla sua gola. Sentì il rumore, e il dolore, delle ossa del collo che si spezzavano.

In un istante, capì la verità, atroce e dolorosa: non si sarebbe svegliato, perché lui era l’uomo che sognava, mentre l’altro uomo era il sogno.

Sentì l’aria che gli mancava. Si chiese cosa aspettino gli uomini dopo la morte, il paradiso, l’inferno, o soltanto l’oblio. Sentì gli occhi uscirgli dalle orbite, la lingua tendersi in uno spasmo fuori dalla bocca, a cercare un altro, ultimo respiro.

Fu allora che ricominciò a sognare di essere l’uomo nel comodo letto, con la luce del sole che illuminava la stanza attraverso le tende, e sua moglie che si svegliava accanto a lui, fra le sue braccia.

La lavatrice


È stato quando Erica ha portato a casa la lavatrice. Ce la paga mia mamma, ha detto. Poveretta, costa quasi quattrocento euro. Poveretta, ho pensato anch’io ingenuamente. Poveretta. Sì, bravo scemo. Ma lì per lì non avevo ancora realizzato la portata devastante di quel gesto. Era soltanto una lavatrice, che male poteva fare? E invece con la lavatrice io ho iniziato a morire, poco a poco, come consumato dal vorticare meccanico e velocissimo di quel cazzo di cestello.

Mi chiama e mi fa: puoi venire a prenderla col furgone di zio? Così si risparmiano trenta euro.

E io: va bene.

Arrivo da Trony. Il Trony di Redenzano, che contraddice l’essenza stessa del megastore, perché c’è un parcheggino di tre metri che a fatica ci stanno dieci macchine, e col furgone a passo lungo non c’è verso di trovare un posto che non sia in mezzo alla strada. Quindi, l’unica soluzione – visto che il carico e scarico è perennemente occupato – rimane il posto degli handicappati, quello sì, bello largo e sempre libero.

Mi infilo tra le linee gialle circospetto, un po’ a disagio. Non è che mi sentissi veramente in colpa; alla fine, gli handicappati non escono mai. È più che altro per dire: ok, mi sento in colpa per una cosa che non si fa, quindi sono una brava persona, non sono un pezzo di merda arrogante.

Comunque, non ho ancora tirato il freno a mano quando una macchina mi parcheggia di fianco, sfruttando un pezzettino di posto giallo avanzato e rimanendo per il resto fuori, a ingombrare il passaggio. Guarda che stronzo, penso. Così, d’istinto. E invece quello mi lancia una rapida occhiata, apre il cruscotto, tira fuori un tagliando quadrato, lo appoggia contro il parabrezza e con molta fatica inizia a scendere dalla macchina.

Non aveva solo problemi alle gambe, ma una specie di deformazione un po’ dappertutto, anche in faccia. Zoppicava e per chiudere la portiera ci si è dovuto appoggiare sopra, sollevando la gamba rigida come contrappeso. Io sono diventato tutto rosso e ho rimesso in moto, a fare intendere che mi ero fermato solo un attimo, per riordinare le idee. Quello allora mi guarda un’altra volta, con maggiore intensità, ma senza una punta d’odio, come se l’indifferenza fosse la sua lama invisibile, come se dicesse qualcosa del tipo: sei un bel coglione, ma ti perdono. Parcheggia dove ti pare tanto io resto così e te resti un coglione. E ora vai, entra a caricare la tua lavatrice, e quando inizierà a bruciare – la vita, intendo – quando inizierà a bruciarti sotto al culo, vedrai se non è proprio la lavatrice a tenerti inchiodato.

Cazzo, ho pensato. Ho spento il motore e ho fatto quello che dovevo fare. Sono arrivato a casa, l’ho sballata, l’ho montata. Erica era al settimo cielo mentre leggeva il libretto delle istruzioni. Classe A+, controllo elettronico del consumo d’acqua, ciclo notturno silenzioso, lavaggi speciali e altre cose da lavatrice.

Ottimo, continuava a ripetere. Ottimo. Tutta quella euforia per un aggeggio mi sembrava esagerata ma era come se in fondo ne comprendessi la natura. È una donna, pensavo. Una donna con una lavatrice nuova.

Perché ufficialmente non è che Erica vivesse ancora davvero da me. Cioè sì, ormai stavamo insieme da più di sei anni, e lei praticamente dormiva sempre a casa mia. Solo che se una sera io non c’ero, se ero a suonare, o se avevo due o tre cose da fare, o se a lei andava di farsi gli affari suoi, ecco, non dovevamo renderne conto. Era più che altro l’idea di libertà a farmi sentire libero, anche se poi non la mettevo quasi mai in pratica. Perché alla fine Erica è bella vera, e morbida quando ti ci sdrai sopra, e sempre calda se c’è da scaldarsi – quella volta a settimana che succede. Gli voglio un gran bene, insomma, e se lo merita tutto.

Solo che finché ognuno i panni se li lavava in casa propria, io dalla mia mamma e lei dalla sua, era come se avessimo ognuno un metro cubo d’aria di emergenza. Tanto alle mamme fa solo piacere, e quello sbuffare davanti al ferro da stiro bollente non è che un suono a ricordarle che possono ancora servire a qualcosa. Quindi nessun problema, e a trentatré anni – è inutile fare tanti discorsi – a trentatré anni non si è ancora completamente adulti, non ancora.

Lei, però, al suo metro cubo d’aria avrebbe rinunciato volentieri in favore della tanto agognata stabilità.

E infatti con la lavatrice cambia tutto. È una cosa che ti lega, perché non si scappa dalle mutande e dai calzini e dalle magliette: alla lavatrice gli devi dare da mangiare tutti i giorni. Devi nutrirla per ingrassare il tuo quotidiano. E più il quotidiano ingrassa, meno spazio rimane per te. Se hai una lavatrice in casa, la casa è ufficialmente una casa. Non è più un posto dove ti fai la doccia, dove dormi, dove tieni le cose. È il posto dove costruisci qualcosa che vuole essere per sempre, e che se anche lo interrompi diventa comunque un casino.

Per me era qualcosa insieme ad Erica.

Amore, vedi, qui ci va l’ammorbidente, non fare la cazzata di metterci il detersivo, ok? Ti amo.

Sì, anch’io, le ho detto. E se non fosse che è incassata nel muro ci avremmo scopato su quella lavatrice, come nei film, così, per celebrare la cosa, perché il primo lavaggio non si scorda mai.

E invece mi dice, io faccio un salto a comprare lo stendipanni, tanto lei si ferma da sola.

Va bene, faccio io. E me ne resto lì, a fissare l’oblò.

Quando la porta di casa le si chiude alle spalle rimane solo il silenzio e nel silenzio una scritta enorme che dice: questa è la tua vita.

È tutto qua? Mi viene da chiedere ad alta voce, come una preghiera, anche se non ho mica mai creduto a niente io.

Me ne sto seduto sul panchetto a controllare che tutto funzioni, con l’imballo ancora nell’ingresso, sennò se c’è un problema non la posso restituire.

Il gorgoglio dell’acqua che riempie il cestello. Il sibilare elettronico del motore. Le lucine intermittenti sul display, man mano che il programma avanza verso la centrifuga. E al centro, riflesso sul vetro rotondo, tutto quello che avrei potuto essere lontano da qui.

Non mi sono neanche stupito più di tanto di quelle immagini trasparenti, liquide, eppure così nitide e vere. Semplicemente sono rimasto a guardarle. Ci sono io che suono il sassofono come un dio, passando da un club fumoso all’altro, per pochi spiccioli, ma così fiero e sempre con la sigaretta in bocca e lo sguardo fosco dell’artista maledetto. Ci sono io con una donna diversa ogni sera nel retro del locale dove ho appena suonato. Io che mi porto dietro il ricordo dolciastro di quella donna fino a che un’altra non ci metterà sopra il suo.

È così naturale, come guardare la televisione, ma anche fragile come il sogno, e ho paura che a farmi troppe domande possa sparire. Così, quasi ogni sera – basta che abbia un calzino da metterci dentro – me ne vado in bagno a fare la lavatrice, e aspetto che il cestello si riempia d’acqua e inizi a girare per guardare tutte le vite che non vivrò mai.

Ci sono io che faccio i documentari nei posti sperduti e pericolosi della terra. Io che rincorro i tornado, che vado sotto terra, io che cavalco il vento del deserto e respiro l’aria rarefatta delle montagne più alte. Io manager che mi scopo una collega diversa in ogni viaggio e me ne innamoro, finché al viaggio successivo un’altra prenderà il suo posto.

Ci sono io campione di scherma, io delinquente da strada, io brillante scienziato e io che recito nei teatri off di Londra e Berlino. Finché il lavaggio non finisce e la luce verde si accende. Ogni volta.

A Erica non le ho detto che mi vedevo nella lavatrice. Ho continuato a fare la mia parte con lei, e le ho dato quello che voleva: una famiglia, due bambini, le domeniche all’Ipercoop a Livorno, la sicurezza di un posto fisso come caldaista. Caldaista, io che col sassofono facevo sbocciare i fiori, e dipingevo quadri che sapevano parlare. Parlavano davvero, non ricordo se era dentro o fuori dalla lavatrice, ma parlavano con i loro colori.

Spesso Erica mi dice: sei assente. E io mi stringo nelle spalle: che ti devo dire. Questo siamo noi. Siamo morti, se ci pensi.

E così, col tempo ho iniziato a entrare sempre più dentro l’oblò. Quelle che erano immagini in movimento sono diventate sensazioni e poi ricordi, e poi ancora quasi ho iniziato a sentirne la sostanza, a portarle impresse sulle dita, negli occhi, nelle orecchie. Le mie mille e passa vite, tante sono le volte che ho caricato la lavatrice e l’ho guardata girare, prima di scoprire che ero diventato vecchio.

Tutta la normalità me la sono trascinata dietro senza farci caso. Erica mi ha lasciato a quarant’anni, e me l’ero dimenticato. Non la trombavo più, non le parlavo più, tanto tutto ciò che volevo davvero ormai lo trovavo nella lavatrice. E quando la lavatrice s’è guastata ho dato la colpa a lei e ho perso la testa. Non sono sicuro, ma credo di averla massacrata di botte mentre piangevo, sconfitto dalla paura che non avrebbe più funzionato, o che non ci avrei più visto niente. S’è portata via i bambini, è ovvio. E la verità è che non me n’è mai fregato un cazzo.

Al tecnico che venne per aggiustarla glielo dissi: se non la sistemi t’ammazzo, va bene? E lui la sistemò. Non volle neanche nulla, poveraccio. Io insistetti – mi pare – gli volevo dare almeno cinquanta euro, ma quello fece: no, no, se lo immagina, che vuole che sia, arrivederci.

Poi è morta anche mia mamma. L’ho incontrata tante volte nella lavatrice, sempre giovane, vestita bene, sembrava una signora.

Una sera le sono andato incontro con un enorme scontrino in mano. Ero emozionato e pieno di gioia. Gliel’ho dato. Lei lo ha guardato e mi ha detto: tesoro, la vita vera non te la cambia nessuno.

Ieri ho rivisto Erica, da sola, senza i bimbi. È ancora bella e l’ho pensata tutto il giorno. Quando la sera l’ho trovata nella lavatrice ho preso a singhiozzare. Anche lei tra i sogni e i rimpianti; proprio lei, che era già mia. Ho allungato la mano, l’ho poggiata all’oblò. Era freddo, non ho sentito niente. Ho provato a chiudere gli occhi e lei mi è scappata. Poi mi sono addormentato, lì, accucciato per terra. Quando mi sono svegliato la lucina verde lampeggiava. Fine programma.

I corvi non esistevano più


I corvi non esistevano più. Da quando l’aria si era talmente infestata e affumicata, che i raggi del sole erano solo un pallido ricordo, la perenne luce artificiale creata dall’uomo, li aveva uccisi. I corvi non sopravvivono alla luce, almeno quanto un cecchino odia il giorno.

Credo che in quel tempo fosse tardo autunno. Ma era impossibile saperlo. Neanche le piante perdevano più le foglie: perché la luce artificiale, oltre ad aver reso perpetua la fotosintesi, irradiava un costante calore. Eppure ero certo che stava arrivando l’inverno. Perché quando combatti una guerra persa, sei una foglia secca e giallastra, che non vuole saperne di staccarsi dal suo ramo. Ma non lo può fermare, l’inverno.

Da quando la scienza li aveva creati, erano passati appena due anni: e io stavo lì. Ero l’ultimo cecchino, a difendere l’ultima roccaforte dell’uomo: forse, ero proprio l’ultimo uomo.

Il Superuomo arrivò pian piano. Ucciderlo sarebbe stato facile. Lo avevo già fatto mille altre volte. L’ennesimo atto eroico di un’umanità sucida. Con quel passo barcollante, sembrava impossibile che avesse vinto lui.

Alzò con fatica le sue quattro braccia, staccò con ciascuna delle quattro mani una foglia, e le lasciò cadere: l’aria densa e putrida, le sospinse in alto, ricacciandole in cielo. Proprio come faceva con i raggi del sole.

- Mi manca il sole. – sussurrai. E un mondo dove le foglie non cadono in basso, ma in alto, è un mondo capovolto. Per la prima volta mi accorsi di quanto fosse divenuto difficile persino respirare. Avevo un peso proprio qui, sul petto. Era più difficile respirare che ammazzare.

Con un gesto solenne, quasi tenessi in mano il calice dell’ultima cena, puntai il mirino del fucile sulla fronte di una delle teste. Lo vidi cadere goffamente in terra, mentre l’altra testa agonizzava, col terrore negli occhi di chi sa che non sarà vivo ancora per molto.

Fu allora che infilai la canna del fucile nella mia bocca: con me finiva l’uomo, la guerra e l’ultimo ricordo dell’inverno. Mi lasciai scivolare dolcemente in terra. La mia anima si staccò dal corpo, prese a volare leggera nell’aria. Solo le nubi, di cui avevo dimenticato il ricordo, la frenarono lievemente. Poi riprese a salire sempre più in alto, volteggiando ancor più leggera, verso i confini dell’universo.

Quando arrivai alla meta, ero in un posto dove il sole lucente illuminava la rugiada di foglie verdi e novelle. L’aria era fresca. E pura. Respirare era semplicemente bello. E appollaiato sui rami, vi era un plotone di corvi: sazi e sorridenti.

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