Noi non siamo scarpe, siamo Manolo Blahnik, e siamo perfette.
Abbiamo stile, eleganza, classe. Sappiamo essere originali, semplici e deliziose. In particolare, noi due abbiamo una grazia estrema: siamo bianche, di un bianco opaco provenzale; il nostro tacco a spillo è alto e vertiginoso e la punta addolcita è raffinata come poche. Il cinturino sul collo del piede è sottile e leggero, e illumina il piede. Anche le star di Sex and the City ci hanno desiderato, e per noi è motivo di grande vanto.
Oggi, un’elegante signora dell’Upper East Side di New York ci ha acquistate per spedirci a Roma, la magnifica capitale del paese della moda. Siamo emozionatissime ma dobbiamo stare attente a non farci prendere dall’entusiasmo; arrossendo potremmo perdere parte del nostro bellissimo colore perlaceo. Siamo state prese dalla vetrina e rinchiuse in una scatola, dove nessuno ci può ammirare, ma poco male, perché in un giorno o due saremo le scarpe più invidiate della terra. Passeggeremo per le strade di via dei Condotti e scenderemo le scale di piazza di Spagna. Non potremmo desiderare di meglio. L’elegante signora ci ha acquistate per regalarci a sua figlia, una giovane donna che vive a Roma.
-Lei -, le sentiamo dire al commesso, – è abituata al top del top.
La ascoltiamo mentre all’ufficio postale ordina all’addetta alle spedizioni di scrivere sul pacco FRAGILE. Questa, con fare presuntuoso, le risponde che non può perché tra i materiali fragili non sono comprese le scarpe.
- Queste non sono scarpe, mia cara, queste sono Manolo Blahnik.
- SIGNORA! MA PERCHE’ NON LO HA DETTO PRIMA? – ha esclamato la signorina.
Ebbene sì. Anche noi siamo fragili e delicate, come il vetro. Quello di Murano, s’intende.
Il viaggio è lungo e stancante, ma noi anche con le avversità riusciamo a mantenere un equilibrio che neanche il Buddha, in secoli di ricerca, è mai riuscito a trovare. Siamo perfette, lo abbiamo detto subito. Giungiamo a destinazione un tantino frastornate, ma contente. La giovane donna è bellissima e vive in un attico che affaccia sul Colosseo. Apre la scatola, ci guarda:
- Finalmente!- esclama felice.
Tra poco ci indosserà e ci sentiremo al settimo cielo. Quando il marito torna, noi siamo sulla console dell’ingresso in bella mostra.
-Finalmente!- esclama anche lui.
Non abbiamo mai sentito un uomo gioire alla nostra vista, ma c’è sempre una prima volta.
La sera stessa ci portano in un bellissimo locale vicino piazza Navona. Scopriamo così che qui è stata organizzata una mostra collettiva sulla crisi economica. Sono presenti artisti da tutto il mondo e il marito della nostra proprietaria è uno di questi. E’ olandese, o inglese o forse irlandese, non riusciamo a capirlo. Quello che riusciamo a capire, però, è che vuole esporci. Sicuramente vorrà dire a tutti che nonostante tutto, le Manolo son sempre le Manolo. E infatti, ci appoggia su di un bellissimo telo ricamato e ci copre con una teca di vetro. La teca esalta la nostra bellezza e ci fa sentire preziose come diamanti. Finalmente hanno capito come si trattano un paio di Manolo. L’artista ci prende e con la nostra bella teca ci mette su di una colonna. Di fronte a noi c’è uno specchio che ci permette di ammirarci in tutto il nostro splendore. Lui e la moglie ci guardano, si guardano con complicità e vanno via. Non appena la mostra viene aperta al pubblico vengono verso di noi con giornalisti e critici al seguito. E’ un momento unico, ci vedranno sulle televisioni di tutto il mondo. L’artista brinda con la moglie e con il curatore. Prima di bere, alza il calice pieno di quello che supponiamo sia vino pregiato, poi alza la teca e getta il liquido sul telo ricamato. Sta brindando con noi, che gentleman! La moglie, con la stessa complicità di prima, getta all’interno della teca un fiammifero acceso. Il titolo dell’opera viene infine affisso dal curatore. Si legge a chiare lettere.
E’ Il falò della vanità.
Mi commento da sola perché visto così non sembra mio
Prima di tutto ho sbagliato tiolo, che avrebbe dovuto essere L’opera d’arte o non so, ma comunque non La crisi.
Poi a un certo punto le Manolo si definiscono scarpe, contraddicendosi da sole. e poi nell’insieme non mi piace.
Ecco, ma come mai quando rileggi un racconto dopo averlo inviato, lo cestineresti all”istante?
Bah!
…beh, a me è piaciuto!
grazie mille! Anche a me piace, sarei un’ipocrita a dire il contrario, ma da quando lo invii a quando lo rileggi, più passa il tempo e meno ti piace quello che hai scritto. A me succede con tutto, non so se è una cosa mia o capita a tutti…
E’ bello! Come dicono i saggi: i racconti non finiscono mai. E come aggiungono poi: un racconto è finito, quando è finito. Ma secondo me si salvano, vedrai.
Aspettiamo il seguito, di piede in piede.
Ahahahaha!
Grazie, però adesso mi sento in colpa! Avrei dovuto salvarle? Poi io adoro le scarpe, anzi, a dire il vero preferisco gli stivali
Tutto ottimo tranne il finalissimo. Si perde il punto di vista delle scarpe a cui viene dato fuoco e che non reagiscono con terrore, mentre poche righe più su si complimentano invece per il brindisi. Insomma, il messaggio conclusivo appare forzato in una struttura di questo tipo. Bastano piccolissime correzioni.
Ciao.
Grazie Sergio!
Prego (inchino).
D’accordo con Sergio: basta un piccolo ritocco al finale e il raccondo diventa godibile.
Anche a me , quando li ho riletti, non piacevano più i due racconti che mi hanno pubblicato
su questo blog :quando viviamo la storia che stiamo scrivendo, diventa poi difficile essere un “lettore” credibile e imparziale: meglio affidarsi ai lettori del blog.
Grazie Bruno, soprattutto per la solidarietà. E’ bello sapere che non sei l’unico
(quando pensi che lo sia, è fantareale no?).
Vado a cercare il tuo racconto =)
Ah, un’altra cosa. Magari dico un’ovvietà e non è mia intenzione fare da professore, ma di comunicare il più posibile. Mi raccomando, prima di dichiarare un qualsiasi testo finito lasciatelo decantare da qualche giorno a qualche mese (dipende dalla lunghezza) e rileggetelo. Vedrete cose che non avete visto perché la memoria smetterà di anticipare le parole, e l’unica interfaccia tra il testo e il cervello saranno gli occhi.
Ciao.
Vero verissimo!
Bello Camilla…! (adesso ho capito come fare a scrivere commenti!)
ahahahah! grazie e…commentiamoci!
hai descritto benissimo la vanità. anche il finale va bene. descrivere ancora avrebbe fatto perdere l’effetto dell’ultima frase. forse solo il titolo stona. il resto ok. brava.
Ti ringrazio molto.
In effetti il titolo mi ha messo in…crisi!!! Adesso a distanza di tempo sono convinta che debba essere L’opera d’arte.
Grazie shod!!!