lettoreLa lettura era per lui una passione. Divenne poi un lavoro. Infine, fu la sua ossessione.
Quando fu assunto come lettore presso una piccola casa editrice, ne fu oltremodo contento. È il sogno di tutti, in fondo, fare del proprio hobby una professione. Certo, il guadagno era misero. Ma lui era bravo, dannatamente bravo. Se ne accorsero e cominciarono ad affidargli sempre più manoscritti. Presto si ritrovò a prodursi in veri e propri corpo a corpo con le montagne di stampati che straripavano dalla sua scrivania. Ma sempre il suo ingegno e il suo gusto riuscivano a domare la ritrosia della cellulosa. Con un’occhiata separava il grano dal loglio. Scremava ancora, e di quel che rimaneva nel setaccio individuava i pregi e le potenzialità inespresse. Le gonfiava fino a oscurare il resto. Poi recuperava il telefono e contattava l’autore. Lo torchiava, lo piegava non alla sua volontà, ma all’opportuno, e lo conduceva per mano sulle auguste scale delle classifiche di vendita.
La sua fama crebbe insieme a quella della casa editrice. Adesso guadagnava bene, ma non sembrava interessargli. Iniziò nuove collaborazioni. Da ogni angolo del Paese gli inviavano i manoscritti. Assunse un segretario personale che si occupasse dell’archiviazione. La mattina gli portava il caffè e una volta a settimana entrava nel suo studio con una carriola straripante di carta. Anche di contattare autori e editori se ne occupava l’assistente. Lui gli passava un foglietto sotto la porta e, per le risposte, l’assistente si comportava nello stesso modo. Ma anche questi semplici contatti andarono sempre più diradandosi. Le frasi che su quei foglietti il suo assistente vergava per conto terzi erano sempre le stesse: “Va bene”, “Faccia come ritiene opportuno”, “Mi fido ciecamente della sua competenza” e via dicendo. Ben presto smise di leggerli. A volte si dimenticava di mangiare per giornate intere, perso com’era nelle sue letture. Poteva capitargli di ripetere ad alta voce una frase che lo aveva particolarmente colpito. Il suono della sua voce gli giungeva estraneo, aspro e come arrugginito. Capitava anche che si dimenticasse di andare a dormire, e l’alba di un giorno nuovo, per tutti ma non per lui, lo sorprendesse curvo sulle sue carte, gli occhi pigiati dalla stanchezza e la volontà inesausta.
Quando però dormiva, accadeva che avesse degli incubi. Sognava di rimanere schiacciato da montagne di carta o soffocato tra le pagine di un libro. Si risvegliava sudato da un mondo di analfabeti o da un cupo futuro in cui tutti gli alberi erano stati abbattuti. Ma più spesso sognava romanzi. Ed era anche peggio. Non sognava più la realtà, e forse i suoi non si possono neppure definire sogni, come li intendiamo nell’accezione comune. Non sognava per immagini, per così dire, non gli venivano in visita proiezioni oniriche, bensì frasi, capitoli e interi racconti. Capitava anche che riprendesse a sognare la medesima opera (che forse era stata scritta, forse no, chi poteva dirlo?) dal punto in cui l’aveva lasciata la notte precedente. Lui non vedeva i suoi sogni. Li leggeva. E quasi sempre erano letture che lo ossessionavano. Non erano diverse da quelle che faceva di giorno, ma ciò che nella veglia riusciva a digerire – mostruosità logico-sintattiche che, con l’esperienza, aveva imparato a tollerare, o al massimo a ignorare – nella versione onirica gli appariva in tutta la sua esasperante ottusità. E, ovviamente, non poteva esimersi da tali letture. Raccapricciava di fronte a plot di poliziotti disillusi ma dal cuore tenero. Inorridiva per maghetti che vanno a scuola e vampiri che lavorano in banca. Soccombeva sotto interminabili dialoghi di adolescenti innamorati ed esageratamente sgrammaticati, che allucchettavano le loro giovinezze alle ringhiere di un ponte. Invocava pietà, dibattendosi nel sudario delle lenzuola, al cospetto di sorrisi sempre smaglianti, di albe immancabilmente radiose e di sguardi affilati come lame.
Decise di smettere di dormire.
Questo, va da sé, accorciò notevolmente la durata della sua vita. Per prima cosa, com’era prevedibile, perse la vista. Ma ciò non gli impedì di continuare il suo lavoro senza troppe difficoltà. Aveva ormai una confidenza tale con i manoscritti che sempre più copiosi si accumulavano sulla sua scrivania, che gli bastava sfiorarli con le dita per capire di che cosa trattassero e quale fosse il loro reale valore. In fondo, già da tempo non c’era più niente da inventare, al massimo si trattava di rimescolare. E lui, solo al tatto, scorrendo le dita come su una pagina in linguaggio braille, riusciva a individuare gli ingredienti e la loro combinazione. Andò avanti così per degli anni, e quando i suoi polpastrelli furono consumati del tutto, si affidò all’udito, e prese ad ascoltare, strusciando l’orecchio sulle pagine a stampa, che cosa i manoscritti avessero da dirgli. Quando percepiva la musica era un buon segno. Allora si impegnava a sezionarla e laddove era carente di un determinato strumento, consigliava all’autore d’intervenire, laddove la melodia sembrava ristagnare, di accelerarne il ritmo. Divenuto sordo, prese ad annusare le pagine, e come un abile profumista sapeva cogliere i differenti aromi e capire quale miscela si attagliava meglio alla pelle dell’opera. Quando infine anche il suo olfatto svanì, prese a leccare le pagine come fossero cosparse di gelato. Ovviamente, la sua esperienza era tale che solo al gusto riusciva a individuare i potenziali best-sellers.
Quando si sentì allo stremo, raccolse tutte le forze e si alzò dalla sedia. Girò intorno alla scrivania e si fermò in mezzo alla stanza nella quale aveva trascorso la maggior parte della sua esistenza. Chiuso ermeticamente in se stesso, si sforzò senza successo di ricordare com’era. Allora si provò a immaginarla, ma nella sua testa si formavano solo parole ormai scisse da ogni referente extra-linguistico. La stanza poteva essere angusta, stipata, ventilata, luminosa e perfino ariosa. Ma lui non riusciva a percepire la ristrettezza, né il senso di soffocamento, non aveva idea di cosa fossero l’aria fresca e la luce, né tanto meno lo spazio fisico, di cui non aveva mai avvertito la necessità.
Allora chiamò l’assistente che non vedeva da anni e, senza riuscire a rappresentarselo o ad associarlo a un suono o a un odore, al suo nome abbinò le parole “vecchio”, “barba”, “gobbo” e “fedele”, ormai senza suono e senza significato. Gli disse di chiamare il notaio, e nella sua mente balenarono le parole “sorriso”, “soldi”, “panzone” e “stronzo”.
Quella notte stessa morì.
La lettura del testamento avvenne una settimana più tardi. Non avendo parenti né amici, i soldi che non aveva mai avuto occasione di spendere andarono tutti alla Biblioteca Nazionale, così come la casa e i libri di sua proprietà. A questo punto il notaio bevve un sorso d’acqua e si schiarì la voce, prima di riprendere la lettura: “Desidero infine che il mio sangue e i miei succhi gastrici vengano utilizzati per la produzione d’inchiostro, mentre la colla prodotta dalle mie ossa potrebbe essere proficuamente impiegata nella rilegatura dei volumi. Infine, benché avvizzita, se adeguatamente conciata la mia pelle potrebbe tornare utile per copertinare certi volumi di pregio o le cosiddette strenne”.
La sua passione si era compiuta.