gatto bambinoSeppi che i coniugi Ferri avevano una bambina della mia stessa età perché la sentii parlare quel giorno che sua mamma venne a bussare alla porta di casa mia. Mia madre in quel periodo era nervosa e mi rimproverava spesso. Quando il campanello suonò si raccomandò con me di nascondere i miei istinti e io annuii. Mi accovacciai sul pavimento con la schiena appoggiata al divano e attesi. La mamma apriva la porta e da lì potevo vedere e sentire quasi tutto.
- Buongiorno! Sono la signora Ferri, io e la mia famiglia ci siamo trasferiti qui da ieri, ho pensato di portarle una crostata.
Disse porgendo alla mamma un fagotto di stoffa verde.
- Anche la marmellata è fatta in casa, è di prugne.
- La ringrazio signora Ferri, sono Aurora e vivo qui da otto anni, con mio figlio Tereo.
Iniziarono a scambiarsi le solite formalità di due individui che sanno di essere costretti a sopportarsi, data la vicinanza delle abitazioni. La conversazione non era interessante, da tre mesi a questa parte capitava che alcune persone venivano ad abitare i nuovi prefabbricati e io mangiavo tantissimi dolci. Mentre mi leccavo i baffi all’idea della crostata, una voce da cartone animato attirò la mia attenzione, mi tuffai subito verso la fine del divano e vidi una faccetta sbucare dalla gonna della signora Ferri, mi batteva il cuore: una bambina con cui giocare! Volevo saltare fuori tutto d’un tratto e correrle incontro, ma non potevo, le raccomandazioni della mamma erano vive nella mia mente. Giocando non sarei riuscito a controllarmi. Indietreggiai, e mi limitai a guardare: era bionda con due spighe d’oro che le scendevano fino alle spalle, indossava un vestitino bianco a roselline rosse. Aveva le ginocchia sbucciate. A un tratto sentii un ronzio provenire dal lato destro della mia testa, era una mosca, rizzai le orecchie e sviluppai il mio udito. Appena la vidi passarmi sopra, con un balzo felino l’acchiappai con le mani e la cacciai in bocca, sputandola morta e deforme. Mi resi conto della pericolosità del gesto e attesi il gelido sguardo di mia madre. Non successe nulla, non si era accorta della cattura. Poco dopo la porta si richiuse e la mamma mi portò il dolce. Ci sedemmo sul divano, mi carezzò morbosamente la testa e mi spiegava per l’ennesima volta che si comportava così solo per il mio bene, e che io dovevo crederle senza discutere. Sapeva che soffrivo e spesso piangeva con me. Il giorno dopo accadde un fatto che cambiò la mia vita. Ero affacciato alla finestra della cucina, ammiravo la polvere del suolo alzarsi con la brezza e il sole caldo che faceva tremolare l’orizzonte quando, a un tratto, balzò fuori dal davanzale una testa:
- Ciao!
Sobbalzai inorridito e pietrificato. Trovai il viso della ragazzina a non più di dieci centimetri dal mio, tremavo e la lingua si era fatta gonfia dentro la bocca, talmente grossa che non riuscivo a parlare. Le soffiai mostrandole i denti affilati.
- T’ho spaventato? Non volevo.
Strizzò gli occhi la ragazzina.
Serrai di corsa le persiane, spensi la luce e corsi dietro al divano.
- Hai paura di me? Voglio solo giocare.
Una voce flebile sussurrava da fuori.
- Ti ho visto ieri, eri per terra sotto il sofà.
Sofà? Che parola è sofà? Ero furibondo e stringevo la rabbia nei pugni. Le mani cominciarono a sanguinare, ferite dalle mie stesse unghie. Iniziai a sudare freddo e gli occhi mi si accesero di giallo,cangianti, nell’oscurità della stanza. Mi ripetevo che avrei dovuto tranquillizzarmi e che non avrei confessato nulla alla mamma. Morsi forte la stoffa bordeaux che ricopriva la seduta dei cuscini e lasciai due grossi buchi. Piano piano, mi trascinai verso la finestra, a passo felpato, scrutando fuori dalle fessure. Era ancora lì dietro. Tirai dentro le unghie nelle dita per non fare rumore, mi accovacciai sfiorando con il ventre il pavimento e dilatai le pupille, feci le ultime due falcate e restai fermo in attesa che lei andasse via. Era ancora lì. Appresi il ritorno della mamma dal rumore degli pneumatici del furgoncino che scrosciavano sulla terra arida. La sentii salutare Camilla, questo era il suo nome allora, e Camilla dire che stava cercando una lucertola con cui giocare. Ne aveva vista una proprio lì, sotto la nostra finestra. Con uno stridore di chiavi e un cigolio di porta la mamma si materializzò nel salotto, potevo scorgere i suoi mocassini avanzare verso di me, anche se era buio pesto. Lei non poteva vedermi, forse avrebbe potuto scrutare solo il brillare dei miei occhi. Silenziosamente attesi l’illuminazione della stanza. Mi chiese se avessi dato confidenza alla bambina, e io le risposi che avevo spento le luci, allarmandomi della presenza avvertita fuori casa. Giustificavo così i graffi sul palmo delle mani e i fori sul divano.
- Scusa mamma. Ho avuto paura.
Mi perdonò e mi disinfettò meglio le ferite. Fissava la mia pelle senza penetrarla, il suo sguardo era poggiato come una piuma sui palmi delle mie mani lacerate.
Tutti i giorni la mamma si svegliava, si vestiva, mi preparava la colazione e andava a lavorare. E tutti i giorni a metà mattinata ero costretto a barricarmi all’interno del mio prefabbricato per fuggire dalle grinfie di quella ragazzina che con i suoi modi e i suoi incoraggiamenti iniziava a farmi soffrire davvero. Restava sola anche lei, gran parte della giornata, spesso cantava e a volte giocava a catturare le lucertole, ma io capivo che non ci riusciva mai. Correva e cadeva, cadeva e correva e io, sul mio divano, sul mio letto, a leggere e interpretare figure, fette di vita. Successe che un giorno sentii un grande tonfo e Camilla cominciare a stridere come un uccellino nel nido in attesa del cibo. Quel suono stridulo era simile a quello che producono le mie unghie sulla lavagnetta. Volevo ordinarle di stare zitta, mi dimenavo tappandomi le orecchie con i polpastrelli delle dita, ma niente, Camilla strideva di più. Mi scoppiavano le tempie, pensai che forse si era rotta qualcosa. Al diavolo la mamma! Persuaso dal dolore mi catapultai fuori di casa a quattro zampe ansimando.
- Ce l’hai fatta! Certo che sei proprio strano tu, per le grida sei uscito e per giocare non uscivi mai.
Camilla era in piedi con un grosso coperchio di secchione in mano, che ridendo, gettò addosso all’albero, riproducendo lo stesso identico suono che aveva preceduto le sue urla stridule e false. Mugugnai dalla rabbia e mi appollaiai per terra a testa bassa. Era sdraiata, si rotolava come un maialino nel porcile, quasi volesse sporcarsi sempre di più. Batteva i pugni a terra e rideva. Mi aveva fregato. Iniziò a girarmi intorno e a cantilena ripeteva di avermi fregato. Io me ne stavo lì, in attesa che smettesse di prendermi in giro. Esausta con il fiatone, alla fine, incrociò le gambe e si lasciò cadere goffamente a terra di fronte a me che la guardai per un attimo negli occhi.
- Wow, che occhioni gialli che hai! Anche il mio gatto ne aveva due proprio uguali, poi è morto.
Continuava a prendermi in giro, pensai.
- Uffa! che noia, giochiamo? Mi cattureresti una lucertola?? Dai, solo tu ci puoi riuscire…io non sono così svelta.
Aggiunse poi chiudendo gli occhi con aria fiera:
- Mi dispiace, ma ti ho visto con la mosca!
Aveva notato le mie doti feline e a quel punto non potevo farci proprio nulla, decisi di accontentarla. Aveva ragione, con i miei riflessi sarebbe stato un gioco da ragazzi. In fondo non ero mai uscito a giocare, e non avevo mai dimostrato a nessuno di cosa ero capace. Ne vidi una e la tenni d’occhio, era proprio lì, sul muro. Appena una spanna sotto al davanzale della mia cucina, alla minima vibrazione sarebbe fuggita. Portai il dito indice, con tanto di unghia tagliente, sulle labbra per farla rimanere in silenzio e Camilla si allontanò con discrezione dalla mia area di caccia. Eravamo solo io e la piccola e veloce preda. Mi accovacciai adagio con il sedere che faceva capolino più in alto della testa, bastava un balzo fulmineo e l’avrei catturata, senza mangiarla però. Questa lucertola spettava a Camilla e sarebbe dovuta arrivarle viva. Con una spinta di addominali piombai sulla lucertola e con un colpo secco delle zampe l’agguantai con i denti, delicatamente. L’animale si dimenava tra le mie fauci come un verme sull’amo di un pescatore.
-Bravo! Bravo!
Saltellava qua e là alzando nuvolette di polvere. Si diede due pugni nei fianchi e agitando i gomiti come due alette di gallina mi ordinò
- Adesso mangiala!
Non potevo farlo, avevo preso troppi comportamenti da felino, e non avrei dovuto, la metamorfosi totale poteva avvenire da un momento all’altro.
- No! - le risposi, – non voglio.
- Dai! Dai! Ti prego! Voglio sapere che sapore ha. Tu me lo puoi dire. Dai!
Si mise a cantilenare e io la mangiai. Con un morso secco già non si muoveva più, gustavo la sua pelle squamosa e sotto i denti, con smorfie facciali, le frantumavo le ossicine.
- Sa di pollo. Come le bisce.
Dissi ancora con la bocca piena.
- Non ho mai visto uno spettacolo così orribile!
Digrignò i denti con aria schifata, e si allontanava da me indietreggiando sempre di più. Dopo aver finito di ingoiare il mio boccone iniziai a leccarmi intorno alle labbra e poi sulle mani che avrei indirizzato verso il viso per pulirlo bene. Inorridii, ero a quattro zampe e non me ne ero reso conto, con zampe vere, ancora fatte di pelle, senza pelo. Portai la zampa sulla faccia e sorpreso avvertii che la pelle delle labbra era sparita, il viso si era appiattito per lasciare posto a un muso da gatto, scolpito con carne umana. Il naso era schiacciato e gli occhi sembravano più distanti tra loro, tondi e ancora più gialli. Mi accorsi che i denti affilati erano ancora dentro la bocca e non riuscivo più a tirarli via, a scomparsa, dentro le gengive. Inaspettatamente Camilla smise di indietreggiare e si diresse di nuovo verso di me interessata. Mi osservò a lungo, e soddisfatta, con un ghigno beffardo, mi disse:
- Adesso arrampicati su quell’albero oppure inizierò ad urlare!
Incrociò le braccia sul petto e il suo piede iniziò a picchiettare a terra. La mamma questa volta non me l’avrebbe perdonata, filavo liscio verso il punto di non ritorno e purtroppo non potevo farci nulla. Era più logico accontentare Camilla che farmi notare in quello stato da tutto il vicinato. Penetrai con le unghie la corteccia del tronco e percepita la stabilità necessaria iniziai a salire scorticando di tanto in tanto qualche brandello di legno che rovinava a terra.
-Fino a lì!
Brontolò indicando con il dito il primo ramo che nasceva dal fusto. Con fatica, ma senza sudore, afferrai il ceppo e mi ci adagiai con il sedere sopra, le zampe posteriori divaricate e quelle anteriori in mezzo, proprio come fa un gatto in attesa o in breve riposo. Mi sentivo leggero, i rumori della campagna si facevano largo nelle mie orecchie e riuscivo a distinguere ogni suono stridulo provenire dai pulli dentro i nidi del mio albero, sapevo quanti erano e con sguardi repentini avevo la formazione di ogni insetto che mi camminava intorno, anche se era una piccola formica. Ero in grado di calcolare ogni infinitesimale spostamento di essere vivente.
- Arriva mia madre scendi da quel ramo Tereo!
Camilla spezzò la mia attenzione. Era almeno tre metri e mezzo sotto di me, che sventolava le braccia e guardava in direzione della stradina che porta giù in città. Dal mio ramo non potevo scorgere nulla perché l’albero possedeva una folta chioma mai potata.
- Sbrigati Tereo è vicina!
Come avrei spiegato alla signora Ferri quella pazza arrampicata? Nessun bambino della mia età poteva riuscire in un’impresa del genere. Presi coraggio, trattenni il fiato, ancorai le zampe anteriori più in basso possibile e come una molla parabolai a terra. Niente di rotto ovviamente. Nessuna complicazione. Un gioco da ragazzi. Ora però mi tornava alla mente che non avevo più sembianze così umane dunque presi a fuggire in direzione del bosco verso il fiume. Attraversai le sterpaglie, mi intrufolai nei cespugli, corsi più in fretta che potevo. Tanfo di muffe umide, odore di alloro secco, di acqua gelida. Arrivai al ruscello e mi fermai sulla riva, bevvi con attenzione un po’ d’acqua, senza sporgermi troppo, e iniziai a leccarmi il corpo per le piccole ferite provocate dai ramoscelli. A un tratto rizzai le orecchie in allerta e girai il collo in direzione dei rumori che provenivano da una siepe dietro la mia schiena. Sbucò fuori Camilla. Era diventata più alta, le sue mani coprivano perfettamente tutto il mio muso e in una sua scarpa sarebbero entrate tutte e quattro le mie zampe. Volevo chiederle cosa fosse successo, se la signora Ferri era riuscita a vedermi ma aprii la bocca e miagolai. Riprovai e miagolai ancora. Ero terrorizzato: miagolai, miagolai, miagolai.
- Che hai piccolo, non riesci a parlare?
Le parole di Camilla erano fredde e perfide, artificiosamente preoccupate.
- Sei così piccolo e senza pelo, se continui così sentirai freddo, so io cosa fare.
Si avvicinò e mi prese in braccio, il calore del suo corpo era rassicurante, iniziò ad accarezzarmi la pelle morbida e rosea e all’improvviso, mi lanciò in acqua. L’acqua era freddissima, mi dimenavo. Non riuscivo a nuotare. Era infinitamente fastidioso il bagnato addosso, non sapevo come agire, stavo per affogare e infinite spille nere bucavano la mia pelle per fuoriuscire. Svenni.
- Ma che bel gattino nero.
Una vocetta si insinuava distorta nelle mie orecchie, aprii gli occhi e mi accorsi di quel manto di velluto nero cucito addosso.
- Ti ho salvato sai? Stavi affogando.
Ero di nuovo tra le sue braccia, esausto, inerme.
- Ti chiamerò Fuffy, come il mio vecchio gattino morto. Hai fame? Andiamo a casa…
Un tappeto di foglie secche scorreva davanti ai miei occhi, Camilla calpestava la terra umida facendo alzare un curioso odore di muffa, con rumori pigri lasciavamo il bosco alle nostre spalle.