Nella stanza ovale di Carla, nella sua stanza più luminosa e calda, viveva un tappeto. Non c’era nulla in quella stanza che l’attirasse come quel tappeto. Nero e rosso riposava fiero su un pavimento di marmo avorio, sentieri di lava incandescente rubavano spazio a un oblio quadrato. Carla non poteva calpestare con i piedi il tappeto perché si sentiva offeso e piangeva; ma lei poteva sdraiarcisi nuda nelle fredde notti d’inverno. Spesso se lo arrotolava attorno e lo srotolava veloce per farlo giocare, lui rideva a crepapelle e lei era felice di questo.
- L’ultima volta, ti prego!
La implorava come un bambino che vuole giocare solo altri cinque minuti… Spesso Carla ci faceva l’amore. Era morbido e accogliente; era lei che gli faceva il bagno, era lei che lo asciugava con gli ioni che non seccano le fibre del pelo. Era lei che gli toglieva la polvere, che delle volte gli scatenava crisi allergiche. Gli passava l’aspirapolvere e con il suo risucchio gli provocava miriadi di piccole erezioni ai filetti di lana, che al tappeto facevano venire la pelle d’oca. Pezzo per pezzo passava in rassegna ogni punto della stoffa, e ci ripassava tante volte.
- Basta! Non ce la faccio più.
A queste parole Carla spegneva il folletto, si inginocchiava e lo carezzava delicatamente in tutte le direzioni, disegnando spirali. Così faceva calmare il suo tappeto.
- Stavolta hai esagerato.
Bofonchiava lui provando a rilassarsi.
- Pensavo ti piacesse, scusa.
Piangeva Carla piegata sul suo tappeto, come Cenerentola a strofinare.
Di lì a poco si spogliava e nuda cominciava a strusciarsi sulla sua superficie sensuale e accogliente; si solleticava i capezzoli e muovendosi con il corpo nutriva il monte di Venere.
- Ti piace?
Le chiedeva il tappeto ansimando.
- Sì, da morire, grazie.
Il tappeto era l’unico essere cui Carla teneva. Alla mattina lo esponeva al sole, lo stendeva sotto il davanzale della camera ovale, i raggi penetravano rassicuranti dentro le trame della stoffa.
Negli ultimi tempi Carla non lavorava più, si spogliava nuda e si sdraiava in compagnia di una pipetta d’oppio, immergendosi nel fervente tappeto. Sognava la luna che le parlava, il sole che arrossiva e bambini che formavano il girotondo.
- Poi mi rimetterai all’aria? Non voglio puzzare di fumo.
- Sì, certo amore mio, speriamo non piova.
Preparava da mangiare Carla, un po’ di latte, una fetta di pane e marmellata e così si nutriva, seduta sul pavimento affianco al suo bel tappeto che a volte neanche buon appetito le diceva. Nelle sere invernali capitava che Carla prima di coricarsi sull’amante, prendeva un piumone trapuntato, e lui iniziava ad urlare:
- Così mi tradisci! Non voglio estranei!
Carla, infreddolita ma lusingata, riponeva il piumone e nuda si copriva col suo tappeto.
Era povera Carla, ormai da troppo tempo, viveva solo per l’amore di quel manto da terra, aveva smesso di lavorare, smesso di studiare, smesso di vedere gli amici. Non avrebbe mai permesso al suo tappeto di sentirsi solo, lui viveva grazie a lei, e lei di conseguenza viveva per lui. Isolata Carla non si preoccupava di nulla finché la banca le sottrasse alcuni dei mobili di casa. Via il comò, via il tavolo, via il divano…ma non quel tappeto. Chi le avrebbe accostato al corpo tanto calore? Quando si sentiva depressa, il tappeto permetteva a Carla di stare seduta su di lui, per curiosare dalla finestra. La chiamava, quando lei si sdraiava sul letto per starsene un poco da sola:
- Carla! Vieni a vedere quanti stormi di uccelli si vedono!
Gridava da una stanza all’altra sentendosi d’improvviso solo. E Carla, svelta andava a fargli compagnia.
Alla sua ultima visita, l’ufficiale giudiziario ammonì Carla, come di consueto, promettendole però che il tappeto sarebbe stato l’ultimo oggetto a esserle sottratto.
Carla una mattina si alzò e uscì a raccogliere delle margherite nel giardinetto sotto casa, le grida del tappeto riecheggiavano nella tromba delle scale, mentre svelta scendeva i gradini a due a due.
-Dove vai? Non devi lasciarmi solo!
Urlava straziante. Poco dopo si ritrovò cosparso di piccoli fiorellini odorosi e seppe solo sibilare timido:
- Non farlo più.
Carla non rispose, era un giorno speciale, si spogliò davanti a lui e sotto le note di un Preludio, si inginocchiò e gli prese le due estremità dove la stoffa formava i vertici del quadrato; come se dovesse aiutare un uomo sdraiato a mettersi seduto. Si portò i lembi sul viso e iniziò a baciarli coccolandosi da sola. Fece l’amore con il tappeto e a lui piacque più di tutte le volte. Carla si sentiva agitata, il cuore le pulsava nelle tempie; tuttavia percepiva una coda di pazienza e rassegnazione.
-Io ti amo.
Disse al tappeto. E con un coltello iniziò furiosa a colpirlo, bucandolo e lacerandolo. Brandelli di stoffa vecchia colavano dal tappeto, con le viscere di fuori il tappeto esalò l’ultimo respiro e morì. Se non poteva essere suo per sempre, non sarebbe stato di nessun altro.
Molto bello, complimenti!
Grazie…comunque anche a me succede che rileggendo ciò che scrivo mi esplodono mille dubbi! XD
Ma infatti forse ha ragione Sergio (lo ha scritto tra i commenti). E’ meglio scrivere, lasciare fermentare e po rileggerlo dopo mesi. Si diventa più obiettivi
Molto bello!
E brava Eleonora! Il tuo racconto mi ha ricordato a tratti Anais Nin
THANKS!!!! ;p
BELLISSIMO!