Il nientipico


nientipicoÈ un animale atipico. Non è simpatico a nessuno. Una volta è uscito con una nientipica, ma niente da fare. Il suo miglior amico è il vento, silenzioso e poco ingombrante. Da un po’ non si frequentano più come una volta. Il vento ha cominciato a uscire anche con la pioggia. Troppa gente per il nientipico.

 

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L’orso igienista


orso igienistaNon mangia miele perché ha paura che gli si carino i denti. Non mangia il pesce perché teme che gli attacchi qualche malattia. Non va in letargo perché se dorme non può pulire la caverna e non va da nessuna parte senza i suoi guanti di lattice. Al posto del letto ha una barella. A colazione mangia due aspirine, a pranzo 7 moment e 8 bottiglie di sciroppo per la tosse. A cena si lascia andare e prende 20 moment act e 100 enterogermine. Dopo ogni pasto lava i denti per un’ora e disinfetta la caverna. La cosa che gli piace di più è catturare le prede, immergerle nell’amuchina e dopo averle pulite a perfezione lasciarle andare.

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I rintocchi di mezzogiorno


duello westernUna strada, dritta e polverosa, che taglia il paese in due. Poche persone in giro. Una mamma tira per la mano il suo bambino, imponendogli una andatura frettolosa. Qualche passante si infila nel saloon tenendo gli occhi bassi, un altro accenna un paio di note con una armonica, ma desiste. Lo sceriffo Winston  osserva la scena soddisfatto dondolandosi sulla sedia, sotto il portico del suo ufficio. Gli abitanti non stanno volentieri a passeggio, e il motivo è semplice: hanno paura di lui, dello sceriffo Winston. La sua parola è legge, e talvolta la legge diventa prepotenza, e la prepotenza omicidio.

Lo sceriffo è tranquillo; oggi l’unica cosa che vuole ammazzare è il tempo, e così si concentra dalla sua postazione su eventuali forestieri e sull’orologio della chiesa, che si erge sul campanile. Avete capito bene. Un campanile con orologio. Non una di quelle chiesette da squallido villaggio messicano, con le pareti bianche scrostate dal sole ed una campana arrugginita  che suona solo ai funerali. No. In città c’è proprio un campanile con un orologio che segna le ore; un affare di un altro mondo. Nessuno si ricorda come sia finito nel west, ma c’è, ed è, o meglio era, il vanto della città. Il meccanismo è guasto da anni ma Winston controlla, di tanto in tanto – per evitare scherzi del destino – che le lancette rimangano ferme, inoccupate, incuranti persino dinanzi alle sollecitazioni del vento.

Si tratta di vita o di morte perché la regola è questa: niente orologio, niente duelli. Un tempo arrivavano da ogni parte delle terre selvagge per una sfida sotto il campanile. Sembrava meno triste essere impiombati avendo ascoltato un attimo prima i rintocchi di mezzogiorno,

L’ultimo duello Winston se lo ricorda bene: era un sicario a pagamento, i proprietari delle fattorie lo avevano assunto per uccidere lo sceriffo Wallace. Il difetto di Wallace? Non tollerava i cowboys ubriachi: li portava sotto il campanile, e bum, ne ammazzava due o tre alla volta.

Il rischio per i fazenderos era che nessuno volesse più lavorare per loro con uno sceriffo così intransigente nell’unica città dove si poteva bere un bicchiere.

Winston aveva solo finto di essere sbronzo sparando quattro colpi sull’orologio. Le lancette si erano bloccate a due minuti alle 12. Lo sceriffo era arrivato di corsa. “Conterò sino a tre”, aveva detto Winston, e pronunciando “Uno” aveva ucciso Wallace. Nessuno aveva reagito; solo il figlio della vittima aveva provato a impugnare la pistola del padre. Winston da dietro la schiena aveva tirato fuori un pugnale, e lanciandolo con naturalezza, come se fosse stato un colpo di pennello, ultimo tocco di colore su un quadro già pronto, aveva passato da parte a parte quella mano troppo piccola per impugnare una Colt Navy. Quel pomeriggio stesso, ciò che restava della famiglia Wallace aveva caricato i bagagli su un calessino. Qualcuno disse che probabilmente stavano tornando nel paese d’origine, una nazione lontana, dall’altra parte dell’oceano, da dove erano partiti per cercare fortuna. Ma il west era stato infame e traditore, con i Wallace.

Winston era stato scelto come nuovo tutore dell’ordine dai fazenderos, e come primo gesto solenne aveva battezzato la città. Notime, l’aveva chiamata. Un bel posto: niente orologio, niente guai.

E’ immerso in questi ricordi, Winston, quando vede un cavaliere – tutto vestito di nero, un pastrano che scende sino ai piedi, una mano guantata e l’altra no, come i pistoleros che non vogliono rischiare di perdere la presa sul calcio dell’arma –  avanzare lento conducendo al passo un bel pezzato. Winston si alza dalla sedia a dondolo e gli fa segno di fermarsi.

- Sei di passaggio?
- Dipende, risponde lo straniero.
- Da cosa?
- Da quello…

Il forestiero fa segno con la testa in direzione del campanile. Lo sceriffo prima guarda lui, poi in alto la torre della chiesa, poi di nuovo lui.

- Chi sei? chiede Winston.
- Ha importanza?
- Dipende, risponde lo sceriffo.

Lo straniero fissa la stella di latta.

- Sono un orologiaio.

E spinge il cavallo in avanti, fermandosi dinanzi al saloon dove spicca la scritta: camere e ragazze disponibili.
Winston quella notte non dorme. Cosa sia un orologiaio, esattamente, lui non lo sa. Ma che il tizio sia venuto per far ripartire quelle maledette lancette, questo è certo. Il giorno dopo, mentre il cavaliere sta facendo colazione, gli si siede di fronte.

- Vuoi aggiustare il campanile?

L’altro non parla.

- Non potrai. Tanti anni fa gli ho sparato quattro colpi calibro 45. Non troverai neppure una molla intera, ammesso che quel coso funzionasse a molle. Lo straniero finisce di mangiare, si alza per andar via. Winston gli afferra un polso.

- Non ce la farai. Farai meglio a tornare da dove sei venuto.

L’altro non si scompone.

- Lo sceriffo che ha paura di un orologiaio…non è una bella pubblicità.

Winston resta interdetto; lo straniero ha ragione. Meglio cambiare tattica.

- Ti do tre giorni, figlio di puttana.

L’uomo vestito di nero pensa: sei solo chiacchere e distintivo, ma trattiene la battuta, per evitare questioni di copyright. Si libera dalla presa dello sceriffo, con gentilezza si aggiusta il guanto che porta sulla destra, incamminandosi verso il campanile, il pastrano ben chiuso.

Da quel momento tutto si svolge con monotona sincronia. Il cavaliere fa colazione – la destra sempre coperta dal guanto, l’altra libera –  e sale sulla torre armato di attrezzi. Winston sistema la sua sedia a dondolo di fronte alla chiesa, e aspetta. Suda, e aspetta. Al tramonto il cavaliere scende, gli lancia uno sguardo e sorride notando la sua camicia fradicia di angoscia.

Il quarto giorno è il momento della verità. Tutto il paese aspetta di sentire i rintocchi di mezzogiorno, ma niente, nulla, silenzio assoluto.

- Non ci sei riuscito – sogghigna Winston sputando un grumo di tabacco sul pastrano dello straniero –  ora togliti dai piedi!

- Me ne andrò solo quando sarai morto, sussurra il cavaliere senza nome.

Winston ha la fronte imperlata: lui non è più quello di una volta, e l’altro è giovane, sembra uno svelto. Punta gli occhi sulla mano fasciata dal guanto: Winston è certo che l’avversario sparerà con quella. Prova a prendere tempo.

- Niente rintocchi, niente duello. E’ la regola di Notime.
- Vedi Winston, il mondo si divide in due categorie: chi porta la pistola, e chi un orologio.

E dicendo questo apre il suo pastrano. Sulla destra non ha il cinturone, ma una cordicella d’acciaio fissata a un occhiello del panciotto, che finisce dentro un taschino. Con un gesto lento, come se lo avesse studiato per anni, con due dita guantate estrae un aggeggio rotondo, cromato, che brilla come la stella di latta sul petto di Winston.

- Sai cos’è questo?- chiede il cavaliere.

Lo sceriffo non risponde.

- E’ un sistema a carillon. Ogni volta che batte mezzogiorno suona una musica.

Winston si passa la lingua sulle labbra. E’ un orologiaio, pensa, non può essere più veloce di me…
Il cavaliere apre la cassa. Una melodia dolce si impadronisce dello spazio fra i due uomini.

-  E’ l’ora - mormora il forestiero….

Quella sera sul Notime Evening Post, il cronista, nonché editore, stampatore, e strillone del giornale, scrisse: “Era sembrato a tutti di aver sentito un sol botto, tanto i due spari erano stati in simultanea. Winston, un buco all’altezza della stella di latta, è ricaduto sulla sua sedia a dondolo, gli occhi sbarrati, fissi sul campanile. Il forestiero si è liberato del pastrano. E’ stato allora che quanti si erano piazzati agli angoli della strada per sbirciare il duello hanno notato una strana imbracatura passare sulle spalle dell’uomo, sino all’avambraccio e la mano sinistra, dove era comparsa fulminea una piccola Derringer a due colpi. Quando lo straniero ha chiuso la cassa del carillon, la pistola è rientrata automaticamente dentro una piccola fondina fissata all’imbracatura, come se tutto il congegno dipendesse proprio dall’orologio. Grande è stata la meraviglia, quando, come ultimo gesto di disprezzo, il killer di Winston ha rivelato che la mano guantata era finta, tanto da buttarla addosso al cadavere. Due cuccioli se ne sono impadroniti, correndo e abbaiando all’impazzata, finalmente liberi di scorrazzare in una città che ha riconquistato il tempo di vivere.

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Il pesce maiale


pesce maialeAdorava nuotare ma era così grasso che non ci riusciva. Decise di fare una dieta speciale mangiando solo alghe marine. Dopo due mesi divenne magro come un’acciuga e si buttò in acqua. Non avendo le forze necessarie per nuotare affogò.

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Il pesceluce


pesce luceLa sua caratteristica è quella di illuminarsi quando vede arrivare un predatore. Quanti pesceluce saranno rimasti al mondo?

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Fantareale Slam! Vacanze fantareali


vacanzefantarealiGiovedì 24 giugno 2010 ci sarà il prossimo Fantareale slam, sul tema “Vacanze fantareali”.
L’appuntamento è alle ore 21 ai giardini di Castel Sant’Angelo durante la manifestazione “Invito alla lettura”.
Per partecipare (e aggiudicarti il premio di 300 euro!) ti basta scrivere un racconto che mescoli vacanze e fantastico.

Vincitore della serata: Carlo Valenti con Vacanze Magiche.

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Tutto può succedere


barbie e kenAll’inizio ero seduto in camera di mia sorella e guardavo Barbie che viveva con Ken posata su un centrino sopra il ripiano del comò. La stavo guardando e a un tratto mi accorsi che mi stava fissando. Anche Ken mi fissava. Forse non guardavano me, forse guardavano solo dove mia sorella voleva farli guardare. Mi alzai spaventato, curioso e sorpreso di quello che mi era appena accaduto. Andai verso la porta con passo veloce. Mi voltai e mi accorsi che lei non c’era più. Ero spaventato al punto che non riuscivo nemmeno a muovermi e l’unica cosa che mi sentivo capace di fare era quella di iniziare a guardarmi intorno, senza sapere se desiderare vederla di nuovo oppure no. Ma accadde la cosa più strana a dirsi. Mi ritrovai infatti a fissarla di nuovo, una figura troppo piccola, troppo perfetta, lucida e sorridente dissimile completamente da una vera donna.

Era vestita come si vede in tv: scarpe col tacco, gonna sopra le ginocchia e maglietta, su cui posavano quei bellissimi capelli dorati, contorno di un viso stupendo. I suoi occhi sembravano lenticchie sopra un naso troppo a punta e a una bocca troppo rossa per essere naturali. Le labbra si muovevano, la bocca si muoveva, stava per dire qualcosa, non so come, ma stava per farlo, quando d’improvviso la porta della stanza si aprì: era mia sorella che tornava da danza.

- Che fai in camera mia? – urlò ancor prima che potessi inventare una scusa che reggesse.

Fui costretto a uscire per ritrovarmi nella mia buia cameretta, solo e incredulo per quello che pochi attimi prima mi era accaduto.

- Non ti stressare – disse una vocina, – non stai sognando.
È stato solo in quel momento, quando rividi Barbie, risentii la sua voce pulita e riconobbi il suo fisico perfetto, fu solo in quel momento che mi convinsi effettivamente che stavo sognando.
- Che c’è, non hai mai visto una bambola parlare?
- No. Non mi è mai capitato.
- Beh, c’è sempre una prima volta. Questa è la tua, ma anche la mia. Fino ad ora non mi era mai capitato di dover parlare con un essere umano. Mi ostinavo a parlare con Ken; parlavo, parlavo e lui non rispondeva mai. È di poche parole, anzi a dire il vero, non ho mai sentito la sua voce. Sembra quasi morto, senza un’anima, come di plastica.

Non avevo parole e le uniche che avevo le scambiavo con una bambola. Sembravo un demente, e in quel momento la mia unica paura era che qualcuno mi vedesse.

- Ed è per questo che ti sei rivolta a me? Solo perché Ken non ti ascoltava?
- Sì, di tua sorella ne avevo le scatole piene. Non potevo certo andare a parlare con tua madre, tantomeno con la donna delle pulizie. Sono venuta da te perché eri l’unico che mi avrebbe capita e che non avrebbe cominciato a urlare.

Non le importò molto della mia faccia sbalordita quando mi disse che si era fatto tardi e che doveva tornare nell’altra stanza. Mi chiese solo di aprire la porta. Non arrivava alla maniglia.

I nostri incontri continuarono nei giorni. Quando mia sorella andava a danza Barbie piombava in camera mia. Arrivai a spostare appuntamenti con i miei amici per rispettare i suoi orari di visita. Nel frattempo mi ero pure sciolto. Non mi sorprendevo più nel vederla parlare, camminare e muoversi proprio come me. Iniziavo a stare bene con lei. Ad aspettare, davanti all’orologio che mia sorella uscisse di casa. Ero veramente felice. Ma poi arrivò l’autunno.

Mia sorella non giocava più con Barbie, non la trattava e non la controllava più come una volta. Probabilmente era per questo che io e lei riuscivamo a vederci. Ma era anche il motivo per il quale in quei primi freddi giorni d’autunno quando mia madre come ogni anno ci chiese di darle i nostri giochi usati per la parrocchia, Barbie venne scelta per essere data via.

- Me ne vado – mi disse un giorno.
- E dove?
- Dicono in parrocchia. E poi in un’altra famiglia.

Cominciai a ridere. Barbie faceva spesso scherzi imbecilli. Anche lei cominciò a ridere: rideva in modo diverso. Forzato. Un modo che mi fece capire che sarebbe andata via davvero. Stavo ridendo ma poi cominciai a piangere. Anche lei cominciò a piangere. Stavamo piangendo per l’ultima volta insieme.

Passarono i giorni, giorni pesanti, monotoni, tutti uguali. Mancava quel motivo, quello scopo che ogni mattina ti portava a svegliarti felice. Non uscivo più con gli amici, non mangiavo fuori. Stavo tutto il tempo a casa seduto sul letto a pensare a Barbie, a come mi mancava parlare e sfogarmi con lei. Ma un giorno mi decisi. Era tardi, quasi le sei, mi alzai dal letto dove ero stato seduto nelle ore precedenti. Andai in parrocchia, con l’unica speranza di ritrovare Barbie. La mia bambola.

Arrivai, chiesi, domandai in giro. La trovai seduta su un mobile proprio come la prima volta, accanto a Ken. Ero seduto nella piccola stanza della parrocchia e guardavo Barbie che era tornata a vivere con Ken posata su un centrino sopra il ripiano del comò. La stavo guardando e a un tratto mi accorsi che mi stava fissando. Non ci pensai più di tanto. Mi avvicinai, la presi, forse la rapii, la portai fuori, camminammo, vedevo la felicità nei suoi occhi e sentivo la mia nei miei. Quella e tutte le altre che vennero dopo furono le nostre “gite d’allegria”. Alla fine, quando ci eravamo detti ogni cosa, ogni secondo della nostra giornata, la riportavo in parrocchia, e il giorno dopo ricominciava tutto.

Esco con Barbie tre pomeriggi a settimana, la porto via da Ken. Mi esercito per il futuro.

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La vendetta di Palle Mosce [Official video]


Racconto vincitore del Fantareale Slam sul West in occasione degli 80 anni di Clint Eastwood.

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Quel brutto, tarchiato, bastardo figlio di puttana di gringo messicano


MessicanoEntro nella sala giochi. E’ vuota. Alla mia destra, un ragazzo sui vent’anni; il cassiere, forse il proprietario, non so. Mi guarda stupito. Di sicuro si starà chiedendo cosa ci fa un cinquantenne in giacca e cravatta in un posto come questo. In effetti se stessi nei suoi panni penserei la stessa cosa, ma il fatto è che sono arrivato con 20 minuti d’anticipo all’appuntamento con un cliente, e non so proprio come ingannare il tempo. 

- Scusa a quanto vanno questi giochi? – gli chiedo. 
- Un gettone, cinquanta centesimi – mi risponde.

Frugo nella tasca e poggio sul tavolo una moneta da cinquanta. Il ragazzo la prende e me la cambia con una piccola fiche gialla; io ringrazio, prendo la fiche, e inizio a passare in rassegna i videogame. La mia attenzione è rapita subito dal gioco che ho davanti, poco distante da me. Sul pianale, dentro una fenditura, c’è una pistola di plastica. 

- Che gioco è quello? – domando al giovane.
- E’ un gioco sul Far West. Pensi me l’hanno consegnato un’ora fa, lei sarebbe il primo a giocarci. 
- E come funziona?
- Funziona che mette il gettone, le appare un gringo messicano e lo sfida in un duello. Se vince torna qua e io le do un altro gettone, gratis.    

La cosa mi piace, così mi avvicino al gioco, afferro la pistola di plastica e inserisco il gettone.

Il gringo messicano è sensibilmente brutto. Brutto e tarchiato. Porta un cappello calato sugli occhi, e la tesa ampia gli ombra la faccia. Una faccia spigolosa, cotta dal sole, con due baffi bianchi, quasi giallognoli, che si mescolano alla perfezione con i peli ispidi che gli escono dalle narici del naso, grosso e schiacciato. Per non parlare dei denti. Trovargliene uno sano in bocca è impossibile. Tutti marci. Il gringo mette i suoi occhi nero sbiadito nei miei e avvicina la mano destra al cinturone, in prossimità del suo revolver. Poi porta la sinistra al collo, slaccia il nodo della mantella di cuoio che indossa e la butta a terra. S’alza uno sbuffo di polvere. Approfitto di quell’attimo e porto lo sguardo oltre la sua sagoma. A farci da sfondo la luce sbiadita di un sole pallido e la desolazione di una città fantasma inghiottita nel deserto. Un posto abitato solo da terra arida, baracche sparse qua e là e un  rudere di chiesa, sovrastato da un grosso orologio in ferro battuto con le lanciette ferme e cadenti.

Il gesto del gringo che allarga le gambe, e il rumore dei suoi stivali che sfregano il terreno, riporta il mio sguardo nel suo. Lo osservo stringere gli occhi a due fessure e tirare le labbra, screpolatissime, in un ghigno malvagio.

Poi, da lontano, chissà da dove, un rintocco di campana.

- Amico – esclama il gringo con voce nasale – dopo il secondo rintocco prova a uccidermi!

- Amico – ribatto – ogni tanto però usalo un po’ di burro di cacao!

Ma ecco il secondo rintocco.

Il gringo, con freddezza e rapidità, sfila dal fodero la pistola, la spiana verso di me e spara.

Poi, l’incredibile.

Lo schermo del video gioco va in mille pezzi, e il proiettile che ne esce mi sfiora, a pochi centimetri dalla spalla destra, lacerando il tessuto della giacca. Tutto avviene così rapidamente che non faccio neanche in tempo ad avere paura. Rimango soltanto immobile, con la pistola sospesa a mezz’aria, a fissare incredulo lo schermo demolito; che ora è solo un buco nero con all’interno una massa di congegni e fili elettrici in cortocircuito. Me ne sto così, inebetito, per un pugno di secondi. Poi mi volto.

Il ragazzo dietro la cassa non c’è più. Avverto subito una bruttissima sensazione. Mi avvicino al bancone e guardo oltre: il giovane è a terra; la faccia piena di sangue; gli occhi aperti, sbarrati, e al centro della fronte, il foro del proiettile che mi ha appena sfiorato. La paura questa volta si fa sentire, e mi si attacca addosso come un lenzuolo freddo e bagnato.

- Ma che cazzo di video giochi ti fai consegnare! – grido angosciato verso il povero ragazzo; poi sto per gridare di nuovo la stessa frase, quando alle mie spalle avverto qualcosa.

Rumore di passi.

Rumore di stivali. 

Mi volto.

Il gringo è a un metro da me. Nella mano stringe ancora il revolver. Mi guarda minaccioso, e dal vivo la sua bruttezza è molto più raccapricciante.

- Amico – mi dice col suo solito tono nasale – ringrazia il cielo che chi mi ha creato abbia messo nella mia pistola solo un colpo, altrimenti ora saresti mangime per i vermi anche tu! E un’altra cosa. Non so che accidenti significhi, ma burro di cacao lo dici a quella cagna della tua donna, sempre che tu ne abbia una!

Detto questo si volta, e con un salto, sparisce per sempre da dove è venuto: nel buco nero del video gioco.

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Dove per il west?


tex e kitLa camera di un albergo, un letto, due uomini. Pat Garrett e Billy The Kid. Garrett è dietro Billy. Billy è davanti a Garrett.
- Oh Billy - mugola Garrett.
- Sì Garry - gli fa eco Billy.
- Oh Billy - continua in falsetto Garrett.
- Garry, bel pistolone mio - si mette a grufolare Billy.
Sono i due uomini più pericolosi del west. Sono i due fuorilegge più temuti d’America. Sono due… appunto.

Tex Willer è di sotto nel Saloon. A un tavolo con Kit Carson. Kit ha ordinato per loro due il solito piatto. Due enormi bistecche al sangue e porzioni giganti di patatine fritte. E poi due boccali di birra, di freschissima birra. Tex cerca di non guardare Kit. Cerca di mascherare il disgusto che traspare dall’inclinazione pericolosa della bocca verso il mento. È proprio disgusto, pensa Kit Carson. Nessuno può darla a bere a lui. Guarda come gli pende il labbro, pensa rabbioso il povero Kit. Una volta bastava aprirgli una scatola di fagioli per farlo felice. Bastava che accarezzassi la sua nuca impolverata da una lunghissima cavalcata. E gli si accendevano gli occhi al mio Tex. Kit Carson ha quasi un accesso di pianto al ricordo. Il primo bacio dopo aver sconfitto quel pericoloso Comanche. La notte passata con lui sotto le stelle, nudi a promettersi il mondo intero. Sì, lo sapeva era più vecchio di lui. Doveva immaginarselo che si sarebbe stancato, questo bel morone muscoloso, della sua zazzera cacio e pepe. Eppure gli ha fatto certi servizietti durante quelle notti passate all’aperto, mentre i lupi ululavano sulle montagne e i coyote si acquattavano dietro i massi del canyon a vedere come loro due si dimenevano nel piacere.

Tex prende una sigaretta dal taschino e comincia a fumare. Sente un fortissimo cigolio sopra la sua testa. Sono Pat e Billy che ci stanno dando dentro davvero di brutto. Tex sente una grande morsa afferrargli la bocca dello stomaco, mentre guarda Kit che si sbrodola con il sugo della bistecca e si macchia la camicia appena pulita. Ricorda quella bellissima serata, in quel magnifico albergo di Washington. Erano stati al tribunale federale a testimoniare contro lo spietato Cochise. La sera avevano fatto il bagno dentro quell’immensa vasca dell’albergo, circondati dalla luce delle candele. Kit, da vero romanticone, gli aveva insaponato le spalle, gli aveva lavato la testa. Poi avevano giocato con la Colt. Se l’erano strusciata sul corpo e poi più su. Ancora più su. È tutto finito, pensa Tex mentre gli sembra che la stanza di sopra possa cadergli addosso da un momento all’altro. Mamma mia come scopano bene, gli viene da dire improvvisamente. E a Kit va per traverso una patatina fritta. Il volto rugoso diventa improvvisamente blu. Neanche fosse comparso il terribile Mefisto. Dalla porta del Saloon si affaccia un ragazzo, un lungagnone, dalla mascella imponente. Il bel Ringo. Che figo, esclama Tex e gli occhi gli si accendono come i fuochi sulle montagne rocciose. Kit è disteso a terra con le dita che cercano di afferrare quella maledetta patatina fritta.
- Te l’avevo detto di non prenderle più - gli dice Tex sempre più imbarazzato. Ringo entra dentro il saloon, l’andatura dinoccolata e fiera. Si accosta al bancone.
- Dammi un whisky - ordina al barista.
- Problemi? - gli chiede quello.
- Ho sentito dell’attacco alla diligenza e di come ti sei sbarazzato dei fratelli Plummer.
Il bel ragazzone alza la testa e si mette a piangere:
- Lo sceriffo e quell’ubriacone di Doc mi vorrebbero far partire con quella bagasciona di Dallas.
Tex drizza le orecchie. Kit è ormai cianotico per terra. Tex sente ancora quei due di sopra. Adesso Pat Garrett ha attaccato a miagolare come un coyote nella stagione dell’accoppiamento. Billy lo sta frustando a sangue. Ringo è un fiume in piena:
- Io non voglio Dallas. Gliel’ho detto allo sceriffo che non è il mio tipo. Altro che due cuori e una capanna. Quanto avrei preferito essere trafitto da una di quelle freccie indiane… piuttosto che…
Tex si alza dal tavolo. Kit Carson è ormai disteso a terra, immobile. Si avvicina a Ringo, gli mette una mano sulla spalla.
- Ti dichiaro in arresto - gli dice Tex.
Ringo si gira, lo guarda. Sono due degli uomini più temuti del west. Sono due pistoleri formidabili. Sono due… appunto.

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