sedia bambini

Frugo con le mani della mente. Afferro pomellini scalfiti, sfilo cassetti e li rovescio. Spalanco ante, svuoto scaffali. Potrei, forse, tentare in soffitta se ritrovo i miei occhi infantili, per affrontare ancora la penombra di stanze comunicanti e di scale. Alzo le botole, scosto bauli, sgancio passanti. Divelgo fiocchi argentei: ma non c’è. E la piramide di oggetti che ho stanato dal ricordo svetta, sfiora il soffitto, assurda in cucina. Ho fatto qualcos’altro nella vita, che immaginare significati alle cose? Per fortuna la lavatrice gira e un sugo consolante sbollenta nei fornelli. Magari è questo qui, la minuscola lama, il mio primo temperino. L’impugnatura madreperla verde e rosa che ancora mi brilla nella mano. Ma non è. E non è la chiave ferrea della casa di mio nonno, né il diciannove blu, il suo numero civico dipinto sulla maiolica, estratto da un crollo. Non è il mio bamboccio preferito: si chiama Fabrizio. Non è un libro. Anche se la bambina, nella copertina, dentro lo scarpone che vola, mi tenta. Ma io non so ancora leggere. Quindi non è. Basta. Mi butto all’aria aperta, magari mi rilasso, mi bevo mezza birra, passeggio nel giardino. Ed è così che mi viene incontro. Non mi sorprendono i suoi piedini conici e gommosi. Non mi sorprende che scompaiano sotto le quattro zampotte bianche; squadrate come la sua indole. Ci frequentiamo da una vita noi due. Anche a memoria potrei riconoscere, tra le sue assi oblique, le fenditure aperte su cui stavano il gesso e la pittura. La sua seduta comoda e spaziosa, oramai rosicchiata. Adesso fa la sedia da campagna, ma prima era una sedia di bambini, era la mia. La sua spalliera è piatta e monacale, la pelle, ad olio, di quella per gli infissi, incartapecorita, erutta il legno da ogni sbucciatura. Sì che ci assomiglia a uno di quei pezzi rigettati dal mare. Dovrei confessarglielo ora, che in fondo le voglio ancora bene? Fa prima lei a rompere il silenzio con la sua voce chioccia: – Io ti ringrazio per avermi salvata dallo sfacelo della mia mobilia.-
- E io perché sei stata il mio cavallo, la mia miniera, il mio fortino. –

- Saremmo pari – risponde lei che è sempre stata decisamente asciutta. – Però una cosa ancora devo dirtela. Per onestà. Non sono io quello che cerchi: tu, più di tutto, guardavi alle foglie. –

- Perché dovrei rischiare? Riattraversare i sogni e le speranze. Perché così lontano? -

- Non lo so, la cerca è tua. Io posso solo trasportarti, per una volta ancora, fino alla casa della tua prima meraviglia. Accomodati se vuoi.-

Oscilla alla brezza, protetta dai muri, lo stelo sottile. Ma lei è così immensa. A me sembra un’orecchia d’elefante che appare improvvisa, a farsi aria, nella mia savana di rose e di aranci. E’ il chiacchericcio incessante delle sue osmosi che mi invita. Abbandono cappello e fucile. Mi avvicino, quel mosaico di cellule verdi che mi ipnotizzano lo sfioro col naso. Subito precipito nella sua pagina, dentro un imbuto di filamenti che mi cattura. E mi lascio trascinare dalle correnti di linfa; viaggio schivando i vortici nelle sue vene. Supero la stretta del picciolo, attraverso le rapide dello stelo, affondo con le radici, penetro la terra. Trovo rifugio dentro un tubero. Ora rannicchiata e cieca, ascolto, il mastichio paziente dei lombrichi scavare gallerie, il crollo di pietruzze, il cantico di pozze infinitesimali, caparbi stillicii; erodere la creta. Ora rimbombano sopra di me i passi mostruosi della tartaruga e dall’ultimo frinire della cavalletta, che ha catturato e stringe nel suo becco, cola una goccia di morte lattiginosa. Ma la linfa ascendendo di nuovo mi risucchia, verso quel rettangolo di cielo che ci sovrasta, verso boccucce verdi che presto mi espelleranno. Ma io, non sono ancora pronta, ancora non voglio; piuttosto mi frantumo e mi disperdo. Capillare riposo nella sua trasparenza. E’ stato allora che ho capito che potevo indossare altre forme? Che ho sentito di essere tutto, che potevo essere tutto? E anche se fosse stato, dopo l’amore, il più futile inganno, adesso non mi importa. Tremulo alla brezza. Mi crogiolo alla luce.