Una strada, dritta e polverosa, che taglia il paese in due. Poche persone in giro. Una mamma tira per la mano il suo bambino, imponendogli una andatura frettolosa. Qualche passante si infila nel saloon tenendo gli occhi bassi, un altro accenna un paio di note con una armonica, ma desiste. Lo sceriffo Winston osserva la scena soddisfatto dondolandosi sulla sedia, sotto il portico del suo ufficio. Gli abitanti non stanno volentieri a passeggio, e il motivo è semplice: hanno paura di lui, dello sceriffo Winston. La sua parola è legge, e talvolta la legge diventa prepotenza, e la prepotenza omicidio.
Lo sceriffo è tranquillo; oggi l’unica cosa che vuole ammazzare è il tempo, e così si concentra dalla sua postazione su eventuali forestieri e sull’orologio della chiesa, che si erge sul campanile. Avete capito bene. Un campanile con orologio. Non una di quelle chiesette da squallido villaggio messicano, con le pareti bianche scrostate dal sole ed una campana arrugginita che suona solo ai funerali. No. In città c’è proprio un campanile con un orologio che segna le ore; un affare di un altro mondo. Nessuno si ricorda come sia finito nel west, ma c’è, ed è, o meglio era, il vanto della città. Il meccanismo è guasto da anni ma Winston controlla, di tanto in tanto – per evitare scherzi del destino – che le lancette rimangano ferme, inoccupate, incuranti persino dinanzi alle sollecitazioni del vento.
Si tratta di vita o di morte perché la regola è questa: niente orologio, niente duelli. Un tempo arrivavano da ogni parte delle terre selvagge per una sfida sotto il campanile. Sembrava meno triste essere impiombati avendo ascoltato un attimo prima i rintocchi di mezzogiorno,
L’ultimo duello Winston se lo ricorda bene: era un sicario a pagamento, i proprietari delle fattorie lo avevano assunto per uccidere lo sceriffo Wallace. Il difetto di Wallace? Non tollerava i cowboys ubriachi: li portava sotto il campanile, e bum, ne ammazzava due o tre alla volta.
Il rischio per i fazenderos era che nessuno volesse più lavorare per loro con uno sceriffo così intransigente nell’unica città dove si poteva bere un bicchiere.
Winston aveva solo finto di essere sbronzo sparando quattro colpi sull’orologio. Le lancette si erano bloccate a due minuti alle 12. Lo sceriffo era arrivato di corsa. “Conterò sino a tre”, aveva detto Winston, e pronunciando “Uno” aveva ucciso Wallace. Nessuno aveva reagito; solo il figlio della vittima aveva provato a impugnare la pistola del padre. Winston da dietro la schiena aveva tirato fuori un pugnale, e lanciandolo con naturalezza, come se fosse stato un colpo di pennello, ultimo tocco di colore su un quadro già pronto, aveva passato da parte a parte quella mano troppo piccola per impugnare una Colt Navy. Quel pomeriggio stesso, ciò che restava della famiglia Wallace aveva caricato i bagagli su un calessino. Qualcuno disse che probabilmente stavano tornando nel paese d’origine, una nazione lontana, dall’altra parte dell’oceano, da dove erano partiti per cercare fortuna. Ma il west era stato infame e traditore, con i Wallace.
Winston era stato scelto come nuovo tutore dell’ordine dai fazenderos, e come primo gesto solenne aveva battezzato la città. Notime, l’aveva chiamata. Un bel posto: niente orologio, niente guai.
E’ immerso in questi ricordi, Winston, quando vede un cavaliere – tutto vestito di nero, un pastrano che scende sino ai piedi, una mano guantata e l’altra no, come i pistoleros che non vogliono rischiare di perdere la presa sul calcio dell’arma – avanzare lento conducendo al passo un bel pezzato. Winston si alza dalla sedia a dondolo e gli fa segno di fermarsi.
- Sei di passaggio?
- Dipende, risponde lo straniero.
- Da cosa?
- Da quello…
Il forestiero fa segno con la testa in direzione del campanile. Lo sceriffo prima guarda lui, poi in alto la torre della chiesa, poi di nuovo lui.
- Chi sei? chiede Winston.
- Ha importanza?
- Dipende, risponde lo sceriffo.
Lo straniero fissa la stella di latta.
- Sono un orologiaio.
E spinge il cavallo in avanti, fermandosi dinanzi al saloon dove spicca la scritta: camere e ragazze disponibili.
Winston quella notte non dorme. Cosa sia un orologiaio, esattamente, lui non lo sa. Ma che il tizio sia venuto per far ripartire quelle maledette lancette, questo è certo. Il giorno dopo, mentre il cavaliere sta facendo colazione, gli si siede di fronte.
- Vuoi aggiustare il campanile?
L’altro non parla.
- Non potrai. Tanti anni fa gli ho sparato quattro colpi calibro 45. Non troverai neppure una molla intera, ammesso che quel coso funzionasse a molle. Lo straniero finisce di mangiare, si alza per andar via. Winston gli afferra un polso.
- Non ce la farai. Farai meglio a tornare da dove sei venuto.
L’altro non si scompone.
- Lo sceriffo che ha paura di un orologiaio…non è una bella pubblicità.
Winston resta interdetto; lo straniero ha ragione. Meglio cambiare tattica.
- Ti do tre giorni, figlio di puttana.
L’uomo vestito di nero pensa: sei solo chiacchere e distintivo, ma trattiene la battuta, per evitare questioni di copyright. Si libera dalla presa dello sceriffo, con gentilezza si aggiusta il guanto che porta sulla destra, incamminandosi verso il campanile, il pastrano ben chiuso.
Da quel momento tutto si svolge con monotona sincronia. Il cavaliere fa colazione – la destra sempre coperta dal guanto, l’altra libera – e sale sulla torre armato di attrezzi. Winston sistema la sua sedia a dondolo di fronte alla chiesa, e aspetta. Suda, e aspetta. Al tramonto il cavaliere scende, gli lancia uno sguardo e sorride notando la sua camicia fradicia di angoscia.
Il quarto giorno è il momento della verità. Tutto il paese aspetta di sentire i rintocchi di mezzogiorno, ma niente, nulla, silenzio assoluto.
- Non ci sei riuscito – sogghigna Winston sputando un grumo di tabacco sul pastrano dello straniero – ora togliti dai piedi!
- Me ne andrò solo quando sarai morto, sussurra il cavaliere senza nome.
Winston ha la fronte imperlata: lui non è più quello di una volta, e l’altro è giovane, sembra uno svelto. Punta gli occhi sulla mano fasciata dal guanto: Winston è certo che l’avversario sparerà con quella. Prova a prendere tempo.
- Niente rintocchi, niente duello. E’ la regola di Notime.
- Vedi Winston, il mondo si divide in due categorie: chi porta la pistola, e chi un orologio.
E dicendo questo apre il suo pastrano. Sulla destra non ha il cinturone, ma una cordicella d’acciaio fissata a un occhiello del panciotto, che finisce dentro un taschino. Con un gesto lento, come se lo avesse studiato per anni, con due dita guantate estrae un aggeggio rotondo, cromato, che brilla come la stella di latta sul petto di Winston.
- Sai cos’è questo?- chiede il cavaliere.
Lo sceriffo non risponde.
- E’ un sistema a carillon. Ogni volta che batte mezzogiorno suona una musica.
Winston si passa la lingua sulle labbra. E’ un orologiaio, pensa, non può essere più veloce di me…
Il cavaliere apre la cassa. Una melodia dolce si impadronisce dello spazio fra i due uomini.
- E’ l’ora - mormora il forestiero….
Quella sera sul Notime Evening Post, il cronista, nonché editore, stampatore, e strillone del giornale, scrisse: “Era sembrato a tutti di aver sentito un sol botto, tanto i due spari erano stati in simultanea. Winston, un buco all’altezza della stella di latta, è ricaduto sulla sua sedia a dondolo, gli occhi sbarrati, fissi sul campanile. Il forestiero si è liberato del pastrano. E’ stato allora che quanti si erano piazzati agli angoli della strada per sbirciare il duello hanno notato una strana imbracatura passare sulle spalle dell’uomo, sino all’avambraccio e la mano sinistra, dove era comparsa fulminea una piccola Derringer a due colpi. Quando lo straniero ha chiuso la cassa del carillon, la pistola è rientrata automaticamente dentro una piccola fondina fissata all’imbracatura, come se tutto il congegno dipendesse proprio dall’orologio. Grande è stata la meraviglia, quando, come ultimo gesto di disprezzo, il killer di Winston ha rivelato che la mano guantata era finta, tanto da buttarla addosso al cadavere. Due cuccioli se ne sono impadroniti, correndo e abbaiando all’impazzata, finalmente liberi di scorrazzare in una città che ha riconquistato il tempo di vivere.