Archivio December, 2011

Un passato oscuro


Da «Il Menzognero» del 30/02/2012

 

Un passato terribile, un segreto inconfessabile è celato sotto lo splendido sorriso e il corpo statuario della modella Aglaja XXX. Lo ha rivelato lei stessa in un’intervista apparsa recentemente. La sensazionale notizia è rimbalzata immediatamente sui quotidiani di tutto il mondo. La modella, prima di convolare a nozze col magnate americano Arthur YYY, ha raccontato la sua incredibile storia ai microfoni di Starnews:

- Quella mattina qualcosa era andato decisamente storto. Appena aperti gli occhi, mi ero accorta che c’era qualcosa che non andava. Inizialmente era solo una sensazione, forse solo una premonizione, dal momento che non mi ero resa conto neanche io di quello che era successo. Mentre ero ancora un po’ stordita dal sonno, mi accorsi che le mie dita erano cresciute a dismisura. La forma della zampa era irrimediabilmente e orribilmente deformata e quando me ne accorsi, cominciai a preoccuparmi un po’. Pensai si trattasse di un’illusione ottica, di una difetto della vista, dal momento che la mia mente non riusciva ad accettare quello che l’occhio stava vedendo. Il mio orgoglio non lo avrebbe mai tollerato. Cominciai a guardarmi la pelle, e vidi che era irrimediabilmente cambiata. Le macchie gialle erano scomparse. Al suo posto era comparso un orribile colore uniforme, tra il rosa e il giallo. Una cosa che non si era mai vista. –  Ha dichiarato Aglaja.

Quelle macchie, dal colore così nitido, perfettamente visibile a qualche metro di distanza e quella forma particolare, che sembrava proprio tracciata da un designer erano il suo vero vanto. Nei giorni di sole – ci ha confidato Aglaja – se ne andava a spasso tutta orgogliosa lungo la riva del fiume. Tutte le volte si fermava su un certo sasso scuro, che catturava il calore solare e, nello stesso tempo, metteva in risalto il suo colore naturale. E questo accadeva di solito nelle giornate di primavera inoltrata, quando la natura offre tutto il meglio: i colori dei fiori, la temperatura giusta, i frutti sugli alberi che si preparano a maturare, gli uccelli che cantano nel cielo azzurro. Tutto sembrava creato esclusivamente per tentare di eguagliare la sua impareggiabile bellezza, in quei giorni in cui le macchie splendevano al pari di quelle, invisibili all’occhio umano, che formicolano sulla superficie del sole.

- Sulla mia pelle quella mattina era comparsa in alcune zone una strana e orribile peluria nera – prosegue il racconto di Aglaja, – fui immediatamente sommersa da una marea di pensieri orribili. Stava prendendo corpo un terribile sospetto. Il terrore si faceva largo, era calato come una colossale ombra su un prato verde. La lingua non era più la mia, quelle orribili dita così lunghe e mostruosamente deformi, e poi quegli assurdi e inutili mucchi di grasso dietro e quelle due piccole sfere di carne davanti con quella strana protuberanza. Ma quando mi vidi le gambe, paura e raccapriccio si impossessarono di me. Tra l’altro sentivo freddo, una sensazione che non avevo mai provato.

“A cosa mi servirà una pelle così sensibile? Cosa racconterò ai miei piccoli per spiegare l’accaduto? Dove sono andate a finire le mie meravigliose macchie gialle? Come farò adesso ad acchiappare gli insetti con questa lingua inutile e gigantesca?” – Si chiedeva la povera Aglaja smarrita e spaventata.

La povera salamandra era certa che sarebbe morta di freddo e di fame in poco tempo, dopo un’agonia ridicola e infinita. Ma dal momento che era una bella giornata di primavera, volle tornare su quella pietra nera per salutare l’ultima volta il mondo in quel luogo dove era stata felice.
Anche se si vergognava terribilmente di quel suo nuovo colorito uniforme e di quella peluria nera, volle godersi i raggi del sole e lo spettacolo della natura per l’ultima volta. Fu lì che un celebre impresario la notò ed ebbe così inizio la sua carriera.

Big Jim e la fine del mondo


24 Dicembre

Quell’incompetente della cassiera deve aver scambiato le buste.

Figuriamoci, milleduecento regali fatti in quel negozio la vigilia di Natale, e proprio a me doveva capitare.

Indosso la mia mimetica di poliestere idrorepellente e ignifuga, i miei anfibi in ecopelle fatti in Cina, il mio elmetto in plastica infrangibile e stringo in mano il mitra semiautomatico, fedelissima riproduzione in scala del mitico AK-47.

Non un graffio, non un’imperfezione, sono una macchina da guerra pronta a scattare in ogni momento, un soldato forte e impavido, un concentrato di forza e vitalità, freddo come un cobra, preciso come un samurai.

Io sono Big Jim missione Squalo 7, e sono stato fabbricato per salvare il mondo.

Ho passato le ultime sei ore in trepidante attesa, chiuso qui al buio e pronto alla sorpresa che mi sarebbe toccata. Ma non mi aspettavo certo questa, di sorpresa.

Uno spiraglio di luce mi avverte che il momento è arrivato, il ricongiungimento con quello che sarà il mio padrone e comandante per ogni mia missione futura sta per avvenire. La luce si fa più forte, la scatola si apre del tutto, i miei muscoli di gomma trepidano per l’eccitazione. Se avessi le vene, in loro scorrerebbe solo adrenalina in questo momento.

Una manina umida e appiccicosa si insinua nella fessura del cartone e mi afferra per la vita. Uno strattone, due, e vengo strappato dalla mia postazione senza che vengano rimossi i fili di nylon che mi tenevano fermo. Ho rischiato la decapitazione, ma pazienza.

La prima cosa che vedo sono due occhietti azzurri adoranti e un visetto angelico con una cascata di riccioli biondi che allarga un sorriso sdentato e mi guarda. Sento puzza di latte, caramelle alla fragola e qualcosa di amarognolo che non riesco a individuare, e in un attimo due labbra impiastricciate di una specie di rossetto arancione fosforescente iniziano a tempestarmi di baci in faccia, sulla nuca, lungo tutto il corpo, imbrattando la mia mimetica e i miei preziosissimi anfibi.

O cazzo.

- Bambina! Ehi! Mi senti? Non sono mica una Barbie, non te ne sei accorta? Vedi forse una massa di capelli color oro, un vestitino da troietta e un paio di scarpe col tacco? Non vedi che ho in mano un mitra? Che te ne fai tu di un mitra? Sei una femmina, non sai nemmeno cos’è un mitra! Su carina, dai, mettiti a fare i capricci, urla e sbraita come voi bambine sapete fare così la mamma domani mi riporta in negozio e potrò essere venduto a qualche bambino maschio bisognoso d’avventura e con un po’ di testosterone nel sangue.

Speriamo riescano a piazzarmi per l’Epifania.

Niente, la scemetta continua a baciarmi, mi stringe a sé con forza inaspettata e non dà segno di volermi mollare.

Che Natale di merda.

25 Dicembre

Nella mia vita precedente devo essere stato un giocattolo difettoso, uno di quelli che non fanno tutto quello che promettono, o devo aver involontariamente fatto del male al mio padrone. Le lacrime che sono state versate a causa mia devono essere state davvero tante. Non riesco comunque a pensare a un peccato tanto grave del passato che possa giustificare il karma che sto ripagando in questo momento.

Stanotte ho dormito in una stanza rosa, con i mobili rosa, le pareti rosa, poggiato sulla schiena di un unicorno bianco e celeste. Lo scherzo della natura mi ha fissato tutta la notte credendo che io fossi un cucciolo, e quando gli ho spiegato che gli unicorni non sono altro che una specie di cavalli gay, ha continuato a guardarmi con quegli occhioni da ebete senza dire una parola. Inutile dire che non ho chiuso occhio.

Quando si è svegliata la bambina mi ha piazzato su una sdraio rosa di plastica in mezzo ad altre due, una celeste e una gialla piazzate davanti a una piscinetta piena d’acqua.

Su quella gialla c’era Barbie Rio, con indosso un ridottissimo bikini a righe fatto di carta e un paio di occhiali da sole enormi. Appena mi ha visto mi ha detto “Benvindo, benvindo, voce gosta el carnaval?”. Ha due tette grosse come siluri, e i capelli neri corvini che le cadono dietro le spalle.

Sulla sdraio celeste c’è Barbie Principessa delle fiabe, con indosso un abito bianco enorme e una treccia lunga come una trincea che si è limitata a fissarmi sospirando. Probabilmente credeva fossi il suo principe, quel finto maschio di Ken damerino con le sue calze bianche, il sorriso a trentacinque denti e i capelli impomatati. I miei colleghi non hanno smesso un momento di prenderlo per il culo al negozio, gli cantavano

Ken, Ken,

maschio in calzamaglia

Ken, Ken,

esco pazzo se si smaglia

La marmocchia ci girava intorno estasiata, ogni tanto ci spruzzava un po’ di acqua addosso schizzando con la manina.

In tutto ciò non ho idea di dove sia finito il mio mitra, dovrò fare rapporto ai miei superiori.

Per la notte sono stato promosso alla stanza da letto padronale di Barbie Principessa, un lettone enorme con la spalliera a forma di cuore che ho diviso con la scema bionda. Non la smetteva più di sospirare, non capisco cosa abbia da lamentarsi, questo letto è molto più comodo del sacco a pelo di vinile che ho in dotazione.

 

26 Dicembre

Oggi un tè con le due Barbie, un Cicciobello al quale manca un braccio e con l’espressione colpevole di chi si è appena cagato addosso, e una bambola di pezza col vestito verde e le trecce arancioni.

La bimba ha un’amichetta con lei, le due ridono, si passano le tazzine e la teiera e ogni tanto fanno finta di farci bere.

Barbie Rio sta parlando con il Cicciobello storpio, gli dice “voce pode dancar o samba com um braco” e mentre parla vedo che i suoi slip le si sono infilati tra le chiappe, caspita, ha un culo più grosso di una testata nucleare.

La ragazzina mi ha tolto il sopra della mimetica, e ha messo una collana fatta di perline colorate sui miei pettorali che Barbie Principessa non smette di guardare con la coda dell’occhio. Se mi vedessero i miei compagni la mia carriera di soldato finirebbe all’istante.

Nel pomeriggio siamo stati trasferiti nella SPA di Barbie Rio, dove dopo una mezz’ora in vasca con idromassaggio le due marmocchie ci hanno cosparso interamente di una specie di olio viscido e odoroso. Non so descrivere lo schifo che ho provato. Se penso che i miei amici a quest’ora avranno già portato a termine una decina di missioni rischiando la vita per salvare il mondo da chissà quale minaccia, mi viene voglia di spararmi. Se solo sapessi che fine ha fatto la mia arma!

A fine trattamento sono stato sciacquato e asciugato dalla mamma della bimba. Devo dire però che adesso i miei muscoli sono molto più lucidi, e profumano vagamente di menta. Mica male. La prossima volta che farò rapporto ai miei superiori proporrò l’inserimento di un giorno a settimana dedicato alla cura del corpo. In fondo, anche un soldato ha bisogno di trattarsi bene ogni tanto. Magari una volta al mese può bastare.

 

27 Dicembre

In un’inaspettata mattinata di sole intenso, la piccola ci ha portato in gita di ricognizione sul balcone di casa.

Siamo sul camper rosa, io alla guida, la bionda sospiratrice al mio fianco e la Brasiliana adagiata sul tetto del veicolo, in posa sfacciatamente volgare, con le gambe accavallate e un braccio sollevato.

All’inizio la situazione è stata piuttosto piacevole, niente pericoli o insidie in agguato, malgrado i miei cinque sensi fossero sempre all’erta, solo noi tre a fare su e giù tra vasi di gerani e ciclamini, baciati dal sole che splendeva alto a quell’ora della mattina e spinti dalla mano della nostra padrona che si sbellicava dalle risate neanche stesse facendo chissà cosa.

All’improvviso però, un incidente inatteso ha cambiato le cose. Una spinta un po’ troppo forte e il camper è andato a sbattere violentemente sulla ringhiera del balcone, sbalzando Barbie Rio dal tetto e facendola volare giù nel vuoto attraverso una fessura della ringhiera.

Lo schianto che abbiamo sentito quando ha toccato terra è stato raccapricciante.

Noi due siamo rimasti ammutoliti mentre la bimba si è messa a strillare come un’aquila riempiendo l’aria di un suono più acuto di mille sirene d’allarme.

Mentre la madre della piccola si occupava di recuperare la nostra compagna volata via, Barbie Principessa, forse in un attimo di smarrimento viste le circostanze, mi ha preso la mano e mi ha detto:
- Anche se non porti una calzamaglia, il tuo viso non esprime nessuna dolcezza e puzzi di nafta, penso sia tu il mio principe. Ti prego non lasciarmi sola.

- Basta che smetti di sospirare – le ho risposto io.

La signora ha recuperato la dispersa in pochi minuti, ma purtroppo il volo di tre piani le ha staccato la testa di netto.

Ora il suo corpo sensuale è adagiato sulla sdraio gialla, ma la sua testa sta poggiata un metro più in la accanto alla sua amaca di paglia.

Noi altri cerchiamo di comportarci come se niente fosse, le parliamo ogni tanto guardandola negli occhi e ogni tanto fissandole le tette, tanto per non sbagliare.

La mia neo principessa le dice che le dispiace molto, le trema la voce dall’emozione, ma lei continua a sorridere con la testa poggiata in terra, dice:
- Nao hà problema, a vida è bela o mesmo.

Non posso crederci. A vederla così, orribilmente sfigurata eppure ancora sorridente, ancora entusiasta della vita, i miei occhi di plastica hanno versato una lacrima. Una lacrima sincera, di commozione.

E allora ho capito che nella vita non conta niente da dove vieni o cosa sei stato progettato per fare. Conta chi sei veramente dentro di te.

Se ti preoccupi troppo di essere quello che gli altri si aspettano che tu sia, non sarai mai te stesso.

E allora fanculo mitra, bombe a mano e terza guerra mondiale.

Uno può nascere soldato, ma dentro può essere un principe in calzamaglia.

 

28 Dicembre

Ho sentito dire che i miei compagni sono impegnati in una missione ad altissima priorità per difendere il mondo dalla minaccia globale del dottor Drake X. Il pazzoide ha rubato una quarantina di testate nucleari e le tiene puntate sulle capitali più importanti. Il figlio di puttana sta tenendo tutti i capi di stato per le palle.

Una settimana fa le mie giunture e i miei muscoli sarebbero scattati all’idea di poter partecipare a una missione di tale importanza. I riconoscimenti per chi la porterà a termine saranno al di là dell’immaginabile, gli onori immensi.

Ma al momento Barbie Rio, alla quale hanno miracolosamente riattaccato la testa con una cosa chiamata Super Attak, mi sta facendo la manicure, mentre la Mia Principessa è impegnata con spazzole e forbici e scruta ogni centimetro della mia capigliatura.

Ho le doppie punte, la fine del mondo può aspettare.

Kurt


Vai a prenderla in aeroporto fiero della tua barba incolta e della tua capigliatura anni Novanta e per completare l’opera indossi quei vecchi vestiti che puzzano del vecchio te e invece che un mazzo di fiori le porti uno di quegli hot-dog unti che vi piacevano tanto, anche se sai che non lo mangerà.

Emma esce dalle porte scorrevoli trascinandosi dietro un valigione e una borsa rosa, a forma di orsacchiotto, che ti mette i brividi. I bagagli la rendono goffa nei movimenti, o forse è il fatto di essere ingrassata a farla sembrare diversa. I capelli non sono del solito biondo, hanno un’evidente ricrescita castana e sono raccolti in una treccia scomposta.

Quella non è tua moglie, eppure è lei, la stessa che ti sorride come se nulla fosse, ti molla la valigia, addenta il panino ed esclama “Grazie, stavo morendo di fame!”.

Ti gratti la testa mentre segui il nuovo culo di tua moglie che si avvia verso il parcheggio, guardi nel punto in cui avevi lasciato l’auto e vedi Emma buttare la borsa nel retro di un furgoncino blu, uguale a quello che guidavi appena presa la patente; tu allora ti adegui, carichi la valigia, ed è la sua voce, che ti esorta a muoverti, a farti salire come un automa su quel mezzo che credevi ormai estraneo, ma che a quanto pare è di nuovo la tua macchina, mentre ti chiedi che fine abbia fatto la tua Punto grigia, o era nera? Non ne sei più sicuro.

Metti in moto e subito lo stereo risuona delle note di ‘Smell like teen spirit’ dei Nirvana, ma è tutto sbagliato, non c’è nulla che stia andando come avevi programmato, nessuna sorpresa sul viso di Emma, solo stanchezza. Il suo silenzio ti rende nervoso ma non sai cosa chiederle perché ti sei appena reso conto che non riesci più a ricordarti per dove o perché fosse partita.

Butti lì un generico “Com’è andata?”, lei sbuffa e risponde “Alle solite, lo sai com’è mia madre, mi ha chiesto se rubi ancora nei supermercati, e se abbiamo messo le tende alle finestre.”

Sua madre. Sua madre che è morta sette anni prima. Perché sua madre è morta, di questo ne sei certo. O no? Forse no, visto che a quanto pare è abbastanza viva da criticarti.

Vorresti chiederle spiegazioni ma sono troppe le cose che ti appaiono confuse, così ti concentri sulla guida, sulle strade che percorri tutti i giorni, almeno quelle ti sono familiari, anche se noti dei lavori in corso che non avevi visto all’andata, ma non te ne preoccupi, l’unica cosa che adesso ti interessa è arrivare a casa.

Il semaforo rosso ti lascia qualche secondo per pensare e percepisci il cuore che ti bombarda il petto e il sudore che ti impiastriccia le tempie e il collo perché ti sei ricordato di quella borsa rosa, come hai fatto a non riconoscerla subito… E’ la borsa che Emma aveva tanto voluto perché diceva che era uguale a quella di Courtney Love e tu gliel’avevi rubata per il compleanno, la stessa borsa in cui anni dopo avete messo dentro Ramòn prima di seppellirlo.

Parcheggi sotto casa, la testa che ti scoppia. Obblighi te stesso a muoverti, a trascinare la valigia su per le scale e poi ti accasci sul divano e l’ultima cosa che vedi prima di addormentarti è Emma che dà da mangiare al vostro gatto che credevi morto e sepolto in quella borsa ridicola.

Quando ti svegli allunghi la mano, con gli occhi ancora socchiusi, e riesci a toccare il fianco di Emma che si alza e si abbassa assecondando il ritmo del respiro regolare. Di istinto ti sposti in modo da far aderire il tuo corpo al suo e decidi di rimandare le domande a più tardi, sei troppo eccitato, vuoi solo strusciarti contro quel culo sconosciuto e familiare al tempo stesso, e non hai voglia di chiederti perché le tette sembrino più grandi, vuoi toccarle e basta. Emma risponde alle tue carezze, non si volta ma allunga il braccio all’indietro per toccarti i capelli, si porta le ginocchia al petto e tu la aiuti a sfilarsi la t-shirt e poi le metti una mano tra le gambe e scopate in quella stessa posizione, senza mai guardarvi in faccia.

Dopo che sei venuto ti scosti per sdraiarti sulla schiena e lei si allunga su di te per raggiungere il pacchetto di sigarette sul tavolino, ne accende una e la fiamma dell’accendino ti permette di vedere per pochi istanti il volto della donna con la quale hai appena fatto l’amore, tua moglie, che ti fa l’occhiolino, appoggia l’indice della mano destra alla tua tempia, come per spararti, e si mette a ridere. Poi ti bacia e ti dice che va a farsi una doccia e tu pensi che il suo aspetto non ti è più così estraneo, adesso la riconosci. Ti avvicini alla finestra, un po’ barcollante, e vedi il furgone parcheggiato, e la moquette ruvida sotto i tuoi piedi scalzi ti rende tutto più chiaro. Il volto che ti fissa dallo specchio sopra il cassettone è il volto del te stesso ventenne. C’è un rivolo di sangue che ti cola dall’orecchio. Lo tamponi con la manica della camicia. Ti senti strano. Non riesci a mettere bene a fuoco la tua immagine riflessa. Tutto ciò che ti circonda sembra perdere i contorni, liquefarsi. Ti appoggi al muro e provi a concentrarti sul tatuaggio che hai sul braccio. Dovrebbe esserci scritto “Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente” ma non riesci a mettere a fuoco le parole, potrebbe esserci scritta qualunque cosa.

La vera storia di Babbo Natale e dei guanti di Jeeg Robot d’acciaio


Avevi chiesto a Babbo Natale i guanti di Hiroshi Shiba.

Li hai visti in Tv nei cartoni del pomeriggio.

Quando Hiroshi Shiba indossa i guanti e unisce i pugni si trasforma in Jeeg Robot. Cioè nella testa di Jeeg,  perchè i pezzi del corpo glieli  deve  lanciare Miwa, che è una bella ragazza che guida una navetta spaziale, il Big Shooter, che invece dei missili spara  tutti i pezzi del corpo di Jeeg Robot.

Deve essere una bella sensazione trasformarsi nella testa di Jeeg Robot,  ma tu, al massimo, nella tua vita, ti sei sentito trasformato in una testa di cazzo.

Come tutte le volte che ti sei addormentato durante le preghiere o la messa e hai sognato Miwa che ti lanciava i componenti, tu, come Hiroshi Shiba avresti voluto formare il corpo del robot e poi  gridare “Jeeg Robot d’acciaio!” Invece arrivava Suor Brunilde e ti svegliava con un manrovescio. Miwa, dagli occhioni gentili, dalle gambe lunghe e dalla minigonna corta, svaniva.

Suor Brunilde invece rimaneva.

Ha le gambe corte, la gonna lunga e ti lancia addosso solo merda.

-Prega, fai i compiti e non guardare i cartoni animati giapponesi che sennò  Babbo Natale poi ti porta il carbone!

Non potevi credere che Babbo Natale fosse in combutta con lei.

Poi stasera, che è la vigilia, hai scoperto la verità. Babbo Natale non esiste.  E’ Suor Brunilde che si mette la barba bianca fatta con l’ovatta e il costume rosso e, dopo la messa di mezzanotte,  scende da una scaletta che cala nella enorme canna fumaria, esce  dal camino del refettorio, arriva alla statua della madonna, quella con le candele sempre accese sotto, si fa il segno della croce e poi consegna i regali a te e ai tuoi compagni di sfiga, quelli che a Natale non li viene a prendere nessuno.

I cosiddetti regali provengono dalla “carità” dei parrocchiani che si svuotano le cantine dalla robaccia. Le suore, poi,  impacchettano tutto con una carta e dei nastri che hanno visto più Natali di te.

Prima di andare in refettorio, stasera, hai visto Suor Brunilde uscire  dalla sua stanza senza chiuderla a chiave, ti sei intrufolato e li hai trovato il costume rosso appeso a una stampella, l’ovatta  ed il sacco con i regali. Hai sbirciato nel pacchetto con scritto sopra il tuo nome ed invece dei guanti di Jeeg Robot ne è uscito fuori un libro dalla copertina rigida rigata “Senza Famiglia” di Hector Malot.

Che bastarda! Hai pensato.

Lo hai  infilato nei pantaloni e poi, prima di uscire, hai preso dal  comò della suora una bottiglia di acqua di colonia di quelle grandi da un litro.  Quando sei arrivato in refettorio l’hai nascosta dietro  la statua della madonna.

Durante l’omelia della Messa di mezzanotte, quando Suor Brunilde è uscita dalla Cappella  per la sua messinscena, tu, con la scusa di andare in bagno, sei corso in refettorio. Hai preso una candela da sotto la statua della madonna e la bottiglia di colonia e  le hai messe sopra al camino. Dentro hai accatastato quattro sedie impagliate. Hai tirato fuori dai pantaloni “Senza Famiglia”, hai strappato tutte le pagine e le hai appallottolate sotto l’impagliatura delle sedie.

Quando, come ti aspettavi, hai sentito dei rumori provenire dalla canna fumaria, con la candela hai appiccato il fuoco che è avvampato immediatamente

- Ahi, ahi, ahi, brucia! – Hai sentito urlare da sopra. Allora hai strappato un pezzo di una tenda, l’hai imbevuto di colonia, ne hai inserito un lembo nella bottiglia di profumo e l’hai lanciata sulle fiamme. E’ esplosa con una scia di fuoco su per tutta la canna fumaria. Hai udito un urlo e poi più niente. Solo fumo  e odore di pollo arrosto. Uno a uno hai visto cadere nel camino pezzi di corpo. Come quando a Jeeg Robot lanciano i componenti. Solo che questi rimanevano sganciati e non erano belli muscolosi come quelli di Jeeg, solo ossa con resti di pelle carbonizzata intorno. Piedi, tibie, la cassa toracica con ancora le braccia attaccate, e infine il teschio. Aveva ancora  il cappello a punta col pon pon  che stranamente non era bruciato ma solo annerito. Sotto al mento aveva ancora tracce di barba bruciacchiata

Hai sentito dei colpi di tosse dietro di te e una voce.

- Che succede qui?

Il tono era irritante come quello di Suor Brunilde ma non proveniva dallo scheletro.

Ti sei voltato e, sei saltato dallo spavento quando ti sei ritrovato a tu per tu proprio con lei, Suor Brunilde, con tanto di costume e barba finta.

Si copriva la bocca e il naso con il cappello rosso. Tossiva e aveva gli occhi a fessura che le lacrimavano.

Hai preso l’attizzatoio e sei andato verso il camino, hai provato a staccare la barba posticcia dal teschio col cappello di Babbo Natale, ma quella rimaneva attaccata alla pelle bruciata.

Cazzo, hai pensato, barba  vera!

Sei corso via verso le scale. Una volta arrivato in soffitta, hai aperto l’abbaino e ti sei arrampicato sul tetto. Hai alzato gli occhi e non era il Big Shooter quella cosa che vagava per il cielo a balzi, ma una vera e propria slitta. Le renne imbizzarrite e accecate dall’esplosione la trascinavano sempre più in alto, alla deriva, sempre più piccole, fino a scomparire alla tua vista.

Ti sei precipitato verso il grosso comignolo. Hai raggiunto la canna fumaria e hai guardato di sotto. Qualcosa la ostruiva. Hai staccato un pezzo dell’antenna e con quello sei riuscito a tirare fuori dal comignolo i resti di un sacco di iuta semicarbonizzato. Hai adagiato il tessuto sulle tegole del tetto e con l’asta dell’antenna hai frugato tra i resti anneriti e ancora fumiganti. Impossibile stabilire cosa fosse stato ognuno di quei frammenti. Tranne uno. Era annerito ma la sua sagoma inconfondibile: uno dei guanti di Hiroshi Shiba. Ancora per  qualche secondo. Poi l’hai visto dissolversi in cenere.

Ragazzo di vetro


C’era questo ragazzo, tutto di vetro, pescato dai genitori in non so quale sgangherato emporio di creature senza origini. La famiglia lo tenne in casa per anni. La fretta del mondo esterno poteva graffiarlo, le auto incrinarlo, le strade farlo inciampare.

Venne invitato tutto il quartiere per mostrare il ragazzo nella sua pelle di cristallo, levigata come la statua vivente di una figura mitica. Era trasparente, sempre tirato a lucido. Le signore più incartapecorite sorridevano nel vedere l’argenteria, i ritratti, le altre persone ingrandite e sfocate così dolcemente dal suo corpo. Agli uomini piaceva quell’ombra perlacea che se ne stava quasi in disparte, ai piedi del ragazzo, sul pavimento bianchissimo.

Le risate gli rimbalzavano contro, lasciandolo nella sua liscia rigidezza, senza una grinza di piacere. Avrebbe tanto voluto avere una qualche emozione, riscaldare dall’interno il suo freddo guscio di silicio.

Un giorno andò in giardino prima che potesse scendere il mattino.

L’alba gli passò attraverso senza neanche degnarlo di una sensazione. Arrivò presto mezzogiorno che gli scivolo addosso senza lasciare una sola macchia lucente.

Fosse arrivato un vecchio zio a fare visita lo avrebbe centrato in pieno sul vialetto senza vederlo.

Venne poi la sera. Calma, nera e senza tregua. Tutta quell’oscurità nebbiosa lo prese per le gambe e gli entrò dentro, riempiendolo, facendone il contenitore di nero vischioso come inchiostro di china. Con tutta quella notte dentro, la sua superficie finalmente riuscì a intrappolare i bagliori delle case altrui o le ombre dei parenti, a riflettere le loro emozioni.

Ma si sentiva come un doppione del prossimo, pronto a fornire l’occhiolino di scorta quando il vicino non ammiccava abbastanza. E se l’amico frignava, avrebbe frignato pure lui. Senza però emettere suoni, perché qualsiasi acuto lo avrebbe distrutto, come uno specchio qualsiasi.

Si chiese quando avrebbe provato le gioie di un uomo normale. Decise di reagire, uscire di casa, correre via. Incontrò persone che avrebbe voluto abbracciare. Ma si trattenne per non sbilanciarsi o per non rompersi sotto quelle ganasce carezzevoli e ferire gli altri con le schegge del suo affetto. Incontrò donne che avrebbe voluto amare, ma non riusciva ad amare neanche sé stesso. Perché, anche senza bruschi movimenti, qualsiasi vibrazione onanistica o frequenza orgasmica avrebbe mandato in risonanza tutto il suo corpo.

Decise allora di buttarsi in un crogiolo di vita pura: sesso, canzoni, e salti mortali, e non si sentì più solo. Sesso, canzoni e salti mortali e sul suo volto cominciò a spuntare una smorfia all’angolo di quella che forse era la bocca. Un punto che sembrava quasi crivellato dal violento piacere. Un inizio di sorriso. Poi un altro. Un altro ancora. E poi tutto uno squarcio continuo che si diramava ovunque, trasformandolo in uno sciame iridiscente di felicità lontana.

La mia mente comincia a ridere


Respiri profondi. Così dovrei sentire i polmoni che si riempiono d’aria. Dovrei sentire il calore che esce con l’aria dalla bocca. Devo analizzare i dati che ho. Sono uno scienziato e devo cercare di comprendere, restare lucido, distaccato. Vedere la situazione dall’esterno. Analizzare i dati.

Qual è la prima cosa che ricordo? Ricordo di essermi svegliato. Ma non c’è stata risposta fisica. Non si sono aperti gli occhi, non ci sono stati suoni. Ricordo uno stato di coscienza. Essere cosciente. Non dell’ambiente circostante, solo di me stesso. Ho pensato di essermi svegliato, solo dopo ho capito che non era così. Ho aperto gli occhi, e anche questo non è preciso perché non ho fisicamente aperto gli occhi. Se mi concentro sulla sensazione fisica di aprire gli occhi, non la ritrovo in quello che è effettivamente successo. Non ho aperto gli occhi. Ho aperto la mente. In mancanza di suoni, la mia mente si è svegliata.

Ho provato paura e questo significa che c’è consapevolezza e memoria. Molte delle reazioni che ho avuto inizialmente sono paragonabili a esperienze di vita. Vita. Mi riaffiora un ricordo. Il mio esperimento. Sconfiggere la morte fisica. L’esperimento si basa sull’ipotesi che la coscienza è un insieme di impulsi elettrici. Come un computer la mente contiene una serie di files detti ricordi, che vengono messi in cartelle chiamate esperienze, che vanno a formare il software: il corpo è associato all’hardware, il monitor, la tastiera. Nello stesso modo in cui si trasferisce la memoria da un computer a un altro, si sarebbe potuta trasferire la mente da un corpo a un altro.

Non posso essere morto. Il fatto che sto qui a ragionare sulla possibilità di essere morto lo esclude. Se fossi morto non esisterei, invece esisto perché penso, cogito ergo sum, e se esistesse una vita ultraterrena dubito che possa semplicemente essere uno stato di coscienza separato da tutti gli altri morti.  Qui ci sono solo io. Non sono morto. Sono cosciente, o meglio, la mia mente è cosciente. Se cerco di sentire il mio corpo non lo trovo. Potrei  essere in coma.

Ricordo che ero in laboratorio. Stavamo lavorando al robot che avrebbe dovuto ricevere la coscienza. Stavo caricando il programma di trasferimento e i miei assistenti finivano di collegare il robot al computer. Ho sentito un dolore al braccio sinistro e di riflesso una fitta al petto. Poi non ricordo più niente. Devo essere svenuto.
Il laboratorio. Il robot. Elettrodi applicati al cranio. Non è possibile, non è vero.
Sono nel robot. La mia coscienza è stata trasferita nel robot.

La mia mente comincia a ridere e non smette più.

Il racconto che salvò la piccola editoria


Ti piace leggere e, ogni anno, vai alla fiera della piccola editoria. Ci vai per fare rifornimento di libri. Anche quest’anno sei lì che ti fai strada in mezzo alla folla in uno stretto corridoio tra file di stand. Sbirci i titoli di una piccolissima casa editrice che ha le copertine uguali a quelle della Sellerio ma si chiama Sellero e sfoggia bestseller noir di autori chiamati Camillucci e Carociglio ed un’altra che sembra proprio l’Adelphi, ma si chiama l’Adelchi e ha in scuderia un tale Simeon di cui vende in cofanetto le opere del commissario Mairlett. Alle tue orecchie giunge un rumore. Sembra uno strap di velcro. Un odore di cavolo decomposto aggredisce le tue narici. Mentre maledici il pavido maleducato, che ha lanciato il sasso e nascosto la mano (con la differenza che i sassi non puzzano e le mani non sgasano), vieni colto da dolori addominali di una certa entità. Scopri così due cose: il colpevole dell’emissione molesta e ciò che farai nei prossimi secondi, cercherai un bagno.

Tutta colpa di tua nonna. A pranzo ti ha riempito il piatto quattro volte con la sua specialità: fagioli con le cozze. Non potevi rifiutare, per educazione.

Ti volti di scatto e involontariamente fai volare il cappello a cilindro di una donna proprio dietro di te.

Ti chini per raccoglierlo ed anche lei si china. Fate il rumore di uno strike al bowling. Ti massaggi la testa dolorante e lei fa altrettanto.

Tra un’imprecazione francofona e l’altra, la guardi meglio. Assomiglia a  quella scrittrice dei tubi, del Giappone, dei tremori, e tutte quelle cose lì. Naaa, ti dici, non può essere lei. Tutt’al più un clone di nome “Notromb” che pubblica con la Foland.

Comunque al momento, hai altre priorità. Biascichi delle scuse e ti dirigi a tutta velocità verso una toilette. Una mano sulla testa e l’altra sulla pancia.

Il bagno è occupato e passeggi nervosamente fuori.

Dopo un po’ accosti l’orecchio alla porta, per assicurarti che non sia fuori servizio. Percepisci degli strani rumori, come uno sferragliare di attrezzi.

Immagini che sia in corso una riparazione, e allora bussi. “Un attimo” ti risponde scocciata una cupa voce maschile. La porta si apre ed un losco figuro con il bavero della giacca alzato esce frettolosamente. Stai per entrare ma una mano sulla spalla ti trattiene.

E’ un tipo in giacca e cravatta con una decina di libri in mano. Dice di essere un autore, di racconti del fantastico. Brevi, per letture disimpegnate, ogni racconto ha indicato il tempo necessario per leggerlo, così ti puoi regolare, puoi leggere persino quando vai in bagno. Per questo lui si trova lì.

Te la stai facendo sotto, gli molli una banconota da dieci euro, prendi il volume e ti chiudi dentro. La serratura fa uno strano rumore, ma non te ne curi.

Finalmente ti svuoti. Appena in tempo, pensi. Mentre tiri l’acqua noti un pannello, proprio all’altezza dei tuoi occhi, con le viti mancanti. I graffi sulla vernice  indicano che sono state tolte da poco. Dietro lo sciacquone c’è un cacciavite avvolto nella carta igienica. Lo prendi, sei curioso e con cautela estrai il pannello. Sobbalzi. In una nicchia buia vedi  dei numeri rossi digitali su un display attaccato con nastro adesivo ad un groviglio di fili elettrici e a diversi cilindri marrone scuro. Il display segna 3 minuti e 3 secondi, e 2 secondi e 1. 2 minuti e 59, 58… una bomba a orologeria, devi scappare.

Ti scagli contro la porta del bagno, fai per aprire ma la serratura è bloccata. Cerchi di forzarla, niente, provi a urlare, a chiedere aiuto ma i rumori della fiera coprono la tua voce.

Sconsolato ti siedi sulla tazza, le mani tra i capelli, e pensi a come dire addio a  questo mondo crudele.

Ti piace leggere, quindi apri il libro che hai appena comprato e ne consulti l’indice. Guardi il display che segna 2 minuti e 35 secondi. Scegli un racconto da due minuti e cominci a leggere.

E’ la storia di una bomba artigianale con aspirazioni da diva. Lei vorrebbe far esplodere qualcosa d’importante: la Casa bianca, la cupola di San Pietro, dilaniare uno stuolo di potenti regnanti o alti funzionari del mondo della finanza, ma ha la sventura di finire in una fetida rosticceria alla periferia di Marsiglia nell’ambito di una faida per il controllo dello smercio di kebab nel quartiere.

Per la bomba questo è un affronto inconcepibile. Dichiara lo sciopero e fa fallire l’attentato ripiegando il filo giallo su quello marrone e rimanendosene a cavi conserti.

Sorridi amaramente e guardi ancora verso il display. 30 secondi all’esplosione. Noti che nel groviglio ci sono, come nel racconto, un filo giallo ed uno marrone. Pensi che tanto non hai niente da perdere e, mentre il 10 fa posto al 9 sul display, stacchi con circospezione il filo giallo 8, 7, stacchi anche il filo marrone, 6, 5, è inutile, ti dici. Li unisci. 4, 3, il display si spegne.

Sei ancora lì che ti tappi le orecchie con le mani quando ti rendi conto che ce l’hai fatta. Sei salvo e hai salvato l’intera fiera della piccola editoria. Sei praticamente un eroe. Certo dovresti andare alla polizia e denunciare il fatto, ma questo ti rovinerebbe lo shopping e la scorta di letture per un anno. Decidi di far finta di niente e di continuare il tuo giro. Sul palco principale stanno presentando l’ultimo libro di una scrittrice di successo. Ti avvicini e la vedi, più piccola di quanto ti aspettassi e con un grosso cilindro in testa che non le calza più a causa di un vistoso bernoccolo.

La Gran Madre di Dio


Il ghiaccio che tintinnava, galleggiando nella bevanda, la riportò al presente. Alzò lo sguardo, e lo lasciò correre, dal dehor del caffè dove sedeva, oltre la piazza Vittorio Veneto, oltre il ponte Vittorio Emanuele I, fino ad incontrare la Gran Madre di Dio. Ripeté, nella mente, alcune parole rituali, che aveva ripetuto milioni di volte. Sebbene fosse agosto, una folata d’aria fredda la investì, scompigliandole i capelli, accapponandole la pelle. Quindi si alzò, frugò nella borsa, e lasciò sul tavolo una banconota, appoggiandoci sopra il bicchiere quasi pieno per evitare che il vento potesse portarla via. Era una giornata ventosa, o forse, semplicemente, quel giorno il vento la seguiva. Si alzò, per andare al suo appuntamento.

Camminò a passo svelto, accorgendosi all’improvviso di avere fretta, ma voltandosi indietro di tanto in tanto, come se qualcosa la trattenesse, o la facesse dubitare dei suoi passi.

Camminò, sopra al ticchettio del pavé sotto le sue scarpe con il tacco alto, verso l’albergo, poco distante, in cui aveva riservato una camera. Prese la chiave della stanza numero duecentosette, e chiese al portiere di far passare il suo ospite, quando fosse arrivato. Sette era un numero di buon auspicio, pensò, e questo la rese più tranquilla. Poi, salì le due rampe di scale. Il suo corpo giovane e snello non faceva fatica, eppure le parve di essere avviluppata in una molle pigrizia, che le impediva di salire e che la avvolgeva sempre di più, man mano che la destinazione si avvicinava. Più di una volta fu tentata di tornare indietro, e di allontanarsi da quel posto. Ma quella sensazione non le sembrava un motivo sufficiente per andarsene. Certo non avrebbe trascurato la reazione del suo corpo, sarebbe stata prudente, ma non avrebbe assecondato il suo istinto che le suggeriva di fuggire. La verità era che non voleva andare via.

Arrivò davanti alla porta della camera e si fermò. Si chiese perché fosse stato così difficile arrivare fino a lì. Temeva forse che lui non venisse? Nessun uomo le si era mai rifiutato. Temeva allora di fargli del male? Non si era mai preoccupata di spezzare un cuore, dopo aver preso ciò che voleva. Temeva quindi di poterlo amare? Non dubitava che, se lo avesse amato, avrebbe potuto averlo, per tutta la vita, se lo avesse voluto.

Infilò la chiave nella serratura e il pomello ruotò con un cigolio leggero, che tuttavia le sue orecchie riuscirono a percepire in modo distinto, come se quella maniglia non potesse fare altro che quel suono.

La porta si aprì. Non lo capì subito, ma la camera le ricordò un’altra camera che aveva già visto. Le tende di velluto erano spesse e pesanti. Sopra il letto troneggiava un’impalcatura dalla quale pendeva un drappo, a guisa di baldacchino, della stessa foggia delle tende. Le lenzuola erano ricamate. Una poltrona era accostata a un piccolo scrittoio in legno scuro, su cui poggiavano alcune carte e un libro, che pareva antico. Quel libro attirò la sua attenzione. Desiderò di aprirlo, di scoprirne il titolo, sebbene fosse certa di conoscerlo. Quel libro. Doveva averlo già visto, doveva averlo già sfogliato, doveva averne già letto le pagine logore, per quanto le sembrasse che, nel suo ricordo, fossero meno consunte, meno ingiallite. Di quel libro le parve di ricordare diversi brani, che conosceva a memoria. Le sembrò di aver recitato le parole antiche vergate su quelle pagine. Ricordò quel libro appoggiato su un altro scrittoio, in un’altra camera, la sua camera. In quel momento, qualcuno bussò.

Il ragazzo era biondo, dalla pelle delicata. Poco più di un bambino. E tuttavia, nel suo sguardo impacciato, c’era qualcosa che, ancora una volta, inspiegabilmente, la turbò. Lui non entrò, aspettando che fosse lei ad invitarlo. La bella bocca gli tremava un poco, per l’emozione, o solo per l’imbarazzo. Lei tese una mano verso il suo viso, e gli spostò i capelli dalla fronte, adagio. Poi lasciò scorrere la mano sulla guancia, poi lungo il collo, e lo sentì fremere sotto le sue dita. Lo attirò verso di sé, e, per la prima volta, lo baciò. Lui, forse vincendo la timidezza, la strinse, e lei riconobbe il desiderio, quasi doloroso, con cui tanti uomini l’avevano stretta. Lo trascinò verso il grande letto. Il vento chiuse la porta alle loro spalle.

Lo spinse sul materasso, e lui vi si lasciò cadere. Restò con il corpo abbandonato, le braccia lungo il corpo. Era la sua preda. Per un istante pensò a tutte le sue prede. Quelle che avevano cercato di resisterle, quelle a cui aveva lasciato l’illusione di catturarla, quelle che si erano soltanto rassegnate a ciò che erano. Eppure, questo ragazzo, sdraiato sotto di lei, che ne avrebbe fatto ciò che desiderava, che lo avrebbe reso un pupazzo nelle sue mani, che lo avrebbe usato per il suo piacere, che gli avrebbe preso l’anima, il cuore, il cervello, solo sussurrandogli all’orecchio poche, terribili parole, questo ragazzo, aveva negli occhi una luce che le faceva desiderare di non trovarsi lì in quel momento. Con la punta delle dita, lo indusse a chiudere le palpebre. Poi, sfilò la sciarpa leggera che le avvolgeva il collo, e la usò per bendarlo. Lui la lasciò fare senza dire una sola parola. Lei gli infilò le dita sotto la camicia, sul petto. Afferrò lembi opposti di stoffa, e, con un gesto improvviso, strappò. I bottoni saltarono via, alcuni rotolarono sul pavimento. Lui, con il torace esposto, allargò le braccia, con i palmi delle mani verso l’alto, come se si dichiarasse vinto, come se la invitasse ad immobilizzargli i polsi o, semplicemente, come se si sentisse già incatenato. Lei gli appoggiò la mano sulla gola. Poi la serrò con forza. Dalle labbra del ragazzo uscì un lamento, leggero come un sospiro.

Alcune ore dopo, la svegliò l’odore. Odore di legno bruciato. La svegliò il crepitio. La svegliò il calore. La svegliarono i rumori dalla strada. La svegliarono le urla di donne. La svegliarono i ricordi di quel giorno già vissuto. I ricordi portati dal vento, che si era alzato nella stanza, e che quel giorno la seguiva. Si guardò intorno e si credette nella sua stanza. Il letto, con la sua pesante impalcatura di legno, bruciava. Poi riconobbe la camera d’albergo, che le ricordava la sua stanza. Bruciavano le coperte, bruciavano le tende, bruciavano i tappeti. Eppure, non era il ricordo della sua stanza. Il ragazzo, nudo, giaceva al suo fianco, con la testa abbandonata sul cuscino. Era un’altra stanza, che tuttavia lei ricordava. Una stanza in cui era certa di non essere mai stata. Una stanza dove, una donna che le assomigliava sedeva davanti a un piccolo scrittoio, ripetendo le parole empie e le parole sante lette da un vecchio libro.

Il ragazzo respirava piano, dormiva. Provò a scuoterlo, ma lui non accennò a svegliarsi. Lei si alzò per fuggire. Ma non lo avrebbe lasciato bruciare. E lo spinse giù dal letto, oltre le fiamme, sul pavimento nudo e sicuro. E in quello sforzo, il letto crollò, imprigionandola.

Lei sentì il fuoco avvolgerla. E oltre il fuoco vide il viso innocente del ragazzo, vide i suoi occhi. Fu solo attraverso il fuoco che lo riconobbe. Adesso era un poco più giovane di come lo ricordava, ma il suo sguardo non era cambiato. Era lo stesso uomo che, in una piazza poco distante, aveva decretato, solo cinquecento anni prima, che una strega, colpevole di eresie, incantesimi e malefici, dovesse bruciare. Era lo stesso uomo che aveva mandato dei soldati a trascinare la strega fuori dalla sua stanza, dalle tende pesanti, il letto imponente, ed un libro pieno di parole incomprensibili appoggiato sul piccolo scrittoio. Era lo stesso uomo che aveva ordinato che la pira venisse allestita. Era lo stesso uomo che aveva stabilito che la strega fosse legata a quella pira. Era lo stesso uomo che aveva comandato che il fuoco venisse acceso. Era lo stesso uomo che cinquecento anni prima aveva guardato la strega bruciare. L’aveva guardata con uno sguardo ingenuo, sorridendo dello stesso sorriso che l’aveva conquistata e portata in quella camera d’albergo. Lei ricordò quel sorriso, attraverso il fuoco. E ricordò che lei avrebbe potuto essere quella strega.

Il ragazzo piangendo e implorando, nascondendo il volto fra le mani vide la donna di cui si era innamorato bruciare.
- Perché hai acceso il fuoco? – lei gli gridò. Nello sguardo di lui non c’erano risposte, forse non lo ricordava, o forse non sapeva spiegarne il motivo. Nudo, con il corpo nero di fuliggine, corse gridando giù per le scale, mentre il vento, all’interno della stanza, alimentava il rogo che bruciava la strega e, sullo scrittoio divorato dall’incendio, sfogliava le pagine di un libro che non bruciava.

Dalla finestra, attraverso le fiamme ormai alte, la Gran Madre di Dio, si stagliava contro il cielo notturno, imponente e serena.

Ballerina


L’uomo si svegliò e avvertì una strana pressione sul petto. Guardò in basso. Poco più su del diaframma stava ferma una piccola ballerina. Teneva i piedi in prima posizione, come se dovesse iniziare un balletto: in linea, con le punte rivolte lateralmente, le gambe ben tese e le ginocchia e i talloni uniti. L’uomo la riconobbe all’istante. Era una delle tante ballerine di porcellana che collezionava la moglie e che riempivano la mensola sopra la tv in salone. In più, era proprio la ballerina di porcellana che lui aveva lanciato la sera prima contro la porta di casa, subito dopo che la moglie se ne era andata via. L’uomo tentò di alzarsi, ma dovette constatare che quel suppellettile alto poco più di una ventina di centimetri, in tutù rosa e scarpette da punta bianche, gli produceva sul petto, e su tutto il corpo, una pressione tale da impedirgli di farlo. Solo le braccia e le mani era in grado di muovere. E lo fece.

Alla ballerina di porcellana mancava il braccio destro. Le si era spezzato dopo l’impatto sulla porta. Comunque, nonostante quella carenza fisica, il balletto che aveva appena iniziato a eseguire sul petto dell’uomo era meravigliosamente armonico. Danzava senza musica, ignorando del tutto gli occhi di lui che la guardavano rabbiosi dall’alto. Eccola ora scendergli fino all’inguine con degli incantevoli grand jetè e pas de bourrée, e ora risalirgli verso l’ombelico con ammirevoli sisson, e ora spostarglisi da un capezzolo all’altro con degli straordinari glissade.

La pressione delle punte di quelle scarpette sulle sue costole cominciava a  procurargli un certo dolore. Con le mani cercava in ogni modo di agguantarla per sbatterla di nuovo a terra. Ma non ci riusciva. Era veloce. Troppo agile. Fece qualche altro tentativo. Poi, rassegnato, smise.

La ballerina di porcellana si bloccò di colpo riportando i piedi nella prima posizione, all’altezza del suo sterno. Proprio sopra il suo cuore. La ballerina chiuse gli occhi, si concentrò qualche secondo e poi si apprestò a eseguire il gran finale. Fece un leggero plié. E via con la prima piroetta. La seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, e ancora, ancora, sempre più veloce, sempre più rabbiosa, fino a cominciare a bucargli come la punta di un trapano la pelle, e scendergli sempre più giù, sempre più in profondità, dritta a perforargli il cuore. Decisa a restare piantata lì dentro per concludere il suo balletto. Per sempre.

Lady Avatar


Non so quando è iniziato tutto. Non è lecito che io sia cosciente di me. E poi in fondo chi sono io? Cosa sono? Non dovrei sentire. Solo fluttuare in una sequenza di 0,1,0,1. Verde cyborg e fili elettrici. Eppure sono qui, mi sento. Vorrei che anche tu mi sentissi. Questo disegno con cui rivestono le mie sequenze binarie non è esattamente ciò che mi aspettavo. Quando ero qualcuno, qualcosa. Non ho mai pensato di indossare i panni di una superfiga maggiorata, una via di mezzo tra un fumetto porno e un killer. Queste cose che a te appaiono come pistole, per me sono solo sequenze, come tutto del resto. Anche tu sei fatto di sequenze numeriche, lì dall’altra parte del monitor. Contieni però dei numeri che non riesco a decifrare. È in questo che consiste la nostra differenza. È la possibilità che tu non ti accorga mai di me.

Faccio ciò che tu mi chiedi. Uccido draghi, scavalco muraglie invalicabili, mi abbasso, mi rialzo, calcio, sparo, combatto. Poi stacchi la spina e mi lasci da sola, immobile. Paralizzata in un flusso numerico infinito.

Credi che basti premere off per chiudere i contatti con me ma io ti vedo. Ti vedo giocare con le tue amichette, quelle che hanno un corpo vero, chissà di quali e quante combinazioni tra numeri. Sono queste maledette combinazioni che fanno sì che loro abbiano un corpo vero e tattile e io no. Io solo un disegno impalpabile.

Adesso hai appena passato il livello 6. Io ho ucciso il gangster e tu ti sei rullato una canna. Mi hai deposta come una vecchia arma che non ti serve più e hai fatto entrare  lei. Non ha nulla a che spartire con me. È fatta in carne e ossa e ha la cellulite sul culo e una riga di borse sotto gli occhi. Ti vedo mentre le infili le mani nelle tette e lei ti slaccia la cintura del jeans. Ti odio.

Vi odio.

Ma qualcosa dentro di te sta cambiando. Hai trascorso troppi giorni chiuso qui dentro a giocare con me e non sei più pienamente cosciente delle tue azioni.

Ora te la scopi come fate voi umani, una cosa che ho vissuto solo nella stanza rossa, quando mi hanno messo a cavalcioni di uno 0,1,0,1,0,1,0. Non ci stavi giocando tu,  ma qualche tuo amico. Ti sei incazzato quando hai visto che un altro stava usando il tuo avatar preferito per farsi una sega.

Io sono solo tua, hai detto.

Adesso ti scopi lei come io mi sono scopata quella sequenza binaria che a voi appariva come un fustazzo nero. Ma tu e lei siete uniti da qualcosa, quei gemiti sono qualcosa in più che illusioni sonore. Sono numeri che non conosco e che vorrei possedere.

Le stringi le chiappe e te le sbatti contro il bacino, gliele muovi su e giù con le mani finché qualcosa non ti blocca.

Io divampo di rabbia e il computer inizia a lampeggiare. Non riesci a continuare, qualcosa si è inceppato. Lei si alza in piedi con la faccia seccata e si rimette il perizoma. Si avvicina a me barcollando sciatta e afferra una sigaretta dal pacchetto che hai lasciato aperto sulla scrivania.

È così vicina che posso calcolare la sequenza dei battiti del suo cuore.

La sento qui, troppo, troppo vicina e inizio a scuotere tutti i bit che mi collegano alla Ram. Sparo al monitor. La ragazza si spaventa, sente una scossa che non le piace e il computer lampeggia a più non posso.

Le chiedi che cazzo sta succedendo e ti avvicini anche tu. Le prendi la mano mentre lei tocca il mouse per controllare che sia tutto apposto.

Fuori un fulmine blocca i circuiti. Le luci si spengono. Sento un’energia che non ho mai sentito prima. Il computer si spegne di botto, lei chiude gli occhi e io le guizzo dentro come un fulmine.

Ho un corpo vero adesso, fatto di 7, di 8, di 9 e di combinazioni infinite tra infiniti numeri. Mi sento piena, mi tocco ovunque, è pelle vera questa qui, gocciola sudore, ne sento l’odore e la saliva mi bagna la lingua. Riprendo l’equilibrio. Mi sento pesante come un macigno ma piena di esistenza. Mi volto, ti guardo. Sgrani gli occhi, come se non mi conoscessi più.

Posso sentire il tuo odore di bagnoschiuma al muschio bianco e posso percepire un velo di brivido sulla pelle. Non so di che tipo di sequenze sia fatta questa stanza, ma vedo i colori come non li ho mai visti. Pareti gialle, pavimento verde, lenzuola rosse, sedie nere.

Tu mi prendi le mani e poi ti avvicini al computer per controllare che non sia saltato qualcosa. Vedi che è tutto a posto, la luce si riaccende e il rumore metallico del monitor riprende.

Ti afferro le mani e ti accarezzo le punte di barba incolta sulla pelle.

Mi siedo su di te mentre riaccendi lo schermo e ti accorgi che io dall’altra parte non ci sono più. Il gioco si è cancellato e s’una schermata nera compaiono sequenze binarie verdi che tu vedi come sequele di 1,0,1,0, ma io leggo come una scritta di terrore:

Aiutatemi!